Noi veniamo dal bosco

Noi veniamo dal bosco

Alba, e Livia si sveglia improvvisamente tra le lenzuola ruvide. Il sole, ancora timido sulle colline della Toscana, non è nemmeno sorto del tutto mentre lei osserva i letti vicini. La mamma dorme pesantemente, ma la nonna, Teresa, pare stranamente silenziosa, grattandosi piano il tallone: Livia sospetta che sia già sveglia.

Trattiene il respiro, si solleva sulle punte dei piedi per sbirciare il viso rugoso della nonna.

Teresa smette di grattarsi, percepisce il movimento e, girandosi verso il muro, lascia scappare un sospiro rumoroso.

Livia sorride: dorme! Può andare in cucina, sinfila la camicia di flanella.

In cucina beve latte direttamente dalla bottiglia. Si guarda intorno, prende una fetta grossa di pane casareccio, un pezzo di lardo: il pranzo è sistemato.

Si muove scalza sul pavimento antico, apre la porta d’ingresso senza rumore e si infila fuori sul piccolo portico.

Il paesaggio la travolge di verde intenso: prati, olivi e chiome di querce sotto il primo luccicare del sole. Laria è piena di profumo di bosco.

Si stira come un gatto, respirando profondamente.

La sua silhouette si disegna tra la camicia grigia, ereditata dalla nonna Teresa, le vecchie braghe di lana spessa, scomode ma efficaci contro zanzare e insetti feroci.

Tutto il vestito ha il sapore di chi ha visto il tempo. Era il corredo della nonna, un tempo giovane Ora è toccato a Livia.

Sulla soglia il cane Fumo, mastino fedele, scodinzola scosso dalla gioia. Prende il fagotto col cibo, le bottiglie d’acqua, i fiammiferi, i due secchi di zinco e si inoltra verso la macchia.

Il bosco è casa sua.

Si muove tra i sentieri chiusi dagli arbusti, indifferente alle zanzare che la divorano senza pietà. I lupi non la spaventano, neppure i cinghiali.

Ha imparato tutto ciò vivendo qui. Lei, mamma e nonna vivono tra gli alberi, lontane dalla civiltà.

***

Fu il nonno Giulio, ormai cenere nel vento, a costruire la casa. Lui, cacciatore leggendario, aveva scavato una tana tra le radici dei lecci, dove trovava rifugio dalle liti con Teresa. Quando litigavano aspramente, lui si rifugiava sotto terra, in silenzio, chiedendosi se fosse meglio restare o lasciare tutto, tranne la figlia.

La nonna Teresa, donna di fuoco e vento, era insopportabile: ma senza il suo uomo non riusciva a stare. Andava di soppiatto alla tana, si sdraiava per terra, rassegnata, e recitava la parte della donna arrendevole. Gli ricordava la piccola Maria, loro figlia, che lo attendeva laggiù, nella casa.

La nonna sapeva come piegare il destino: il nonno cedeva, tornava a casa. Almeno finché non ricominciavano le urla, i piatti volanti.

Strano: nella grande casa si odiavano, nella tana regnava una tregua.

Una volta, stanco di tutto, Giulio portò le sue cianfrusaglie nel bosco e iniziò a costruire una casa vera. Una casetta di legno e pietra tra il muschio, una dimora da vecchi racconti. Teresa sbraitava, ma lui costruiva testardo, mattone su mattone.

Quando la casa fu terminata, non più giovane, Giulio si accorse che la ragazza, Maria, era cresciuta e si era sposata. Il tempo era scivolato via come vino nel fiasco.

Un giorno, tornò dalla legnaia e trovò Teresa seduta sorridente: aveva occupato la nuova casa con tutte le sue pentole e le galline.

“Ma che ci fai qui?” gridò lui. “Non eri tu a cacciarmi?”

“Ma la Maria si è sposata! E io, che disturbo a quei ragazzi?” rispose lei. “Son venuta qui, tanto parenti restiamo!”

Fu così che invecchiarono tra i cipressi, finché il nonno Giulio non si lasciò portare via da malanni e tristezze.

