Lacrime di cuculo
Papà, sono a casa! E ho una fame da lupi!
Ginevra lanciò lo zaino contro la parete, si tolse le scarpe con stile da centometrista e cinguettò: «Ohé! Cè qualcun altro in questa casa oltre me o è diventato un museo chiuso per ferie?»
Dal cucinino fece capolino un grasso gatto tigrato, la coda che roteava seccata come un ventilatore rotto.
Ciao, Filippo! E papà dovè? Ginevra grattò il gatto dietro lorecchio e lo seguì in salotto, certa di trovare il genitore impegnato a combattere ancora una volta contro la sua mastodontica tesi di dottorato. Macché, la postazione era vuota.
Filippo, spiegami un po: dove sè cacciato la nostra colonna portante? Ginevra guardava il micio con aria indagatrice.
Papà di solito la avvisava persino se doveva scendere a buttare la spazzatura. Da loro si usava così: uno sapeva sempre dove stava laltro, una strategia anti-calamità domestiche e non si sa mai.
Vittorio Manfredi, cioè suo padre, oltre a essere un luminare della fisica, era la persona più distratta dItalia, secondo il Guinness dei Primati di mamma. Dimenticava dove avesse parcheggiato la macchina, confondeva i nomi dei tram, comprava chili di mortadella quando in frigo cera ancora quella dell’altroieri, e ogni tanto infilava il portafoglio nel microonde. Ma di sua figlia Ginevra e della sua agenda da ginnasiale, neanche un errore a memoria neanche se la svegliavi alle quattro di notte.
Il mondo di papà si divideva in due soli amori: prima Ginevra, che contava più di tutto. Dopo veniva la fisica. Per dirne una, quando nacque la figlia e mamma decise che la maternità le stava stretta come un maglione sciupato, papà mollò tutto per occuparsi della piccola.
Ginevra non ricordava quasi nulla della madre. Era partita per Roma quando lei aveva appena sgambettato la prima candelina. E già da prima latitava: stavano dalla nonna, e mamma appariva come una meteora, lasciava un bacio e una Barbie costosissima subito sequestrata dalla nonna, per ora giochi con queste palline, le Barbie sono roba da grandi. Poi ripartiva, felice. Mamma cantava nei teatri, soprano di talento, e sosteneva che non poteva gettare al vento una voce così, tutto per delle pappe e pannolini.
Il talento era indiscutibile e, quando le offrirono un ingaggio fisso allOpera nella capitale, ci mise meno a decidere di quanto serva a cuocere uno spaghetto. Destino: il papà restava col bebè e mamma inseguiva il sogno, promettendo a chiunque incontrasse che lo faccio anche per mia figlia!.
Eppure, la vita andava avanti tra bernoccoli, pianti, primi passi e improvvisate tournée casalinghe a rappare col ciuccio. Ginevra, ogni tanto, provava a chiamar mamma pure la professoressa di matematica, ma la nonna tagliava corto e papà non aveva particolare urgenza di una nuova moglie, così Ginevra si inventò una soluzione: papà, per lei, era un po mamma e un po papà. Mapà.
Strano? Niente affatto! Era lui ad accarezzarla la mattina presto mentre salutava il sole da dietro le tende della cucina. Lui a inventare minestre camuffate da crostata e frittelle per farle mandare giù almeno un boccone di colazione, visto che il porridge lo odiava come un milanese odia il traffico in tangenziale.
Allasilo, Ginevra diventò la leggenda delle educatrici per la sua arte di nascondere la pappa nei posti più impensabili: tamburi di plastica, casette di bambole, coperte… Finché papà, convocato dalle maestre disperate per le sorti delle piante dappartamento concimate a suon di minestrina, sbrogliò la matassa: da allora, colazione solo in casa, e via di pancake, tortine al cioccolato e bomboloni che manco a Napoli. Le maestre brontolavano cose da viziati, ma Vittorio non cedeva: Se un bambino la pappa non la vuole, che senso ha insistere?
Stranamente, questo approccio non rese Ginevra una piccola despota. Amava il padre così tanto che ubbidiva sempre, bastava uno sguardo un po rattristato e un Ah Ginevra! Ma che hai combinato? per farle pentire anche del pensiero di metter le dita nella marmellata.
