Confini Personali: Il Valore dei Propri Spazi nelle Relazioni e nella Vita Quotidiana Italiana

Confini personali

Forza, mangia pure, Alessandro, non fare il timido! Al lavoro starai tutto il giorno a ingozzarti di panini, immagino Donna Maria Pia si piegò in avanti con la grazia di una locomotiva e piazzò sul piatto del figlio unaltra polpetta fumante, lucida di grasso, rosa-brunastra e tuttaltro che innocente.

Io osservavo la scena dallaltro capo del tavolo, aggrappata alla tazza di tè ormai freddo. Terza polpetta della serata. Di seguito a un piatto di orzo, due fette di pane e insalata di cetrioli. Alessandro mi mandò uno sguardo da cucciolo abbandonato, ma la forchetta era già diretta al prossimo assalto.

Mamma, davvero, sono pieno bofonchiò senza particolare convinzione.

Ma come, pieno! Guardati: pelle e ossa! Ma te, Claudia, non lo nutri proprio questo ragazzo? Maria Pia mi fissò, la voce trasudava non tanto accusa quanto stupore e sincera preoccupazione.

Pelle e ossa. Gettai unocchiata muta alla pancia di mio marito, lì dove la camicia tirava, ai suoi ansimi dopo tre rampe di scale (ascensore fuori servizio, ovviamente), a come ogni sera si lamentava per quel peso lì sul lato. Insieme da otto anni. Quando ci eravamo conosciuti Alessandro vestiva una 48, adesso il 54 gli era già stretto.

Maria Pia, cerchiamo di mangiare meno fritto, sa, per la salute… spiegai con tutta la dolcezza che mi passava, sorridendo come se le offrissi una pastina e non una lezione di vita.

La salute! lei agitò le mani, lanello doro balenò sotto la luce al neon. Pensa un po, è con queste vostre fisime moderne che gli uomini si indeboliscono! Mio compianto Pietro: quarantanni di polpette e mai un lamento. Campato fino a settanta, ti sembra niente?

Non le feci notare che il povero suocero, buonanima, ci aveva lasciato di infarto. Non aveva senso. Maria Pia si era costruita la sua realtà: le polpette erano amore, cura, vita come si deve; tutto il resto era roba da cittadini viziati che non avevano idea di cosa fosse la vera vita.

La mamma ci tiene, Claudia sussurrò Alessandro, addentando la terza polpetta come davanti a una commissione desame.

Mi alzai e cominciai a lavare i piatti, per non rischiare una risposta poco diplomatica. Dal rubinetto usciva acqua bollente, il vapore mi appannava gli occhiali mentre rimuginavo sempre sulla stessa domanda: comè che una domenica sera, che dovrebbe essere la nostra, pausa relax dalla settimana, si era trasformata in un rito a cui non si poteva sfuggire?

Maria Pia arrivava ogni domenica. In punto. Con una pentola di polpette. A volte una crostata. A volte del minestrone in un enorme barattolo di vetro. Suonava il campanello, entrava anche senza che nessuno aprisse, baciava il figlio sulla guancia, mi sorrideva col mento, posava le borse ovunque e iniziava a sparecchiare, anche se noi avevamo già cenato.

Ma che roba mangiate voi due, le insalatine? Un uomo ha bisogno di carne, altroché storie! brontolava svuotando il borsone.

Il primo anno di matrimonio ci provai a resistere. A dire che avevamo già mangiato, che cucinavo io, che avevamo orari, ritmi tutti nostri. Maria Pia sorrideva e ignorava. Oppure: Sì cara, ci mancherebbe, ma così se Alessandro ha fame. Alessandro taceva, mangiava, chiedeva il bis. Mi irritava più lui di lei. Lei agiva per riflesso, per abitudine. LUI, però, aveva scelto la strada più comoda.

Mamma, magari non servirebbe ogni settimana tutta sta roba provò a dire lui una volta al telefono, mentre io gli suggerivo le battute a bassa voce. Non facciamo in tempo a mangiarla, poi va a male

Cosa va a male? Mettila in frigo! O nel congelatore! Alessandro, stai bene? Hai la febbre? Sei arrabbiato con me? panico, e come sempre, resa totale.