Teresa non pianse a lungo: aveva la casa, il pollaio, le capre e il suo mondo da ricostruire.

Dopo molti anni, la figlia Maria, restata sola, tornò da lei portando la nipote: Livia.

***

Livia crebbe robusta e sveglia. Ma nella casa le donne le proibivano tutto: mai andare al paese vicino, niente amicizie, niente visite.

Ci pensò solo a trentanni: le donne si erano fatte selvagge e la volevano solo per sé.

Livia divenne la provvista della famiglia. Sapeva pescare nel lago, tagliare legna e portare lacqua, anche dinverno.

Cacciava piccoli animali con Fumo, il cane, e coltivava lorto.

Lei non aveva mai conosciuto altro. Il paese degli uomini le era sconosciuto: nessun uomo, nessuna storia, nessuna città. Il suo universo finiva dove iniziava il sentiero tra i lecci.

Un giorno, però, una presenza interruppe la sua pace.

***

In una radura muschiosa, Livia raccoglie mirtilli. Il giorno è caldo ma lombra di castagni e querce la protegge.

Il bosco è silenzioso, solo qualche uccello lontano e il ronzio di insetti.

Improvvisamente, un uomo dal volto abbronzato, occhi azzurri e camicia scura, emerge correndo tra i tronchi come inseguito dagli spiriti delle foreste.

Si ferma affannato, si piega sul ginocchio: “Per favore, avete dellacqua?”

Livia, accovacciata come una gatta, attenta, non risponde subito. Lo sconosciuto vede il fagotto appeso e, senza chiedere, prende la bottiglia e il pane. Sbrana tutto tra i sospiri.

“Grazie, signorina. Mi può indicare il paese più vicino?”

“Non lo so,” risponde Livia brusca.

“Lai, per carità, non abbia paura. Sono solo finito male. Dovevo andare a un matrimonio ma mè successa una cosa Aiutatemi per favore.”

Luomo, improvvisamente fragile, nasconde il viso al tronco: piange.

Livia sgranchisce le gambe, si avvicina. Lui grida: “Non ho un soldo, né documenti, né telefono Sono perso da giorni Se volete, mi inginocchio!”

“Va bene, vi aiuto, ma prima finisco i miei mirtilli.”

“Ma io sto morendo di stanchezza,” protesta lui. Ma poi si siede, incredulo.

Lei riprende a raccogliere. Lui, incapace di resistere alla stranezza della situazione, decide di aiutarla.

“Come vi chiamate?”

“Livia,” risponde quasi stupita.

“Bel nome Io mi chiamo Alberto. Ma perché tanti mirtilli? Li vendete?”

Lei rimane diffidente, ma inaspettatamente si sente ammorbidire verso questo strano uomo.

Uscirono dal bosco chiacchierando: Alberto scoprì che Livia viveva sola con la madre e la nonna; nessun uomo in casa. E capì che, per ora, doveva restare nascosto.

***

Nonna Teresa era seduta al sole sulle pietre del portico. Quando Livia tornò col forestiero, rimase pietrificata.

“Maria!” gridò. Maria uscì dal pollaio, le gambe tremanti.

“Mamma, aiutami, non sento le gambe,” mormorò Teresa.

Maria si avvicinò: “Cosè questo? Una criminale porti in casa?”

Livia, lasciati i secchi allingresso, annunciò: “Vado a cambiarmi, lui è Alberto, si è perso e va accompagnato in paese.”

Le donne si scambiarono sguardi carichi di giudizio, ma tacquero. Maria, scattosa: “Va bene, ma prima deve lavarsi, chissà che schifezze porta!”

Alberto sorrise: “Non mi offendo, ma ho solo questi abiti… mi sono perso e vorrei solo tornare a casa.”

“Niente vestiti in più!” tagliò Teresa.

Livia replicò: “Sul solaio cè roba del nonno, ci penso io!”

