Il tuo posto speciale

Il Suo posto

Mamma, ma cosa fai? Sei impazzita?! Giulia era sul punto di piangere vedendo la madre gettare fuori dallarmadio le sue poche cose. Il vestito rosso a pois, il suo preferito, finì già per terra e fu subito afferrato dal fratellino Davide, seduto sul pavimento. Davide prese il nastro e cominciò a ciucciarselo. No, Davide! Lascia stare! Ridammelo subito!

Ma senti questa, si mette a piangere per uno straccio! esclamò Lucia, lanciando i jeans di Giulia sopra lammasso di vestiti a terra e sbattendo lanta dellarmadio. Fuori! Sloggiami!

Ma dove vuoi che vada, mamma? E a questora di notte? Ti sei bevuta il cervello?

Dove voglio! Questa è casa mia, qui comando io! E tu qui non stai più!

Ma io? Qui non è anche casa mia?

No, tesoro, qui tuo non cè proprio niente! sbraitò Lucia, prendendo in braccio il piccolo Davide e soffiandogli il naso con lorlo del vestito di Giulia. Proprio niente! E ora te ne vai, che ho già abbastanza pensieri! Già stavo ricostruendo la mia vita e tu Tu vorresti sempre rovinare tutto! Ma non ci penso nemmeno!

Mamma, cosa mai ti rovinerei?

Davanti a Marcello gira e rigira, non fai la santarellina non sei tu forse che gli dai alla testa?

Mamma! Giulia urlò così forte che Davide si mise a piangere. Ti rendi conto di quello che dici?!

Benissimo! Ora basta, ho deciso! Fra cinque minuti non ti voglio più vedere qui!

Lucia se ne andò sbattendo la porta e Giulia restò ferma, senza nemmeno capire che la madre questa volta sì, laveva buttata fuori di casa. Era come se la testa non volesse funzionare. Cercava di afferrarsi a un pensiero, unidea su dove andare, ma tutto galleggiava come coriandoli impazziti.

Da fuori si sentiva piangere Davide. Era sempre Giulia che lo consolava; era quasi il suo “impegno fisso” distrarlo e farlo smettere di urlare, mentre il nuovo compagno della madre non sopportava i capricci del bambino. E Giulia, cresciuta circondata da affetto, proprio non capiva la metamorfosi di sua madre, sempre più distante: invece di consolare Davide, glielo passava in braccio e si chiudeva in camera con Marcello.

Dai, occupatene tu! Ormai sei grande, quindi datti da fare!

Grande Fino al giorno prima, cocca di papà e mamma, e adesso tagliata come il pane raffermo, come diceva Lucia. Due anni di cambiamenti travolgenti e Giulia era rimasta indietro, incapace di capire la nuova famiglia che le correva davanti.

Prima era morto il papà, infarto, nel modo più assurdo e ingiusto. Bastava che qualcuno, anche solo un passante in piazza Maggiore, si fosse fermato ad aiutarlo, chiamato unambulanza Invece non era neppure arrivato a cinquanta, vestiva sempre in modo impeccabile, e nessuno lo aveva soccorso. La gente tirava dritto, forse pensavano fosse ubriaco o strano a dormire sotto la pensilina, in Novembre. Quando finalmente una donna si decise a toccarlo sulla spalla, era troppo tardi.

Ricordava bene la reazione di sua madre: uno sguardo assente, come pietrificata. Giulia piangeva, chiedeva aiuto, ma niente. Lucia non lasciò scendere nemmeno una lacrima, fece il funerale quasi in silenzio, poi si chiuse nella sua stanza, dimenticandosi della figlia.

Niente parenti, e gli amici erano ormai solo sagome che sparivano tra una Pasqua e un compleanno, senza lasciare traccia. I suoi genitori erano orgogliosi della loro famiglia unita, ci bastiamo, noi!. Giulia ci aveva creduto, poi però, quando era entrata alle elementari, aveva presto cambiato idea.

Nel suo banco sedeva con una bambina piccola vivace; capelli nerissimi, raccolti in due trecce gigantesche, così pesanti che lei portava la testa sempre dritta. Giulia odiava le sue stropicciate boccoline bionde, mai in ordine, tanto che in classe la soprannominarono Dente di Leone.

La treccia della compagna, Fiorenza, Giulia ebbe il coraggio di toccarla solo dopo due giorni, quando lei, stufa, la gettò dietro le spalle dicendo: Basta, me la taglio! Anche se la mamma poi mi strozza.

Giulia, senza pensarci, le accarezzò il nero lucente e sussurrò: Sei matta? È bellissima!

Fu così che nacque la loro amicizia. Fior di Pesco la chiamavano per i suoi boccoli.

