Giovanni Petrocchi si risvegliò quando qualcosa di caldo e bagnato gli sfiorò la guancia

Giacomo Bellini si svegliò di colpo, sentendo qualcosa di caldo e umido sfiorargli la guancia. Aprì piano gli occhi e vide il muso di un cane, con degli occhi buoni e un naso bagnato che lo annusava piano, quasi a voler controllare che fosse ancora vivo.

Da dove sei spuntata tu? mormorò Giacomo, sentendo un tepore inaspettato diffondersi nel corpo grazie alla presenza di quellessere vivente vicino a lui.

Di questa storia si sarebbe parlato a lungo per le vie di Borgo San Luca, un piccolo paese tra le colline umbre, dove i cani randagi non attiravano mai attenzione particolare: ognuno faceva la sua vita, senza troppe cerimonie. Se gli andava bene, ricevevano un pezzo di pane raffermo o qualche avanzo gettato fuori dalla porta. I cani di paese erano visti più come una presenza di sfondo, nessuno si sognava di viziarli.

Giacomo Bellini era un uomo daltri tempi e di campagna. Nella sua testa gli animali dovevano avere unutilità: la mucca dà il latte, le galline le uova, e i cani… Mah, i cani secondo lui servivano solo a consumare il pane e a occupare spazio.

Eppure, il destino aveva in serbo qualcosa che avrebbe completamente rivoluzionato il suo modo di vedere questi animali a quattro zampe.

Quellautunno, ormai settantenne, Giacomo si era svegliato con una strana voglia. Da quando aveva avuto lictus tre anni prima, usciva poco di casa: le gambe non lo sorreggevano più come una volta e le forze scarseggiavano. Eppure, quella mattina, sentì un irresistibile bisogno di andare nel bosco, in quei luoghi di funghi che conosceva da quando era ragazzino.

“Forse è lultima volta che ci vado,” pensò, tirando giù dalla soffitta il vecchio cesto di vimini.

Sulla soglia incontrò la vicina, Teresa, che rimase senza parole:

Giacomo, dove si va di bello con quel paniere?

Vado per funghi, Teresa. Che devo stare sempre chiuso in casa?

La strada verso il bosco la conosceva a memoria, buca per buca. Per quanto i passi fossero incerti, si sentiva insolitamente vivo: da anni non provava una tale leggerezza! Il bosco lo accolse con la quiete e il profumo della terra umida, e i funghi sembravano spuntare apposta per riempirgli il cesto.

Pian piano il cestino diventava pesante. Giacomo, preso dallentusiasmo, passava da una radura allaltra, dimentico di età e acciacchi. Ma, quando si chinò su un bel porcino, sentì girargli la testa e le gambe gli vennero meno.

Provò ad aggrapparsi a un ramo ma non fece in tempo. Si lasciò scivolare sullerba bagnata dalla rugiada, poggiandosi con la schiena a un tronco di faggio.

“Mi fermo un attimo,” cercò di convincersi, ma le gambe gli parevano di piombo e le mani tremavano per la debolezza.

Il tempo sembrava fermo. Cercava di rialzarsi ma niente, il corpo non rispondeva. Il sole intanto scendeva dietro le colline e nellaria calava il freddo.

“Finirò davvero qui?” Un pensiero spaventoso gli balenò in testa. Chiuse gli occhi, tentando di scacciare le paure.

Nel cuore della notte fu risvegliato da un calore accanto a sé. Cera una bestiolina che gli stava vicino e lo riscaldava con il corpo. Nelloscurità non vedeva bene e si preoccupò: non sarà per caso un lupo? Ma lanimale si limitava a respirare piano, senza alcuna cattiveria.

Allalba, la cagnolina perché era una cagna si alzò, annusò di nuovo Giacomo e si mise improvvisamente a correre diretta verso il paese.

Nel frattempo, in piazza davanti la Pro Loco, gli uomini si erano già radunati per discutere dei soliti problemi del borgo. Allimprovviso una cagnolina pezzata, tutta trafelata, corse verso di loro, abbaiando insistentemente e girando in tondo.

Ma che schiamazzo è ora? sbuffò il caposquadra Dino.

È solo una randagia, lasciala perdere, liquidò Alfredo, il muratore.

Ma Attilio, il meccanico, la guardò meglio. Cera qualcosa di diverso: la cagnolina non abbaiava a caso, sembrava voler comunicare, guardando ora gli uomini, ora verso il bosco.