Alberto entrò nella piccola baracca del bagno. Bruciò gli abiti nella stufa, versò acqua calda sulla testa massaggiandosi la fronte, ignaro che Livia lo osservava dalla porta, poi fuggì via, il cuore martellante.

***

In cucina le donne squittirono tutte insieme, suggellando la diffidenza verso lestraneo.

Quando Alberto uscì pulito, divorò il pane offertogli e disse: “Vi chiedo solo di portarmi fino al paese non saprei orientarmi senza pericoli.”

Maria cedette: “Ti accompagno io,” ma la nonna la trascinò da parte sibilando: “Tu sei matta! Quello ti ammazza! Lascia che tuo figlia Livia, che lha portato, se lo porti via!”

***

Livia guidò Alberto verso luscita del bosco; camminarono insieme senza accorgersi della strada, pieni di chiacchiere leggere e sguardi incerti.

Alla fine lei, tra il fogliame luminoso, trasparente come un sogno di primavera, si voltò: “Siete un prigioniero scappato? Indossavate una tuta”

Alberto rise, amaramente: “No, anzi sono stato aggredito, rubato mi sono risvegliato scalzo nei cespugli, nel caos. Ho messo quella tuta di fortuna per coprirmi dalle zanzare”

Gli occhi di Livia si fecero buoni: “Vi fa male la botta in testa?”

“Ah,” rise lui, “prima del prossimo matrimonio guarirà.”

“State attento,” sorrise Livia, allontanandosi oltre i rami di pioppi.

***

A casa, Maria e Teresa la coprirono di rimproveri.

“Vuoi rovinarci? Portare un criminale in casa?”

“Ma nonna, lui era semplicemente un uomo in difficoltà!”

“Eh sì, e tu abbocchi! Prima o poi qualcuno ti farà del male, che stupida”

Livia scappò fuori mentre il cielo scivolava verso la sera.

Si sedette presso il laghetto. La superficie tremolava tra i riflessi: ora sapeva che in altri posti la gente viveva diversamente. Aveva trovato vecchie fotografie nella cassapanca della nonna; il mondo le sembrava diverso, più luminoso, sconosciuto.

Unombra si avvicinò allacqua; un vecchio si chinò a riempire un secchio e si ritirò nel bosco, camminando con passi febbrili. Livia lo seguì incuriosita. Vide che apriva una porta nascosta in una collina ricoperta di muschio e spariva dentro.

***

Il giorno seguente, Livia cercò la collinetta. La porta cera davvero, invisibile fra i rovi. Si mise a raccogliere bacche, tenendo locchio sul nascondiglio.

Nel pomeriggio il vecchio uscì: magro, capelli bianchi, passeggiava come se il vento potesse portarlo via.

Lei si avvicinò gentile.

“Salve.”

Lui trasalì, perse il secchio; lei glielo restituì. “Vivete qui? Perché non ci siamo mai incrociati? È una grotta?”

Il vecchio si fece scuro e, scappando, scomparve tra gli arbusti.

A cena Livia raccontò tutto: Teresa si fece seria.

“Un vecchio come?”

“È tuo nonno,” si spazientì.

“Ma hai detto che era morto!”

“Se l’è data a gambe. Disse che doveva morire nel bosco, come una bestia mi aveva lasciato il suo capanno! E io ci ho creduto”

Livia trasecolò. “Era lui che costruì questa casa! Ma è scheletrico, poverino E tu, niente lacrime?”

Piena di sorpresa e dolore, andò cercare il vecchio.

Scardinò la porta ormai fragile. Nella grotta il nonno era raggomitolato, simile a un animale ferito.

“Perché non ci hai detto nulla?” chiese Livia.

“Lasciami stare. Non devo niente a nessuno. Ho costruito una casa per la vostra famiglia,” grugnì lui, cacciandola via, ma lei resistette.

“Tu sei mio nonno!”

“Non sei nemmeno figlia della mia discendenza!” mormorò lui cupo. “Maria, tua madre, era sterile: ti prese da un vedovo, ecco chi sei. Ora vattene e richiudi la porta!”

