Senza tante parole
Riccardo si lasciò andare contro lo schienale della sedia, sentendosi finalmente rilassato dopo una cena abbondante. Spostò lo sguardo con calma su Alessia, che in quellistante portava alle labbra un calice di Vermentino. La luce morbida e dorata delle lampade del ristorante metteva in risalto i suoi lineamenti delicati e raffinati; un lieve rossore sulle guance le donava un aspetto naturale, e nei suoi occhi sembrava brillare una calda luce, un riflesso discreto delle lampade sospese sopra il loro tavolo.
Allora, sei contenta? domandò Riccardo, facendo sembrare la domanda casuale, come sgorgata senza impegno.
Alessia posò delicatamente il bicchiere. Un sorriso le sbocciò sulle labbra.
Certo. Riesci sempre a trovare il posto giusto dove portarmi. Qui dentro si sta da Dio, rispose, lanciando uno sguardo dapprovazione in sala.
Riccardo annuì in silenzio, condividendo il suo pensiero. Quel ristorante gli piaceva davvero nessuna ostentazione, niente lusso esagerato, solo unatmosfera curata e rilassante. Le luci soffuse non ferivano lo sguardo, la musica jazz appena accennata era un mormorio di fondo che lasciava spazio alle conversazioni, e i camerieri si muovevano con eleganza misurata, svolgendo il loro compito senza frenesia, ma con una dignità silenziosa.
Negli ultimi sei mesi aveva portato Alessia in quel locale almeno cinque volte. Ogni volta restava nel cuore non solo il ricordo delle pietanze, ma anche quellinconfondibile atmosfera che li avvolgeva, come una parentesi sottovoce solo loro. E ogni volta, al momento del conto, Riccardo pagava senza pensarci, senza badare alla cifra.
Ho pensato cominciò Alessia, giocherellando con il tovagliolo tra le dita sottili, che potremmo magari andare via per il weekend Tanto per cambiare aria. Mi sento un po annoiata qui.
Vedremo, rispose Riccardo neutro, facendo attenzione a non tradire le sue esitazioni. Adesso al lavoro è un casino, lo sai.
Alessia corrugò appena la fronte, e nei suoi occhi passò unombra di delusione, velata ma innegabile. Ma subito si riprese, sorridendo, quasi volesse annullare il piccolo spazio rimasto tra loro.
Sei sempre così responsabile, sussurrò, con un tono tra la dolcezza e la lieve sufficienza.
Il loro cameriere, elegante nell’uniforme nera, si avvicinò con il menù dei dolci in mano. Ogni gesto era lento e preciso, figlio di anni trascorsi nei saloni di ristoranti come quello.
Riccardo alzò la mano prima che luomo potesse rivolgersi a loro.
Direi che ci siamo. Portaci il vostro dolce della casa. E ancora una bottiglia di questo vino, per favore.
Il cameriere annuì appena, segnò il tutto sul taccuino e si allontanò con la solita impassibilità educata.
Intanto Alessia tracciava cerchi col dito sul bordo del bicchiere un gesto lento, quasi automatico. Il suono cristallino infranse la melodia di fondo, lieve ma presente. Lei sollevò lo sguardo su Riccardo, con una punta di inquietudine nel profondo degli occhi.
Stasera sembri distante, disse piano, abbassando la voce per non rischiare che qualcuno ascoltasse.
Riccardo alzò le spalle, mascherando la stanchezza dietro una posa tranquilla.
Sono solo esausto, davvero. In ufficio è linferno.
Non mentiva, questa volta: le ultime settimane erano state stremanti. Riunioni su riunioni, scadenze che rincorrevano luna laltra, e il sonno sempre più breve, rubato alle notti. Ma non era solo quello.
Pochi giorni prima, per caso, Riccardo aveva scoperto il profilo Instagram di Alessia. Strano, non sapeva neppure che esistesse! Nulla di sconvolgente foto normali, post, commenti di amici. Ma tra quelle immagini, alcune lo avevano bloccato sul posto: Alessia, sorridente al fianco di un uomo in giacca e cravatta. Le didascalie innocenti, sfuggite solo in apparenza: Con il più attento, Il mio ispiratore. E le date coincidevano con i giorni in cui lei gli aveva detto di non poterlo vedere perché impegnata.
In principio pensò a semplici amici, conoscenti, una coincidenza. Ma poi, analizzò di nuovo le immagini, i dettagli, le coincidenze. E scoprì anche un altro uomo stavolta nei commenti alle foto proprio di quel ristorante dove si trovavano: Sei sempre splendida, aspetto il prossimo incontro, scriveva un certo Lorenzo, aggiungendo un cuore.