La nonna, finché cera, non era convinta: Così la vizi! Vittorio, non si fa!. E tu? Mica mhai mai sculacciato, mamma, spiegavi punto e basta!. Eh, solo una volta ho rotto la scopa sulle tue gambe, e avevo ragione, che eri scappato pure tu sul Naviglio a fare il bagno!.
Così, avevano tirato avanti. Poi la nonna se nera andata presto, lasciando Ginevra e papà nella grande, rumorosa casa in centro a Bologna. Lì la solitudine faceva eco, ma cera anche tanto spazio per fare le capriole. Era un appartamento che avevano ereditato dal nonno, mitico direttore di fabbrica, morto quasi sulla plancia, cuore che si era spento tra unassemblea e laltra. Dopo, la nonna non si era più ripresa e, quando se nera andata, Ginevra aveva imparato a friggere luovo a sette anni e a rifarsi il letto da sola a otto.
A dieci anni era autonoma come unauto ibrida: puliva salone e stanze, papà si occupava di cucina e bagni; la settimana alternata ai fornelli, e una sola regola fissa: il gatto. Da quando Ginevra aveva trovato Filippo in un cassonetto, spelacchiato e urlante, aveva deciso che sarebbe spettato solo a lei occuparsi di quella causa persa a pelo.
E adesso, il felino, con sguardo mesto, provò una zampata sulla sua gamba.
Filippo, che cè? Fame? Vieni, vediamo se papà è andato al supermercato, ma dove sarà volato a questora?
Risposta found subito: sul tavolo della cucina, un biglietto.
Ginevra, mi hanno chiamato in Dipartimento. Torno tardi. Filippo è stato sfamato. Se miagola, non cascarci: mente! Papà.
Pace fatta. Papà era facilmente localizzabile ed era tutto ok. Pranzo, compiti e poi corsa in piscina.
Prese in fretta il costume appena steso sul balcone, lo cacciò nella borsa e guardò lorologio. Ancora dieci minuti e si poteva rilassare al computer. Una mail arrivata il giorno prima richiamava la sua attenzione, giusto il tempo di scacciare Filippo dalla tastiera e aprire la casella, quando: toc, toc, toc!
Eh già, il campanello era fuori uso da secoli; pareva spaventasse Ginevra da piccola, e papà laveva mai più rimesso. Chi aveva bisogno di entrare, bussava. A fungere da allarme, ora, toccava solo a Filippo, pronto a far la guardia ogni volta.
In corridoio, vicino alluscio, cera la vicina, zia Silvia. Era la spalla su cui piangere, babysitter e migliore amica, nonostante la differenza d’età.
Oh, Ginevra! Tuo padre è uscito di corsa. Ordine: sfamarti e coccolarti prima della piscina!
Arrivi tardi, zia Silvia! Ho già mangiato! rise Ginevra e la abbracciò.
La conosceva da sempre: le faceva le trecce, gestiva il day hospital della nonna, la recuperava allasilo e, in caso di emergenze, accoglieva con pigiama e tazza di latte. E con lei niente segreti.
Brava! zia Silvia la baciò sulla testa. Tutto bene? E il tuo Edoardo?
Uff, lasciamo stare… Ginevra mise lacqua a bollire per il tè.
Se cera un po di tempo, si poteva spettegolare e fare merenda, i compiti potevano aspettare.
Silvia esaminò la cucina, aprì una pentola: Cosa darai a tuo papà da mangiare?
Ci sono i tortellini surgelati!
Vabbè… Intanto mi racconti del tuo “fidanzatino” e io pelo le patate. Un po di patate arrosto fanno bene a papà, mentre chiacchieriamo. E niente tortellini riscaldati, eh!
Ad Andrea piacevano le patate, quindi nessuna obiezione da parte di Ginevra, che iniziava a raccontare la sua litigata con Edoardo (aveva osato tentare un bacio dietro la scuola!) finché BUM BUM! qualcuno martellava la porta.
Cavolo, ma chi è, i carabinieri? Silvia si pulì le mani e aprì.
