È andato via con un’altra, mentre io sono rimasta sola

Giulia, dobbiamo parlare.

Giulia Conti stava in piedi davanti ai fornelli, mescolando piano il minestrone. La voce di suo marito, Sergio, era quella che usava quando cera un problema al lavoro o quando era costretto ad ammettere una spesa di troppo. Un tono un po teso, un po colpevole, ma con una determinazione che non lasciava dubbi che si sarebbe spiegato sino in fondo.

Dimmi pure, rispose senza voltarsi, controllando che la minestra non si attaccasse sul fondo.

Me ne vado. Ho unaltra donna.

Appoggiò il mestolo al portamestolo. Poi si girò. Sergio era in piedi sulla soglia della cucina, con un vecchio abito blu addosso: non lo metteva mai in casa di sera. Lo aveva indossato apposta per rendere la scena importante, come se volesse dare solennità a quel momento.

Da quanto? domandò semplicemente.

Otto mesi.

Capisco.

Sergio sembrava aspettarsi tuttaltro da lei. Lacrime, urla, mille domande. Fece qualche passo avanti, poi si fermò e tornò indietro.

Giulia, non voglio lasciarci male. Per me sei sempre stata il mio porto sicuro. Una base solida. Questo lho sempre apprezzato.

Giulia lo guardò a lungo, attenta, come chi osserva un oggetto estraneo lasciato in casa senza ragione.

Un porto sicuro, ripeté sottovoce. Va bene. Ceni?

Scusa?

Il minestrone è pronto. Ceni o no?

Sergio la guardò smarrito, non sapendo più cosa rispondere.

No, io no. Giulia, hai capito cosa ti ho appena detto?

Ho capito. Te ne vai con unaltra donna. Otto mesi. Porto sicuro. Tutto chiaro. Non ceni. Va bene.

Prese un piatto, si servì il minestrone e si sedette a tavola.

Sergio restò qualche minuto sulla soglia, poi andò in camera sua a fare le valigie. Si sentivano i cassetti che si aprivano, le buste che frusciavano. Giulia intanto mangiava. Il minestrone era buono, denso, con quel tocco leggermente acidulo che piaceva tanto a Sergio. Da trentanni lo faceva proprio così, per lui.

Ci pensò su, posò il cucchiaio.

Poi lo riprese. Mangio tutto, pensò.

***

Sergio Bernardi aveva cinquantasei anni e pensava che la vita gli dovesse ancora molto. Dirigente di medio livello in una ditta di costruzioni, curato, i primi capelli grigi che nascondeva con uno shampoo colorante, negandolo neanche troppo convinto davanti a tutti, compresa la moglie. Sposatosi a ventisette anni, aveva passato ventotto anni con Giulia, cresciuto un figlio, Matteo, che ora lavorava a Milano e chiamava una volta a settimana.

Alessia Romano lavorava con loro, come impiegata. Ventinove anni, slanciata, i capelli lunghi e neri e la mania di dire sempre wow a tutto quello che la sorprendeva. Era facile stupirsi, tra ristoranti nuovi, uno smartphone ultimo modello o la capacità di Sergio di risolvere le cose in una telefonata. Gli faceva piacere.

Giulia Conti, cinquantaquattro anni, era la responsabile amministrativa dellospedale cittadino. Bassa, capelli scuri e già un filo bianchi alle tempie, che non cercava di coprire. Faceva i conti a mente più veloce di una calcolatrice, divorava tre libri al mese e preparava il miglior minestrone del quartiere. Casa, lavoro, famiglia, tutto insieme: ventotto anni così, mai chiesto una medaglia non lo considerava un gesto eroico, solo la vita.

Abitavano a Modena, città di provincia né troppo grande né troppo piccola: ognuno conosce il suo quartiere, cè un solo grande centro commerciale, alcuni bar dove si mangia senza rimpianti. Vivevano in un appartamento con tre stanze al quarto piano di un condominio, ordinato e comodo, con tende che Giulia aveva cucito da sola otto anni fa, perché in negozio non trovava quel colore giusto.

Quando Sergio se ne andò, Giulia rimase ancora un po in cucina. Fuori pioveva sottile e insistente: era ottobre. Poi si alzò, mise in ordine, lavò i piatti e andò a dormire.

Per tre giorni non pensò quasi a nulla. Andava in ufficio, compilava bilanci, alle domande dei colleghi rispondeva tutto bene con una sicurezza che faceva desistere tutti dal chiedere altro. Le sere erano troppo silenziose fra quelle mura. Non pianse. Sentiva soltanto una specie di intorpidimento, come il dolore che tarda a venire dopo un colpo forte.