Questi pensieri lo attanagliavano. Bevve un sorso di vino, cercando di concentrarsi solo sul sapore, sul calore che gli scivolava dentro. Ma ogni pensiero tornava sempre lì, a quei nomi, quelle date, quelle foto.
Riccardo però non fece scenate. Non domandò spiegazioni. Non gridò accuse e non pretese verità subito, sotto quella luce dorata, tra la musica discreta del locale. Decise solo che era il momento di chiudere. Ma non in silenzio, né fuggendo come uno qualsiasi. Voleva che quel momento si scolpisse nella memoria, che Alessia lo ricordasse come la vera fine.
Il pasto si concluse. Il cameriere portò il conto, dignitoso ed elegante come il luogo imponeva. Riccardo prese la cartellina di pelle, la aprì con calma, come se davvero dovesse riflettere sulla cifra. In realtà, sapeva bene quanto sarebbe venuto. Sollevò gli occhi su Alessia, diretto, senza alcuna tenerezza.
Lo sai? Questa sera pago solo per me. Dovrai occuparsi tu del tuo conto, disse con voce piatta, quasi burocratica, come se stesse annunciando una banalità.
Alessia arrossì di colpo. Le sue dita, prima posate con grazia sulla tovaglia, si serrarono nervose. Cercava di trovare qualcosa da dire, ma nessuna frase sembrava adeguata.
Riccardo, non scherzare, mormorò alla fine, sforzandosi di mantenere la calma.
Ma io non sto scherzando, replicò lui, senza alzare la voce. Pose la cartellina proprio davanti a lei, calma e rigido. Ti manca la cifra giusta? Chiedi a qualcuno. Magari quel Lorenzo. Pensavi che non avrei capito? Pensavi che potevi approfittarti di me?
I suoi occhi si fecero grandi, colmi di smarrimento e rabbia improvvisa, come se lui avesse detto lunica cosa che non voleva sentire.
Non so di chi tu stia parlando… mormorò lei, la voce tremante e insicura.
Peccato, tagliò Riccardo, alzandosi dal tavolo. Me ne vado. Sistema tu con il cameriere.
Prese dalla tasca dei contanti, li posò sul tavolo precisi, per la sua metà poi si voltò e si avviò verso luscita con passo lento.
Alle sue spalle, sentì la voce di Alessia, sempre più accalorata mentre spiegava qualcosa al cameriere; la voce le si spezzava sulle note acute di chi perde il controllo. Ma Riccardo non si fermò. Andò dritto verso la porta, sentendo ad ogni passo un peso sollevarsi non per vendetta, né per una vittoria misera, ma solo perché, finalmente, aveva detto quello che doveva.
Riccardo uscì nel fresco della sera e tirò un respiro profondo. Dentro, qualcosa finalmente mollava la presa. Era finita.
Si avviò piano sul marciapiede, le mani nelle tasche. I lampioni proiettavano cerchi gialli sullasfalto, le vetrine ammiccavano di mille luci. Cera chi rincasava in fretta, chi si godeva una passeggiata, le coppie ridevano piano discutendo i piani della serata. La vita scorreva, e in qualche modo, sembrava giusto così.
Riccardo si ritrovò a pensare a quanto fossero strane le pieghe della vita. Un mese prima pensava che Alessia fosse quella giusta. Non perfetta, chiaro ma la sua, la propria. Ricordava come avesse scelto per lei un cellulare nuovo, chiedendo consigli al commesso, come si era sentitò felice nel regalarle labbonamento a una spa esclusiva, come aveva ammirato la sua felicità quando le aveva donato i sottili orecchini doro, perfetti per il suo stile.
Si ricordava lattesa dei suoi messaggi, delle uscite, lorgoglio di poterle regalare le piccole gioie della vita. Ora si accorgeva che era stato tutto un gioco non il suo, ma quello di lei. E questa consapevolezza non gli dava rabbia, né dolore: solo unamara dolcezza, come un caffè lasciato raffreddare troppo a lungo.
Il telefono vibrò in tasca. Riccardo lo prese in mano: un messaggio da Alessia Che cattiveria. Potevi semplicemente dirmi che era finita.
Si fermò davanti a una vetrina di libri, fissando le copertine colorate oltre il vetro. Dopo qualche secondo, digitò la risposta: Era proprio quello che ho fatto.