Guardate che forse cerca di dirci qualcosa, fece notare Attilio.

Eh dai, Attilio, adesso i cani parlano? risposero tutti ridendo.

Eppure Attilio era sempre stato uno di quelli col naso fino. Lanimale pareva proprio voler attirare lattenzione, avanzando qualche passo verso il bosco e poi voltandosi, aspettando qualcuno.

Ma se davvero cè qualcosa? Boh, io ci provo, concluse ad alta voce. Seguo la bestiolina, va.

La cagna scodinzolò felice, poi prese subito la via dei campi, ogni tanto voltandosi a controllare che Attilio la stesse seguendo.

Camminarono una mezzora buona, tra viali ombrosi e sterpaglie, e Attilio pensava che forse stava facendo una stupidaggine. Ma allimprovviso la cagnolina si fermò accanto a un grande faggio e cominciò a guaire piano.

“Giacomo! Sei vivo?” gridò Attilio, riconoscendo la figura piegata dellanziano. Giacomo aprì gli occhi e sussurrò con un debole sorriso:

Ormai credevo non mi avrebbe trovato più nessuno…

Portare Giacomo in paese non fu difficile. Attilio chiamò con la radio i compaesani, che arrivarono con una barella, e in pochi minuti il medico condotto stava già visitando il vecchio.

La cagnolina non li perse di vista un attimo, correndo a fianco a loro per tutta la strada. Quando caricarono Giacomo sullauto, mise il muso dentro, come per assicurarsi che stesse davvero bene.

Ecco la tua eroina, ridacchiò Attilio, indicando la cagnetta. Se non ci fosse stata lei, chissà come andava a finire.

Da quel momento la vita di Giacomo Bellini cambiò. La cagnetta pezzata, che chiamò Lieta, divenne la regina della sua casa. Le serate ora le trascorrevano insieme lui sulla poltrona con un libro, lei accovacciata sul suo tappetino ai piedi.

Quando i vicini gli chiedevano cosa gli fosse preso, Giacomo sorrideva solo scuotendo il capo:

Questa cagnetta mi ha salvato la vita. E certe cose non si dimenticano.

E davvero, come si può scordare un piccolo angelo a quattro zampe, che ti è rimasto accanto proprio quando avevi più bisogno?

Rate article
Add a comment

;-) :| :x :twisted: :smile: :shock: :sad: :roll: :razz: :oops: :o :mrgreen: :lol: :idea: :grin: :evil: :cry: :cool: :arrow: :???: :?: :!:

1 × 5 =

Giovanni Petrocchi si risvegliò quando qualcosa di caldo e bagnato gli sfiorò la guancia
Una pausa per la mamma Alina, stanca, cammina verso la scuola: è la terza volta in questo trimestre che la chiamano dal preside. Ha dovuto chiedere alla collega di sostituirla al magazzino la sera; si aiutano spesso a vicenda, perché per entrambe l’imballaggio dei prodotti per l’e-commerce è solo un lavoretto extra. La paga è poca, ma almeno è puntuale ogni settimana, e il lavoro non è difficile. Non difficile, sì, ma quando è il terzo impiego, ogni movimento in più sfinisce. Alina cammina e, in fondo, è quasi contenta di essere stata chiamata a scuola. Un motivo di gioia discutibile, ma per una donna è comunque un’occasione per riposare. Quanto è stanca di correre dietro ai soldi e di lottare per la sopravvivenza. Tra tre mesi dovrà pagare l’ultima rata del prestito, e sarà un pensiero in meno. Questo le dà forza. Alina si è promessa che, dopo l’ultimo pagamento, lei e Leandro andranno in pizzeria a festeggiare. Se lo sono meritato: per un anno intero si sono privati di tutto per estinguere il debito contratto dal marito. Leandro la aspetta all’ingresso, si prendono per mano come una squadra e vanno ad ascoltare le lamentele del preside. Alina sa già cosa le dirà, sia sul rendimento che sul comportamento. – Suo figlio, – la preside guarda la mamma con significato, – ha chiamato un compagno “pecora sciocca”! E proprio mentre era alla lavagna a rispondere. Da dove impara certe espressioni? Come parlate a casa? – Non a casa, le ha imparate a scuola, – risponde stanca la mamma. – In generale, il comportamento di Leandro è pessimo: risponde male ai professori, provoca i compagni, canta in classe, fa rumore con le caramelle, entra ed esce dal bagno. – Gli parlerò, – Alina stringe la mano del figlio sotto il tavolo. – Signora Alina, è la terza volta in questo trimestre che siete qui! E poi? Alle medie nessuno lo coccolerà. – Capisco. – Cosa capisce? È facile per lei: lascia suo figlio al doposcuola fino alle 19, lo porta solo quando la scuola apre. L’educazione di suo figlio la fa la scuola! – Signora Preside, viviamo solo noi due, non abbiamo nessuno. Lavoro in tre posti perché ho il mutuo e il prestito che aveva fatto mio marito. È andata così: lui non c’è più, ma il debito sì. Ho un solo giorno libero, e non sempre tutto: se mi offrono un lavoretto, accetto. Faccio il possibile per mantenerci. Leandro capisce tutto e non mi chiede mai nulla di superfluo. Cerco di parlare con lui il più possibile, ma non sempre ho le forze. So che è mia responsabilità, ma non posso mandarlo a scuola affamato e con i pantaloni corti, quindi devo lavorare tanto. – Questo Alina non avrebbe dovuto dirlo, ma le è sfuggito. La preside tace. Sembra notare la stanchezza della donna seduta davanti a lei, i capelli raccolti in uno chignon semplice, le spalle abbassate. Le fa pena e, con tono più gentile, aggiunge: – Ma Leandro studia bene, non ha problemi con le materie. Alle olimpiadi di quartiere è arrivato terzo, partecipa ai concorsi creativi. È un bravo ragazzo, solo il comportamento lascia a desiderare. Capisca, non posso ignorare le lamentele. L’insegnante non riesce a gestirlo, gli altri genitori si lamentano. Ora gli insegnanti hanno meno autorità, ma ogni bambino vuole dire la sua. Ecco perché la chiamo: dopo questi colloqui Leandro si comporta meglio. – Capisco. – Va bene, non la trattengo oltre. Parli ancora con lui a casa, chiarite tutto. Sono sicura che capirà, è intelligente, solo il comportamento zoppica. – Va bene, parlerò con lui. – E tu non deludere la mamma! – La preside lancia uno sguardo severo al ragazzo, la voce si fa più dura – Comportati bene, tua madre ha già abbastanza pensieri! Il ragazzo annuisce, Alina si alza dal tavolo, capendo che la conversazione è finita. – Fate entrare i prossimi, per favore. Arrivederci. – Arrivederci. Mamma e figlio escono dalla scuola. Alina respira con piacere l’aria fresca d’autunno: ultimi giorni di ottobre, presto farà freddo, ma per ora di giorno è ancora mite. Ora torneranno a casa e parleranno. Non ha molta voglia di fare la predica – anche quello richiede energie, ma come madre, forse deve farlo. – Leandro, dimmi cosa è successo? L’anno scorso non sono mai stata convocata, quest’anno vengo a scuola come se fosse il mio lavoro. – Niente, mamma, – il figlio calcia i sassolini. – Forse la prof si accanisce? I ragazzi ti prendono di mira? – No, va tutto bene. I compagni sono ok e la professoressa Elena è brava, quando non la facciamo arrabbiare. – Allora cosa c’è? Non capisco, spiegami, per favore, – si ferma e lo guarda negli occhi. – A settembre abbiamo fatto lezione di classe, e la prof Elena diceva che ai bambini bisogna dare riposo. Quando ti chiamano dal preside tu chiedi permesso al lavoro, e la sera non vai, ti sdrai e ti riposi, e il giorno dopo sei di buon umore. – Quindi lo fai per farmi riposare?? – esclama stupita la donna. – Sì. Mamma, ho messo da parte dei soldi e ho comprato il sale marino e la schiuma per il bagno, l’ho visto in una pubblicità. Ieri in mensa ci hanno dato le brioche con marmellata, oggi le focaccine. Non le ho mangiate, sono nello zaino. Dai, torniamo a casa, beviamo un tè buono e poi ti rilassi nella vasca. – Figlio mio, – sussurra Alina tra le lacrime – Sei diventato grande e premuroso! Sei già un vero uomo! Beviamo il tè, poi mi rilasso nella vasca. È una bellissima idea. Grazie di cuore. Alina ovviamente gli spiegherà che fare il monello a scuola non è la scelta migliore, e che presto finirà di pagare un debito e resterà solo il mutuo. Prometterà al figlio che poi sceglieranno un giorno in cui si riposeranno e non faranno nulla, nemmeno i compiti. Per ora tiene per mano il suo piccolo grande Uomo e va a bere il tè con le brioche…