Quando in famiglia contano più i pantaloni che i figli: la storia di Varvara, respinta dalla madre per il compagno e costretta a ricominciare da zero

I pantaloni in casa contavano più di tutto

Caterina… perché fai così… sussurrava la mamma. Forse davvero… dovresti andare dalla nonna. Solo per una settimana. Finché tutto si calma.

Una settimana? Caterina abbozzò un amaro sorriso. Mamma, mi sta cacciando di casa. Adesso. Lo senti?

Giovanni è solo nervoso, Lucia evitava di incrociare lo sguardo della figlia. Vai, prepara le tue cose. Ti richiamo io dopo.

Caterina guardava sua madre e non la riconosceva più; davanti a lei cera una donna estranea, per la quale i pantaloni in casa contavano più della figlia stessa.

Stringeva al petto il suo vecchio orsetto di peluche, gli mancava un occhio, e laltro pendeva ormai di poco.

Accanto allingresso, fagotti legati con lo spago.

Aveva dieci anni, e il mondo fatto solo di lei e della mamma si era improvvisamente ampliato fino ad una casa che non sentiva sua, dove comandava uno zio sgradevole.

Dai, Caterina, non restare lì impalata, la mamma si muoveva nervosa, rimettendosi a posto una ciocca ribelle. Aiuta Giovanni a portare dentro la scatola dei piatti.

Adesso siamo una grande famiglia. Non è fantastico?

Caterina lanciò uno sguardo al patrigno. Era massiccio, con sopracciglia pesanti e dita tozze.

I suoi figli, Matteo di tredici anni ed Elisabetta di quattordici, stavano seduti sul divano del salone e guardavano Caterina con un disgusto che nemmeno tentavano di nascondere.

Ehi, nanerottola, ringhiò Elisabetta. Metti la tua roba in quellangolo. Qui dentro non cè spazio, i miei vestiti non li sposto neanche morta.

Elisabetta! Lucia tentò un sorriso stentato. Abbiamo detto che Caterina dormirà nel letto accanto al tuo.

Quello che dici tu non conta, borbottò Matteo, spintonando Caterina passandole vicino. Ci stiamo già stretti così.

Si fece sentire anche il capo di casa.

Basta, silenzio tutti, ruggì. Lucia, metti qualcosa da mangiare, muoviti! Ho una fame da lupi!

Subito, Giovanni, arrivo subito, e Lucia corse in cucina.

Caterina rimase lì, nel corridoio. Nel suo animo di bambina sinsinuò una sensazione cupa: intuì che non sarebbe durata molto in quella casa.

***

Dopo un anno, Lucia diede alla luce un figlio maschio, Paolo; ora tutto il suo tempo lo assorbiva cambiare panni e calmare il neonato che piangeva sempre.

I soldi non bastavano mai. Giovanni lavorava in cantiere, ma la maggior parte della paga spariva prima ancora che mettesse piede in casa.

Unaltra volta solo pasta in bianco? Giovanni spinse il piatto con uno scatto talmente violento che per un soffio non lo rovesciò.

Lo sai, Giovanni, Lucia cullava Paolo con una mano e con laltra mescolava il minestrone. Laffitto è aumentato, a Elisabetta abbiamo dovuto comprare le scarpe…

E a me che importa! Giovanni si alzò afferrando il giubbotto. Spacco la schiena e in casa mia non vedo mai un pezzo di carne.

Vado da Michele, lì almeno si mangia come cristiani.

Giovanni, non andare, quasi piangeva Lucia. Paolo è agitato, non ne posso più…

Fai da sola, replicò lui e uscì sbattendo la porta.

Lucia corse dietro al marito, la lite riprese sulluscio.

Caterina stava in un angolo della cucina, provando a fare i compiti seduta sul davanzale. Ma come la matrigna usciva, Matteo ed Elisabetta si fiondavano al frigorifero.

Quello era per domani, la mamma lha lasciato per tutti… sussurrò Caterina, osservando i due che divoravano a morsi il salame e il pane avanzati. Non potete…

Zitta, Elisabetta si cacciò in bocca una grossa fetta. Ringrazia che ti teniamo qui.

Sono qui anche perché questa casa è pure di mia mamma! mormorò Caterina.

Vedremo quanto duri, rise Matteo. Papà dice che occupi troppo spazio.

