Sentito attraverso la finestra

Ho sentito tutto dalla finestra

Dimmelo sinceramente, non ti sembra che si sia proprio spenta? La voce di mio marito arrivava attutita dal balcone, ma ogni singola parola era come uno schiaffo. Padrona di casa, madre, e basta. Con lei non c’è altro di cui parlare.

Sono rimasto immobile accanto ai fornelli. Il mestolo di legno sospeso sopra la pentola della minestrone, una goccia cade sulla piastra e sfrigola. Non mi muovo.

Dai, Giulio, forse sei troppo duro rispondeva Paolo, con un tono colpevole, come chi si sente a disagio per le parole altrui Hai visto tutto quello che ha fatto ha cresciuto i figli, tiene la casa…

Ha cresciuto i figli… ripete Giulio, ma nella ripetizione c’è un’indulgenza stanca che mi fa sentire dentro un silenzio gelido. Proprio così. I figli sono cresciuti e lei… è rimasta. Mi segui? Io in trattativa a Monaco, poi a Dubai, progetti, team, crescita. E lei… cucina la minestrone. Viviamo in universi paralleli. Non so nemmeno di cosa parlarle durante la cena.

Silenzio. Un accendino, lodore del fumo di sigaretta si infila nella finestra socchiusa sopra il lavello.

Succede dice Paolo per conciliare.

Già, succede risponde Giulio. Solo che a me non consola. Io conquisto traguardi, lei si è persa nella routine domestica. Era una sua scelta, sia chiaro. Io non lho mai obbligata.

Appoggio il mestolo silenziosamente, chiudo la finestra, torno ai fornelli e abbasso la fiamma. Guardo la minestrone, quella patina di grasso rosso che spunta in superficie: colore tra il melograno e la barbabietola.

Una sua scelta, mi ripeto.

Cinquantaquattro anni. Ventotto di matrimonio. Due figli, Matteo e Lucia, entrambi già adulti in due città diverse. Un appartamento a Bologna, ottavo piano con vista sul parco. Bella vista. Ogni mattina la guardo sorseggiando il caffè, pensando che devo comprare il pane, controllare la bolletta dellInternet, chiamare Lucia che ultimamente sembra giù senza dire nulla. Questa è stata la mia vita.

La minestra è pronta. Taglio il pane, tiro fuori la ricotta, dispongo i piatti. Le mani si muovono da sole. Nella mente, uno strano silenzio. Non vuoto, proprio silenzio. Il tipo che arriva prima di una decisione.

Quando Giulio e Paolo rientrano dal balcone, sorrido a entrambi. Metto la pentola in tavola, servo ognuno.

Teresa, che profumo delizioso dice Paolo, e nella voce cè calore sincero, non compassione.

Grazie rispondo, neutrale. Sedetevi, prego.

Giulio mi osserva. Ha sempre capito il mio umore guardando la schiena, le spalle. Ora le porto dritte. Si acciglia appena ma tace.

A tavola si parla di lavoro e affari. Paolo racconta di un nuovo progetto, Giulio ride, commenta. Io prendo cucchiaiate piccole della mia minestra, pensando che domani devo andare in banca.

Quella notte fatico a prendere sonno. Giulio, al mio fianco, dorme sereno, respirando regolare. Una striscia di luce dalla porta, dal lampadario lasciato acceso in corridoio. Guardo il soffitto e ripasso non le offese, non le parole dal balcone, ma i dati di fatto. Ho finito Architettura allUniversità di Firenze a trentanni, con lode. Due anni in uno studio tecnico, disegnavo palazzi, una volta presero un mio schizzo per fare un vero progetto e il capo disse che avevo mano rara per lo spazio. Poi è nato Matteo. Poi Lucia. Poi siamo venuti da Firenze a Bologna per il lavoro di Giulio. Poi un altro trasloco qui. I raccoglitori di schizzi stanno da ventitré anni sopra larmadio, sotto le trapunte invernali.

