Aeroporto di riserva
Mi senti? Il suo tono era basso, quasi colpevole. Quasi. Irene, ti sto parlando, mi senti almeno?
Lo sentivo. Lho sempre sentito. Anche quando taceva, anche quando non chiamava per settimane, avvertivo comunque una traccia della sua presenza nellaria del mio piccolo appartamento. Come se lasciasse dietro di sé qualcosa di sfuggente: lodore del suo caffè, limpronta della tazzina sul davanzale, una sedia appena spostata vicino al tavolo della cucina.
Ti sento, Andrea.
E allora perché non dici nulla?
Sto pensando.
Sospirò. Conoscevo troppo bene anche quel sospiro. Pesante, quasi faticoso, laria che passa attraverso qualcosa di compresso dentro. Andrea sospirava così quando voleva compassione, ma non sapeva chiederla.
Non ho altro posto dove andare, disse. Mi capisci? Proprio nessunaltro.
Guardavo giù dalla finestra. Marzo. Neve sporca lungo i marciapiedi, piccioni bagnati sul cornicione di fronte, una donna che tentava di evitare le pozzanghere col passeggino. Un marzo cittadino come tanti, nulla di particolare. Eppure qualcosa dentro di me si rovesciava, lentamente e inesorabilmente. Come una pagina voltata. Come una serratura che gira.
Vieni, dissi.
Bastavano quelle tre sillabe. Tutto cominciava di nuovo, sempre da capo.
Andrea aveva cinquantatré anni. Io cinquantuno. Ci conoscevamo dai tempi in cui lui portava camicie a quadri pensando di essere alla moda, e io giravo con una lunga treccia, convinta che passare inosservata fosse una virtù. Ci eravamo conosciuti tramite amici, a una cena in cucina tra vino economico e discussioni su libri che nessuna aveva letto fino in fondo. Andrea allora era rumoroso, rideva forte, gesticolava tanto da far cadere un piatto dal tavolo. Andavo a raccogliere i cocci e pensavo: ecco una persona che riempie tutto lo spazio attorno a sé. Chissà come sarebbe.
Ero diversa. Silenziosa. Una di quelle che si notano dopo, ma che poi non si dimenticano. Almeno speravo.
Allepoca non si era innamorato di me. Si era innamorato di Veronica. Era inevitabile, naturale come un temporale dopo una lunga afa. Veronica era brillante, parlava veloce, rideva ancora più forte di lui, sapeva entrare in una stanza e farsi notare da tutti. Al suo fianco mi sentivo sempre unacquerello accanto a un dipinto a olio. Non peggio, solo diverso.
Stavano insieme con impeto e con impeto si scontravano. Ho osservato questa altalena per anni. Si lasciavano, si riprendevano, ancora e ancora. Veronica faceva scenate, Andrea sbatteva la porta per poi tornare e poi ancora andarsene. Sembrava sempre sulle montagne russe senza mai fermarsi.
E tra una salita e una discesa, cero io.
La prima volta che venne da me, fu dopo la loro vera prima fine. Aveva trentacinque anni, io trentatré. Telefonò tardi, la voce roca: Posso passare? Certo, dissi. Preparai il tè, tirai fuori quello che cera da mangiare. Parlammo fino alle due. Lui parlava, io ascoltavo. Non era difficile: ascoltare mi viene naturale.
Si addormentò sul mio divano. Al mattino prese del caffè, mi ringraziò e se ne andò. Dopo due settimane era di nuovo con Veronica.
Non mi offesi. Tobii il plaid usato per coprirsi, lo lavai e lo riposi. E ricominciai a vivere.
La storia si ripeté. Unaltra volta, una terza, dieci. Persi il conto. Tornava dopo i loro litigi, a volte per una sera, a volte per giorni. Ci sedevamo a bere il tè, parlando piano. Lui si calmava, risorgeva e poi tornava da Veronica. Sempre da lei.
Non chiamavo questo amore. Avevo paura persino di nominarlo. Ma quando sentivo il campanello, tutto in me si contraeva e poi si distendeva subito. Eccolo. Di nuovo qui. Vero, presente, mio. Anche se solo per un po, era mio.
A volte mi vedevo come una torre di controllo. Gli aerei atterrano, fanno rifornimento, ripartono. Ma la torre resta. Sempre.