Spedì il messaggio e spense il telefono. Non aveva bisogno di altre parole, spiegazioni o scuse. Era tutto già scritto.
La sera era lunga e, per la prima volta da tanto tempo, Riccardo sentiva che poteva viverla come voleva. Poteva entrare in un bar dove lo conoscevano, ordinare qualcosa e guardare la vita scorrere dal vetro. O tornare a casa, mettere la musica che ad Alessia non piaceva e finalmente dormire, senza doversi preoccupare di accompagnarla in ufficio il mattino dopo. O chiamare un vecchio amico per una birra, come non succedeva da sei mesi. Il futuro era suo. E non era solo una liberazione: era piacevole, profondamente e autenticamente piacevole.
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Lindomani, Riccardo si svegliò prima della sveglia. Nella stanza cera silenzio, solo i rumori sommessi della città che si stava svegliando filtravano dalla finestra. Si stiracchiò e si rese conto che dentro di sé non cera più il solito peso sul petto; al contrario, provava una leggerezza insolita, come quando il sole sbuca dopo giorni di pioggia.
Si fermò sotto la doccia a lungo; lacqua calda gli rilassava ogni muscolo, lavando via i residui della tensione accumulata. Riccardo chiuse gli occhi, ascoltando lo scrosciare dellacqua, e per la prima volta da mesi si permise di vivere il momento, senza pensieri ansiosi, senza dover giustificarsi o risolvere problemi.
Poi preparò un caffè forte; la casa di colpo si riempì dellaroma dei chicchi appena macinati, evocando mattine spensierate nelle quali non doveva correre da nessuna parte. Con la tazza fumante uscì sul balcone.
Era una mattina limpida: sentiva in basso il rumore delle auto in corsa, dalle finestre del cortile arrivava il riso dei bambini in partenza per scuola, nellaria galleggiava il profumo di pioggia e quello del caffè del bar allangolo. Riccardo sorseggiò piano, lasciando che il calore gli entrasse dentro, guardando la città che si risvegliava.
Il telefono giaceva ancora sul tavolo; non aveva fretta di riaccenderlo, desiderava ancora qualche istante di pace, al riparo da notifiche, chiamate e messaggi.
A mezzogiorno, finalmente, accese lo schermo. Subito una raffica di notifiche: colleghi, social, e ancora un messaggio da Alessia. Riccardo passò il pollice sul messaggio, ma lo eliminò senza leggerlo. Aveva già detto tutto ciò che doveva.
Richiamò il numero di Stefano, il suo vecchio amico.
Ciao, disse quando Stefano rispose. La sua voce era serena, senza tracce di tensione. Che ne dici di vederci? È un po che non ci si incontra.
Stefano fu subito entusiasta. La sua voce, allegra e un po burbera, restituì al momento una leggerezza perduta.
Ovvio! Dove e quando? Dimmi tu!
Si accordarono velocemente per un aperitivo in un bar nella zona Brera, quello dove spesso si fermavano dopo le giornate pesanti.
Quando Riccardo entrò nel locale semi-illuminato, Stefano era già seduto vicino alla vetrata, con due boccali di birra pronti ordinava sempre anche per lui. Vedendolo, Stefano alzò la mano e gli sorrise largo.
Dai, racconta, attaccò non appena Riccardo si sedette. Hai una faccia diversa Sembri più rilassato. Cosè successo?
Il suo sguardo era attento, ma mai invadente Stefano era di quelli che ti lasciano scegliere quanto raccontare.
Riccardo prese la birra e bevve una lunga sorsata, lasciando che il freddo gli scivolasse dentro.
Mi sono lasciato con Alessia, disse infine.
Davvero? Stefano alzò le sopracciglia, accennando un sorriso dubbioso. È stata lei?
No, sono stato io a finirla, rispose Riccardo, raccontando in poche frasi la cena della sera prima, senza entrare nei dettagli emotivi.
Stefano lo ascoltò in silenzio, solo annuendo ogni tanto, giocherellando con il bicchiere tra le dita. Quando Riccardo finì, lui ci pensò su un istante, poi fece una smorfia ironica.
Sei stato duro, amico mio. Ma ci stava, mi sa. Sei sicuro che ci fosse altro nella sua vita?
Al cento per cento, Riccardo si lasciò cadere ancora più indietro sulla sedia, sentendo scivolare via le ultime tensioni. Non sono stato lì a scavare, mi è bastato quello che ho visto.