No mamma, tutto a posto, davvero, grazie, sei bravissima.

E così via. Tutto ricominciava, come un disco rotto.

Notai un fenomeno bizzarro: più cercavo di fare una dieta sana, più Maria Pia rilanciava con la conquista della cucina. Pareva una guerra invisibile, con in palio il controllo del piatto e dello stomaco di Alessandro.

Un giorno comprai un libro: Alimentazione consapevole. Diceva che il cibo non è solo carburante, ma relazione, gesto damore o di controllo. Lessi il capitolo sui modelli familiari e compresi: per Maria Pia, le polpette erano lultima àncora rimasta. Ultima risorsa per sentirsi utile. Lultimo modo, tutto suo, per dire ti voglio bene.

Aveva sessantatré anni, da tre in pensione dopo quarantanni da contabile alla ASL locale. Tutta la vita a sistemare conti, risolvere rogne, gestire problemi. Poi, pensione, grazie, si accomodi. E rimase sola nel suo trilocale in periferia, pieno di ricordi del marito e del figlio ormai grande.

Ci provavo a capirla, sul serio. Ma ogni domenica la mia buona volontà si disintegrava nellodore di fritto tra le tende, nella pesantezza di Alessandro dopo cena, nei suoi domani sì, magari, dai, stasera sono stanco ogni volta che parlavo di fare due passi. Il domani non arrivava mai. Perché cera sempre unaltra domenica.

Un autunno tardi, seduta in un bar con la mia amica Elena, divorziata fresca e di umore in tempesta, scaricai tutto: le polpette, le domeniche, Maria Pia che non sentiva ragioni, Alessandro che restava perennemente in mezzo. Elena mi ascoltò, poi fece spallucce:

Senti, dille di farsi gli affari suoi. Oppure lascia che se la veda Alessandro.

Non ce la faccio.

Perché?

Non sapevo rispondere. Forse perché mi faceva pena quella donna attaccata a ciò che le restava. O perché non volevo litigare con mio marito. O perché non volevo passare da mostro che divide madre e figlio. O, semplicemente, ero stufa di litigare. Ed era più facile rassegnarmi.

Boh, non so, Elena. Semplicemente non riesco.

Lei sospirò. Mia madre ha sopportato ventanni mia nonna che le portava sti pranzi. Adesso è morta, e lunico rimpianto di mamma è di non averle mai detto di lasciar perdere prima. Ventanni sprecati.

Mi rimase in testa, come una scheggia. Sarebbe finita così anche per noi? Ma come si fa a mandare via qualcuno che crede davvero di fare il bene?

Alessandro, poi, non capiva il problema. Era cresciuto a colpi di torte della nonna, montagne di cibo e il rito non ti alzare se non hai finito tutto. Per lui lamore era in calorie. La moglie ideale? Quella che ti sfama. Quando glielo spiegavo, annuiva, mi dava ragione… e la domenica successiva, via di terza porzione di polpette, annaffiate con tè zuccherato e ciambellone dordinanza, comprato per caso dalla madre sulla strada, così, tanto per gradire.

Ale, ma un po di pietà per te stesso, no? sbottai una sera.

Letto, io con il libro, lui col cellulare. Il ticchettio dellorologio dei suoi in sottofondo.

Ma che dovrei fare? Dire a mamma che non venga più, che non servono le sue polpette?

Non esasperare Basta che le fai capire che siamo grandi, che cucino anche io

Lei lo fa perché mi vuole bene.

E io no, forse?! Alzai la voce, non volevo, ma successe. Ogni giorno preparo la colazione, il pranzo da portare al lavoro, la cena. Invento, cucino, cerco di variare, di farti mangiare sano. E arriva lei, e pare che tutto quello che faccio io sia invisibile!

Silenzio. Poi, piano:

Ha solo bisogno di sentire che serve ancora, Claudia…

Anche io ho bisogno di sentirlo, mormorai. E invece sembra che scegli sempre lei.

Mi abbracciò, mi baciò la testa.

Non scelgo nessuno. È solo che… è mia madre. Capisci?

Sì. Appunto per questo tacevo.

