Un passo verso l’abisso

Un passo nel vuoto

Carmela, ma dovè tua sorella? Di solito siete sempre insieme! non riuscì a trattenersi mia zia Rosanna, vedendomi passare di corsa in corridoio.

Mi fermai di botto, mi voltai verso di lei e, senza neanche provare a nascondere il fastidio, risposi seccamente:

Io sono Giada.

Lo sguardo che le lanciai era talmente freddo che il sorriso sulle labbra di zia Rosanna vacillò appena. Cercai di trattenere la crescente irritazione mentre continuavo:

E comunque non siamo poi così identiche da meritare di essere sempre confuse!

La sorpresa di Rosanna fu genuina. Sollevò leggermente le sopracciglia, come se cercasse qualcosa di nuovo nelle mie sembianze che fino ad allora le era sfuggito.

Ma dai, tesoro, obiettò con dolcezza. Siete gemelle! Quando state zitte vicine, davvero non cè modo di riconoscervi. Solo quando iniziate a parlare tutto si chiarisce subito.

Sentii dentro di me montare la rabbia. Mi morsi il labbro, tentando di non lasciar trasparire le emozioni che mi investivano, e mi diressi rapida verso la porta. Non aggiunsi una parola, uscii dalla stanza chiudendomi la porta alle spalle con decisione.

Rimasta sola, Rosanna scosse la testa, ancora senza capire perché avessi reagito tanto bruscamente. Intanto io, mentre percorrevo il corridoio, ripetevo mentalmente quelle frasi che da sempre mi facevano male: uguali come due gocce dacqua. Mi suonavano addosso come una maledizione a cui non riuscivo a sottrarmi. Basta, mi chiedevo, perché nessuno vede le nostre differenze? Perché per tutti restiamo solo le gemelle, senza nome, senza personalità, senza interessi propri? Nella mia testa si affollavano domande a cui ancora non trovavo risposta…

*********************

Ero seduto su una panchina al Parco Sempione, abbracciando le ginocchia. Il sole filtrava tra le foglie degli alberi, disegnando sul terreno strani giochi dombra, ma io non avevo occhi per la bellezza di Milano quel giorno. Parlavo ancora con Lucia del tormento che mi portavo dentro da troppo tempo. La mia voce era fievole, quasi rassegnata, e le confessavo per lennesima volta quanto fosse insopportabile sentirmi sempre confusa con Carmela.

Lucia mi ascoltava attenta, con il mento appoggiato su una mano. Dun tratto, i suoi occhi si illuminarono e si raddrizzò:

Senti qua, disse vivace, perché non cambi radicalmente? Tagliati i capelli cortissimi e tingili di un colore folle! Così nessuno potrà più scambiarti per Carmela. Lei, così precisa e riservata, non lo farebbe mai!

Guardai i miei lunghi capelli, scivolando istintivamente le dita sulle ciocche. Mi balenò negli occhi un accenno di curiosità, subito spento.

Mamma non mi darà mai i soldi per una cosa del genere, dissi sconsolata. Le piace che restiamo identiche. I miei desideri non contano per lei.

Ma Lucia non mollò. Fece un gesto ampio con la mano come a spazzare via i dubbi:

Chiedi i soldi per un altro motivo! Dì che devi comprare un regalo a una compagna di classe. Poi vai nel negozio sotto casa mia dove tagliano per pochi euro. Una volta papà mi ci ha portata mia mamma però si è lamentata del taglio troppo corto. Ma tu vuoi proprio quello no?

Alzai le sopracciglia, incuriosita. Lidea mi sembrava ancora folle, ma cominciava a convincermi.

E per la tinta quanto ci vuole? domandai cauta.

Lucia mi rassicurò:

Non preoccuparti, mia sorella maggiore sa come si fa. Basta comprare la tinta.

Sentii la sua sicurezza e, mio malgrado, sorrisi. Forse, davvero, la gente avrebbe iniziato a vedermi per quella che sono? Magari, finalmente, non sarei più stata solo una delle gemelle. Una fiamma timida di speranza si accese dentro di me, anche se restavo incredulo che bastasse un gesto così semplice per cambiare le cose.

Pochi giorni dopo ci mettemmo allopera. Cercai di non darlo a vedere, ma ero agitata.