Mi sveglio alle sei e mezza, prima di Giulio. Faccio il caffè e vado sul balcone. Il parco è avvolto in una foschia leggera. Osservo calma, come se stessi controllando i costi di una ristrutturazione. Mi chiedo: cosa ho? Cosa voglio? Come si possono mettere insieme queste due cose?

Sette giorni dopo apro un nuovo conto in banca, senza che la carta sia collegata a Giulio. Venti anni a risparmiare un po ogni mese, dalla spesa, dalla mancia dei parenti di famiglia. Lho sempre chiamata una scorta, per sicurezza, senza chiedermi mai per cosa davvero. Il totale è buono. Giro tutto sul nuovo conto, senza tremare.

Cerco un corso di aggiornamento professionale per architetti. Online, tre mesi, prove pratiche. Mi iscrivo. Pago con la carta nuova.

Le prime due settimane taccio con Giulio. Studio la sera, quando lui va nel suo studio sul computer. Io al tavolo in cucina, quaderni, portatile, la tisana fresca, una radio piccola, disegni sullo schermo. Sento qualcosa che si risveglia dentro, ma piano. Mi addormento meglio, senza pensieri.

Una sera Giulio entra a prendere lacqua. Vede il pc aperto, le matite, il righello.

Cosè tutto questo?

Un corso rispondo, occhi fissi allo schermo. Di design dinterni. Voglio aggiornarmi.

Riempe il bicchiere.

Perché?

Voglio lavorare.

Silenzio di nuovo. Alzo lo sguardo. Mi osserva come se fossi una bambina a dire qualcosa di troppo grande.

Teresa, hai cinquantanni. Che lavoro?

Di architetto, interior designer dico piano. O pensi che alla mia età sia troppo tardi?

Appoggia il bicchiere.

Non è una cosa seria. Non abbiamo problemi economici. Se vuoi, dipingi, vai alle mostre. Ma trasformare questo in un lavoro con la tua età?

Con la mia età ripeto senza domanda. Torno ai disegni.

Se ne va. Io resto un minuto immobile, poi riprendo in mano la matita.

Il corso si conclude. Ricevo il certificato, bello, timbrato. Lo metto come il passaporto e latto di matrimonio nel cassetto. Mi iscrivo a una piattaforma di freelance per architetti dinterni, carico vecchi lavori e qualche progetto recente. Non faccio commenti, non mi racconto niente, solo il passo successivo.

Dopo tre settimane arriva il primo incarico: una giovane coppia vuole trasformare un bilocale in open-space. Budget ristretto, tempi stretti. Vado, prendo misure, fotografo. Tornando sul tram penso alla luce che entra lì, al pomeriggio, e che se tolgo una parete e metto delle listarelle si ottiene sia aria che divisione funzionale. Disegno la soluzione nella mente, soddisfatto: ricordo sensazioni che pensavo dimenticate.

Pagano poco. Non discuto. Lavoro bene, restano contenti, lasciano una recensione positiva.

Giulio scopre tutto quasi per caso, vede un messaggio nel telefono lasciato sul tavolo.

Quanto ti hanno dato? chiede a cena.

Dico la cifra.

Sogghigna. Non cattivo, ma con tono di chi pensa che la questione sia già risolta.

Teresa, spendi più di così per una settimana di spesa. Non è serio.

Il primo incarico è di solito così rispondo.

A ventanni forse. A cinquanta, è hobby. Ma va bene così, se ti diverte.

Lo guardo. Mangia senza alzare lo sguardo, come uno che ha già cambiato argomento.

Giulio dico puoi smettere di svalutare quello che faccio?

Alza le sopracciglia, sorpreso.

Dico solo quello che vedo.

No rispondo piano dici ciò che ti fa comodo pensare.

Si stringe nelle spalle, continua a mangiare. Io pure, ma il sapore è andato via.

Quel novembre prendo altri quattro incarichi: un piccolo parrucchiere, una cameretta speciale per una bimba ipovedente, la riorganizzazione di uno studio legale, una cucina in un casale a Casalecchio. Ogni volta sento che la mano si ricorda cosa vuol dire progettare, che riconosco di nuovo quello che una volta chiamavo il sesto senso dello spazio.