E ora cosa farai? chiese Stefano, inclinando la testa, curioso di sapere se Riccardo stava rischiando di affossarsi di nuovo, o se davvero qualcosa era cambiato in lui.
Vivere, rispose semplicemente. E in quelle poche lettere cera tutta una nuova fermezza, non esibita ma profonda, come se avesse smesso di cercare scuse e fosse pronto ad andare avanti.
Così si fa, annuì Stefano. A proposito Mia cugina si è trasferita qualche mese fa a Bologna. Dice che tra poco ci sarà un festival jazz favoloso. Che ne dici di farci un salto insieme per un paio di giorni?
Riccardo restò a pensare. Bologna la musica una città nuova Gli tornavano alla mente strade larghe, palazzi antichi, portici, suoni di sax che si spandevano nellaria. Perché no? Era rimasto troppo impigliato nei ricordi. Per la prima volta, si sentiva pronto a qualcosa di nuovo.
Andiamo, disse, e in quel monosillabo cera molto più di una semplice accettazione: era un primo passo verso il futuro, un tacito segnale che la vita continuava. Fammi solo chiudere un paio di cose al lavoro e sono pronto.
Grande! Stefano batté la mano sul tavolo, e quel rumore sembrò frantumare gli ultimi resti della tensione. Era ora che ti scrollassi di dosso quella faccia da funerale.
Non cera rimprovero, solo sincera contentezza. Stefano aveva aspettato a lungo che Riccardo volgesse lo sguardo in avanti.
Riccardo si limitò a sorridere. Anche dentro di lui qualcosa stava cambiando: non allimprovviso, non con dolore, ma piano, come il primo accenno di verde dopo un inverno lungo. Era strano, ma bello: limpressione che davanti non ci fosse solo routine, ma anche qualcosa da scoprire.
Qualche giorno dopo, Riccardo partì davvero per Bologna. Stefano aveva avuto ragione il festival era incredibile. Passeggiarono tra le piazze, si persero nei cortili storici, salirono sulle terrazze, ascoltarono musica ovunque: in una piazza un quartetto blues, in un vicolo un gruppo di giovani sperimentava elettronica e sax, tutto fuso in una sola grande sinfonia urbana.
Entravano nei caffè che sapevano di dolci appena sfornati e caffè forte, ordinavano a caso e ridevano delle loro scelte. Quando piovve un po, si ripararono sotto la tenda di un chiosco con bevande calde, a osservare le persone che correvano sotto la pioggia: qualcuno con lombrello, altri a testa nuda, uno con limpermeabile giallo e la valigetta era tanto buffo che finirono a sbottare in una risata.
Una sera, finirono in un bar con vista sullacqua: Bologna si rifletteva nelle luci e le note jazz scivolavano dagli altoparlanti. Riccardo alzò il bicchiere, guardò il fiume e si accorse, dun tratto, che non pensava più ad Alessia. Per niente.
Era strano: fino a poco tempo prima ogni dettaglio gli ricordava lei. Adesso adesso stava semplicemente lì, ascoltando la musica, sentendo tepore nel petto, e stava bene. Quel bene che non aveva bisogno di essere spiegato, né giustificato.
Sei pensieroso? chiese Stefano, sollevando il bicchiere ambrato. La sua faccia, rilassata nella luce soffusa, mostrava soltanto vero interesse.
Stavo solo pensando che finalmente respiro. Per mesi ho trattenuto il fiato ora posso lasciarmi andare. Tanto semplice e così raro.
Guardò dalla finestra: fuori, le luci del centro scorrevano sulla superficie del fiume, gente che camminava, lontani risate. Tutto era così semplice, eppure sorprendentemente bello.
Stefano rise di cuore. Allora brindiamo a nuovi inizi.
Detto e fatto. I bicchieri si toccarono leggeri sopra la tavola, il suono del vetro confuso con i rumori lontani della città. Da qualche parte si sentiva un sax, forse di un busker a pochi angoli di distanza. La melodia era lenta e avvolgente, perfetta per quella sera.
Riccardo bevve un sorso, sentì il tepore della bevanda, ma soprattutto un calore interno non era euforia, ma la profonda sensazione che tutto potesse andare bene. Semplicemente, non aveva più timore di guardare avanti.
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Tornato a Milano, Riccardo non si richiuse nella solita routine. Cominciò a cambiare piccole cose nelle sue giornate. Più spesso incontrava gli amici: a volte per un caffè dopo lufficio, altre per una passeggiata ai Giardini Indro Montanelli.