Il salone di parrucchiera era ben poca cosa: una stanzetta con una poltrona logora e specchi un po macchiati. La parrucchiera, unanziana signora dagli occhi stanchi, mi domandò semplicemente:

Come li vuoi?

Esitai un istante, poi sputai fuori tutta dun fiato:

Cortissimi! Proprio corti!

Lei annuì e iniziò a tagliare senza chiacchiere. Guardavo le lunghe ciocche cadere sul pavimento, sentendo un nodo dentro, ma ormai era tardi per tirarsi indietro.

Finito il taglio, mi guardai allo specchio. Corti, un po storti, ma accettabili. Almeno ora non assomiglio più a Carmela.

Con il cuore che batteva forte, corsi da Lucia. Ci aspettava già sua sorella. Dopo una breve discussione puntammo tutto su un rosa acceso di quelli che non passano inosservati.

Il risultato? Ben al di sopra delle aspettative, purtroppo in peggio. Il rosa era così acceso, quasi fluorescente, e la piega irregolare dei capelli li rendeva ancora più strani. Mi venne da storcere il naso, ma mi feci coraggio: ormai indietro non potevo tornare.

A casa mi attendeva mamma. Appena mi vide varcare la soglia, impallidì e si portò la mano al petto. Al posto della ragazzina ordinata che riceveva ogni pomeriggio, si trovava davanti unestranea con i capelli tagliati alla meno peggio e colorati di un rosa che gridava vendetta.

Giada, ma che ti sei combinata?! per la prima volta le uscì un urlo strozzato. Le mani tremavano, negli occhi leggevi la paura. Ti sei guardata allo specchio almeno? È un disastro! Come rimediare adesso?

Stringendo i pugni cercai di non far capire quanto il risultato mi deludesse. Alzai il mento e risposi ostinatamente:

A me piace! Così nessuno mi scambia più per Carmela.

Mamma scosse la testa incredula, poi prese il telefono da una borsa e compose il numero della sua amica parrucchiera.

Bisogna rimediare, alla svelta Bastava una semplice acconciatura! la voce era smarrita, quasi offesa.

Mi girai infastidita.

Tanto non me lavresti mai lasciato fare mormorai.

Ma certo che sì! Cosa ti fa credere il contrario? replicò lei, ancora confusa, stringendo il telefono allorecchio.

Presto la sua amica rispose. Mamma parlò concitata:

Pronto? Ma sei libera oggi? Mi serve il tuo aiuto mia figlia ha deciso di cambiare look. Dovresti vederla, è una tragedia! Arriviamo tra unora.

Poi mi guardò, la mano ancora a coprire il telefono:

Prepara le tue cose, andiamo a sistemare la situazione!

Infastidita incrociai le braccia. Avrei voluto ribattere, insistere sul fatto che era una mia scelta e così doveva rimanere. Ma inizio a capire che quella chioma rosa e irregolare non mi aveva dato la felicità sperata, bensì imbarazzo e insicurezza.

Ma a me non dispiace, ci resto così, borbottai, più per orgoglio che per convinzione.

Mamma non disse altro, già intenta a raccogliere la borsa.

Ne parliamo strada facendo. Ma non puoi restare così, Giada.

Mezzora dopo eravamo in macchina verso il salone. Guardavo fuori dal finestrino, mentre i pensieri mi si accavallavano. Provavo a convincermi che non fosse stato un errore, ma sapevo che lesperimento era fallito.

La parrucchiera, una donna gentile che mamma conosceva da sempre, mi accolse sorridendo. Studiò la mia testa scuotendo appena il capo, ma senza mai pronunciare un rimprovero. Con un sorriso mi disse:

Dai, vediamo che si può salvare.

Lavorò paziente per oltre due ore. Rese i capelli più regolari, rifece la tinta il più naturale possibile ma lasciò una sottile ciocca rosa sulla tempia un tocco simpatico. Dal riflesso osservavo il cambiamento: pian piano, da unaccozzaglia informe rinacque una testa curata e moderna che valorizzava il viso.

A fine lavoro mamma sospirò di sollievo:

Ecco, ora sei di nuovo te stessa!

La signora la ringraziò commossa:

Non so cosa avrei fatto senza di te! Sei una maga.

Io rimasi in silenzio. Passai una mano tra i capelli, valutando la nuova versione. Non era male. Ma le parole di mamma mi ronzavano ancora, fastidiose.