Assumo Rosa. Ha ventisei anni, viene tre volte a settimana per pulire, qualche volta cucina qualcosa di semplice, ritira il bucato dalla lavanderia. Giulio lo prende male.

Perché? Casa nostra non è grande, hai sempre fatto tutto benissimo.

Non voglio più fare tutto da sola, ora lavoro.

Lavoro ripete con lo stesso sorrisetto.

Già. Lavoro.

Rosa è silenziosa, ordinata, non tocca le mie carte. Una volta chiede cosa faccio. Spiego. Bello, dice. Vorrei qualcuno pensasse così anche al mio appartamento. Piccolo dettaglio, ma lo ricordo.

A novembre mi chiama Lucia.

Mamma, papà dice che hai fatto dei corsi e progetti case?

Non case, interni.

Forte. E comè?

Interessante dico, e mi sorprendo per quanto semplicemente mi esce.

Papà ne parla strano, sembra infastidito.

Lo so.

Tutto bene tra voi?

Esito un secondo.

Sì, tutto bene rispondo. Non è una bugia, solo non tutta la verità.

A dicembre scrive Matteo, manda la foto della sua nuova casa a Milano: Mamma, mi aiuti a sistemarla?. Guardando la foto, lo spazio piccolo, il soffitto basso, una parete che piega in diagonale. Gli scrivo mille idee. Mamma, ci capisci davvero, mi risponde. Mi viene da ridere.

Linverno passa lavorando. I lavori aumentano, le recensioni anche, tutte positive. Una cliente anziana, la signora Maria, scrive: Teresa mi ha capita subito. Ha trasformato la casa in qualcosa dove voglio vivere, non solo restare. La leggo più volte. La frase mi risuona dentro.

A febbraio Giulio torna da un viaggio di lavoro, di cattivo umore: un grosso affare sfumato. È teso, scontroso, due volte alza la voce per sciocchezze, una per aver spostato la sua cartellina dal tavolo (era lì in mezzo, ho solo messo a posto).

Non puoi toccare le mie cose! dice.

Era sul tavolo da pranzo, ho solo messo via.

Ho detto di non toccare!

Lo guardo. Stanco, nervoso, occhi di chi pretende che il mondo si adatti a lui e si arrabbia quando non è così.

Giulio dico ferma se lasci una cartella sul tavolo, io la tolgo. Non si discute.

Mi fissa. Più a lungo del solito.

Sei cambiata dice infine.

Sì confermo sono cambiata.

Va nello studio. Preparo la cena, sparecchio, mi siedo al portatile e lavoro tre ore sul nuovo progetto: un piccolo caffè, la padrona vuole atmosfera di casa della nonna, ma niente polvere da museo. Mi perdo nellidea di superfici lignee, tessuti caldi, una luce dolce. In questa immersione cè una serenità silenziosa.

In primavera mi contatta Francesca Rinaldi, unarchitetta più grande di me che gestisce uno studio specializzato a Bologna: ristrutturazioni di edifici storici. Ha visto il mio portfolio, lascia un messaggio: Vorrei conoscerti per un lavoro.

Ci incontriamo in un bar del centro. Francesca è piccola, rapida, occhiali spessi, taglio corto, uno sguardo diretto.

Hai un occhio diverso dice subito, sfogliando i miei disegni. Specialmente per la luce, pensi non al decoro ma a come starà la persona in quello spazio.

Me lo hanno insegnato alluniversità rispondo. Progettare non la forma, ma la sensazione.

Annuisce.

Voglio proporti di unirti a noi. Abbiamo un concorso: la ristrutturazione di un centro culturale storico alla Bolognina. Serve unidea forte per gli spazi interni. Tocca a te.

Resto un attimo in silenzio.

È un progetto grande.

Sì.

Non ne faccio uno da anni.

Ma lo farai. Sei pronta per il ritmo? La consegna è tra quattro mesi. Molto lavoro.

