Un parente notturno e il prezzo della tranquillità
Basta, non di nuovo… sussurrai, guardando il lavello pieno dacqua saponata.
Le lancette dellorologio da cucina indicavano, implacabili, l1:15. Il palazzo taceva; di là, nella cameretta, la piccola Giulia dormiva serena. In camera da letto, probabilmente, Carlo già sognava. La lampada, sotto il vetro opaco, disegnava sul tavolo un cerchio giallastro in cui, solitaria, riposava una tazza di tisana alla camomilla raffreddata.
Il campanello di casa ruppe il silenzio come una lama, insistente, con pause brevi che lasciavano il tempo solo al pensiero disperato: Ti prego, magari unaltra volta.
Dalla camera da letto arrivò, sonnolenta ma già conscia, la voce bassa di Carlo:
Ancora lui?
Mi asciugai le mani sul grembiule, soffocai uno sbadiglio il gesto che avrei tanto voluto significasse sto dormendo, lasciatemi stare e mi avvicinai allingresso. Mi sentivo piena di emozioni contrastanti: irritazione, un po di vergogna per quellirritazione. E poi una stanchezza greve come una coperta bagnata.
Dallo spioncino, la solita figura: spalle larghe, un vecchio giubbotto di pelle, berretto calato indietro, una mano sul muro, nellaltra una voluminosa scatola di cartone. Era il suocero, Pietro Donati, che se ne stava, come sempre, leggermente storto davanti alla porta. Ai suoi piedi, una busta del supermercato con un logo verde: sapevo già che cerano i suoi biscotti. Sempre gli stessi.
Aprii la porta.
Mariella! Pietro sorrise di gioia, come se fosse mezzogiorno. Non dormite ancora? Bene! Ci metto solo dieci minuti.
Buonasera, Pietro tentai un sorriso. Però… è notte, lo sa?
Ma figurati, la notte è ancora giovane! fece un gesto. E anche io, finché ho gambe! Mi fate entrare? Ho… un tesoro.
Sollevò la scatola. Sul coperchio, una vecchia etichetta: Pellicola 8 mm. In un angolo una calligrafia sbiadita: 1978. Capodanno. Casa. Sapeva di polvere, vecchi armadi, e di qualcosa che per me esisteva solo nelle fotografie.
L’ho trovata, puoi crederci? Pietro già si infilava nellingresso, senza aspettare il permesso. Era sul soppalco del vicino. Gli ho detto: Quella è mia!. Non mi dava retta, poi ha riconosciuto la scrittura. Ha detto: È quella di Livia.
Il nome della moglie, scomparsa dieci anni prima, risuonò tra i muri come un fantasma.
Dalla camera da letto apparve Carlo, accecato dalla luce, t-shirt stinta e pantaloni del pigiama.
Papà… tossicchiò. È luna di notte.
Ma è il momento migliore per ricordare disse vivace Pietro. E tu ti lamenti, figliolo? Alla tua età a questora le feste iniziavano appena!
Ogni parola mi martellava la testa, ma mi sorpresi a pensare: È solo. Lì, da lui, fa buio. Gli farà paura, forse.
Andiamo in cucina, sospirai, ingoiando un sospiro pesante. Però piano, Giulia dorme.
Certo, morbido come un topolino assicurò Pietro, togliendosi il giubbotto con fruscii.
Un topolino che suona come un allarme, pensai.
***
In cucina Pietro si sedeva sempre sulla sedia vicino al termosifone. La schiena non ama gli spifferi, diceva. Gli misi davanti la tazza, preparai il tè in automatico, ancora in modalità servizio notturno.
Carlo, ancora mezzo addormentato, sedeva di fronte e guardava la scatola.
Cosè? chiese.
Il nostro cinema! dichiarò Pietro trionfante. Un film vecchio, ma vivo. Cè tua madre, tu da piccolo. Lalbero addobbato, le insalate e il naso di zia Caterina che era proprio… rise, scosso dal ricordo. Insomma, tutta una storia.
Mi accomodai accanto, la testa nella mano. Le lancette segnavano 1:27, 1:28… Pietro sembrava appena scaldarsi.