Caterina non rispose. Non aveva senso discutere. Non avrebbe cambiato nulla

***

Aveva appena compiuto tredici anni e già non voleva più vivere. Il patrigno spariva per giorni, e quando tornava era sempre nervoso, lo sguardo perso nel vuoto.

Dove sono i soldi, Giovanni? chiedeva sempre la madre. A Paolo serve la tuta invernale, Caterina gira ancora con quel vecchio giubbotto…

Non ce ne sono, di soldi, Giovanni si buttava sul divano senza neppure togliersi le scarpe. Lasciami stare. Sono stanco.

Ma hai appena preso lanticipo!

Lho speso. Ho aiutato gli amici. Basta, smettila di assillarmi!

Prima della festa scoppiò lennesima lite. Caterina sgusciò in camera condivisa con Elisabetta, per non incrociare nessuno.

Sulla sua scrivania cera un caos: quaderni sparsi ovunque, il suo album da disegno preferito regalo del nonno giaceva sul pavimento, le pagine strappate.

Sei stata tu? quasi singhiozzava Caterina.

Elisabetta era davanti allo specchio, si metteva il rossetto.

Sì, e allora? Quei tuoi disegni facevano schifo.

Non dovevi toccare le mie cose! Caterina afferrò lalbum. Lo dirò alla mamma!

Ma dai, non mi fai paura, Elisabetta si voltò. Tu qui non sei nessuno. Nemmeno la tua mamma. Sei unintrusa, come lei. Papà dice che rubi il cibo a noi.

Taci! urlò Caterina facendo un passo avanti.

E che fai, mi picchi? Forza, cosa aspetti. Papà ti farà vedere!

Elisabetta si avvicinò e la spinse con forza.

Caterina batté il gomito contro larmadio, vide nero, poi scattò e diede uno schiaffo forte alla sorellastra.

Laltra urlò come se lavessero bruciata. Si accasciò sul letto piangendo a squarciagola:

Papà! Mi picchia! Papàààààà!

Il patrigno piombò nella stanza.

Che succede qui dentro?! urlò.

Papà, lei mi ha colpita! singhiozzava Elisabetta, coprendosi la faccia. Stavo seduta e lei mi si è buttata addosso!

Giovanni si voltò lentamente verso Caterina, che stringeva il suo album a brandelli.

Hai alzato le mani su mia figlia? chiese con una voce sorprendentemente calma.

Ha distrutto le mie cose! Mi tormenta sempre! gridò Caterina.

Non mi importa quello che ha fatto, il patrigno avanzò verso di lei. In casa mia devi essere umile e invisibile. E siccome non sai farlo fuori!

Come scusa? Caterina sbiancò.

Hai capito benissimo! Fa le valigie e vattene. Non ho bisogno di bocche inutili e problemi.

Giovanni, aspetta, comparve Lucia sulla porta, pallida come un lenzuolo. Ma come fai… è sera… Dove vuoi che vada?

Lucia, taci! ruggì Giovanni. O va via lei, o vado via io. Scegli tu. Di questo circo non ne posso più.

Lho sopportata per rispetto tuo, ma ora basta.

Lucia guardò sua figlia:

Prepara le tue cose, Caterina. Vai da tua nonna, starai da lei un mesetto. Rifletti su quello che hai fatto. Se ti scuserai, forse ti riprendiamo

Caterina non disse nulla. Mise in fretta nello zaino solo il necessario: quaderni, libri, qualche maglietta e il vecchio orsetto con locchio mancante.

Se ne andò, quando ormai era sera, senza che la madre la accompagnasse nemmeno fuori dal portone

Quando arrivò piangendo allappartamento dei nonni con lo zaino storto sulle spalle, il nonno strinse i pugni e la nonna la portò subito in cucina a consolarla con una tazza di tè.

Da loro non ci torni più, tagliò corto il nonno, dopo aver saputo tutto. Se provano a cercarti, glielo faccio vedere io chi comanda!

Caterina non tornò più indietro.

Diventò una donna con la testa sulle spalle, si diplomò, poi si laureò, trovò lavoro in una grande azienda, prese in affitto un appartamento tutto suo.

Con la madre si vedeva di rado non ne sentiva il bisogno.

A volte la madre la chiamava, si lamentava della vita, ma Caterina era ormai indifferente.

Caterina, Giovanni non porta più un centesimo a casa, piangeva al telefono. Paolo questanno è andato a scuola con i vestiti rotti, non ha nemmeno uno zaino decente.