Sono pronta dico. Nemmeno so se sia vero. Ma lo dico.

Quella sera non dico niente a Giulio. Guardo la pianta del centro culturale, due piani, settecento metri quadri, facciata protetta, interni da rivoluzionare. Provo qualcosa di noto, profondo. Non ansia, preparazione.

I mesi successivi lavoro senza sosta come non avevo mai fatto da giovane. Vado in studio da Francesca, lavoro da casa. Rosa viene più spesso, e io smetto di sentirmi in colpa.

Un giorno Giulio entra in cucina mentre ho steso i disegni sul tavolo.

Cosè questo?

Progetto per il concorso.

Che concorso?

Gara del Comune per la ristrutturazione del centro culturale.

Si ferma.

Teresa, quello è un progetto serio. Ci saranno studi forti in gara.

Lo so. Anche il nostro è uno studio serio.

Francesca Rinaldi, sì ma i bandi pubblici lì serve conoscere la gente giusta, altro che interni di bar.

Può darsi rispondo. Vediamo.

Se ne va. Torno ai miei fogli.

A maggio, una sera, Giulio parla finalmente.

Dobbiamo parlare.

Dimmi.

Mi stai evitando.

No. Lavoro.

Non parliamo più. Siamo due coinquilini.

Penso.

Giulio, viviamo così da anni. Solo che tu non lo vedevi, perché ti conveniva.

Si acciglia.

Non è giusto.

Forse. Ma è vero.

Cosa ti prende? per la prima volta sento nel tono un vero smarrimento. Sei diventata… diversa.

No. Sono sempre stata così. Solo che tu prima non vedevi.

Pausa.

Ce lhai con me per qualcosa?

Potrei raccontargli tutto del balcone, della conversazione con Paolo. Ma non serve più. La questione è unaltra.

Non sono arrabbiata dico. Sto vivendo la mia vita.

E la nostra vita insieme?

Lo guardo. Viso affaticato, unombra negli occhi, paura del cambiamento.

Giulio, lasciamo stare così ora. Abbiamo bisogno di abituarci.

Se ne va in camera. Io esco sul balcone. Resto lì, al buio, guardando i lampioni del parco. Gli alberi sono già pieni di foglie, neri e soffici contro il cielo pallido. Silenzio. Non penso a nulla, respiro solamente.

Poi rientro, dormo subito.

Lestate è calda. Con Francesca lavoro giorno e notte: flussi, materiali, luce, percorsi. Penso alle persone di tutte le età che entreranno, allanziana che vuole ascoltare un concerto ma teme la folla, al bambino che cerca un angolo dove disegnare, alladolescente che vuole sentirsi al centro. Penso come mi ha insegnato il professore: esperienza, non forma.

A luglio Giulio confida che ha problemi con una trattativa che sembrava già acquisita. Teso, si chiude. Per due volte strilla per sciocchezze. Una volta me ne vado dalla stanza in silenzio, in piena frase sua. Non si scusa. Non lo aspetto.

A fine agosto presentiamo il progetto. Guardo i disegni stampati, la relazione scritta con Francesca, sento dentro qualcosa di nuovo. Soddisfazione, non orgoglio: il gusto puro del lavoro ben fatto.

Dobbiamo aspettare due mesi lesito.

Io continuo con i lavori privati. I soldi bastano: li spendo per me stessa, per Rosa, per i libri che ora invadono un nuovo scaffale. Lindipendenza economica non lavevo mai sentita davvero, ora è concreta.

Un fine settimana viene Lucia. Siamo sole, Giulio è via. Sul tavolo torta fatta in casa, tazze di tè, lei guarda i miei libri, il tablet, il nuovo lampadario sopra la zona studio.

Mamma, sei cambiata.

Tutti me lo dicono rido.

No, sul serio. Sei più serena. Prima eri tesa, sempre sul punto di controllare tutto.

Forse sì.

Ora invece?

Ora controllo solo quello che è mio. Non quello degli altri.

Annuisce. Poi fa una pausa.

Come va con papà?

Viviamo.