Quellanno linverno arrivò presto. A novembre già il gelo, la città immersa nella pioggia e nella fanghiglia. Maria Pia continuava a spuntare ogni domenica, ora avvolta in un cappotto che sapeva di naftalina e impegnata a trasportare pentole incartate negli asciugamani per non farle raffreddare durante il viaggio. Freddo terribile, i mezzi che sono cari, tutto si sta rincarando…, si lamentava, ma a taxi o passaggi, niente: Non sono mica una ragazzina, so badare a me stessa. Subito dopo: Certo, la salute non è più quella di una volta….

Chiaramente attendeva che il figlio la rassicurasse, la coccolasse. Alessandro ci cascava sempre. Chiamate quotidiane, serve qualcosa?, vuoi che ti porti qualcosa?, offerte rifiutate sempre a lei non servivano acquisti, le bastava che Alessandro mangiasse le sue polpette. Era il suo modo di dire Sono ancora tua madre, e tu il mio bambino.

Un mercoledì sera Alessandro si piegava dal mal di stomaco; cucinai pesce al forno con verdure, qualcosa di leggero. Si lamentò per tutta la sera. Forse ho mangiato qualcosa che non andava, disse. Nella mia testa: Sì, tre polpette fritte domenica, indovina cosè stato.

La mattina dopo presi appuntamento dal medico per Alessandro, senza consultarlo troppo. Domani, ore diciotto, dalla dottoressa Bellini. Non negoziabile. Ventiquattrore dopo, in ambulatorio, la sentenza: gastrite cronica, colesterolo alto. Basta grassi, fritture, piccanti, e caspita, porzioni piccole, almeno finché volete viverlo questo matrimonio, concluse la dottoressa, che ne sono certa aveva visto centinaia di suocere sfamate con amore.

Alluscita Alessandro era ammutolito. Glielo dico io a mamma.

Che cosa?

Che il medico ha detto basta. Che non posso più mangiare così.

Sobbalzai: un misto tra compassione per lui, per la madre che lo avrebbe vissuto come un tradimento, e rabbia per me, che avevo dovuto portare il marito dal dottore per potermi prendere cura di lui senza sensi di colpa.

Fece la chiamata il mercoledì sera. Io spiavo dalla cucina.

Mamma, devo dirti una cosa. Sono stato dal dottore. Ho la gastrite. Mi tocca stare a dieta.

Pausa lunghissima. Poi la voce di Maria Pia, acuta, spaventata:

Gastrite? Ma sei grave? Ti ricoverano? È questa là, la signora salatini, che ti ha combinato?

No, mamma, è stato il medico.

Eh, magari Scommetto che è stata lei, te lo ha messo in testa. E ora prendi la sua difesa?

Mamma, davvero, sto male. Non posso più mangiare quella roba.

Quindi ora non vengo più, vero? Ho cucinato polpette per anni e ora sono veleno?

Non glielo fece nemmeno finire, riagganciò.

Alessandro rimase senza parole col cellulare in mano. Lo abbracciai.

Sei stato bravo.

È arrabbiata… Si sente tradita.

Passerà. Dalle tempo.

Ma il tempo non guarì nulla. Maria Pia non si fece più vedere la domenica. Rispondeva raramente al telefono. Dopo due settimane, Alessandro andò lui da lei; tornò cupo: Mamma piange, dice che lho tradita, che lho messa da parte. Che ho preferito te a lei.

Nei mesi successivi la telefonata della vicina fu la conferma: Maria Pia aveva smesso di aprire la porta, era triste, trascurata. Un colpo basso per me. Raccontai tutto ad Alessandro: corse dalla mamma, che effettivamente pareva spenta.

Una sera, lui mi propose: Proviamo a fare diversamente? Non isolarla, ma nemmeno farci schiacciare?

Nel senso?

Invitarla a casa, semplicemente per un tè. Suggerirle qualche svago, farle capire che può esistere altro fuori dalla cucina.

Per la prima volta mi sorprese: cercava davvero una soluzione. Proviamoci.

Feci il primo passo. La chiamai un sabato, mi presentai da sola con una scatola di cioccolatini e un mazzo di crisantemi colti allangolo non proprio il fiore dellallegria, ma era febbraio. Maria Pia aprì la porta ringalluzzita come la versione femminile e lombarda del Bernacca. Il viso scavato, la vestaglia da casa, i capelli spettinati.