Di nuovo te stessa E prima cosero, allora? Con Carmela avrebbe mai avuto la stessa reazione?

Non ringraziai la parrucchiera. Mi alzai e mi avviai verso luscita. Ero pieno di pensieri che, però, non riuscivo a confessare a nessuno. Volevo solo tornare a casa e osservarmi allo specchio, questa volta con distacco, senza rabbia.

Continuavo a non voler ammettere levidenza: Carmela non avrebbe mai combinato un simile pasticcio. Sembrava nata per essere il modello perfetto: sempre tra i primi a scuola, imparava alla perfezione passi di danza difficili, trovava il tempo per leggere sia classici che romanzi contemporanei, era organizzata e puntuale, con quaderni ordinatissimi.

Io non ero certo stupida. Imparavo alla svelta, potevo sorprendere i professori con qualche risposta brillante, se lumore mi aiutava. Ma proprio la vicinanza così costante con Carmela mi faceva soffrire. Appena ottenevo un risultato decente, ecco: Uguale a Carmela, ovvio. E se sbagliavo? Carmela non lavrebbe mai fatto. Questi confronti incessanti mi rodevano piano piano, come una goccia che scava lanima.

Dopo quellepisodio con i capelli mi sentii come autorizzata a provare altre stranezze nella mia vita. Se prima restavo nei limiti impegnandomi nella media a scuola, aiutando in casa, da allora sembrò che volessi dimostrare a tutti, e innanzitutto a me stessa, di essere lopposto di Carmela.

E così la scuola iniziò a andare a rotoli. Nel diario fioccavano i quattro e i cinque non perché non capissi, ma perché avevo smesso di provare davvero. Saltavo i compiti, ignoravo le spiegazioni, sbadigliavo apposta alle interrogazioni. Una volta mi sarebbe pesato, ora invece li affrontavo con indifferenza.

I miei cercarono prima la via del dialogo pazienti, cercando di farmi capire il valore dello studio, della disciplina. Poi passarono alle maniere forti: mi lasciavano chiusa in casa il pomeriggio, mi sequestravano il cellulare e il computer, vietavano le uscite. Ma ogni regola severa non faceva che rendermi più testarda. Niente scenate o pianti, solo ostinazione silenziosa.

Avete già un genio in famiglia Carmela, rispondevo fissandoli negli occhi, senza vergogna. Vi basta lei. Io non sono adatta alle medaglie. Accettatemi così come sono.

Mamma e papà si scambiavano sguardi allarmati, incapaci di capire come fermare questa rovina che mi stavo costruendo.

Arrivarono così a portarmi da una psicologa. Era una donna accomodante, parlava con voce morbida e occhi attenti. Mi ascoltava paziente, provava a scovare il mio disagio, a capire cosa mi spingesse a essere così contraria. In realtà io rispondevo calma, senza rabbia né particolare interesse. Esponevo semplicemente i fatti, evitando accuse o giustificazioni.

Forse la psicologa non era la migliore, o forse ero io a saper simulare bene la ribellione indifferente, ma nulla cambiò in meglio. Continuai a pensare e a comportarmi nello stesso modo. Dopo qualche appuntamento, la dottoressa suggerì timidamente ai miei:

Provate ad allentare un po la presa. Ladolescenza è il tempo della ricerca di sé, ogni tanto bisogna lasciare spazio perché trovino la propria strada.

I miei non sapevano se esserne contenti o avviliti. Desideravano aiutarmi, ma ora impararono a essere solo presenti, senza discorsi infiniti o minacce, nella speranza che prima o poi trovassi da sola la via duscita.

Col tempo si rassegnarono ai miei voti bassi. Si preoccupavano, ma smisero di farmi la morale ogni giorno. Speravano che capissi da sola i miei errori e ricominciassi a impegnarmi. Invece sorsero guai ancora peggiori.

Un giorno, mamma vide per caso che me ne stavo con una comitiva malfamata vicino alla stazione, dietro un garage abbandonato. Parlavamo a voce alta, ridevamo, qualcuno fumava. Appena mi accorsi che mi guardava, mi staccai in fretta dal gruppo, ma era chiaro che con loro ci passavo parecchio tempo.

