Torna da me e prenditi cura di me

Torna e occupati

Teresa, apri subito! Sappiamo che sei lì! Giuliana ha visto la luce nella finestra!

Teresa stava finendo di legare un ramo di lisianthus al sostegno di legno. Le mani verdi di clorofilla, il grembiule sporco di terra fresca. Sollevò la testa e guardò la porta a vetri dellatelier. Oltre il vetro appannato, due sagome incerte. Una, larga di spalle, capelli tinti come amarene mature. Donna Assunta, lex suocera.

Teresa non si sbrigò. Mise con cura la lisianthus nel secchio, si tolse i guanti, li appese al chiodo accanto al banco, quindi si decise ad aprire.

Buonasera, salutò, spostando il chiavistello.

Assunta entrò per prima, senza bisogno di invito. Dietro di lei si infilò Giuliana, sorella di Giorgio, con gli occhi gonfi di pianto e la sciarpa stropicciata annodata con una punta che pendeva.

Che buonasera, Teresa, sei fuori di testa? Assunta scandagliò latelier con lo sguardo, pareva cercare appigli per biasimare. Ne scovò subito uno: Stai qui a odorare fiori, mentre una persona sta morendo.

Chi sta morendo? domandò Teresa, la voce piatta.

Giorgio! esplose Giuliana, subito tappandosi la bocca. Giorgio è in ospedale. Incidente. Colonna.

Teresa restò in silenzio. Qualcosa si strinse dentro di lei, ma in modo diverso da un anno fa, quando la sola parola Giorgio le schiacciava il petto. Adesso si richiudeva come chi si brucia e poi si allontana istintivamente dal fuoco.

Sedetevi, disse, accennando ai due sgabelli accanto al tavolo di lavoro.

Non cè tempo per sedersi, tagliò corto Assunta, ma si lasciò comunque cadere pesantemente. Teresa si ricordava bene delle sue gambe: varici, pressione alta.

Giuliana rimase in piedi, stropicciando un lembo della sciarpa.

Raccontate, ma bene, chiese Teresa.

E quelle cominciarono. Si alternavano, si scavalcavano, ogni tanto si contraddicevano sui dettagli. Tre giorni prima, Giorgio viaggiava sulla superstrada. Pioveva. La macchina ha sbandato ed è finita contro il guardrail. Dicono che lauto sia irrecuperabile. Lui, vivo per miracolo, ma con frattura da schiacciamento alla colonna. Operato. I medici prudenti nelle prognosi. Forse si alza, forse no. Serve presenza, famigliari, cura costante.

E Cristina? chiese Teresa.

Quel nome ormai lo pronunciava con leggerezza. Un anno fa graffiava come vetro sotto pelle. Cristina, ventinove anni, consulente commerciale, la donna per cui Giorgio aveva lasciato Teresa dopo diciotto anni di matrimonio.

La bocca di Assunta si fece sottile.

Cristina è partita.

Dove?

Da sua madre. A Parma. Giuliana si morse le labbra, questa volta per rabbia, non dolore. Ha fatto le valigie in tre ore quando ha saputo che Giorgio forse resterà sulla sedia. Due trolley e sparita. Provano a chiamarla, non risponde.

Silenzio nellatelier. Solo lo sgocciolio lontano dal rubinetto rimasto aperto sopra il lavello e lodore umido di terra e qualcosa di dolce, un sentore di giglio.

Cosa volete da me? chiese Teresa, finalmente.

Assunta raddrizzò la schiena.

Teresa, avete condiviso diciotto anni! Non sono parole al vento. Tu lo conosci meglio di chiunque. Sai come prendertene cura. Lui ti ascolta. Ora ha bisogno di te. Di qualcuno che…

Assunta, la interruppe Teresa, parliamo di un uomo che mi ha lasciata per unaltra. Un uomo che un anno fa, in questa stessa vita costruita insieme, non ha più trovato posto per me.