Entrò una donna elegante, che Ginevra riconobbe subito.
Mamma.
Vittorio non aveva mai nascosto a Ginevra chi fosse sua madre, che combinasse o che giro facesse. Cerano due o tre foto di Marina in soggiorno: giovane, bella da far girare la testa pure ai manichini, sempre con quel sorriso di una che stia sempre per scoppiare a ridere.
Ma ora, Marina era davanti a loro, depositò il trolley chic, si inginocchiò melodrammaticamente: Figlia mia, tesoro! Non mi abbracci?
Scene da telenovela Rai Uno. Ginevra si scambiò uno sguardo con Silvia, alzando le spalle.
Certo che ti riconosco. Su, alzati che il pavimento è gelato e pure non proprio splendente, oggi non lho ancora passato.
Ma tu lavi per terra? sgranò gli occhi Marina, sistemando limpermeabile. Lo dicevo io! Avete sempre potuto permettervi una donna delle pulizie, ma niente, vi ostinate! Papà è in casa?
Arriva tra poco.
Benissimo! Tanto sono qui per te, stella! Allora? Hai visto la mia lettera? Vabbè, adesso è irrilevante! Dai, dammi un abbraccio! Ho portato regali, montagna di regali!
Come una regina, Marina ignorò Silvia e la oltrepassò. Ginevra osservava tutto come se non le appartenesse. Ecco la madre che si mette allo specchio, si sistema il trucco, richiama allordine Filippo tirandogli una zampata (cosa che il micio ricambiò puntando subito i denti sulle calze di Marina).
Lasciami in pace, bestiola! brontolava lei. Ginevra, senza neanche rendersene conto, prese Filippo in braccio.
Indietreggiò pian piano finché non urtò zia Silvia, che la abbracciò. Non ti preoccupare, io sono qui, Ginevra.
Marina intanto parlava praticamente coi mobili, una raffica di parole mentre srotolava buste, confezioni eleganti e vestitini ultra-fashion: Non sapevo che taglia portassi, tuo padre non dice niente mai: sempre sta bene, studia. Ho fatto a occhio! Se non ti piacciono, andiamo a Roma insieme e scegli tu. E la nonna? Non cè?
Ginevra si ghiacciò. Stringendo Filippo fino a farlo protestare, Silvia prese il micio e lo piazzò in cucina.
La nonna non cè più.
La voce roca di Ginevra non rallentò Marina.
Così Ginevra urlò, più forte che poté.
Non cè più! E tu nemmeno! Perché sei venuta?
Marina rimase sconcertata un attimo ma si riprese subito.
Mi mancavi
Davvero? Dopo solo una dozzina danni, vero? Quanti anni avevo quando te ne sei andata?
Ginevra, non dire così! Non ti ho mai abbandonato! Le circostanze Ho studiato tanto, lavorato tanto su me stessa, non potevo perdere il mio momento solo perché
Marina si interruppe, ma Ginevra completò col sorriso amaro:
Solo perché cera una bimbetta che rovinava i tuoi piani? Tanto cera papà e la nonna, giusto? Ci pensavano loro! No?
Ma ora sono tornata
E che vuoi adesso? Ginevra si rafforzava aggrappata a Silvia: Dimmi cosa vuoi.
Aveva le gambe che tremavano e Silvia la strinse a sé.
Voglio Marina tentò di toccarle i capelli, ma Ginevra la scansò come una top model in passerella.
Non toccarmi. La voce ora era fredda come un gelato di gennaio e Silvia si spaventò della calma che sentì.
Ginevra, tesoro? balbettò Silvia.
Va tutto bene, zia.
Ginevra, cara
Mi lasciate parlare! Marina sinnervosì, scrutando Silvia da cima a fondo. Chi sei tu? La nuova moglie di Vittorio? Fantastico. Vai a pulire qualcosa, perché qui sembra una stazione abbandonata! Neanche mia suocera, pace allanima sua, avrebbe lasciato tutto in questo stato! Lei, almeno, era severa ma la casa era uno specchio!
Silvia scoppiò a ridere e, di riflesso, lo fece anche Ginevra.