Il quarto giorno telefonò lamica Laura.

Giulia, ho sentito. È vero?

È vero.

Dio mio. E come stai?

Bene.

Giulia, non mi dire bene. Siamo amiche da trentanni. Come stai davvero?

Giulia tacque un attimo.

Laura, sai cosè strano? Ho capito ora che da tanto ormai non sapevo più cosa pensasse. Stavamo insieme, ma non sapevo più. Forse questa è la cosa peggiore.

Laura restò in silenzio, poi, timida:

Forse dovresti parlargli? Magari

No, rispose Giulia tranquilla. Non serve. Sto solo pensando ad alta voce.

Non le disse ciò che sentiva davvero: quando Sergio le annunciò che se ne andava, la prima sensazione non fu il dolore. Fu una stanchezza simile a quando si porta una borsa pesante per troppo tempo e finalmente te la tolgono di mano. Era quasi vergognoso ammetterlo.

Il quinto giorno tolse dalla parete del soggiorno la fotografia del loro matrimonio, incorniciata: Sergio in abito scuro, lei in abito bianco, giovani e sorridenti. La ripose in uno scatolone, senza buttarla o romperla. Solo messa via.

Sulla parete restò una chiazza più chiara.

La guardò a lungo, poi prese il telefono e chiamò lemporio Casa Amica.

***

Fece i lavori da sola, fin dove riusciva. Il resto lo affidò ai professionisti. Cambiò la carta da parati in soggiorno scegliendo un color crema, luminoso, al posto di quella verdognola a righe che avevano scelto con Sergio anni prima. Comprò nuove tende, pronte, con un bel disegno floreale che Sergio non avrebbe mai approvato lui amava lo stile sobrio, tinta unita. Sistemò i mobili come piaceva a lei, non come avevano deciso in due tanti anni prima. Il divano adesso era vicino alla finestra.

Due settimane dopo il figlio Matteo la chiamò. Probabilmente il padre lo aveva già avvisato.

Mamma, come stai?

Bene, tesoro. Sto rifacendo casa.

Casa? non se lo aspettava.

Ho cambiato la carta in salotto. Poi voglio sistemare anche la camera.

Ma stai davvero bene?

Davvero, amore. Tu hai sentito il papà?

Matteo esitò.

Sì, lho sentito.

Bene. È giusto così. È tuo padre, ti fa bene sentirlo. Vieni a trovarmi a Natale?

Certo che vengo! Ma non ti senti sola lì?

Guardò la sua sala rinnovata, le pareti chiare, le tende a fiori, il divano vicino alla finestra.

Sai cosa mi sorprende? gli disse. Che non mi pesa, come pensavo. Anzi.

Matteo tergiversò ancora un po, poi sembrò rassicurato. Era un bravo ragazzo, ma come spesso accade ai figli degli adulti, si fidava che i grandi avrebbero trovato da soli le risposte.

A novembre, cercando le giacche invernali, Giulia trovò una scatola di cartone in alto, nellarmadio. Cerano gomitoli, ferri da maglia, lavori lasciati a metà: li aveva messi via quindici anni prima, perché a Sergio dava fastidio trovarli in giro per casa. Li aveva tolti, senza protestare.

Tirò fuori la scatola, la posò in mezzo alla stanza e la guardò a lungo.

Poi prese i ferri, si mise sul suo nuovo divano vicino alla finestra. Fuori scendeva la prima neve, sottile, quasi irreale.

Le mani ricordarono il gesto da sole.

***

La collega dellamministrazione, Maria Luisa, si accorse subito della sciarpa che Giulia indossava ai primi di dicembre.

Lhai fatta tu? Ma è bellissima!

Sì, era tanto che non lavoravo a maglia. Le mani dovevano riprendersi.

Te ne ordino una. Pagherò, naturalmente.

Ma dai, che dici.

Davvero! Ti compro la lana che preferisci, ma voglio una di quelle con il bordo a coste

Così arrivò il primo ordine, quasi per caso. Da lì a due mesi ne fece otto: tre cappelli, due sciarpe, un paio di guanti e due maglioni. Chiedeva poco, quasi simbolicamente, eppure arrivavano euro in più, guadagnati con le mani e il piacere serale di lavorare in silenzio con la lana, vicino alla finestra.

Un pomeriggio di gennaio Laura venne per un caffè, osservò la sala nuova, sfiorò le tende nuove, vide i gomitoli ordinati sullo scaffale.