Livia corse via, cieca di pianto, rimbalzando tra i rovi, finché si perse come in un incubo.

***

“Lha sentito? Ha vissuto nel bosco per trentanni! Ma è incredibile!” esclamava la dottoressa Valeria, alta, con un tailleur elegante, nella sede comunale del paese emiliano. “Una donna di trentanni, senza documenti, mai stata a scuola È come il Mowgli! Come può essere?”

Il sindaco si passava una mano tra i baffi: “Qui sono appena arrivato tre donne, un vecchio una storia da romanzo! Sarò nei guai.”

Portarono Livia nel suo ufficio. Lei sedeva con gli occhi rossi.

“Mi hanno mentito. Mamma e nonna non sono la mia famiglia. Ma non torno più da loro, li odio. E mi dispiace per il nonno.”

Il sindaco ordinò una tazza di tè zuccherato.

“Calmati. Raccontami tutto, vediamo che si può fare.”

***

Fu difficile linizio. Livia imparava a vivere tra le case dasfalto, pulendo pavimenti nei negozi, scoprendo lo splendore dellacqua corrente e della corrente elettrica.

Che strano: niente più corse con i secchi, niente più tagliare il ghiaccio.

I soldi, con cui comprare pane e vestiti, erano come galline magiche per Livia. Bastava pulire, e la paga arrivava. Non cera più bisogno di cercare funghi sotto la luna.

E tutto le sembrava una beffa: la madre e la nonna le avevano tolto la vita facile. Lavevano fatta sgobbare come bestia. E adesso, chissà se riuscirà a fidarsi ancora.

Ma la gente voltava le spalle: “Non siamo tuoi parenti”, dissero. “I documenti, non li abbiamo. Vai via, sparisci.”

Questo era tutto ciò che cera da sapere su chi si è chiamato famiglia.

***

“Ma sei proprio tu?” una voce familiare, sbucata tra i cassonetti.

Livia si voltò, il cuore come un tamburo impazzito. Alberto, elegante con un cappello e una ventiquattrore, era davanti a lei.

“La mia salvatrice!”

Lei mormorò: “Non ti hanno arrestato?”

“Larresto? Ma dai!”

Ricordò le parole della nonna: “Un criminale in fuga!” Sciocchezze. Livia ora crede più a uno sconosciuto che alla nonna.

Si vergognava un po’, ma sorrise: “Che fortuna rivederti.”

Lui rise: “Ero venuto al bosco a cercarti. Tua nonna mi disse che non ceri più. Ma, invece, eccoti qui, sono davvero felice.”

Livia rise di cuore, ed era una risata nuova nella sua nuova vita.

Alberto si fece serio: “Devo andare, ma torno. Dove ti trovo?”

“Faccio le pulizie qui, in questo negozio.”

“Perfetto, vengo tra unora. Non muoverti!”

Stordita, Livia tornò dentro.

La commessa Giuseppina faceva domande: “Che ci facevi a parlare con larchitetto? Vi conoscete?”

Livia sorrideva misteriosa: “Lavoro, niente di più.”

Ma dentro, una speranza cominciava a brillare.

Ci sarebbe stato posto, forse, anche per il vecchio nonno. Persino senza sangue, ora cera spazio per tutti. In fondo, in questa nuova stanza, col riscaldamento e la luce, con una scodella di zuppa pronta e la sicurezza della città.

E Alberto guidava veloce, rideva come un bambino che ritrova il giocattolo perduto: la ragazza del bosco era di nuovo là, viva, reale.

Mai più avrebbe voluto lasciarla andare.

***

La commessa Giuseppina, intanto, borbottava. Era stata lei a cercare una donna per pulire il negozio; ma ora il titolare si era messo a correre intorno a Livia come un galletto amoroso.

“Sembra ipnotizzato,” mormorava Giuseppina.

Perché il mondo sceglie sempre le donne che arrivano dal nulla?

Ma Livia, che aveva attraversato il bosco e il dolore, ora sapeva che nella vita tutto può succedere persino uscire dal sogno e trovare davvero una casa fuori dal bosco.

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