Visto? Già mi sorridi! esultò Marina, ma la figlia tornò subito seria.
Non a te! le rispose, guardandola dritto negli occhi. Rido della tua faccia tosta.
Faccia Da dove impari queste cose?
Credi davvero che giochi ancora col trenino? Papà mha insegnato parecchio. Più di quanto immagini. E tanto tu uno straccio di diritto ce lhai più.
E che avrei dovuto fare, secondo te? Marina allargava le braccia, caricatura della vittima.
Lo sai cosa so anchio? So che papà si è già occupato legalmente della custodia. Sto con lui e basta! Se vorrò vederti, deciderò io!
Ma tu vorrai, vero? Marina guardava a destra e a sinistra in cerca di soccorso.
Ma nessuno le fece il favore. Ginevra aveva invece una vera alleata.
Basta! Silvia prese la situazione in mano e spinse Ginevra in cucina. Vai, Filippo ha fame. Tu occupati di lui, qui ci penso io.
Ginevra obbedì e, nonostante il mugugno della madre, fece come le aveva chiesto Silvia.
Quando la porta si chiuse alle sue spalle, a Marina si presentò una Silvia tuttaltro che paciosa. Sembrava una pantera che difendesse il suo cucciolo.
Allora, chiariamoci: da adesso in poi, ogni discorso su ritorni di parentame disperso lo fai davanti a Vittorio.
Ma tu, chi ti credi? Marina la imitò sedendosi, ma Silvia era inamovibile davanti alla cucina.
Sono quella che ha cresciuto Ginevra insieme a Vittorio, altro che cuculo! Pensi che butto via tutto perché a te gira che adesso vuoi giocare alla mamma? Vuoi portarla via a Roma con te, lhai chiesto prima a lei? Le interessa questa passeggiata di boutique e collegi chic? Secondo te ti dirà anche grazie?
Magari un giorno!
Non sognare! Non sai nulla di lei. Vuoi portarla via, ma la conosci? Lo sai comera piccola quando sei sparita nel nulla? E pensi che con qualche pacchettino la recuperi? Forse credi alle favole. E ora, per favore, fuori di qui! Puoi aspettare Vittorio sulla panchina, sotto. Adesso mi tocca sfamarle perché ha allenamento e la madre, toh, non cè. Basta, vai.
Marina non si mosse. Ma, quando si girò per ribattere, scoppiò in un singhiozzo umido, mascara sciolto a righe sulla guancia.
E ora che faccio? balbettava tra i singhiozzi. Non mi perdonerà mai?
Silvia sospirò e le porse decisa un fazzoletto. Su, soffiati il naso, che sembri in una soap opera! Ma pensavi davvero che comparendo una volta dopo dodici anni, tua figlia ti buttasse il collo addosso? E perché mai? Per lei sei una signora estranea. Vuoi recuperare? Allora cammina, e ricorda che la strada sarà lunga e piena di sassi. Imparerai a pensare più a lei che a te stessa, forse non sarà tutto inutile. Adesso vai a rinfrescarti, poi stai buona in salotto. Quando arriva Vittorio, parlate. Ma non ti azzardare a dare fastidio ancora oggi a Ginevra. Almeno oggi, dì: perché sei venuta?
Marina deglutì, pronta a reagire piccata, poi abbassò lo sguardo. Mi risposo. Mio marito è fantastico, ma non ha figli né ne potrà avere. Sa di Ginevra e si è detto pronto ad accoglierla, darle opportunità, scuole migliori, tutto quello che qui non avrà mai. Voglio che sia felice.
Ma già lo è! replicò Silvia con calma. Solo che tu non lo sai, non la conosci. Ecco il punto.
Non lo so ripeté Marina, e con gli occhi rossi si rinchiuse in bagno.
Quando Vittorio rientrò, trovò Marina in camera di Ginevra, seduta per terra, tra le mani un vecchio sonaglino, cimelio di famiglia e portafortuna per tutte le gare di Ginevra.
Lo hai conservato Marina guardava il sonaglino, ma intendeva altro.
Sì, Marina. Perché sei venuta?