Un giorno finalmente decise di iscriversi in piscina. Da tempo sognava di nuotare davvero, e non solo galleggiare nellacqua. I primi allenamenti furono tosti, ma ogni volta si sentiva più forte e più chiaro nei pensieri. Lacqua gli dava pace, scacciava lo stress.
Poi si mise in testa di imparare lo spagnolo. Non per lavoro, né per viaggi, ma per puro diletto. Comprò un libro, si iscrisse a un corso online, iniziò a guardare film con i sottotitoli. Era difficile, allinizio, ma la fatica diventava entusiasmo.
In ufficio arrivarono nuovi progetti impegnativi ma stimolanti. I colleghi apprezzavano il suo contributo e Riccardo riscoprì il piacere di lavorare. Spesso lo invitavano per grigliate fuori città. Alcuni sabati, si ritrovavano nei parchi: risate, carne sulla brace, ricordi e nuove idee. A Riccardo piaceva sentirsi parte di quel gruppo, senza recite.
Ogni sabato sera, nel parco vicino a casa, facevano proiezioni di film allaperto. Riccardo li adorava: coperta, termos di tè, seduto sullerba a guardare vecchi film in bianco e nero o commedie recenti sotto le stelle. La frescura sul viso, lodore derba, lo scoppio di risa intorno: erano piccoli momenti di felicità concreta.
Guardando il cielo, Riccardo sentiva che la vita non era solo dietro o davanti era anche lì, in quei preziosi momenti. Il tè caldo nel termos, la coperta buttata sulle spalle, le voci lontane e stava bene.
Una sera di fine ottobre, ormai fredda, Riccardo andò come sempre al cinema allaperto. Proiettavano una commedia italiana dalla risata facile. Alla fine del film, la folla defluiva piano. Riccardo ripiegava la coperta quando una voce lo raggiunse.
Scusi
Si voltò. Davanti a lui cera una ragazza: bionda, occhi azzurri, volto acceso sotto una sciarpa morbida. Il vento le scompigliava un po i capelli, ma nei suoi occhi brillava un calore sincero.
Lho vista qui spesso. Anche a lei piace il cinema sotto le stelle?
Riccardo esitò per un attimo, poi rispose con un sorriso.
Molto. È tutta unaltra atmosfera: anche i film diventano più veri.
Vero, annuì lei. Al cinema si è tutti nascosti qui sembra quasi di essere coprotagonisti.
Ci fu un silenzio breve, spontaneo. Lei gli tese la mano:
Sono Giulia.
Per un attimo Riccardo esito: il nome gli ricordava una vecchia collega, passato ormai lontano. Ma quella memoria svanì subito, lasciando spazio solo al presente. Accettò la stretta: la sua mano era calda, sicura.
Riccardo.
Iniziarono a parlare. Prima di film, poi del parco, del quartiere. Lei raccontò di essersi trasferita da poco; Riccardo le svelò il suo caffè preferito, la libreria vintage, una piccola galleria darte. Il dialogo era naturale, senza pause forzate. Il parco si svuotava, le lampade si spegnevano, ma a loro non andava di interrompersi.
Alla fine, Giulia guardò lorologio:
Devo andare, domani sveglia presto
In quel momento, Riccardo si sentì spinto da un coraggio dimenticato.
Che ne dici di una cioccolata insieme qualche giorno? Conosco un posto qui vicino, fanno la migliore torta al cioccolato di Milano.
Il sorriso di Giulia fu sincero, caldo.
Volentieri.
Si scambiarono i numeri. Era solo un contatto, eppure sembrava già una promessa importante.
Giulia si allontanò salutando e Riccardo restò a guardare le luci della città che la inghiottivano. Riprese a camminare lentamente verso casa, respirando a fondo laria umida dautunno.
Cera qualcosa di nuovo, una speranza semplice, trasparente. Non faceva piani, non fantasticava: sentiva solo che la vita andava avanti, e forse, proprio attraverso incontri banali, chiacchiere leggere e piccole sorprese, si faceva entusiasmante.
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La mattina dopo Riccardo si svegliò con una lieve sensazione di trepidazione. Aveva voglia di alzarsi, di guardare fuori: piovigginava, le gocce disegnavano linee sulla finestra. In casa cera il profumo di caffè e tepore. Prese il telefono e scrisse a Giulia: Ciao! Sabato prossimo cinema? Magari in sala stavolta con questo tempo meglio non rischiare!