Ci mettemmo a tavola per un tè come negli anni Ottanta, con tazze dal bordo dorato. Ciarlammo del nulla per trovare poi il coraggio.

Maria Pia, io credo che qui nessuno voglia la guerra.

Non ne hai già vinte abbastanza di guerre? rispose lei amaramente. Ti sei presa mio figlio.

Non lho portato via, Maria Pia. Si è sposato.

Per me non cambia.

Con pazienza, cercai di spiegarle che il figlio ha bisogno di spazio, che non è più il suo bambino, che una madre può restare importante senza invadere, anzi.

Dissi tremando, ma lo dissi che se avesse voluto, avrei cercato per lei qualche attività, corso, un gruppo dove svagarsi con altre persone.

Rise amara: Io? Hobby? Ho sempre lavorato, ora non so nemmeno da dove si inizia. Ma un minimo di scintilla si accese. Parlammo di corsi di pasticceria per nonne, di circoli in biblioteca. Lasciai promesse di link da internet.

Qualche giorno dopo, Maria Pia si iscrisse davvero. Sei donne e un professore napoletano che la coinvolse nella preparazione della charlotte alle mele. Tornò entusiasta.

La domenica successiva arrivò da noi senza polpette: solo una torta, dorata, tutta decorata di zucchero, la sua charlotte. Alessandro se ne mangiò due fette, io le feci i complimenti sinceri. Maria Pia raggiante raccontava di ricette, amici, gite al giardino botanico.

Non dico che finì tutto lì. Un paio di volte le polpette tornarono. Ma solo se volete. Alessandro ne assaggiava una, ringraziava, e basta. Lei non insisteva più.

Nella stagione calda Maria Pia conobbe anche il gruppo di coltivatori urbani: non aveva nemmeno un vaso, ma ogni giovedì andava a bere il caffè al circolo di quartiere, chiacchierava di orti e insalate, andava alle gite.

Non mancavano le ricadute, attenzione: a volte tornava con una pentola, a volte con una sporta di mele portate dalla cascina di una nuova amica: Fateci quello che volete, o la torta o il risotto.

Noi, di tanto in tanto, ci si andava a trovare. Bastava spesso una mano per una lampadina bruciata, una mensola da pulire. Lei era contenta, a volte si sbottonava in confidenze sulla solitudine.

Ma col tempo lo spazio tra noi si fece più vero, meno appiccicoso, meno combattivo. Si è passati dallabitudine a riempire di cibo, alla capacità di sedersi insieme e chiacchierare. Senza pretese.

Siamo diventati, negli anni, non amici. Nemmeno nemici, però. E soprattutto, io ho smesso di dover vincere. Ho capito che certi confini sono impossibili da tracciare coi righelli: limportante è trovare un modo per viverci dentro senza farsi a pezzi a vicenda.

Cè voluto tempo. Tanta pazienza. Tanti piatti lavati col vapore a nascondere lacrime di stanchezza. Ma oggi, quando Maria Pia telefona (Ho fatto il brodo! Ne porto giusto un pochino, eh?), rispondo: Grazie Maria Pia, una tazza a cena la prendo volentieri.

Alessandro si è rimesso in forma, non mi pare un atleta olimpico ma va meglio. Io, libera da battaglie impossibili, riesco anche a sorridere quando in casa cè profumo di torta di mele la domenica molto meglio della frittura che impregnava le tende.

Forse il miracolo, qui, è proprio l’ironia della sorte: la polpetta da patata bollente si è fatta ponte. La guerra è finita per stanchezza. O forse si è semplicemente trasformata in qualcosa di più umano. In un gruppo allargato dove, va bene, Maria Pia regala ancora del cibo. Ma la cosa più difficile glielho insegnata io e ci sono voluti anni: a volte, basta una fetta di torta. Basta un po di compagnia. Basta sapere che sei ancora importante, ma senza invadere.

E sì, magari il brodo lo mangeremo, anche se lo fa troppo salato.

Così va la vita, a Milano come a Roma, da Palermo fino a Torino. Dove le mamme non mollano, le nuore si stufano, e i figli… beh, quelli non cresceranno mai davvero.