Ma che discorsi fai? sbottò Giuliana. Questo è il passato! Ora si tratta della vita di una persona!

Vita?

Il medico ha detto che senza assistenza rischia complicazioni! Piaghe, polmonite! Ha avuto unoperazione seria, Teresa, capisci? Non è un raffreddore!

Teresa si avvicinò al lavandino e chiuse il rubinetto. Rimase ferma a scrutarsi le mani. Cinquantadue anni. Mani che sapevano intrecciare mazzi di fiori che la gente fotografava e incorniciava alle pareti. Mani che impastavano il pane, facevano iniezioni al figlio con la febbre alta, bendavano tagli a Giorgio, riparavano prese, portavano le sporte pesanti. Mani che sapevano tutto. Ma Teresa si domandava, solo ora, se avesse voluto farlo, o se lavesse fatto soltanto perché così si doveva.

Si asciugò le mani e si voltò.

Ci penso, disse.

Non cè tempo per pensarci! Assunta si alzò, la voce divenuta tagliente, quasi minacciosa. Mentre tu ci pensi, lui lì resta solo! Niente moglie, niente nessuno! Giuliana lavora tutto il giorno, io ho la schiena a pezzi, mi reggo appena! Tu non puoi stare qui a giocare coi fiori e far finta che non ti riguardi!

E di chi sarebbe? chiese Teresa a bassa voce.

La risposta rimase in sospeso.

Dietro il vetro era già completamente buio. Ottobre, il giorno se ne va presto. Teresa guardava la strada: il lampione giallo, lasfalto bagnato, la panchina vuota fuori dalla porta dove destate sedevano i clienti ad aspettare un bouquet.

Questa è la storia vera, pensava Teresa. Proprio così: niente film, niente romanzo. Soltanto due persone tracciano il confine tra quello che eri e quello che non vuoi più essere.

Va bene, disse. Vengo domattina. Guardo come sta. Ma non posso promettere niente.

Assunta espirò rumorosamente. Giuliana si gettò allimprovviso al collo di Teresa che rimase con le mani giù, senza ricambiare labbraccio, aspettando paziente che si staccasse.

Dopo che uscirono, Teresa rimase a lungo seduta sullo stesso sgabello. Scrutava i fiori. Lisianthus nel secchio, rosa, fragili, boccioli come lettere mai aperte. Crisantemi nelle cassette di legno contro la parete. Rametti di alchechengi con le lanterne arancioni. Questo posto laveva costruito lei. Aveva preso in affitto il locale tre mesi dopo la partenza di Giorgio. I lavori li aveva fatti, o almeno la pittura dei muri grigio-perlati e le ante degli armadi che il vicino Sandro aveva appeso per una bottiglia di Amarone. Aveva scelto il nome Gambo, che le sembrava buffo e invece era rimasto. Aveva trovato fornitori, aperto una pagina social, imparato a fotografare i fiori così bene che la gente si fermava sulle sue foto.

Un anno. Un anno per imparare a vivere per sé stessa. Non era egoismo. Era soltanto giusto.

Ed eccoci qui.

Spense la lampada sopra il banco. Lasciò solo la lucetta dingresso, come sempre. Andò a casa.

Lospedale era grande, giallo, corridoi infiniti e quellodore che Teresa riconobbe subito, nonostante non le fosse mai piaciuto: candeggina, brodo da mensa, una nota indefinibile di luoghi medici. Cercò il reparto, domandò allinfermiera di turno, che la fissò interrogativa.

Parente?

Ex moglie, rispose Teresa.

Linfermiera rialzò appena un sopracciglio ma non disse nulla. Spiegò la strada.

Giorgio era in una camera da quattro, ma da solo. Coperto fino alla vita, le mani sopra la coperta. Dimagrito, il viso grigio, occhiaie scure. Sul comodino, un bicchiere con fondo di tè e il cellulare spento.