Questa volta arrivò a fine marzo, con una grande borsa sportiva. Blu, lisa, con la scritta consumata. Bastò vederla per capire: non sarebbe restato un solo giorno.
Ti fermerai molto? chiesi mentre si levava il cappotto.
Non lo so, rispose con sincerità. Almeno, non mi aveva mai mentito davvero. Forse una settimana. Vediamo.
Va bene. Metto su il bollitore.
Così preparai lacqua, presi il tè al timo, lui sedette nella sua solita posizione, spalle al frigorifero, e io pensai: di nuovo. Ed era una sensazione né felice né amara, ma qualcosa in mezzo: caldo e con un po di nostalgia.
Va così male? domandai.
Peggio di così non si può, disse stringendo la tazza tra le mani fredde. Ha detto di essere stanca, che non si può vivere così, che ci facciamo solo del male.
E tu?
Nulla. Ho preso i miei bagagli e sono andato.
Tacqui. Il gocciolare del cornicione, monotono, come un metronomo.
Irene, mi guardò negli occhi per la prima volta quella sera. Non sei felice?
Sì, risposi. Ed era vero. Amaro, un po vergognoso, ma vero.
I primi giorni furono strani. Non brutti, solo diversi. Vivevo sola, con i miei ritmi e i miei silenzi. Sette la sveglia, caffè, mezzora a leggere, poi al lavoro. Tornavo alle sei, cucinavo qualcosa di semplice, guardavo la tv o chiamavo la mia amica Tamara, poi a letto, sempre alle undici. Andrea scombinava questa armonia. Non per cattiveria, aveva solo il suo ritmo. Si alzava più tardi, voleva chiacchierare a colazione, lasciava cose in giro, alzava troppo il volume della televisione, occupava il bagno più del previsto.
Eppure, la sera era piacevole stare insieme. Il sapore di casa. Raccontava aneddoti, io ridevo. Facevo la lasagna con una ricetta trovata su una vecchia rivista, lui ne mangiava due porzioni dicendo che era la migliore degli ultimi anni. Guardavamo vecchi film e discutevamo sui finali. La domenica andavamo al mercato a comprare verdure, e lui portava la borsa pesante come se fosse la cosa più naturale del mondo.
Settimana dopo settimana, un mese.
Una notte mi svegliai e, ascoltando il suo respiro di là dal muro, pensai: e se fosse vero? E se questo fosse quello giusto? Siamo adulti, sappiamo cosa sia la solitudine. Sappiamo tutto luno dellaltra: niente più da nascondere o scoprire. Forse questa è felicità, non rumorosa né brillante, ma silenziosa come una vecchia casa dove si sta bene.
Lo dissi a Tamara. Al bar bevendo il suo solito cappuccino, ascoltava. Poi stette zitta.
Irene, disse cauta.
So cosa vuoi dire.
Davvero lo sai?
Che non durerà. Che se ne andrà. Come sempre.
Fece girare il cucchiaino fra le dita.
Volevo solo chiederti una cosa: ora, in questo momento, sei felice?
Pensai davvero, non per dare una risposta giusta, ma perché volevo capire.
Sì, dissi. Proprio ora, sì.
E allora vivi, rispose Tamara sorseggiando il caffè. E smetti di pensare avanti.
Feci del mio meglio.
Vivemmo insieme quattro mesi: aprile, maggio, giugno, luglio. Ricordo quei quattro mesi quasi giorno per giorno. Come quando fiorì il glicine e lui mi portò un rametto. Come la volta che litigammo per una sciocchezza che ormai non ricordo e, dopo due ore di silenzio, venne in cucina a dirmi avevo torto. Un sabato restammo in casa, io a leggere, lui a trafficare sul balcone: silenzio condiviso, che mi faceva quasi paura da quanto era bello.
Cominciai a ragionare al plurale. Non vado, ma andiamo. Non mi serve, ma ci serve. Mi veniva istintivo. Non fermavo questo noi, lasciavo che crescesse.
Anche lui cambiava. Si arrabbiava meno. Parlava meno di Veronica. Di tanto in tanto mi guardava con un calore nuovo, che non era pietà né gratitudine, ma qualcosa daltro. Forse quella parola che aspettavo da anni.