Ma ti sei trasformata! esclamò.

In cosa?

Non lo so serena. Temevo sprofondassi in una depressione e invece

Non ci sono sprofondato, sorrise Giulia. Forse non potevo permettermelo.

Ti ha chiamata Sergio?

Una volta. A novembre. Mi ha chiesto doverano i documenti della macchina. Glielho spiegato, fine.

Solo per la macchina, allora.

Solo per quella.

Rimasero in silenzio, Laura stringendo la tazzina tra le mani, come faceva sempre.

Lo odi?

Giulia ci pensò sinceramente.

No. Strano vero? Ci sono rimasta male, molto, ora meno. Ma odio no. È solo una persona che ha fatto la sua scelta. Ora ha la sua vita, io la mia.

Come sopravvivere al tradimento del marito e restare in sé ironizzò Laura sottovoce. Dovresti scriverlo, un libro.

Cè tempo, rise Giulia.

Era la prima volta che rideva davvero, senza sforzo.

***

Alessia era una donna piena di doti, ma la gestione domestica non era fra queste.

Sergio se ne accorse solo col tempo. I primi mesi erano stati una favola: ristoranti, gite fuori porta, quellillusione di illimitata giovinezza. Alessia lo guardava come fosse un eroe, era piacevole sentirsi speciale. Gli diceva che non dimostrava la sua età, e lui si drizzava sulle spalle.

Poi andarono a vivere insieme, in un appartamentino affittato dallaltra parte della città, e si chiarirono molte cose.

Alessia non cucinava. Ma proprio: non solo male, ma per nulla. Per lei esisteva solo la trattoria o il delivery. Costoso, e si stancavano presto anche di quello.

Alessia odiava pulire. I vestiti dappertutto: sedie, pavimento, vasca. Non per trascuratezza, ma per abitudine. Sergio, abituato ad avere casa sempre in ordine, impazziva.

Alessia non capiva il perché pagare in anticipo affitto e bollette, né il concetto di risparmiare. Sergio provava a spiegarlo, lei assente, la volta dopo stesso problema.

In più, le amiche di Alessia non mancavano mai. Passavano le sere a ridere, bere vino, lasciando bicchieri sporchi ovunque. Sergio ascoltava le loro risate dalla camera accanto con crescente insofferenza.

A febbraio Sergio chiamò Giulia.

Come va?

Bene, Sergio.

Non ti sei offesa, vero, che non ho chiamato?

No.

Pausa.

Sai dove sta la garanzia del frigo? Dovrei chiamare lassistenza

Nella cartella verde, terzo ripiano dello sgabuzzino.

Non lhai spostata, vero?

No. Non ho toccato nulla di tuo.

Grazie.

Riattaccò. Giulia restò seduta un po, guardando la neve sciogliersi sui tetti. Presto sarebbe arrivata la primavera. Prese i ferri: cera una nuova maglia da iniziare, morbida, grigio-azzurra, per sé.

***

A marzo in ospedale annunciarono che il direttore finanziario, Giorgio, andava in pensione. La posizione sarebbe stata libera. La direttrice dottoressa Capponi convocò Giulia.

Dottoressa Conti, le parlo con franchezza. È qui da anni, potrebbe avere molto di più. Perché non lha mai chiesto?

Giulia si prese tempo.

La famiglia, forse. Non volevo troppi impegni extra.

E ora?

Ora… ora qualcosa è cambiato.

Lo so. Mi spiace per quanto accaduto.

Meglio non parlarne. Ditemi solo di cosa cè bisogno per questo ruolo.

La dottoressa sorrise.

Lei sa già tutto. Basta fare la domanda.

Va bene.

Firmò subito. Tornò a casa a piedi, anche se il bus stava arrivando: voleva solo camminare. Marzo profumava di asfalto bagnato, rami gonfi dacqua e quella freschezza indefinita da attesa. Si accorse che da troppo tempo non notava più piccoli dettagli, come il profumo della pioggia o le pozzanghere colorate, i rami gonfi pronti a germogliare.

Pensava: la vita va avanti. Una frase stupida solo in apparenza. Ma vera.

***

Ad aprile Sergio si presentò senza avviso. Suonò il campanello.

Giulia aprì. Lui era in piedi sul pianerottolo, con il giubbotto che lei gli aveva comprato tre anni prima al centro commerciale, trasandato, occhiaie profonde.

Posso entrare?

Perché?

Sergio abbassò lo sguardo.