La risposta arrivò subito: Perfetto! Ma scegliamo qualcosa di divertente, adoro ridere! Riccardo si ritrovò a sorridere, quella freschezza spontanea gli piaceva molto.
Posò il telefono, si versò altro caffè e guardò la pioggia. Per la prima volta il grigio non gli sembrava triste: i marciapiedi bagnati creavano unatmosfera raccolta, la luce della lampada in casa era calda, e lui pensava al fine settimana con uninsolita leggerezza. Tutto era solo allinizio, non una fine, ma lalba di qualcosa.
Allo stesso tempo, Giulia, tornata a casa dopo il lavoro, si sfilò le scarpe e si lasciò cadere sul divano con il telefono in mano, sorridendo al messaggio appena ricevuto. Lo rilesse un paio di volte, lasciando che il sorriso le si diffondesse sul volto.
Allora, vediamo pensò a voce bassa, rivolta solo a se stessa.
Non sapeva dove lavrebbe portata quellincontro. Forse solo a una piacevole serata, forse a qualcosa di più. Ma quellattesa dolce e lieve aveva già trasformato il suo umore. Non era ansia, era la gioia incerta di qualcosa di ancora sconosciuto.
Sul lavoro andava tutto bene: un progetto appena chiuso con successo, clienti soddisfatti, nuove energie. Proprio mentre pensava cosa fare la sera, il telefono vibrò ancora: un messaggio di Riccardo. Lo aprì, e di nuovo sorrise.
Ok! disse alzandosi dal divano. Se cinema devessere, bisogna pensare a cosa indossare.
Fece qualche prova davanti allo specchio: vestito a fiori, troppo elegante; tailleur, troppo formale. Si fermò su jeans e un maglione chiaro comoda, semplice, luminosa come voleva sentirsi.
Arrivò sabato: la giornata era fresca ma limpida. Giulia uscì con calma, raggiunse il cinema in centro in anticipo. Comprò popcorn al caramello e scelse poltroncine in mezzo alla sala.
Appena vide Riccardo entrare, lo individò subito dal sorriso aperto con cui cercava il suo sguardo nella folla.
Ciao! Sei in anticipo! esclamò lui avvicinandosi.
Non riuscivo a stare ferma dallagitazione, ammise lei, arrossendo appena.
Anche per me è lo stesso, rispose lui. Ma sono quelle emozioni belle, no?
Annunciò che anche per lui i popcorn al caramello erano una scelta di fede, e risero di gusto davanti a quella prima, piccola coincidenza. Poco dopo, le luci si abbassarono e il film cominciò.
Fu una serata come la desideravano allegra, leggera, piena di piccole risate. A ogni sequenza buffa, si scambiavano sguardi, complici, senza bisogno di parole. Alla fine, uscirono abbracciati dal tepore del cinema e si lasciarono guidare dal fresco della sera nel centro di Milano.
Passeggiarono senza meta, parlando di lavoro, di libri Giulia era una fan dei gialli della Camilleri, Riccardo raccontò del suo nuovo amore per la divulgazione scientifica. Amavano entrambi i viaggi: lei sognava il Giappone, lui la Spagna.
Sono stata a Barcellona! si illuminò Giulia, ricordando i profumi, i vicoli, la Sagrada Familia. Un giorno ti ci dovresti portare
Magari un domani, disse Riccardo, senza pensarci troppo, come un desiderio gettato nellaria.
Lei sorrise ancora.
Camminarono fino alla Darsena. Luce sulle acque scure, la città che ti abbraccia.
Grazie di questa serata, disse piano Giulia. I suoi occhi, nella luce fioca dei lampioni, brillavano di una tenerezza nuova.
Grazie a te. La rifacciamo?
Senzaltro! confermò lei, e nel buio la sua risata fu più luminosa di qualsiasi lampada.
Sul ponte, lui le prese la mano fra le sue: solo un attimo, un gesto lieve che però diceva di più di qualunque promessa.
Si salutarono con poche parole. Lei si allontanò ondeggiando la mano; Riccardo restò sulla sponda, aspettando che la sua figura si perdesse tra le luci.
Sapeva che non era una conclusione, ma un principio. Un inizio fragile e pieno di speranza, carico di possibilità. E dentro di lui cresceva la certezza che avanti lo aspettavano nuove sere, nuove chiacchiere, e quella felicità discreta che nasce solo quando due persone si scelgono, poco a poco, senza più bisogno di tante parole.