Elisabetta si è sposata, ma vivono con noi, il genero non lavora nemmeno

Mamma, questa è la tua scelta, rispondeva Caterina con calma. Io penso ai nonni. Ho la mia vita.

Ma siamo pur sempre una famiglia!

Non lo siamo più dalla sera in cui mi hai chiuso la porta in faccia.

Tutte le telefonate finivano sempre così.

***
Lucia non fece gli auguri alla figlia per il suo ventisettesimo compleanno la chiamò solo un mese dopo la data importante, insistendo per incontrarsi.

Caterina esitò a lungo, ma alla fine accettò per capire cosa volesse.

Si videro in una piccola caffetteria, territorio neutro. La madre portava con sé il figlio più piccolo, Paolo.

Ho poco tempo, avvertì Caterina. Dimmi cosa vuoi.

Giovanni… la madre scoppiò a piangere. È impazzito del tutto. Si è messo in mezzo ai debiti. Ha ipotecato la casa, capisci?

La settimana scorsa ci hanno sfrattati. Elisabetta è andata con il marito dai suoi, ma io e Paolo non sappiamo dove andare.

Caterina tacque. Andavano a chiedere a lei?

Caterina, tesoro, la mamma le allungò la mano tremante. Aiutaci, ti prego! Dacci dei soldi almeno per cominciare! Oppure ospitaci da te.

Hai un appartamento grande, non daremo fastidio. Paolo ti aiuta anche in casa, sa fare tutto! Glielho insegnato io

Mamma, e tuo marito dovè? chiese Caterina. Il padre di Paolo?

Giovanni… la madre fece una smorfia amara. Appena sono arrivati gli ufficiali giudiziari, ha raccolto le sue cose e si è dileguato senza lasciare traccia.

Ha detto che non gli serviamo più. Ci ha mollati, Caterina. Come una scarpa vecchia

Il destino fa il suo corso, sussurrò Caterina. Mi ha fatto la stessa cosa dieci anni fa. E tu gli hai dato ragione.

Caterina, non potevo sapere come sarebbe finita! Avevo paura di lui! Dovevo pensare a Paolo, ero sua madre

Ma a me madre non lo sei mai stata…

Come puoi parlare così?! Non hai cuore?! strillò la madre, attirando lattenzione degli avventori. Siamo in mezzo a una strada! Tuo fratello non mangia da ieri!

Caterina si alzò, tirò fuori alcune banconote da cinquanta euro e le mise sul tavolo.

Questi sono per mangiare e per un ostello per qualche notte. Non posso fare altro per voi.

Caterina! la madre le afferrò il polso. Non puoi abbandonarci!

Perché no? Caterina si liberò con calma. Quando avevo tredici anni tu hai scelto quei pantaloni Non avevi bisogno di me.

E adesso io non ho bisogno di te. Ho imparato a vivere senza

Si voltò e uscì.

Caterina! Cateeerina, torna qui! gridava la madre dietro di lei. Ingrata! Ti abbiamo cresciuta! Ti ho dato la vita!

Caterina non si voltò nemmeno.

***

Una settimana dopo chiamò il nonno.

Caterina, tua madre si è fatta viva, borbottò. Ha provato a sistemarsi qui, ma nemmeno lho fatta entrare in casa.

Le ho detto di cercarsi Giovanni, di sistemarsi sul suo divano!

E lei?

Ha solo urlato e minacciato di portarci in tribunale per i soldi. Tragicomica, davvero

Il bambino sbirciava da dietro la sua schiena… Mi fa pena, quello sì, ma far rientrare quella vipera no. Ci ha riempito di accuse anche quando tu venisti da noi.

Lo so, nonno. Non preoccuparti. Non ci penserà più.

E così fu. Giovanni, si scoprì poi, viveva da qualche parte in un paesino sperduto, tirando avanti con lavoretti e in una casa cadente senza riscaldamento.

Lucia trovò lavoro come donna delle pulizie e viveva in una stanza della casa popolare assegnata dal Comune.

Elisabetta e Matteo, mai imparati a lavorare, affondarono sempre più nelle liti continue e nei debiti.

Caterina non si pentì di nulla. Continuò a sentire solo il fratellino Paolo lui non aveva colpa.

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Quando in famiglia contano più i pantaloni che i figli: la storia di Varvara, respinta dalla madre per il compagno e costretta a ricominciare da zero
Io sono con te