Nel vederla, qualcosa cambiò in lui. Non contentezza, piuttosto un quieto sollievo da chi aspettava e alla fine vede arrivare.

Teresa, disse.

Ciao, rispose, posando mele e acqua sulla mensola. Non era gentilezza, era memoria: in ospedale non si va mai a mani vuote.

Non si sedette sul letto, ma sulla sedia vicino alla finestra.

Fa male? chiese.

Si tiene. Mi danno le pastiglie. Tacque. Sei venuta.

Sono venuta.

La mamma mi ha chiamato. Ha detto che sono venute da te.

Sì.

Lui fissava il soffitto, poi di nuovo Teresa.

Non credevo che saresti venuta.

Nemmeno io ci credevo.

Silenzio. Fuori, la pioggia sfregava la notte. Novembre si accalcava contro ottobre, premendo.

Cristina è partita, disse Giorgio.

Lo so.

Tutto così allora. Sorrise, ma amaro, storto. Sembra un film. Il temporale, la croce, tutto già scritto. Solo che è tardi.

Teresa tacque. Non aveva intenzione di rincuorare, ma nemmeno di colpire. Solo stava lì, a guardarlo. Un uomo con cui aveva vissuto diciotto anni, fatto un figlio, passato tutte le estati nella stessa casa in Umbria, discusso sui soldi e fatto pace, creduto che quella fosse vita e che nessunaltra sarebbe mai stata possibile.

Teresa, la voce di lui cambiò. Più bassa, più lieve. Quel tono lo usava quando voleva convincere. Teresa lo riconobbe subito e il suo corpo si irrigidì. Ho pensato tanto mentre sto qui. Sai, uno ha tempo di pensare, bloccato. Ho capito di esser stato stupido. Che tutto ciò che vale è quello che avevo: tu, la famiglia. Cristina… fece un gesto. Capisci già. Non chiedo scusa, so che è tardi. Ma tu sei la persona più vicina che ho. La più cara.

Teresa ascoltava sentendo le parole come cartelli. La più cara. La più vera. Ho capito. Sei tu. Tutto parole per convincerla a restare. Non certo per amore o per ricostruire. Ma perché ci voleva qualcuno che facesse le iniezioni, cambiasse la flebo, parlasse coi medici, portasse il brodo di casa e tutto quanto sapeva fare Teresa.

Rapporti dopo il divorzio. A volte sono così. Non belli o brutti. Solo pratici. Ti trovano nel momento del bisogno. Non per amore. Per bisogno.

Giorgio, disse Teresa, sono contenta che tu sia vivo. E sono felice che loperazione sia andata bene. Ma non posso tornare. Né ad assisterti, né altro. È finita.

So che siamo separati…

Fammi finire.

Lui abbassò gli occhi. Era abituato che lei lo lasciasse interrompere. Ora, no.

Verrà una badante. Brava, professionista. Pago io il primo mese, perché immagino tu ora non puoi pensarci tu. Poi farà tutto lei. E unaltra cosa, cercò nella borsa una cartellina qui ci sono i documenti. Non abbiamo ancora concluso la divisione dei beni. Tu hai sempre rimandato. Ora però firmi.

Giorgio fissava la cartellina.

Fai sul serio.

Assolutamente.

Io sono qui dopo loperazione alla schiena e tu mi porti i fogli da firmare.

Sì, annuì Teresa. Perché domani potresti sostenere di non essere stato lucido. O lavvocato potrebbe dire che la firma è sotto pressione. Ora sei pienamente cosciente. Il medico può testimoniarlo.

Lui la guardò a lungo. Teresa non abbassò gli occhi.

Sei cambiata, disse lui alla fine.

Sì.

Prima non saresti stata capace.

Forse.

Prese la penna e firmò. Tre firme, nei posti giusti. Teresa rimise i fogli nella cartellina.