Pensavo fosse una cosa, invece era tuttaltro. Quella iena che mi ha cacciata dalla cucina chi è?
Unamica.
Di chi?
Mia. Di Ginevra. Nostra.
Tra voi cè qualcosa? Ginevra la chiama mamma?
Ma che pensieri, Marina! Tu sempre così: agisci, poi magari pensi. Silvia è felicemente sposata, tre figli. Ci aiuta perché perché è una brava persona.
E io invece niente Già. E potrò almeno vedere Ginevra?
Quando mai te lho proibito? Se vuoi, vieni. Cè posto. Magari, un giorno, lei vorrà parlare con te.
Spero tanto di sì Marina restituì il sonaglino. Ora devo andare
Questa volta non salutò neppure Ginevra. Quando però tornò un mese dopo, la figlia la ignorò. Preferì accompagnare Silvia nei boschi. E, trovando un piccolo fiore azzurro, domandò:
Zia, lo sai che questo si chiama lacrime di cuculo?
Certo, che lo so. Perché, Ginevra? Silvia la fissò preoccupata.
Secondo te, vuole davvero che io le parli? Ginevra cercava negli occhi di Silvia una direzione.
Sì, credo di sì.
La ragazza giocherellava col gambo del fiore, pensierosa. Poi disse piano:
Proviamoci. Se va male, ho sempre papà. E te. Questo lo so.
Certo che lo sai.
Ginevra posò delicatamente il fiore sullerba, ascoltò il silenzio e poi scosse le braccia:
Quando vuoi chiedere qualcosa, mai che ci sia una cuculo nei paraggi! Zia Silvia, quanto vivrò?
Oh, figlia mia, a lungo! rise Silvia. E sarà una vita felicissima! E delle cuculo, non ne hai bisogno per sapere queste cose! Fatto tesoro?
Più chiaro di così!
Con la madre, Ginevra arriverà a parlare, ma riconciliarsi davvero le servirà anni.
E solo il giorno del suo matrimonio la abbraccerà senza più timore e guardandola apertamente.
Sii felice, figlia mia!
Lo sarò, te lo prometto! Ginevra cercherà con lo sguardo papà e zia Silvia, sorridendo loro: Va tutto bene, davvero.E in quellabbraccio che smette di essere una barriera e diventa un ponte, Ginevra sente finalmente che non deve più scegliere tra ciò che ha amato e quello che avrebbe voluto amare. Davanti a tutti, con la luce del tramonto tra i capelli intrecciati, ride, mentre Filippo invecchiato e un po più lento ma sempre presente si acciambella tra i piedi di Silvia.
Marina trattiene a fatica le lacrime, ma questa volta non se le asciuga da sola: Ginevra le prende la mano, e la stringe con sicurezza. Lì, per la prima volta, Marina comprende davvero cosè restare, e anche perdere, e anche ricucire, punto dopo punto, un filo che non torna identico, ma magari più resistente.
Vittorio osserva la scena con orgoglio tenero e un pizzico di nostalgia. Poi, con tono allegro, ordina: E ora basta drammi! Ci aspettano torte e valzer. Chi non balla, lava i piatti!
La musica esplode e tutti in cerchio: amici, parenti e persino i fiori raccolti tra i campi bolognesi. Ginevra danza con Silvia, poi con Vittorio che le sussurra: Sei la figlia che sognavo tu fossi. Pura poesia, Ginevra. Pura scienza del cuore.
E in quellistante, tra una risata e uno sguardo intarsiato di futuro, Ginevra pensa che non serve davvero capire ogni mistero per essere felici. A volte basta scegliere chi tenere vicino, e chi lasciare andare come una lacrima di cuculo: rara, breve, ma così azzurra che il ricordo non fa più male, e anzi, colora tutto il resto.
Quella sera Ginevra, prima di spegnere le luci, scrive il suo nuovo elenco dei desideri. Alla voce uno, mette: Continuare a ridere, ogni tanto piangere, ma non restare mai sola. Né figlia del vento, né del canto. Semplicemente, Ginevra.
E con un sorriso si addormenta, sapendo che dora in poi, ovunque andrà, sarà sempre a casa.