Dobbiamo parlare.

Si fece da parte. Entrò. Notò il nuovo arredamento, le pareti, i mobili cambiati posto. Rimase in silenzio.

Hai cambiato casa.

Sì.

È bella così.

Lei non rispose. In cucina mise lacqua sul fuoco per il tè, gesti automatici.

Sergio si sedette. Giulia lo guardava: lo vedeva come diverso, da lontano, eppure familiare. Come quando si rivede una vecchia piazza e si scorgono dettagli dimenticati.

Come stai? domandò lui.

Bene. Sono stata promossa.

Davvero? Complimenti, te lo meritavi.

Da tempo.

Gli rimase in gola, se ne accorse.

Giulia…

Sergio, dimmi la verità: cosa vuoi?

Stropicciò il naso, gesto che lei conosceva bene.

Con Alessia… non va. Non che sia tutto sbagliato, ma… è diverso da come speravo. Lei è diversa.

Capita.

Credevo… si fermò, poi riprese: Credevo di poter tornare. Tu capivi sempre, sapevi come fare.

Giulia posò il tè davanti a lui, prese la tazza anche per sé.

Sapevo. Ventotto anni ho saputo. Ma quando eri qui, non te ne accorgevi troppo.

Me ne accorgevo.

Non così tanto. Altrimenti mi avresti chiamata diversamente.

Lui tacque.

Non volevo offenderti. Porto sicuro, cioè

Che tu non ceri mai. Il porto resterà lì quando tutti vanno. Un posto comodo che regge tutto.

Giulia…

Sergio, tranquillo. Non sono arrabbiata. Spiego solo perché non può andare come pensi tu.

Io voglio tornare.

Ho sentito.

E tu… no?

Lo fissò in volto. Su di lui adesso cera lincertezza. Forse aveva aspettato il perdono, magari una scenata, e poi il perdono, perché lei sapeva sapeva sempre.

No, disse soltanto.

Perché?

Perché non voglio.

Lui rimase come impietrito.

Ma… sei sola.

Sì. E sto bene.

Non è possibile star bene soli. Lo dici per dire.

Prese la sua tazza, tranquilla.

Sai cosa mi ha sorpreso in questi mesi? Pensavo che senza di te sarebbe stato vuoto. Era questa la paura. Invece, senza di te, cè un sacco di spazio. Per me.

Sergio taceva.

Sei una brava persona, forse, aggiunse lei, senza asprezza né ironia. Solo, pensavi che fossi sempre lì. Che il porto sicuro non se ne andasse mai. Invece me ne sono andata anchio.

E adesso che faccio?

Non lo so, Sergio. È ora affar tuo.

Finito il tè, si alzò per andarsene.

Presenterai domanda di divorzio?

Sì. Già preso informazioni.

Annui. Perse lo sguardo sulle pareti.

Sei cambiata.

No. Sono sempre io. Solo che tu non mi vedevi.

Chiuse la porta.

Giulia restò ancora un po a tavola. Fuori la strada pulsava, le macchine passavano, qualcuno rideva nel cortile. Una sera qualunque di aprile a Modena.

Poi mise in ordine, aprì la finestra. Laria profumava di terra e gemme di pioppo.

***

Vincenzo Moretti lo vide per la prima volta a una riunione di condominio. Era appena arrivato nel palazzo, si era trasferito dallhinterland dopo aver venduto la casa di famiglia: i figli erano grandi, uno a Torino, laltro a Bologna, la casa era ormai troppo ampia.

Era un uomo di cinquantotto anni, sottile, capelli corti, ormai bianchi, occhi grigio calmi. Faceva lingegnere, progettava ponti e strade. Era vedovo da tre anni.

In riunione fu gentile e pratico sul tema delle infiltrazioni: spiegava chiaro e senza arroganza, e tutti lo ascoltavano.

Giulia notò che aveva quel modo di chi si sente a posto con sé stesso e non deve mostrarsi diverso.

Si conobbero per caso, in ascensore verso maggio. Lei portava una borsa di lana troppo grande, si stava incastrando nella porta.

Le do una mano?

Ce la faccio.

Lo vedo. Ma sarebbe più comodo se aiutassi.

Giulia rise, gli diede la borsa.

Parlarono in ascensore, poi sul pianerottolo. Lui la accompagnò fino alla porta.

Lavora a maglia? disse, accennando alla borsa.

Sì. Le fa ridere?

Per niente! Mi fa piacere. A casa ho diversi gomitoli lasciati da mia moglie, non so come usarli. Li vuole?