Mamma…

La guardo. Le somiglio da giovane, gli zigomi uguali, lo stesso modo di inclinare la testa.

Lucia, è un momento difficile. Non so come finirà. Non ti do false speranze né in un senso né nellaltro.

Pensi al divorzio?

Penso a me stessa rispondo dolcemente. Non è proprio la stessa cosa.

Lei tace ancora, poi annuisce come se avesse capito qualcosa che non può dire.

Restiamo a parlare a lungo. Della sua vita, del suo nuovo quartiere a Milano, di Matteo che sta facendo il mutuo. Mi rendo conto che i miei figli sono cresciuti in una casa dove sono sempre stata uno sfondo. Li amo, lo sanno. Ma per loro, come per Giulio, io ero laria che si respira e basta. Ora, invece, si ricordano di me. È bello, e fa un po male.

A ottobre arriva la notizia.

Francesca mi telefona quasi a mezzogiorno. Sono in cucina, sto mangiando una zuppa di farro che ho preparato solo per me.

Teresa la voce di Francesca è calma, carica Abbiamo vinto.

Appoggio il cucchiaio.

Ripeti.

Abbiamo vinto il bando. Primo posto. La commissione ha elogiato specialmente la concezione degli spazi interni. Il presidente ha detto che non aveva mai visto tanta attenzione allesperienza dellutente.

Resto in silenzio dieci secondi.

Francesca…

Già. Lo so. Anche io.

Dopo la chiamata rimango a fissare la finestra, il parco autunnale, gli alberi oro e rame, il cielo grigio e calmo. Poi mi viene da ridere. Da solo, lì, sopra la zuppa ormai fredda.

La sera Francesca mi scrive: da oggi sono architetto responsabile degli interni, con contratto vero. Non lavoro saltuario, ma un vero lavoro.

Scrivo a Lucia: Vinto!. Lei risponde dopo un minuto: Mammaaaaa!!!. Più tardi anche Matteo: Già lo sapevo che eri la migliore. Nessuno lo capiva.

Rileggo quel messaggio più volte, poi spengo il telefono.

Dico a Giulio a cena, senza preamboli.

Il nostro progetto ha vinto il bando comunale. Sarò la referente per gli interni del centro culturale.

Alza lo sguardo. Mastica, ingoia.

Complimenti.

Grazie.

Quanto dura?

Un anno e mezzo, forse due.

Annuisce. Torna a guardare il piatto. Mangiamo in silenzio. Sbarazzo tavola. Lui va nello studio. Tutto sembra normale, e in questa normalità cè una sensazione di irreversibile.

La presentazione del progetto al Comune è a novembre. Una settimana prima Giulio annuncia che verrà.

Perché? chiedo.

Voglio vedere. È importante per te.

Pausa.

Va bene.

La sala è piccola, una quarantina di persone. Funzionari comunali, giornalisti, architetti. Presento insieme a Francesca. Lei parla della storia, io di come ogni scelta sia nata da chi vivrà dentro quello spazio: la luce che cambia durante il giorno, i corridoi pensati come posti dove fermarsi, non solo da attraversare.

Parlo serenamente, la gente ascolta. Davvero.

Dopo il buffet, Giulio si avvicina. Ci sono funzionari vicino, Francesca è in fondo.

Teresa mi chiama piano. La voce è diversa, addolcita. Hai parlato molto bene. Non me lo aspettavo.

Non ti aspettavi cosa?

Un attimo dimbarazzo.

Che fossi così sicura, da vera professionista.

Lo sono.

Annuisce. Poi mi prende per il braccio, ci spostiamo un poco in disparte.

Senti, vorrei parlarti. Davvero. Ho limpressione che dovremmo… ripartire. Noi due, intendo. Ora vedo che sei cambiata. Ed è una cosa positiva, davvero. Puoi anche continuare i tuoi progetti, ci mancherebbe. Ma magari senza esasperare? Dico per passione ti fa bene, no? Però ricominciamo anche noi.

Guardo il suo viso, invecchiato in questanno, un po spaesato. La sua mano sulla mia manica.