Ricordo quando aprimmo la porta, quella notte raccontava con entusiasmo. Era passato mezzanotte, arrivarono Sandro e la moglie. Fuori il ghiaccio, la neve, e noi: Entrate! Qui la porta è sempre aperta!. Livia disse una frase… cercava di ricordare. La porta, di notte, si tiene aperta a chi ne ha davvero bisogno.
Annuii. Le parole mi rimasero appiccicate come la lana sugli abiti.
Papà, Carlo si stropicciò gli occhi. Ma il film, lo vedremo mai? Lhai portato apposta, no?
Eh sì! si animò Pietro. Però il proiettore non lho più. Pensavo che magari voi…
Eh, sì, sbuffai. In un bilocale al quarto piano il proiettore 8 mm ce labbiamo in garage, tra il pianoforte e la stampante del 68.
Pietro non colse lironia.
Vediamo, disse ottimista. Si potrà portare in qualche negozio e digitalizzare. Tu, Carlo, che sei informatico!
E iniziò a raccontare. La prima macchina fotografica, i filmini in campagna, la mamma che rideva nella neve. Le parole scorrevano come il caffè dalla moka, inarrestabili. In voce, nessuna traccia di notte. Per lui, viveva secondo i ricordi, non secondo le ore.
Ascoltavo a metà, percependo più che capendo, con un pensiero fisso: “Domattina alle sette sveglia, Giulia allasilo, il rapporto da chiudere… mi si chiudono gli occhi…”
***
Un fruscio mi riscosse.
Allingresso apparve una figurina minuta in pigiama con stelline rosa. Giulia si strofinava gli occhi, i capelli tutti arruffati.
Mamma… biascicò, inciampando sulla soglia.
Tesoro, che cè? la sollevai prima che cadesse.
Ho… sete, balbettò. E… ho sognato di nuovo il nonno.
Pietro brillò quando sentì nonno:
Ecco vedi! I bambini sentono la connessione.
Giulia lo guardò, incerta tra il sonno e la veglia.
Tu vieni ogni notte dichiarò bussi, bussi… e io non chiudo la porta perché la maniglia brucia.
Senti un gelo nello stomaco. Carlo si rabbuiò.
Ma che sogni sono? mormorò.
Non sono incubi, replicò Pietro deciso. È lanima di una nipotina che chiama il nonno.
O forse la pace, pensai. Ma dissi solo:
Forza, ninna, il nonno verrà ancora… dopo.
Di notte? domandò seria.
Incrociai lo sguardo di Pietro. Lui sembrava davvero chiedersi il perché.
Anche di giorno, Giulia, risposi dolce. Anzi meglio.
La piccola singhiozzò, rannicchiandosi su di me.
Tornai in cameretta, sistemando la bambina a letto, ascoltando la voce di Pietro che ricominciava piano, troppo carico per quellora. Pensai: È così ogni volta. I suoi dieci minuti diventano sempre unora, con biscotti, tè, palpebre pesanti e soprattutto crepe nel nostro ritmo.
Sul corridoio i minuti scorrevano, ormai le due. Respirai a fondo. La mia pazienza, come la sveglia, contava gli ultimi tocchi…
***
E di nuovo… a quellora! mi lamentavo al telefono con la mia amica Cecilia una settimana prima. Neanche un po di pudore. Sembra che a casa nostra sia aperta una caffetteria notturna, Da Carlo.
Cecilia ridacchiava da dietro il telefono.
Ma dai, Mariella, disse seria per finta. Ti faccio le condoglianze. Siete invasi dal fantasma notturno della vecchia generazione.
Spiritosissima, sospirai. Io non riesco più a dormire tranquilla, ho sempre paura che squilli. E squilla! Sempre solo dieci minuti…
Prendila come una missione impossibile, scherzò Cecilia. Livello hard: svegliati, accendi il bollitore, reggi il monologo. Premio: una confezione di biscotti!
Mi scappò un sorriso.
Sempre gli stessi biscotti davena, nella confezione verde. Non li sopporto più.
È diventato un simbolo sospirò Cecilia. Mettili una sveglia per le visite.
Eh? Come?
Telefona tu a lui alluna di notte.