Ma almeno, finalmente, possiamo cenare senza il rischio della terza polpetta mortale. Perché una, ogni tanto, non uccide nessuno. E forse è lunico compromesso possibile, in famiglia.

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Confini Personali: Il Valore dei Propri Spazi nelle Relazioni e nella Vita Quotidiana Italiana
La vita, come la luna: a volte piena, a volte calante Credevo che il nostro matrimonio fosse indissolubile ed eterno come l’Universo… Purtroppo mi sbagliavo Conobbi mio futuro marito all’università di medicina, quando eravamo studenti. Al quinto anno ci sposammo. Mia suocera, come regalo di nozze, ci donò un viaggio in Jugoslavia (l’attuale Slovenia) e le chiavi di un appartamento. E quello era solo l’inizio. Appena sposati, entrammo subito in un appartamento di tre stanze. Suoceri sempre presenti ad aiutarci. Ogni anno io e mio marito viaggiavamo per l’Europa grazie ai suoi genitori. Io e Dima eravamo giovani e felici. La vita davanti a noi. Dima virologo, io internista. Lavorare, curare, amare. Nacquero i nostri figli: Daniele e Vjačeslav. Oggi, tanti anni dopo, so che allora la mia vita era un fiume in piena. Posso dire con certezza che ho vissuto nel lusso tutti e dieci gli anni di matrimonio. Poi tutto è crollato all’improvviso. Una telefonata alla porta. Apro. Davanti a me una ragazza carina, dall’aria avvilita. «Cerca qualcuno, signorina?» chiedo serena. «Lei è Sofia? Allora sono qui per lei. Posso entrare?» esita. «Venga.» Sono già incuriosita. Avvicinandomi, noto che la ragazza è leggermente incinta. «Sofia, mi chiamo Tania. Mi vergogno a dirlo, ma amo molto suo marito. Anche Dmitrij ama me. Avremo un bambino», spara Tania. «Ah… Inaspettato. Altro?» sto per perdere la pazienza. «No…» tira fuori dalla tasca una scatolina elegante. «Prenda, Sofia, è per lei.» Apro la scatola: un anello d’oro. «A cosa serve? Vuole comprare mio marito? Dima non è in vendita! Si riprenda il regalo!» richiudo la scatola, già arrabbiata. «Sofia, non voglio offenderla! Mi sento in colpa con lei! Non so come comportarmi. So che lei e i suoi figli soffrirete. Mia madre mi ha sempre detto: “Se ti innamori di un uomo sposato, vai incontro alla sofferenza!” Ma non posso vivere senza Dima! Prenda almeno questo anello, magari mi sentirò meglio!» Tania scoppia a piangere. Per un attimo ho compassione. Ma chi penserà a me? Questa sfrontata mi ha rubato la felicità e io la compatisco… Ricompongo i sensi, restituisco l’anello e la caccio. Da quel momento la mia vita ha iniziato a rotolare in discesa… Mia suocera mi chiama per dirmi che Dima lascia la famiglia. Viene a casa e mi chiede di preparare le sue cose; le indico l’armadio, ancora incredula. «Sofia, resteremo comunque parenti, qualunque cosa accada. Dima e Tania sono come i vitellini: dove stanno, lì si coccolano!» mi “consola” la suocera. Sei mesi dopo Dima e Tania hanno una figlia; poi mi dicono che Dima ha adottato anche la figlia di Tania dal primo matrimonio. In tutto questo tempo, non ha mai visto i nostri figli, tranne che tramite gli spiccioli d’assegno familiare che passava per sua madre. Era negli anni Novanta. Finisco in ospedale per un esaurimento nervoso. Daniele e Vjačeslav restano dalla nonna, che li coccola e viziava. Appena uscita dall’ospedale corro a riprendere i bambini. Ma i miei figli rifiutano di venire a casa: «La nonna cucina meglio, non ci sgridano e ci lascia mangiare i dolci.» Non so cosa rispondere. La suocera, stringendo i nipoti, mi dice: «Sofia, lascia che i bambini restino da noi per un po’ con il nonno. Tanto tu dovrai cambiare casa, e serve badare ai figli. Io e Dima abbiamo deciso: non