Alla sera, a tavola, mamma non seppe più tenersi:

Carmela ha degli amici meravigliosi Li hai visti? Sono tutti educati, studiano insieme, frequentano musei, parlano di libri. Mentre tu? Con chi passi i pomeriggi davvero?

Non risposi. Stringevo la forchetta, sentivo quelle parole come una pugnalata. Tornava in mente: Carmela è perfetta, Giada le vale niente. Se la sua compagnia era ideale, allora la mia doveva essere la peggiore, per forza. Ero costretta a confermare di non essere lei.

Finì che mi immersi ancora di più in quel gruppo. Prima osservavo, poi mi unii ai discorsi, poi alle feste e alle assenze a scuola. Ci cascai dentro e saltavo spesso le lezioni per uscire con loro.

A volte, da sola, mi rinfacciavo questa sciocchezza. Vedevo bene che non mi dava alcuna vera gioia, ma non riuscivo a uscirne. Ogni volta che Carmela riusciva in qualcosa, io reagivo per contrasto: un passo ancora nella direzione opposta.

Le nostre strade si allontanarono. Carmela passò al liceo classico, e dopo la terza media io volli iscrivermi a un istituto tecnico, anche se mamma mi chiese mille volte di rifletterci. Pensavo che quel cambiamento mi avrebbe regalato libertà e una nuova vita; invece fu solo più difficile.

Carmela terminò il liceo con la lode e si iscrisse alla Statale di Milano. Gestiva gli studi, corsi extra, volontariato con una serenità che la faceva sentire inarrestabile.

Io a scuola andavo male, superavo a fatica gli esami. Ero sempre distratta, incapace di trovare obiettivi motivanti. Continuavo a cambiare compagnia, e i professori mi rimproveravano. Gli altri studenti non capivano il mio menefreghismo, ma io mi aggrappavo allidea che questa era la mia lotta contro lombra di Carmela.

Terminati gli studi la distanza si fece ancora più netta. Carmela trovò subito impiego in un grande studio legale: la notarono per la puntualità e la serietà, le diedero incarichi sempre più importanti. Io invece cambiavo spesso lavoro: una volta il posto era troppo noioso, unaltra lo stipendio non bastava, altre volte non mi trovavo bene con i colleghi. Puntualmente mollavo tutto, convinta di voler gestire sempre le cose da sola.

Dentro di me restava la speranza che, presto o tardi, avrei trovato la mia strada diversa da quella di Carmela, ma appagante. Tuttavia ogni tentativo di autonomia si traduceva in nuovi errori, e sentivo il disagio di agire quasi solo per dispetto.

A volte mi chiedevo perché lo facessi. Era come se qualcosa in me scattasse: se lei aveva successo, io dovevo, inconsciamente, fare il contrario. Qualunque buona intenzione svaniva non appena sentivo che Carmela aveva raggiunto un obiettivo. Mi disprezzavo per questo meccanismo. Di notte mi promettevo: Domani cambio tutto! Ma ogni mattina scivolavo nello stesso circolo vizioso, intrappolata come in una trappola invisibile.

Poi, dopo anni di distanza, venne una strana apatia. Smisi di chiamare i miei, evitavo gli incontri di famiglia, non volevo sapere di come andavano le cose a Carmela tutto perfetto, era ovvio. Mi isolai, come dietro un muro invisibile, e proprio in quel periodo arrivarono i primi segnali positivi.

Trovai un lavoro semplice ma onesto, con orari regolari e uno stipendio dignitoso (ben 1.200 euro al mese: per me una fortuna). Mi accorsi che andavo daccordo con i colleghi e che le mie giornate sembravano, finalmente, avere un senso.

Poi conobbi Marco, in una caffetteria vicino lufficio. Era differente dagli altri ragazzi che mi erano capitati: pacato, equilibrato, senza esibizioni inutili. Marco non aveva bisogno di impressionare nessuno, ed era proprio questo che mi colpì. Iniziammo a frequentarci, a passeggiare tra i Navigli la sera, a confidare tutto quello che ci passava per la testa, e per la prima volta dopo tanto tempo mi sentii libera di essere solo Giada.

Cominciai persino a fare progetti: non grandi sogni, ma passi concreti mettere da parte per una vacanza, migliorare linglese, forse trovare un appartamentino tutto mio. Avevo limpressione che la mia vita fosse, finalmente, sotto controllo.

