«Deve andare all’ospedale», disse la ragazza infreddolita sull’autostrada, stringendo tra le braccia un bambino

“Devo andare all’ospedale,” disse la ragazza infreddolita sul ciglio della strada, stringendo tra le braccia un bambino.

La mattina era gelida, il cielo ancora non si era scaldato e l’asfalto brillava di una leggera brina, come cosparso di zucchero a velo. Nell’aria cera qualcosa di cristallino, una freschezza che ti spingeva a respirare profondamente, anche se poi sentivi il freddo che ti pizzicava le guance. In momenti così, il mondo sembrava fermarsi, diventando più silenzioso e pacato.

Alessio Lombardi, lautista dellautobus, si sentiva a suo agio. Ventanni al volante, e ogni curva di quella strada gli era familiare come le sue stesse mani. Niente di speciale, solo una strada di campagna che collegava un paesino alla città più grande. Eppure, per lui, era quasi come casa. Le buche non lo infastidivano più, erano parte del viaggio. Ogni passeggero, ogni fermata, facevano parte della sua routine.

Quel giorno i passeggeri erano pochi. In fondo, due studenti con le cuffie alle orecchie, immersi nei loro telefoni. Su un sedile laterale, un anziano sfogliava il giornale, aggiustandosi di continuo gli occhiali. Davanti, una giovane coppia sonnecchiava avvolta in sciarpe e giacconi.

Lautobus procedeva tranquillo, quasi cullando i passeggeri. Alessio osservava il paesaggio con aria distratta. Niente sole, niente pioggia, solo quel grigiore invernale che sembrava rallentare il tempo. Ma a un certo punto, allorizzonte, qualcosa attirò la sua attenzione.

Sul ciglio della strada cera una figura. Una donna. Non faceva cenni, non cercava di fermare lautobus. Stava semplicemente lì, immobile. Alessio strizzò gli occhi, cercando di capire. Indossava un giubbotto scuro, troppo leggero per quel freddo, e stringeva qualcosa tra le braccia. Allinizio pensò fosse una borsa, ma avvicinandosi, capì: era un bambino. Un bambino pallido, avvolto in una sciarpa, che sembrava quasi senza vita.

“Che gente strana,” borbottò tra sé, rallentando.

Quando lautobus si fermò accanto a lei, abbassò il finestrino e chiese: “Ehi, cosa ci fai qui al freddo?”

La donna esitò, sorpresa che qualcuno lavesse notata. Si avvicinò, ma senza alzare lo sguardo. “Sto aspettando un passaggio,” rispose con voce tremula.

Alessio alzò un sopracciglio. “Un passaggio? Con questo gelo?” Quasi si mise a ridere. Con quel freddo, nemmeno i tassisti uscivano, e lei aspettava un passaggio. Stava per ripartire, ma qualcosa nel suo sguardo lo fermò.

“Cè lautobus, sai,” disse. “Perché farti il sangue amaro?”

La donna, come se non lo avesse sentito, ripeté: “Devo andare allospedale… mio figlio sta male. Stanotte è peggiorato, ma non ho i soldi per il taxi, e lautobus non passa.”

Alessio guardò il bambino. Era davvero pallido, gli occhi chiusi, il respiro debole. Senza pensarci due volte, disse: “Sali. Basta aspettare miracoli.”

La donna salì con cautela, cercando di non svegliare il bambino. Si sedette vicino al riscaldamento, sentendo il calore avvolgerla come una coperta. I passeggeri la osservavano, ma nessuno parlò. Ognuno aveva i suoi pensieri, le sue preoccupazioni.

Lei, sentendosi osservata, si chinò leggermente. Poi, rivolta ad Alessio, mormorò: “Mi chiamo Giulia. Grazie… non sapevo più cosa fare.”

Lui annuì, senza distogliere lo sguardo dalla strada. “Non ti preoccupare. Limportante è arrivare allospedale.”

Il viaggio sembrò interminabile. Quando finalmente arrivarono, Alessio si fermò davanti al pronto soccorso. “Vai, io aspetto,” le disse.

Giulia lo guardò sorpresa. “Davvero aspetterete?”

Lui sorrise appena. “E dove dovrei andare? Limportante è che tutto vada bene.”

I passeggeri scesero in silenzio, senza protestare. Qualcuno andò a prendersi un caffè, altri restarono fuori, avvolti nei loro cappotti.

Alessio rimase al volante, bevendo un tè dal thermos. Il tempo passò. Quando Giulia riemerse dallospedale, il bambino tra le braccia, il suo sguardo era più sereno.

“Tutto bene?” chiese Alessio.

“Sì, gli hanno dato le medicine. È passato tutto,” rispose lei, sollevata.

Lui annuì. “Allora possiamo tornare.”

Giulia esitò. “No, non voglio disturbarti ancora…”

“Ma che dici? Tanto torno vuoto. Tra unora siete a casa.”

Salirono. Il bambino, ora sveglio, osservava Alessio con curiosità. “Ehi, piccolo, come stai?” gli chiese.

Il bimbo si strinse alla madre, imbarazzato.

“Non fa caso agli estranei,” spiegò Giulia. Poi, quasi senza volerlo, iniziò a parlare. “Sai comè difficile crescere un figlio da sola? Soprattutto in un paesino. Non cè neanche una farmacia decente. Se succede qualcosa, devi arrangiarti.”

Alessio ascoltò, annuendo di tanto in tanto. A volte, le parole erano tutto ciò di cui si aveva bisogno.

Quando arrivarono al paese, era già buio. Giulia scese, tenendo il bambino per mano. “Grazie,” disse, commando.

Lui scosse la mano. “Non cè di che. Limportante è che il piccolo stia bene.”

Lei sorrise, per la prima volta con un po di pace.

Mesi dopo, Alessio ripassò per quella stessa strada. Sul ciglio cera Giulia, con il bambino. Questa volta sorrideva. Salì e gli porse un sacchetto.

“Per voi,” disse. “Latte, uova… tutto fatto in casa.”

Alessio tentò di rifiutare. “Ma no, non era necessario!”

Lei scosse la testa. “Voi ci avete aiutato. Ora tocca a me.”

Il bambino, timidamente, aggiunse: “Grazie, zio.”

Alessio sorrise. “Prego, piccolo.”

Quando ripartì, si sentiva stranamente leggero.

Aveva fatto la cosa giusta. Il bene, prima o poi, torna sempre indietro.

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