Sei crudele, risi.
Scherzo, certo. Però i limiti vanno dati. Sennò lui veramente pensa che per voi va bene.
È mio suocero, Cecilia… Vive da solo, la moglie è mancata, Carlo è figlio unico. Come fargli male dicendo: Pietro, non venga la notte? Ha problemi di cuore, di pressione, tanti ricordi…
Ce li hai anche tu, cuore e pressione! E una bambina, e un lavoro. I confini non sono una cattiveria. Sono cura di sé. E aiutano magari anche lui.
Rimasi in silenzio. La parola limiti mi pizzicava. Mi avevano insegnato che la brava nuora era quella che sopporta.
***
La prima visita notturna di Pietro fu sei mesi dopo la morte di Livia.
Allora pensai fosse lunica volta. Un dolore da spartire nella notte, quando il giorno è troppo pieno.
Eravamo a letto. Solo nellombra il quadrato duna luce dalla strada. E appena il sonno si avvolgeva alle ciglia, ecco tremare la porta dingresso.
A questora chi può essere? sobbalzai.
Il campanello pressante, quasi disperato. Carlo si alzò a infilarsi i pantaloni.
Magari cè qualche emergenza…
Trovammo Pietro sulla soglia, scompigliato, senza giacca, maglione vecchio e niente berretto. Gli occhi lucidi.
Scusate… disse, entrando prima che lo invitassimo. Non ce la facevo… Stare a casa… da solo…
Profumava di tabacco e freddo. Teneva la solita busta di biscotti.
Papà, qualcosa non va? La pressione?
No, no… ma lo sguardo non diceva così. Volevo solo vedervi.
Il groppo si sciolse in gola. Pensai ai funerali di Livia, a Pietro che stringeva il cappello, il volto smarrito come uno senza più una bussola.
Lo sedemmo in cucina, preparammo il tè. Quella notte non raccontò battute. Restò in silenzio, con qualche frase rotta:
A lei piaceva… bere il tè di notte…
Mani tremanti sbriciolavano i biscotti.
Quando li ho visti in negozio… Qui ci siamo conosciuti, davanti a quello scaffale. Entrambi presi la stessa scatola. Lei mi lasciò il pacchetto per la linea. E pensai che dovevo sposarla.
Allora non cera irritazione. Solo compassione.
Vieni quando vuoi, gli dissi, accompagnandolo, allalba, alla porta. Noi ci siamo.
Le parole furono prese alla lettera. Pietro di notte tornava quando doveva. Ma il suo doveva iniziava dopo mezzanotte.
Una, due, tre volte. Poi persi il conto di quante notti avevano ormai avuto visite.
***
Quando provai a parlarne con Carlo, lui stringeva le spalle.
Dai, lo sai che da sempre è un nottambulo diceva. Di notte studiava, lavorava. Da piccolo lo trovavo in cucina, a leggere alle tre.
Sì, ma prima era casa sua. Ora è la nostra.
Per lui la nostra casa è… una continuazione giustificava Carlo. Vorrai mica che stia solo laggiù? Di notte, poi…
Anche io ho paura, confessai. Non dormo. Perdo la pazienza. Giulia si sveglia. Io salto a ogni campanello come fosse un incendio.
Carlo taceva con imbarazzo. Tra loro due cera qualcosa non detto: insieme irritazione e giustificazione. È pur sempre tuo padre rimaneva sospeso tra me e un vero confronto.
Una notte decisi di non andare in cucina.
Restai nel letto, facendo finta di dormire. Carlo andò ad aprire. Si sentirono il cigolio della porta, passi, bisbigli.
Dopo mezzora sentii uno strano mormorio. La curiosità superò la stanchezza. Sbadigliando, spiando dal corridoio, lo vidi in cucina da solo (Carlo probabilmente era tornato a letto). Davanti a lui, una pila di vecchie fotografie. La luce della lampada faceva del tavolo una piccola isola nella penombra.
Livia, come stavi bene… bisbigliava. In questo vestito temevi che smettessi di amarti. E invece non dissi niente, da scemo. Avrei dovuto dirtelo…
Girava le foto.