La badante la trovo entro la settimana, disse. Avverto Giuliana. Il bonifico per il primo mese lo faccio io direttamente allagenzia. Poi ve la vedete voi.

Teresa, disse lui mentre lei chiudeva la borsa.

Sì?

Grazie. Per essere venuta.

Lei lo guardò a lungo. Non con compassione, né rabbia. Solo come si osserva qualcosa che è stato parte della tua vita e ora non più.

Guarisci, disse.

E se ne andò.

Nel corridoio, si fermò davanti alla finestra. Nel cortile dellospedale alberi spogli, una panchina lucida bagnata. Un signore anziano sul sedile guardava nel vuoto, ovunque e in nessun luogo. Respirava solo aria fresca.

Teresa inspirò.

Sentì andar via qualcosa. Non tutto. Ma una parte decisiva. Come posare a terra una borsa troppo pesante. Non gettata: poggiata. E la schiena si raddrizza.

Come lasciare il passato, avrebbe scritto se avesse un diario. Non lo so. Forse non avviene in un attimo, né con una decisione sola. Sono tanti piccoli passi. Uno ora è fatto.

Trovò la badante tramite agenzia in due giorni. Una signora di cinquantotto anni, Maria Grazia, esperienza in geriatria e riabilitazione, calma, meticolosa, cartellina di referenze. Incontrò Teresa al bar vicino allospedale. Parlarono di tutto. Del carattere di Giorgio, della sua propensione allo sconforto, della soglia del dolore, dei familiari che sarebbero andati e venuti.

I parenti spesso fanno più danni che altro, notò Maria Grazia. Non per colpa loro. È così.

Lo so, annuì Teresa.

Fissarono condizioni, Teresa fece il bonifico. Telefonò a Giuliana, le spiegò tutto. Allinizio Giuliana protestò, che Giorgio voleva i suoi cari intorno, ma Teresa la interruppe dolce e ferma cosa per lei nuova. Prima, o non interrompeva, o lavrebbe fatto gridando. Ora, una via di mezzo. Tranquilla.

Giuliana, puoi andare tu quando vuoi. Maria Grazia non dà fastidio. Ma io no. Ho la mia vita, non posso cambiarla per quella degli altri.

Tasto di silenzio.

Va bene, fu la risposta di Giuliana. Nessun rimprovero, niente lacrime. Forse era stanca anche lei. Forse, nel profondo, capiva che Teresa aveva ragione.

Assunta telefonò una settimana dopo. La voce diversa, meno aspra, più anziana.

Teresa, Maria Grazia è brava. Giorgio si abitua. Grazie di tutto.

Prego, Assunta.

Non sparire proprio. Ogni tanto fatti sentire.

Teresa non rispose né sì né no. Solo salutò educatamente e ripose il telefono nella tasca del grembiule. Perché era di nuovo in atelier, come quasi sempre. Se qualcuno le avesse domandato come si lascia il passato, avrebbe risposto: si vive. Non da eroi, né per mostrarsi. Si vive e basta. Ci si alza al mattino, si lavora, si fa ciò che si ama. I parenti tossici e gli ex mariti non scompaiono, ma smettono di essere al centro.

La neve arrivò presto, quellanno. A novembre, Teresa scoprì che le piaceva, la neve. Prima non le piaceva, o forse non ci aveva mai pensato: chiederti se ti piace la neve non era concesso con Giorgio, sempre infastidito dal freddo, i suoi dolori, il tè bollente allora giusta. Ora Teresa poteva guardare fuori dal vetro e pensare solo: che bello. Niente altro.

A dicembre, ordini a non finire. Mazzi aziendali, regali di Natale, composizioni per Capodanno. Teresa assunse unaiutante, una ragazza di nome Filomena, ventitré anni, studentessa universitaria, allegra, rapida, un po distratta ma apprendista. Lavoravano bene insieme. Teresa la istruiva a vedere il fiore non come oggetto ma come materia, come un artista vede il colore. Filomena ascoltava e, a volte, proponeva bouquet che stupivano Teresa stessa.