Fiorenza era la quarta di una famiglia chiassosa di sei figli. Quando Giulia per la prima volta entrò nella loro immensa casa fuori Bologna, si sentì travolta da voci, vecchi e bambini tutti insieme. Cercò per giorni di capire come fossero imparentati, ma lasciò perdere. Tutto ciò che bastava sapere era che la mamma di Fiorenza, ogni volta che vedeva qualcuno tra le mura, lo accoglieva con un piatto fumante: poi, pancia piena e si rotolava sul divano, oppure si aiutava a impastare. Giulia rimase colpita perfino dalle più piccole, che già sapevano fare la sfoglia per le lasagne, mentre lei non poteva neppure avvicinarsi ai fornelli: sei troppo piccola, diceva Lucia.

A casa di Fiorenza, Giulia scoprì che parenti e amici, tutto sommato, non erano male. Le feste erano numerose e per Fiorenza i regali piovevano sempre, non solo a compleanni: un maglioncino nuovo, dolcetti, o nastrini, anche solo se la bisnonna aveva vinto alla lotteria. Perché? Bisogna sempre fare felici chi si ama! rideva Fiorenza.

Lucia, ovviamente, criticava quellamicizia. Se avesse visto casa di Fiorenza, Giulia non ci sarebbe più potuta andare. Ma lavorava troppo, e alla fine, bastava una scusa e Giulia uccellava fuori, contenta di essere coccolata e chiamata con nomignoli dolci tra le chiacchiere in cucina.

Poi, quando il papà morì, la famiglia di Fiorenza fu fondamentale: i suoi fratelli accorsero subito, portarono dei soldi, aiutarono con i documenti, mentre Lucia partecipava a tutto solo sbuffando. Fiorenza faceva di tutto per calmare Giulia, che però piangeva sempre. Pure Fiorenza pianse, impastando i tortellini e intanto bagnando la sfoglia con le lacrime, tanto che dovettero portare i dolci anche alla vicina di casa per mancanza di spazio.

Il giorno dopo ancora, i fratelli di Fiorenza accompagnarono sempre Giulia e la madre, risolsero cose, si assicurarono che nulla le scivolasse addosso. Lucia ignorò, ma Giulia non dimenticò mai.

Più avanti, Fiorenza venne data in sposa giovanissima. Giulia non ci poteva credere: Tu scherzi?! Ma non volevi fare il medico? Ora, il marito, domani i bambini?

Non ho cambiato idea, diceva Fiorenza, papà e il mio fidanzato hanno già fatto i patti sulle scuole.

Ma lo ami così tanto? Non ci puoi vivere proprio senza lui?

Fiorenza la guardò come si guarda una che abbia appena chiesto “sai che il cielo è blu?”.

Lho visto due volte in croce. Non è amore, magari col tempo arriverà. Da lei funzionava così: i genitori decidevano e loro seguivano, certi che nessuno avrebbe voluto del male.

Al matrimonio, Giulia si trattenne dal piangere, ma quando seppe che Fiorenza andava a studiare medicina a Milano, si prostrò disperata: Che farò senza di te? Se stai male, corri da me, si sistema tutto!

In quel periodo, Lucia aveva accolto proprio Marcello e Fiorenza, quando la vedeva trattenersi in giro dopo le lezioni, le domandava: Perché non torni a casa? Ma come spiegare che la madre aveva ormai uno strano modo di guardarla, che a volte il compagno la aspettasse in cucina o in corridoio? O che la notte non si dormiva, tra poppate e crisi del piccolo Davide, poi la madre si arrabbiava perché lei chiudeva la porta a chiave: E se devo lasciarti Davide?!.

Eppure lei lo amava il fratellino, ma crollava addormentata; due volte era svenuta anche in ospedale, dove era andata a lavorare ancor prima di laurearsi, scegliendo i turni di notte per tornare a casa il meno possibile.

Salutata Fiorenza, Giulia ricadde nel solito inferno. Stavolta il litigio con la madre fu lapice di una tensione che nessuna sapeva sciogliere. Lucia ascoltava solo se stessa e, fatta impazzire da una vicina che, pizzicando la guancia a Davide e sorridendo a Giulia, aveva detto: Che bella figliola è diventata! Quando arriva il fidanzato? Non puoi mica lavorare e studiare tutta la vita, bisogna pensare anche alla felicità propria!, Lucia scoppiò. E la buttò fuori.

Rimasta sola, Giulia raccolse le sue cose, cercando di capire dove andare. Dove, dove sarà mai questo posto per me?. Forse poteva chiamare Fiorenza, ma come fare ora che era incinta e piena di esami? E poi Giulia odiava infastidirla.

Diede unultima occhiata alla cameretta, prese la vecchia foto del papà e la ficcò in borsa, asciugandosi le lacrime. Tanto, ormai, si sentiva unestranea da tanto tempo.

In cucina, la tv blaterava e Lucia bestemmiava contro le pentole. Giulia pensava di affacciarsi, ma che senso aveva? Tutto era stato già detto. E poi, perdonare quella frase? Non cè posto per te! Era troppo.

Fuori cera già buio e Giulia, stringendosi nella sciarpa larga, regalo di Fiorenza a Natale, camminava verso il centro di Bologna. Lautunno era arrivato tipo treno in ritardo: ieri 28 gradi, oggi girocollo, domani cappotto. Rideva da sola vedendo in giro ragazzi in bermuda e gente già in piumino.