Carlo qui, ancora piccolo. Di fronte a quella TV vedevamo i film insieme… Ricordi quando Sandro arrivò alluna e non cacciammo fino alle tre? Dicevi sempre: Lasciate pure aperto, finché possiamo. Chiudere la casa solo quando non ci saremo più.
Parlava da solo, e in quei sussurri cerano memoria e una specie di supplica: Per favore, lasciate ancora la porta aperta di notte.
Io stavo lì inchiodata. Pietro non era un mostro. Era solo un vecchio ragazzo perduto nella notte.
Questo non cancellava la mia irritazione. Ma ci aggiungeva unombra di tenerezza, che rendeva tutto più complicato.
***
Una volta provai a prenderla sul ridere.
Era la prima estate, una notte calda, finestra aperta. Il solito campanello. Stavolta, invece che il solito grembiule, infilai sopra il pigiama la mia vestaglia di seta a fiori, la mascherina per dormire sistemata a mo di fascia.
Sembri una diva, commentò Carlo.
Certo! ridacchiai. Questa notte proiezione speciale: Da Pietro Donati.
Aprii la porta con aria teatrale.
Buonanotte! Benvenuto alla nostra rassegna esclusiva notturna: tè, biscotti e sonno cronico.
Pietro scoppiò a ridere.
I giovani oggi! Che spirito! Vi facevo già pensionati, invece…
In cucina tirai fuori a scena una confezione nuova di caffè e toccai il timer che di solito usiamo per il forno.
Ecco, vogliamo lanciare una nuova tradizione: Mezzanotte allitaliana, tè, biscotti, e magari una mandolina! Peccato che la sveglia alle sei resti!
Ma dai, Pietro sbracciò. Avremo cose da ricordare! Da ragazzi si prendevano i treni notturni, in carrozza, tutti amici. Di notte si chiacchiera meglio.
Poi disse:
Nella vita alcune porte vanno lasciate aperte. Magari a qualcuno serve davvero.
Quella frase mi si appiccicò, dolce e pericolosa insieme.
Peccato che a volte si dimentichi che dentro ci siano ancora persone, pensai. Ma fuori mi limitai a sorridere:
E anche le finestre meglio chiuderle, sennò ci ammaliamo.
Come sempre, Pietro non colse il doppio senso. Raccontava e raccontava, non notando come nei miei occhi cresceva lesaurimento, ma anche una rabbia silenziosa.
***
Una notte decisi di non aprire proprio.
Giulia era raffreddata e aveva la febbre. Appena lavevo rimessa a letto, mi misi sul bordo del letto anchio. E quasi in orario, il campanello.
Non ora sussurrai.
Carlo era al lavoro, in casa ceravamo solo io e la piccola. Rimasi immobile. Unaltra chiamata. Unaltra ancora. Poi nulla.
Stetti ferma, contando fino a cento, poi duecento. Il cuore batteva forte. Ecco, una volta non hai aperto. E il mondo non crolla, pensai.
La mattina dopo, uscendo per buttare la spazzatura, trovai davanti alla porta la solita busta verde, i biscotti, un po umidi per laria della notte. Un bigliettino piccolo, quasi da bambino: Stavate dormendo. Non ho suonato ancora. P.
Basta. Nessuna accusa. Solo quel pacchetto.
Sentii una fitta insieme di vergogna e ira: Perché devo sentirmi in colpa solo perché voglio dormire?
***
Dopo lennesima visita notturna la casa sembrava una coperta zuppa: pesante e fredda.
Giulia aumentava la tosse, saltando in cucina ogni volta sentendo voci. Alla mattina, occhi di panda. Al lavoro a stento, sommersa di caffè.
Quella sera, col minestrone sul fuoco, guardai Carlo e sentii qualcosa rompersi dentro.
Io così non ce la faccio più, dissi, a capo basso.
In che senso? lui metteva su il tè.
Nel senso che non posso vivere coi suoi ritmi. Non siamo un bar notturno. Abbiamo una figlia, un lavoro. Non mi sento più padrona a casa mia.