Come ti vengono? chiese una volta.

Guardo chi ordina, rispose Filomena. E penso: qual è il fiore che le assomiglia? O che assomiglia a chi riceve il regalo.

Teresa la guardò.

È un buon metodo.

Me lha insegnato lei. Diceva che il bouquet devessere vivo.

Teresa non ricordava, ma le sembrava vero.

Gennaio, febbraio. La vita seguiva la sua corrente. Teresa si iscrisse a un corso di arte floreale, anche se Filomena le disse che non ne aveva bisogno. Teresa spiegò che cè sempre da imparare, non per inadeguatezza, ma per piacere. Unidea nuova, per lei. Prima le cose le faceva solo se doveva, o se qualcuno glielo chiedeva.

Vivere per sé stessi suona egoista a parole. In pratica vuol dire: iscriversi a un corso, leggere la sera senza che qualcuno commenti, fare una gita il weekend in una città vicina per vedere palazzi antichi, come hai sempre amato.

A febbraio telefonò Giuliana. Giorgio migliorava. Aveva iniziato le stampelle. Maria Grazia lavorava metodica, senza drammi, senza parole in più. Teresa provò sollievo vero, puro, senza colpa, senza risentimento. Solo bene che una persona guarisca. Nientaltro.

Marzo. Prima pioggia e prime ordinazioni per bouquet di stagione. Tulipani, giacinti, anemoni. Teresa amava quella transizione: le composizioni invernali lasciavano il posto a qualcosa di più acceso, impaziente.

Fu proprio a marzo che arrivò lui.

Teresa, dietro il banco, sistemava in una scatola un mazzo ordinato: giallo e bianco, narcisi e margherite, onesto e solare. La porta si aprì e un uomo entrò. Non sollevò subito il capo: le mani erano piene di nastro.

Buongiorno, salutò.

Buongiorno, rispose lui.

La voce. La riconobbe prima ancora di guardare: calma, leggermente stanca, sicura.

Il dottor Andrea Michelini si fermò sulla soglia e osservò latelier come se lavesse sempre immaginato. Niente camice stavolta. Cappotto scuro, sciarpa soffice. Niente cartella di cartone.

Lei, disse Teresa.

Sì, ammise lui.

Breve pausa. Filomena se nera andata in quel momento nel retro, credo per la carta da imballo. Erano soli.

Giorgio è stato dimesso dieci giorni fa, disse il dottor Michelini. Continua a casa con la stessa badante. Va bene.

Sì, lo so. Giuliana mi ha scritto.

Bene. Esitò un attimo. Poi, con una specie di sorriso vero non quello professionale aggiunse: In realtà passavo di qui di proposito. Avevo memorizzato il nome. Gambo. Cercato lindirizzo su internet.

Teresa posò il nastro.

Le servono fiori?

Sì. E non solo.

Silenzio. Odore di giacinti e terra bagnata.

Cosa vuole comprare? chiese Teresa.

Lui si avvicinò agli anemoni. Viola, rossi scuri, bianchi con cuore nero.

Questi. Tre. O cinque, meglio?

Numero dispari, rispose Teresa. Tre o cinque, sì. Per chi?

Non ne sono certo. Gli occhi su di lei. Magari può aiutarmi a decidere.

Teresa scelse tre anemoni, poi ne aggiunse due bordeaux, quasi neri al centro.

Cinque, disse. Stanno meglio insieme.

Iniziò ad avvolgerli. Le mani si muovevano da sole. Carta kraft, umida in basso, un nastro.

Teresa, disse lui.

Sì?

Posso essere diretto? Non so fare altrimenti.

Sia diretto, ribatté lei, fissando il bouquet.