Fu lui a chiedere le chiavi di riserva del mio appartamento. Gliele diedi senza pensarci. Andai dal ferramenta, feci una copia, le lasciai sul tavolo. Un oggettino freddo che mi scaldò dentro.
Era iniziato luglio.
A metà mese arrivò una telefonata.
Ero in cucina, lui in salotto. Squillò il cellulare, come sempre un po troppo forte. Non ci feci caso. Poi il silenzio. Poi ancora più silenzio. Un silenzio in cui qualcosa cambia, anche se ancora non sai cosa.
Uscìi dalla cucina. Era fermo in mezzo alla stanza, il telefono abbassato, lo sguardo assente.
Andrea?
Alzò gli occhi su di me. E capii tutto, non con la testa, ma a un livello più profondo.
Veronica, disse. Ha dei problemi. Seri. È sola e ha bisogno di aiuto.
Così. Nessuna spiegazione lunga. Solo una parola: Veronica.
Ho capito, dissi.
Irene
Vai.
Aspetta, vorrei spiegare.
Non serve, dissi piano. Capisco. Vai.
Restò ancora un minuto. Ci guardammo. Poi prese la borsa blu, sempre lì a ricordare che il suo momento sarebbe tornato.
Ti richiamo, disse sulla porta.
Va bene, risposi.
La porta si chiuse. Il clic della serratura. Rimasi sola nel silenzio, che adesso non conteneva nulla se non la sua assenza.
Non piansi per i primi tre giorni. Era strano: attendevo lacrime, ero pronta, e invece niente. Era come quando si toglie un mobile grande dalla stanza: resta unombra chiara sul pavimento e il vuoto nellaria. Non dolore, solo vuoto con una sagoma precisa.
A lavoro mi comportai normalmente. Facevo la contabile in una piccola impresa edile. I numeri non ti chiedono come stai, pretendono solo che tornino.
Il quarto giorno cucinai la lasagna. Non so perché. Stesso procedimento, stesse dosi, stessa teglia. Servii una porzione per me. Era buonissima. Ed era insopportabilmente buona.
Fu allora che arrivarono le lacrime. Al tavolo della cucina, sola, in silenzio. Piansi a lungo, forte, come una bambina. Poi mi lavai il viso, bevvi il tè e andai a dormire.
Il giorno dopo Tamara si presentò senza avvertire. Apri, sono qui sotto, disse al citofono. Salì con una sporta con pane e altre cose. Appoggiò tutto sul tavolo e mi abbracciò. Stette così, e per un po non ebbi più lacrime. Finite tutte nella lasagna.
Racconta, disse Tamara.
Non cè molto da dire, feci. Sai già tutto.
Sì. Ma dimmelo lo stesso. A voce.
Così parlai di luglio, della telefonata, della borsa blu, del ti richiamo. Che, tra laltro, non aveva richiamato. Era già passata più di una settimana.
Lo aspetterai? chiese Tamara diretta.
No, risposi. E mi sorpresi di quanto fosse facile dirlo.
Davvero?
No. Sono stanca di aspettare. Ho aspettato tutta la vita. Non ricordo nemmeno quando ho iniziato. Ho sempre aspettato: che chiamasse, che tornasse, che scegliesse. Ma non ha mai scelto. Tornava solo quando non aveva altro posto. Sai come si chiama?
Come?
Aeroporto di riserva. Sono sempre stata il suo aeroporto di riserva. Sempre pronta ad accogliere, pista libera, luci accese. E lui sapeva che, se serviva, cera posto per atterrare.
Tamara mi fissò.
Lo sapevi da molto?
Da sempre. Ora lho capito.
Tra sapere e capire cè un abisso. Si può sapere qualcosa per anni e vivere come se non lo si sapesse. Capire, invece, è quando non puoi più fingere.
Agosto trascorse in uno strano torpore. Non buio, no. Solo quieto. Andavo al lavoro, tornavo, cucinavo, leggevo. La sera a volte passeggiavo lungo i Navigli, camminavo tanto che i piedi mi portavano a casa quasi senza pensieri. Guardavo lacqua, il riflesso dei lampioni, la gente che passava, da sola o in coppia. Pensavo a tante cose.