Carlo stava per accennare il solito però…, ma bloccai la mano:
Basta. Sono stufa di è tuo padre, è solo, sta male. E io? Sono moglie, madre, persona. Ho nervi e bisogno anchio di regole. Possibile che interessi a nessuno come sto?
Carlo rimase zitto.
Almeno parliamo insieme, stasera, quando viene. Togliamo la maschera: niente battute, niente dieci minuti. Dico che ho bisogno della notte. Di dormire davvero.
Vuoi… vietargli di venire? esitò Carlo.
Voglio che venga di giorno. O almeno non dopo le nove. Non lo caccio via, caccio via le sue notti.
Carlo sospirò.
Si offenderà…
Sono già offesa io, mormorai, con entrambi. È un anno che faccio finta che nulla sia. E ogni ok è stata una piccola resa allabitudine altrui.
Parole chiare, inattese. Abbassò gli occhi.
Ok disse alla fine. Oggi… proviamo. Io sono con te.
***
Quando vidi quella sera Pietro entrare con la scatola delle pellicole, tutto mi tornò chiaro.
Feste di famiglia, 1979, cera scritto. Pietro lasciò il cappotto sulla sedia, appoggiò la scatola sul tavolo come un tesoro.
Guardate qua, ripeteva ho trovato tutta una vita!
Possiamo parlare prima? azzardai, mentre Carlo preparava il tè.
Di che? Pensavo di venire a festeggiare!
Cercai lo sguardo di Carlo. Lui annuì, vai.
Misi la tazza a Pietro, mi sedetti di fronte, il cuore in gola.
Signor Pietro, siamo contenti che abbia ritrovato le pellicole. E che venga da noi. Ma dobbiamo parlarci.
Di notte? Così urgente?
Proprio di notte risposi piana. Delle sue e delle nostre notti.
Pietro smise di sorridere.
Sono qui.
Lei viene spesso tardi, cercai un tono gentile. Sempre dopo luna. Per lei la notte è tempo di ricordi. Per noi di sonno. Carlo lavora domani, io anche. Giulia ha lasilo. Siamo sfiancati a svegliarci così.
Il volto di Pietro divenne più duro.
Vi do fastidio? la voce bassa.
Carlo intervenne:
Papà, non dagli fastidio. Ti vogliamo bene, sei sempre il benvenuto. Ma… la notte è dura. Per Mariella, per Giulia.
Annuii.
Ormai temo ogni campanello dopo le dieci, confessai. Il cuore mi salta. Non mi rilasso mai. E Giulia… unocchiata in cameretta … sogna sempre qualcuno che bussa. La maniglia ardente.
Pietro fissò le mani, tremolanti.
Pensavo… era come prima. Di notte, io e Livia bevevamo il tè con la porta sempre aperta. Si diceva Chi bussa di notte, ha davvero bisogno.
E noi, invece, di notte dobbiamo dormire dissi piano, ma decisa. Non è mancanza daffetto. È amore per noi stessi, per nostra figlia.
Silenzio.
Quindi… non volete più che venga?
Anzi, riprese subito Carlo. Siamo contenti. Ma non alluna. Venga di giorno, la sera, ci chiami prima. Faremo il tè, i biscotti che preferisce.
Papà, aggiunse Carlo voglio chiacchierare con te davvero, non come adesso che sto per svenire.
Pietro sorrise, triste.
Che sciocco… Pensavo che dieci minuti non pesassero.
Ci sono venuti un anno di dieci minuti, sussurrai.
Annui, arreso.
Va bene, basta nottate col proiettore. Sabato, di giorno, insieme. Come un Capodanno.
Se di notte, azzardò, mi sentissi solo…
Se sta male, telefoni. Ma non tutti i giorni. Se serve, ci siamo. Ma per il tè… alla luce.
Papà, concluse Carlo così posso ricordare anchio quel che dici. Ora invece…
Pietro sorrise, con una luce diversa negli occhi. Forse rispetto, per la mia sincerità.
***
Il sabato che promisi arrivò.
In salotto, un proiettore antico che Carlo aveva chiesto in prestito a un amico. Sembrava un cinema improvvisato: tende tirate, sul muro un lenzuolo bianco.