Vorrei uscire con lei. Non in ospedale, non per unurgenza. Così, una passeggiata, una cena, il teatro se le piace il teatro. O una camminata allaria aperta, se preferisce. Forse è strano. Ma credo che da adulti si possa parlare apertamente, senza finzioni.

Teresa alzò la testa.

Lui la guardava calmo, senza forzare. Come chi dice la verità e lascia scegliere.

Da quanto lo ha deciso? chiese.

Da tre mesi. Dal corridoio, quando mi chiese lelenco per la badante.

Teresa ricordò quel corridoio. La finestra dellospedale, gli alberi nudi.

Ero ancora sposata. Formalmente.

Lo sapevo. Ho aspettato.

Oltre il vetro, marzo palpitava. La neve quasi svanita, solo strisce di poltiglia ai margini. I passeri litigavano sulla panchina. Il lampione giallo acceso senza motivo, era già chiaro.

Non so, disse Teresa.

Che cosa non sa?

Come si fa. Sono stata sposata diciotto anni, poi un anno a lasciarmi il passato alle spalle. Non so bene come si ricomincia.

Nemmeno io ne sono certo, sorrise Andrea. Io, sei anni fa, divorzio. Una figlia, diciassette anni, con la madre, va daccordo con entrambi. Anche io per un po ho pensato solo a lavorare. Poi ho iniziato a pensare. E dopo, forse, ho creduto che si possa anche solo vivere.

Dal retro, Filomena tornò con la carta. Vide il cliente, sussurrò sorridendo:

Teresa, serve una mano?

No, Filomena, grazie.

Filomena sparì, anche se ormai la carta era inutile.

Teresa porse il mazzo ad Andrea. Lui lo prese.

Quanto devo?

Un momento, rispose Teresa.

Andrea aspettava.

Teresa fissava gli anemoni tra le sue dita. Scuri, vellutati. Sempre le erano piaciuti: simili ai papaveri, ma più fini, più discreti. Fiori che non gridano, ma nemmeno si nascondono.

Storia di fiori, pensò. Aveva costruito tutto attorno a questi. Fuggita lì per soffrire meno. Quella era la sua casa, il suo posto. Ora in questa vita entrava qualcuno. Non faceva irruzione, non chiedeva, non imponeva. Solo entrava. Diceva la verità, teneva in mano degli anemoni, e aspettava.

Daccordo, disse Teresa.

Andrea sollevò le sopracciglia.

Daccordo in che senso?

Il teatro. Non vado da tanto.

Andrea sorrideva, sincero.

Mi fa piacere.

Però non stasera. Ho tre ordini da consegnare.

Certo. Forse venerdì? O sabato.

Sabato, disse Teresa.

Dettò il prezzo. Lui pagò. Mise il resto in tasca, senza fretta di uscire.

Teresa, posso una domanda?

Certo.

Da quanto fa la fiorista?

Latelier cè da un anno. Una pausa. I fiori, da sempre. Prima un hobby. Ora lavoro.

Bello quando il lavoro è anche passione.

Sì, convenne. Bella cosa.

Andrea annuì, sistemò meglio il mazzo e andò alla porta. Si fermò.

A sabato, Teresa.

A sabato, Andrea.

Un sopracciglio inarcato, un sorriso.

Andrea, solo Andrea.

A sabato, Andrea.

La porta si chiuse. Teresa rimase al banco a vedere lui che se ne andava, lungo la panchina, i passeri ancora litigiosi. Il cappotto, la sciarpa, gli anemoni. Non si girò.

Filomena ricomparve subito.

Teresa, chi era?

Un cliente, rispose.

Cliente che resta quindici minuti?

Filomena.

Sì?

Prepara quei crisantemi per la signora Federica. Arriva alle quattro.

Filomena tornò dentro, soddisfatta. Teresa riprese il suo lavoro. Le mani si muovevano da sole. Carta che fruscia, acqua che gocciola. Odore di giacinti.