Alla fermata del 27, deserta, si sedette sulla panca e ficcò le mani in tasca. Solo un cane randagio e un paio di passanti. Una macchina si fermò davanti, Giulia fece un passo indietro.

Giulia?

Alessandro!

Quasi si mise a piangere per il sollievo. Era il fratello maggiore di Fiorenza, lo stesso che le aveva fatto capire lalgebra ai tempi della scuola. Che ci fai qui a questora? Vai all’ospedale?

Sì… cioè, no Dico di sì: vado in ospedale!

Ma via! Che stai raccontando? Cosè successo? Perché sei con la borsa?

Lo sguardo premuroso di Alessandro le fece raccontare tutto: di Marcello, della madre, del fatto che ora era in mezzo alla strada e non aveva dove andare.

Tutto chiaro! Sali disse secco, asciutto come sempre, e Giulia per un attimo pensò che la stesse solo accompagnando allospedale.

In macchina silenzio. Faceva caldo, finalmente un po di pace. Rallentò, godendosi quei pochi attimi, ma le rimbombavano nella testa solo le parole: “Qui non hai posto!”

Si accorse che non stavano andando verso lospedale. Alessandro, ma dove stiamo andando? Devo andare in ospedale!

E a stare dove? Dormi in guardiola? E poi, domani che fai?

Non so…

Lo so io. Ora andiamo da unaltra parte.

Un condominio elegante in una zona silenziosa, cancello in ferro battuto. Alessandro si fece aprire, parcheggiò e annuì verso il portone.

Salirono al terzo piano. Dopo una lunga attesa alla porta, di fronte a lei si presentò la nonna di Fiorenza, la signora Ornella: enorme vestaglia fiorita, capelli raccolti e aria da generalessa.

Orlando mio! Potevi avvisare prima! Ma questa Ma tu sei Giulia, la compagna di banco di Fiorenza, sì? Su, avanti, entra che non sei estranea! Qui si sta in famiglia!

Prese Giulia tra le braccia, la strinse, la accarezzò come una nipote, le fece accomodare davanti a un caffè bollente. “Io sono Ornella. Quando ero giovane credevo che la mia casa sarebbe sempre stata il mio posto, invece la vita… Mai pensare che la tristezza sia la più terribile delle cose, Giulia. Ci sono dolori peggiori.”

E raccontò di lotte, fughe durante la guerra, di quando salvarono lei e i suoi fratelli di notte scappando sulle colline. “A volte ci si attacca al proprio posto come ai vestiti, anche quando fanno male.

Ornella le accarezzava la testa: Non pensare a quello che ti ha detto tua madre. Il dolore scombussola. Bastano le persone vicine per ritrovare la forza. Da oggi la mia forza te la passo io. Qui ci sarà il tuo posto finché non troverai la tua strada, finché non ti metto nelle mani giuste!

Due anni dopo, Giulia cucinava meglio di Fiorenza, che veniva in visita col marito da Milano. Ma come fai la pasta così buona? Così invidiabile!… Tutto merito della nonna Ornella rideva Giulia.

Brava diceva Ornella ma la vera prova ti aspetta nel cuore! Vorrà vedere se sei cresciuta per davvero.

Fiorenza incuriosita, Giulia abbassava la voce: La mamma ora sta male, molto. Le resta poco. Per due mesi lho assistita, andando oltre lorgoglio.

Sei andata a trovarla? Fiorenza saltò dalla sedia.

Noe non ci riesco! Quando penso a come mi ha trattato Senza Alessandro e Ornella, chissà dove sarei ora!

Ma il tuo Davide?

In istituto. Non me lo hanno dato, non ho la casa né i documenti giusti.

E l’appartamento di tua madre?

Mi ha cancellata dalla residenza. Senza carte, niente fratellino. Non so più cosa fare, Fiorenza…

Basta, andiamo! ordinò lei allimprovviso.

Dove?

A casa di tua madre.

Non voglio riappacificarmi!

E allora lasciala fare a lei! Tu pensa a Davide, almeno a lui pensa! Nessuno pensava a te? E sei contenta forse?

Così Giulia trovò la forza di perdonare Lucia, due giorni prima che la malattia la portasse via. Ti prego, scusami, sussurrò Lucia, seguita da settimane di cure amorevoli e nuove, più forti, fatte di documenti, sacrifici e silenzi pieni damore.

Davanti al letto di morte della madre, Giulia ricordò una mattina destate, quando aveva cinque anni: la madre in abito rosso a pois la faceva mangiare ciliegie gialle come il sole, dolci come un bacio. Tutto il resto spariva. “Ti perdono, mamma.” E la pace invase per la prima volta il cuore di Giulia.

Una settimana dopo, Davide, tenendole la mano nella vecchia casa, le chiese: Siamo a casa per sempre stavolta?

Sì, piccolo mio. Ora siamo a casa. Questo è il nostro posto, capisci?

E Davide annuì serio, finalmente, mettendo ogni cosa al suo posto.

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