Pietro, come un bambino, vicino al proiettore, la scatola da tesoro fra le mani. Giulia sulle mie ginocchia, abbracciata al coniglio di stoffa. Carlo sistemava i fili, Pietro nervoso.
Poi la magia: il proiettore si accese, la luce tagliò la penombra, e sul muro ballarono ombre sbiadite.
Livia, giovane, in un vestito a fiori: rideva come il sole. Accanto, un Pietro coi capelli folti. Tra loro un Carlo paffuto e fiducioso.
Le immagini: tavola di Capodanno, mandarini, luci, risate. Sullo schermo, una scritta a pennarello: Qui la porta è sempre aperta. Anche di notte. Per chi vuole bene.
Mi arrivò dritto al cuore.
Pietro singhiozzò piano.
Lha scritto lei… mormorò. Voleva che tutti sapessero.
Nel video, Livia apre la porta, sorride e invita: Entrate!. Luce, schiamazzi, un orologio: l1:05, la didascalia: Casa sempre aperta.
Pietro pianse piano, commosso.
Giulia si addormentò sulla mia spalla.
Il proiettore frusciava: Livia che asciuga i piatti, Pietro che la bacia sulla guancia, il piccolo Carlo che gira intorno allalbero.
Guardavo e capivo. Le visite notturne di Pietro non erano abitudine: erano una richiesta disperata di quei tempi in cui la porta era aperta al calore, non a consumare gli altri.
***
Quando la pellicola finì, la stanza tornò in penombra. Giulia dormiva sulla mia spalla.
Pietro si asciugò il viso con le mani.
Scusate, disse piano. Pensavo che così… facevo bene. Se venivo da voi, non ero solo.
Non è così, anche senza nottate, risposi piano. Dora in poi, porte aperte, ma di giorno.
Qualche giorno dopo andai a fare la spesa. Presi la solita scatola di biscotti, ma anche un thermos argento, disegno nero di montagne mantiene il calore otto ore. A casa, rimisi in scatola thermos, biscotti e una chiave su portachiavi.
Sul biglietto: Signor Pietro, qui è sempre il benvenuto. Soprattutto al mattino. Il thermos per tenere il caldo con sé. La chiave per entrare quando ci aspetta di giorno. Ma per favore, telefoni prima! Con affetto, Mariella, Carlo, Giulia.
Chiamai per la prima volta di giorno.
Signor Pietro, domani ci facciamo un tè. Mattutino. Venga quando preferisce. Ma prima di mezzogiorno.
Rise, sollevato.
Un invito ufficiale?
Tentiamo una nuova tradizione, risposi. Senza turni di notte.
Vennero alle dieci in punto. Aveva avvertito: Sto arrivando! Sulla porta, camicia linda, un mazzo di margherite.
Per te, Mariella, disse arrossendo. Per la pazienza.
Sotto il braccio, un orsetto morbido col berretto da notte.
Per Giulia, aggiunse Così il nonno nei sogni racconta favole, non bussa.
Sorrisi, finalmente sincera.
Avanti, dissi. Il tè è pronto.
Il sole faceva quadrati sul tavolo. Il tè fumava, i biscotti scricchiolavano. Giulia, sveglia e riposata, abbracciava il suo orsetto. Carlo raccontava a Pietro del nuovo lavoro, lui scambiava aneddoti e risate.
Era lo stesso Pietro, le stesse storie. Ma un altro tempo: il mattino, non la notte. Una visita cercata, non imposta.
La sera, mettendo a letto Giulia, sentii:
Mamma, stanotte il nonno non mi è venuto in sogno.
Ti è mancato?
No, pensierosa tanto è venuto stamattina. Era vero.
Sorrisi al buio.
Così va bene, sussurrai.
Quella notte, alle 1:15, la casa era silenziosa. Nessun campanello. E per la prima volta, mi svegliai la mattina perché avevo dormito, non per le abitudini di altri.
Capì che parlare dei propri limiti si poteva fare. Non con rabbia, né colpa, ma con parole. Il mondo non crollava. Il suocero non spariva. Solo, smetteva di bussare a mezzanotte.
E questa era già una piccola vittoria mia, e di tutti quelli che vivevano in quella casa.