potrai mantenere quella casa da sola. Ti basta un bilocale, no?» Così, senza grandi soddisfazioni, torno sola a casa. Senza marito, ora anche senza figli. Sono costretta a cambiare casa; finisco in un piccolo bilocale, senza ristrutturazione. Muri scrostati, sanitari d’altri tempi, pavimenti di legno… I miei figli restano a vivere dalla suocera. Sono ammessa a visitarli solo nei giorni di festa. «Sofia, non venire troppo spesso, rischi di turbare la tranquillità dei nostri ragazzi,» sospira la suocera. «Pensa alla tua vita privata.» I miei figli si allontanano. Il legame tra noi si spezza per anni. Vorrei solo rintanarmi nell’angolo più freddo e dimenticare tutto. La vita ha perso sapore. Mia nonna ripeteva spesso: «La vita è come la luna: a volte piena, a volte calante.» Sapevo che non poteva durare così. O sarei impazzita… Sentivo il bisogno di fare qualcosa di folle, di non essere più la ragazza modello che tutti calpestano. In fondo, mi sono laureata in medicina con il massimo dei voti! Un giorno vado per lavoro a una conferenza in Francia. Là conosco un giovane medico serbo, Jovan. Ancora oggi non capisco come riuscissimo a comunicarci… senza bisogno di parole. Amore folle. Ma, finita la conferenza, devo tornare a casa. Non ne avevo voglia! Questo incontro casuale con Jovan mi ha restituito la vita: ero tornata a splendere! Dopo, altre conoscenze e separazioni. Nulla di serio. Solo scappatelle. La suocera nota: «Sofia, sei rifiorita! Sembri la primavera.» Ma rimango sola. L’amica del cuore, prima di trasferirsi per sempre in Grecia, mi invita da lei. Olga non è sposata e non ha figli. «Sofia, sposo un greco. Stanca dei nostri uomini. Voglio finalmente vivere come una donna normale,» si commuove Olga. «Perché piangi? Stai iniziando una nuova vita! A quarant’anni tutto ricomincia!» non comprendo le sue lacrime. «Guarda, Sofia, il mio Shurik non sa nulla. Voglio farti conoscere. Magari ti piacerà. Insomma: prendilo, te lo regalo!» Olya fa un gesto teatrale. Beh, se c’è uno scapolo in casa, che si porti ago e filo sul tavolo… Così, prendo sotto la mia ala un uomo lasciato. Shurik diventa mio marito. Aveva un solo difetto. Ma quello bastava a cancellare ogni pregio: era alcolista. Ma l’amore, si sa, è cieco… Anche un diavolo può sembrare una ciliegina! Non potevo fare a meno di quell’uomo. Iniziano così: tossicologi, centri di recupero, le mie lacrime… Tutto inutile. Gli sto sempre vicino. E lui mi dice: «Sofia, sei tu che vuoi che io smetta di bere. Ma io non voglio.» Eppure, non pensavo nemmeno di lasciarlo! Meglio un marito difettoso che la solitudine. Decido di combattere per lui, come Tania aveva fatto con il mio ex. Ci sono voluti sette anni… Shurik finalmente si ferma. Trova lavoro come autista all’obitorio. Non è facile quel che vede ogni giorno, ma io sono felice! Può sembrare strano, ma ora ho un marito tranquillo! Torna a casa silenzioso e pensieroso. E, soprattutto, sobrio! Olga, nelle sue visite dalla Grecia, resta stupefatta: «Shurik non beve? Non ci credo!» E io, ridendo: «Non si cambia e non si restituisce!» I miei figli ormai sono grandi, hanno superato i 30 anni. Sono entrambi single: dopo aver visto tutte le peripezie familiari, non vogliono sposarsi. Ci hanno provato ma, credo, con i nipoti sarà dura… E ora una parola sull’ex marito. Sua moglie Tania si è rovinata con l’alcol. La loro figlia cresce da sola un bambino. Dima si è sposato per la terza volta, ora con l’infermiera del suo ambulatorio. Prima mi ha chiesto, con cautela, tramite i nostri figli: «La mamma non vorrebbe ricominciare tutto da capo?» La mia risposta fu secca: «Neanche sotto tortura! Mai!»