Lei accettò. Era lana bella, di qualità, avvolta con ordine.

Iniziarono a scambiarsi qualche parola ogni tanto, incontrandosi per le scale. Poi capitò che prendessero il caffè insieme: parlavano di Modena, di lavoro, di romanzi. Lui leggeva molto ma senza ostentazione. Sapeva ascoltare, e sapeva anche tacere quando lei pensava ad alta voce.

A giugno lei gli fece una sciarpa grigia, proprio con quella lana.

Ma a cosa mi serve destate? domandò lui.

Sarà per lautunno. Almeno, vedo come lavora questa lana.

E come lavora?

Bene.

Accettò la sciarpa senza imbarazzo. Lei lo apprezzò.

***

A luglio presentò domanda di divorzio. Sergio non protestò. Si videro dal notaio, firmarono. Lui appariva più spento, spaesato. Giulia aveva un vestito chiaro, comprato a maggio: finalmente qualcosa di allegro, non scuro.

Come stai? chiese lui dopo aver firmato, in strada.

Bene, rispose. Ed era vero.

Alessia è tornata dai suoi, le disse, anche se lei non lo chiedeva. A Parma, dalla madre.

Capito.

Ora sono solo.

Giulia lo guardò. Non con pena, né con senso di vittoria: solo così, di passaggio.

Saprai cavartela. Sei capace.

Lo pensi davvero?

Sì. Ma dovrai imparare. Non è difficile, se ci provi.

Si salutarono. Ognuno dalla sua parte.

Di ritorno, Giulia entrò in un negozietto, comprò mezzo chilo di amarene grosse e mature. Uscì, le mangiò in piedi sotto il sole, sputando i noccioli in un sacchettino. Erano davvero dolci.

***

Ad agosto Vincenzo la invitò al cinema, senza tante cerimonie.

In città proiettano un bel film allaperto, dicono. Vieni?

Vengo.

Era una vecchia commedia italiana, proiettata nel giardino pubblico. Sedevano su panche di legno, attorno famiglie e qualche coppia di pensionati. Ridevano sugli stessi punti.

Passeggiarono poi tra i viali del parco, la sera lenta e dolce come solo lagosto sa essere. Lei gli raccontò dei suoi lavori su ordinazione, di come era stato per caso.

Deve continuare, disse lui serio. Sono cose fatte col cuore. Ormai rare.

Lo dice per la sciarpa.

La sciarpa è buona. Ma lo dico per tutto il resto.

Dopo una pausa, aggiunse:

Non ho fretta. Credo nemmeno lei.

No.

Allora va bene così.

E in quel va bene cera tutto quello che serviva.

***

A settembre Laura venne a trovarla e la trovò impegnata con i ferri da maglia, accanto alla finestra. Profumo di caffè, gomitoli di blu e il portatile aperto sullelenco degli ordini, cresciuto molto destate.

Hai una pagina internet? si stupì Laura.

Una ragazza del palazzo mi ha aiutato. Foto, prezzi, condizioni. Ho già ventitré ordini completati.

Ma sei incredibile!

Soldi pochi, ma roba mia. E interessante.

Laura scosse la testa.

Un anno fa chi lo avrebbe detto

Nessuno, forse nemmeno io.

E quel vicino, Vincenzo Laura strinse gli occhi.

Che cè?

Nulla, è che quando parli di lui hai unaltra espressione.

Giulia tacque, poi senza alzare gli occhi dai ferri:

Sto bene, con lui. Solamente bene. Mi fa sentire tranquilla, non saprei spiegare.

Non occorre, sorrise Laura. Lo capisco.

Bevvero il caffè, chiacchierarono di nipoti, del cantiere al poliambulatorio, della svendita dautunno dal Casa Amica. Due donne qualsiasi, in un pomeriggio di settembre.

Fuori Modena scorreva: i pioppi gialli lungo il viale, qualcuno con un cane, un ragazzino in bici concentrato a non inciampare.

Giulia prese un altro gomitolo, trovò il bandolo. Cera un cappello a trecce da finire per una cliente. Avrebbe fatto in tempo.

Le dita si mossero agili. I ferri tornavano a cantare sottovoce. Fuori, la prima pioggia dautunno brillava sulle foglie, che ondeggiavano vive, come il cuore nuovo di Giulia.

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È andato via con un’altra, mentre io sono rimasta sola
Ti avverto per l’ultima volta: se non cambi la sala per il ricevimento di nozze, io non ti sposo! Ma…