Sabato. Mancavano quattro giorni. Quattro giorni normali, tra ordini, fornitori, domande di Filomena e richieste di prezzi sui peonie. Giorni simili agli altri, di quellanno silenzioso e finalmente proprio.

Teresa non pensava al sabato apposta. Lavorava. Ogni tanto, nellatelier spoglio e tranquillo, si rammentava di quella conversazione. Non tutta, solo: voce calma, anemoni in mano, a sabato, Andrea.

Gli adulti, aveva detto lui, possono parlare chiaro.

Forse era vero.

Teresa non sapeva cosa sarebbe stato il sabato. Se le sarebbe piaciuto, se avrebbero saputo parlare di altro che lavoro, o malattie, o passato. Non sapeva se avesse voluto rivederlo dopo. Sapeva solo una cosa: avrebbe deciso lei. Non Assunta, non Giorgio, non il senso del dovere né la paura della solitudine. Solo lei.

Una sensazione nuova. Non inebriante, non vertiginosa, come dicono i romanzi. Solo stabile. Come la terra asciutta dopo passi nella neve.

Venerdì sera, a bottega chiusa e Filomena già a casa, Teresa mise in un vaso alcuni anemoni avanzati dalla consegna. Scuri, vellutati. Sul davanzale, accanto al registratore. Per sé, non in vendita.

Guardò i fiori.

Stanno bene insieme, disse allora parlando dei cinque.

Era vero.

Spense la luce e andò a casa. Domani era sabato.

Sabato arrivò alle otto con il cielo grigio e laroma del caffè dalla macchinetta, regalatasi sei mesi prima, mai approvata da Giorgio (costosa e inutile). Inutile è una di quelle parole che infestano il matrimonio, come le erbacce che soffocano il roseto. E tu non te ne rendi quasi conto.

Bevve caffè alla finestra. Tetti bagnati. Un piccione sul cornicione di fronte. Unauto che evita una pozzanghera con cautela.

Il cellulare era sul tavolo, con un messaggio arrivato unora prima. Non pochi minuti unora proprio. Come se quelluomo si fosse svegliato, deciso e avesse scritto:

Buon giorno. Il teatro comincia alle sette. Vuoi che passiamo prima a mangiare qualcosa? O meglio di no, dimmi tu. Andrea.

Teresa guardò due volte. Notò il buon giorno senza la a. Sorrise.

Rispose subito:

Buon. Volentieri. Alle sei?

Inviò. Lasciò il telefono. Finì il caffè.

Fuori, marzo continuava il suo strano lavoro. Gocce dai tetti, vento, passeri più rumorosi. La città si svegliava. Non le importava dei sabati degli altri, di prime uscite, scelte personali. Lei continuava.

Un lampo dal cellulare. Una parola:

Perfetto.

Teresa si alzò, mise la tazza nel lavandino, indossò il grembiule: cerano ancora otto ore, latelier si apre da sé. Prese le chiavi.

Sulla soglia, uno sguardo allappartamento. Piccolo, luminoso, anemoni nel bicchiere sul davanzale. Perché anche ieri ne aveva portati a casa. Il suo appartamento. La sua macchina del caffè. I suoi fiori. Il suo sabato.

Uscì.

La porta chiuse piano dietro di lei. Come chiude solo ciò che è davvero concluso.

Andrea la aspettava già davanti al café quando arrivò, alle sei e quaranta. Era un po di lato, guardava il telefono ma lo mise via appena la vide. Cappotto scuro, la stessa sciarpa. Niente fiori stavolta.

Buonasera, disse lui.

Buonasera, rispose Teresa.

Si guardarono negli occhi. Due, tre secondi appena. Due adulti su una strada bagnata di marzo, lì perché così volevano. Non per dovere. Non per paura. Solo per scelta.

Entriamo? propose Andrea.

Sì, disse Teresa.

E entrarono.

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Ti amerò per sempre… Un canto d’amore che vibra nell’anima italiana