Un pomeriggio mi fermai davanti alla vetrina di un negozio e vidi il mio riflesso. Donna con un soprabito chiaro, capelli raccolti. Non giovane, ma nemmeno vecchia. Stanca, ma non spezzata. Mi guardai a lungo: Cosa vuoi tu? Non Andrea, non tutto quello. Tu, che cosa vuoi?
Non seppi rispondere. Ma la domanda aveva già valore.
A settembre cambiai i mobili. Tutto partì dal divano. Dimprovviso mi accorsi che non era disposto bene, toglieva luce alla stanza e la rimpiccioliva. Lo spostai, poi la libreria. Stravolsi tutto. La stanza era più luminosa, più ariosa. Stetti un po in piedi a guardare: perché non lavevo fatto prima?
Forse perché temevo di cambiare; o forse temevo che tornasse e dicesse: che hai combinato qui?
Ora però non avevo più paura di nessuno.
Comprai nuove tende. Di lino, color avorio, con un piccolo motivo. Quelle di prima erano blu notte, troppo pesanti, mangiavano la luce. Quelle nuove lasciavano passare il sole del mattino e la stanza risplendeva. Non avevo mai visto tanta doratura nella mia casa. Cinquantuno anni e non me nero mai accorta.
A ottobre mi iscrissi a un corso di lingua italiana. Desideravo farlo da tempo, ma rimandavo sempre. Mi dicevo: non è mai il momento giusto, che me ne faccio Alla fine mi sono iscritta. Trovai un gruppo simpatico, vario, un insegnante giovane e brillante, spiritoso, che ci faceva pure cantare Torna a Surriento in coro. E io cantavo: forte, senza vergogna.
Tamara restò sorpresa.
Italiano?
Sì. Voglio andare a Barcellona.
Irene, lì si parla spagnolo!
Scoppiai a ridere.
Lo so. Ma parto dallitaliano. Si somigliano.
In parte era vero, in parte no, ma mi dava gioia fare qualcosa solo per me.
Barcellona era entrata nei miei pensieri quasi per caso, guardando delle foto online: una via al mattino, il mercato, un vecchietto con il giornale sulla panchina, un gatto rosso sul davanzale. Qualcosa sera acceso dentro di me. Là voglio andare. Non per una settimana, non da turista. Vivere un po. Per vedere la luce, la pietra antica, laria odorosa di mare e arance.
Presi un foglietto. Barcellona. Primavera, annotai. Lo appesi al frigo. Lo guardavo ogni mattina.
A novembre il freddo accorciò le giornate. Mi iscrissi in piscina. Nuotavo mezzora prima del lavoro, e quello era il modo migliore per cominciare la giornata. In acqua non si pensava a niente, solo a muoversi avanti. Una lezione importante.
Ogni tanto Andrea mi tornava in mente. Mi chiedevo come stesse; se fosse ancora con Veronica. Non le volevo male, davvero; la pensavo come si pensa a una vecchia fotografia: riconosci le persone, ricordi il momento, ma il sentimento è distante.
A dicembre Tamara mi invitò a passare il Capodanno con i suoi amici. Ero tentata di rifiutare, poi accettai. Conobbi persone nuove, risi, bevemmo prosecco, e a mezzanotte mi accorsi di una cosa inaspettata: non mi sentivo sola. Sentivo leggerezza. Come se avessi deposto un peso che portavo da tempo senza accorgermene.
Gennaio, febbraio. Continuai a nuotare, studiare litaliano, leggere libri rimandati da anni. Finalmente svuotai i ripiani alti dellarmadio, buttai cose inutili, e tra esse trovai il vecchio plaid usato da Andrea quando si fermò la prima volta. Lo lavai di nuovo, lo piegai e lo misi nel sacco dei vestiti da dono. Che scaldi qualcun altro.
Marzo tornava. Esattamente un anno dopo da quel giorno della borsa blu.
Stavo alla finestra, bevendo il caffè. Guardavo fuori: la neve sporca, piccioni bagnati, una donna col passeggino. Tutto uguale, io completamente diversa.
Mi chiamò di sabato, intorno a mezzogiorno. Il suo nome sul display. Il cuore ebbe una stretta. Non gioia, non dolore, solo uneco di un vecchio riflesso.
Risposi.