Per passione dico piano.

Beh sì, ti piace. Ma una carriera a questa età, Teresa non serve esagerare. Basta che tu abbia il tuo interesse, il tuo spazio.

Lo guardo ancora. Poi:

Giulio, un giorno, al telefono con Paolo, hai detto che sono finita nel quotidiano. Che tra noi cè un abisso, tu scali le vette

Si ferma.

Io

Ho sentito tutto dalla finestra. Stavo cucinando la minestra mentre tu dicevi che non cè più niente da dire tra noi. Che io sono solo la padrona di casa. Hai detto che era una mia scelta. Va bene. Ora faccio unaltra scelta. E questa è mia.

Silenzio. Il brusio della sala.

Era un discorso privato. Gli uomini

Non è la conversazione. È ciò che pensi. O pensavi. Sfilo la sua mano dalla giacca. Io non lo faccio per passione. È il mio lavoro. A cinquantanni. O lo accetti, o no. Ma niente più fai meno così sto più comodo.

Dai, parliamone a casa

Non cambia niente il posto. Il senso è uno solo. Dobbiamo parlarci davvero. A casa.

Mi giro e raggiungo Francesca.

La conversazione decisiva arriva tre giorni dopo. Ci mette tempo, Giulio, a trovare il coraggio. Finalmente, di venerdì sera, ci sediamo in cucina e dico a voce alta ciò che dentro sapevo da tempo.

Giulio, voglio divorziare.

Mi fissa a lungo.

Parli sul serio.

Sì.

Per quella discussione

Non per quella. Per ciò che rappresentava. Per ventotto anni passati a fare da contorno. Non sono arrabbiata. Solo ora vedo tutto chiaro e non posso più vivere così. Non cambieremo. Tu sei troppo abituato a una cosa.

Posso cambiare.

Giulio… alla presentazione mi hai detto che posso lavorare per passione. Dopo che abbiamo vinto il bando comunale. Come se tu mi stessi concedendo qualcosa.

Abbassa lo sguardo.

Non volevo offenderti.

Lo so. E proprio qui sta il problema.

Rimaniamo in silenzio. Fuori è buio, le luci degli altri palazzi risplendono. Il rubinetto gocciola lentamente.

Dove andrai? chiede alla fine.

Resto qui, se va bene per te. Lappartamento è intestato ad entrambi. Sono pronta a liquidare la tua quota. Ho i fondi.

Mi guarda come se solo adesso capisse che ho davvero pensato a tutto.

Dammi tempo di riflettere.

Va bene.

Va via qualche giorno da amici, poi affitta casa lì vicino. Ci vediamo solo per le pratiche e i dettagli, tutto tranquillo, come se le scelte fossero già vecchie.

A dicembre viene Matteo.

Mamma, come stai?

Bene.

Davvero?

Davvero. Vuoi ancora preoccuparti per me?

Beh sì.

Non serve. Ce la faccio.

Papà dice che non capisce cosa sia successo.

Lo so.

Glielhai spiegato?

Sì.

E allora?

Lo guardo. In viso sembra suo padre da giovane, ma negli occhi cè meno certezza.

Matteo, a volte non cè un colpevole. Semplicemente due persone vedono la vita in modo troppo diverso. Prima o poi non si può più fingere.

Annuisce lento.

Sei felice?

Ci penso.

Non so se è felicità. So che finalmente mi sento me stessa. Questo è sicuro.

Prende un biscotto.

Buonissimo.

Menta, nellimpasto.

Beviamo tè e parliamo a lungo. Di Milano, della sua casa, della ristrutturazione che già penso come impostare, di cosa farà lanno prossimo. Sento che tra noi tutto è più onesto.

Divorziamo a febbraio. Silenziosamente. Esco dal tribunale e resto sul gradino, la neve fine cade sul viso. Poi vado allo studio. Cè una riunione con gli appaltatori.