Ma una sera ricevetti una telefonata da mamma. La sua voce era sottile, trattenuta, come se avesse paura di dire troppo:

Giada, dobbiamo parlare. Vieni a casa, per favore.

Appena arrivata trovai i miei in salotto, entrambi più seri del solito. Mamma scelse le parole con cura, poi lasciò cadere la notizia che cambiò ogni cosa:

Carmela non può avere figli. I medici hanno detto che le probabilità sono quasi nulle.

Seguì un silenzio pesante. Non sapevo che dire. Mi passavano per la testa mille pensieri: provavo pena per lei, rabbia per la sfortuna, cercavo le parole giuste per consolarla. Poi, dimprovviso, rispuntò quel vecchio desiderio che avevo tentato a lungo di soffocare.

Meno di un anno dopo, diedi alla luce il mio primo figlio. E, appena due anni più tardi, il secondo. Non so dire bene neanche a me stessa perché fossi così in fretta. Sì, volevo bene ai miei bambini, ero felice delle loro risate e dei primi passi, ma dentro di me rimuginavo: Ora non sono più come Carmela. Ho qualcosa che a lei mancherà per sempre!

Sapevo che era assurdo costruirsi la propria vita su un costante confronto, sulla voglia di essere lopposto della sorella. Ma ogni volta che guardavo i miei piccoli, trovavo una giustificazione: Lho fatto per me. Lho voluto io. È una mia scelta.

Pure, nel cuore sapevo che, senza quella notizia su Carmela, forse la mia vita sarebbe stata diversa

*************************

Carmela ascoltava mamma raccontarle, per lennesima volta, delle mie scelte discutibili. Nella sua voce si alternavano preoccupazione e confusione: non riusciva a capire come aiutarmi a uscire dal tunnel che avevo scavato con le mie mani.

Quando finì di parlare, Carmela sussurrò, ferma ma gentile:

Ti prego, non parlarle di me.

Mamma mi guardò sorpresa:

Ma come? Siete sorelle

Carmela sospirò. Aveva già ragionato a lungo su questa decisione, soppesando i pro e i contro, e ora era sicura.

Lei sta rovinando la sua esistenza per essere lopposta di me spiegò. Ogni volta che viene a sapere dei miei successi, la spinge a scegliere con rabbia il contrario. Non cerca una sua via: si ostina solo a prendere quella opposta alla mia.

Mamma stava per controbattere, ma Carmela continuò con un filo di voce:

Se davvero ti importa di lei, non nominarla più quando parli con Giada. È lunica via possibile! Deve dimenticarmi e vivere la sua vita senza confronti.

La guardava spaesata, incapace di accettare una simile fermezza.

Davvero credi che possa servirle? domandò, combattuta.

Non lo so, ammise Carmela senza esitazioni. Ma tutte le altre strade le abbiamo già percorse. Consigli, ammonimenti, spiegoni non è servito niente. Magari, senza la tentazione di essere laltra, finalmente Giada si troverà.

Mamma fece un cenno dassenso: capiva la logica, ma il cuore di madre non riusciva a restare indifferente.

Ci proverò, disse. Anche se sarà dura.

Carmela la strinse in un abbraccio dolce.

Lo so. Ma se amiamo Giada, dobbiamo farlo.

Dopo quellincontro, mamma imparò piano piano a non parlare più di Carmela quando era con me. Smetteva di fare confronti, di citare i successi della sorella, di mettermi pressione. Allinizio le costava, ma col tempo diventò più facile: cominciò a parlarmi solo di me, dei miei interessi, della mia quotidianità.

Anche Carmela rimase fedele alla sua scelta. Non mi telefonava, non cercava occasioni per vederci, non tentò di imporsi nella mia vita. A volte ne soffriva, ma sapeva che quello era lunico gesto damore possibile.

P.S.

Fu mio marito, Marco, a convincermi ad andare da una brava psicoterapeuta. A piccoli passi, con pazienza, iniziai a costruire un futuro sereno un futuro senza più lombra di mia sorella.

Rate article
Add a comment

;-) :| :x :twisted: :smile: :shock: :sad: :roll: :razz: :oops: :o :mrgreen: :lol: :idea: :grin: :evil: :cry: :cool: :arrow: :???: :?: :!:

nine + eighteen =

Un passo verso l’abisso
Orgogliosa