Primavera. Inizio i rilievi al Centro Culturale della Bolognina. Entro nella sala vuota, odore di calce e legno antico. Lì hanno vissuto e imparato generazioni di persone. Ora tocca a me ridare significato a quello spazio.

Tiro fuori il tablet col mio progetto. La luce del grande finestrone cade proprio come avevo calcolato.

Destate, Francesca propone di diventare socia. Non solo collaboratrice: vera socia. Chiedo tre giorni. Poi accetto.

In agosto firmiamo, lei stappa un vino bianco tenuto da parte per unoccasione speciale.

Alla bellezza dello spazio, dice.

Alla bellezza dello spazio, dico anche io.

Brindiamo.

Quando ho visto il tuo portfolio, mi sono chiesta come hai fatto a restare in disparte così a lungo?

È andata così.

Ti pesa?

Ci penso onestamente.

Forse il tempo perso, un po. Ma non il periodo, non i figli. Lì cera comunque ricchezza. Solo che fare tutto insieme sembrava impossibile. Non so se lo era.

I dubbi sono il segno delle persone migliori dice Francesca sorridendo.

Sai far bene i complimenti! rido.

In autunno, con il piano terra finito, accompagno una delegazione del Comune. Una signora anziana in occhiali grandi mi chiede:

Ha pensato lei questo angolino? indica una nicchia luminosa vicino alla finestra, con panca e tavolino.

Sì. Lì ci si può sedere, leggere, stare da soli se cè confusione.

Annuisce.

Da giovane venivo qui. Cera il gruppo di cucito. Un casino, mai un posto tranquillo. Io odiavo il rumore. E così smisi di venire. Pausa. Ora torno.

La guardo andar via. Penso che per questo vale la pena lottare.

A novembre cambio disposizione alla cucina. Il tavolo da lavoro vicino alla finestra, una mensola nuova per i libri, una lampada calda da tavolo. Rosa resta due volte a settimana. Cucino quello che voglio quando mi va. La minestra ogni tanto, perché la amo. Una torta per il piacere del profumo. Nessuna obbligazione.

Una sera, mentre mescolo la zuppa, fuori si fa buio e la cucina profuma di timo e latte. Ripenso a un progetto per una casa di campagna. Vogliamo qualcosa di vivo, non da rivista, mi hanno detto. Studio le texture, la luce allingresso per lo shock piacevole del calore rientrando dal freddo.

Il telefono vibra. Un messaggio di Lucia: Mamma, venerdì prossimo vengo. Posso?

Certo, rispondo.

Poi aggiungo: Preparo qualcosa di buono. Cosa vuoi?

Risponde con tre faccine di dolci: Tutto! Sei la migliore.

Sorrido. La zuppa è quasi pronta. Assaggio, aggiusto di sale. Fuori ormai è buio, e nello specchio del vetro vedo il mio riflesso: una donna in maglione caldo, il mestolo in mano, nella cucina sistemata a suo modo.

Non penso a Giulio, né a questanno passato, né al tempo perso. Penso solo alla riunione che avrò domani al centro culturale, allarrivo di Lucia venerdì, al fatto che la zuppa è proprio buona, come devessere.

Il mattino dopo, alle sette e mezza, sono con un caffè al balcone. Lautunno ha tinto gli alberi del parco di rame e oro. Laria è fresca.

Il telefono squilla. Numero sconosciuto.

Teresa Di Pasquale?

Sì.

Sono Elena Ruggieri, della rivista Spazi Urbani. Stiamo facendo un servizio sulle donne che cambiano il volto di Bologna. Il suo nome è uscito per il progetto alla Bolognina. Possiamo intervistarla?

Stringo il telefono. Un attimo.

Sì, certo. Quando volete?

Segno lora, lindirizzo, saluto. Finisco il caffè guardando gli alberi. Poi entro, metto la tazzina nel lavandino, prendo la borsa.

Questa è la vita che ho scelto per me. E se cè una cosa che sto imparando, è che non è mai troppo tardi per ricominciare a scegliere.

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Sentito attraverso la finestra
Allora aspetterò — risposi con voce gelida, come se fossi fuori di me.