Irene disse lui, la voce vecchia e lontana insieme sono io.
Vedo.
Come stai?
Bene. Tu?
Pausa.
Così così. Possiamo vederci?
Riflettei un attimo.
Va bene. Dove?
Da te?
No, risposi calma. Giù da casa. Fra venti minuti.
Silenzio, sorpreso.
Daccordo, disse infine. Giù da casa.
Finito. Bevvi il caffè, mi misi il cappotto, la sciarpa, gli stivali. Mi guardai allo specchio: donna con un cappotto grigio chiaro. Serena. Pronta.
Lui era lì davanti al portone. Sembrava più invecchiato di un anno. Forse ero solo io a guardare diversamente. Era dimagrito e meno curato nei dettagli. Mi fissava con quellespressione che conoscevo: speranza e imbarazzo.
Ciao, disse.
Ciao, risposi.
Camminammo piano sul marciapiede, senza una meta. Due persone che hanno bisogno di parlare, non di arrivare.
Irene, iniziò, voglio dirti una cosa importante.
Dimmi.
Ho passato un anno terribile. Con Veronica non ha funzionato. È andata via lei, non io. Anche il lavoro è saltato, i soci si sono separati. Sono rimasto insomma, lo capisci. Sono rimasto con nulla.
Ascoltavo. Non lo interrompevo.
Ho pensato tanto a te, proseguì. Ho capito di essere stato uno sciocco. Avevo qualcosa di vero e non lho apprezzato. Tu sei stata, sei la persona più autentica della mia vita.
Andrea
No, lascia parlare me. Vorrei riprovare. Stavolta davvero, senza nulla tra noi. Sono diverso, sono cresciuto. Dammi una possibilità.
Passavamo accanto a un vecchio ippocastano con le gemme gonfie, i primi segni di nuove foglie.
Mi fermai.
Si fermò anche lui. Mi guardava.
Sei ancora più bella di un anno fa, esclamò. Comè possibile?
Sorrisi appena.
Succede.
Irene, mi prese la mano, dimmi qualcosa.
Guardai la sua mano, calda, conosciuta, che avevo atteso così a lungo. Poi la liberai piano.
Andrea, vorrei tu capissi senza offenderti. Va bene?
Parla.
Dici che sei cambiato. Ti credo. Un anno è lungo. Ma la questione non sei tu, sono io.
Cosa cè?
Sono cambiata anchio. Tu hai perso qualcosa e la vuoi riavere. Io ho trovato qualcosa e non voglio perderlo.
Nei suoi occhi, qualcosa di impaurito.
Cosa hai trovato?
Me stessa. Per quanto sia banale, sono io.
Irene
Fammi finire. Non sono arrabbiata, davvero. Ci conosciamo troppe da arrabbiarsi. Ma voglio tu sappia questo: per tutti questi anni sono stata il tuo aeroporto di riserva.
Aprì la bocca, ma continuai.
Arrivavi quando la situazione era dura. Atterravi, ti riposavi, ripartivi. Io aspettavo, accoglievo, ero felice. Poi tornavi da Veronica. Era il grande aeroporto illuminato. Io, la pista silenziosa ai margini. Sicura, ma mai la principale.
Non è vero, sussurrò.
Sì, invece. E tu lo sai.
Ma ora?
Ora ho dei progetti. In aprile vado a Barcellona. Studio italiano, anche se lì si parla spagnolo. Nuoto ogni mattina. Vivo in una casa con le tende nuove e i mobili spostati. Leggo libri che volevo leggere da sempre. Questa è la mia vita. Non grande, forse, ma mia. E in essa non cè posto per chi viene solo perché non ha altro dove andare.
E se venissi non per mancanza di altro posto, ma perché voglio te?
Lo fissai a lungo. Nei suoi occhi cera qualcosa di vero. Forse la verità.
Può essere, dissi. Ma io non posso verificarlo. La vecchia Irene, quella che lasciava sempre un posto libero, non cè più. Quella di oggi vive altrimenti.
Fece un passo.
Irene. Fammi almeno provare.
No, risposi calma, senza astio. Non perché sia crudele. Né per punizione. Ma perché so come va a finire. Lo so troppo bene.
Eravamo davanti al portone. Stessa strada, altro anno; io, unaltra.
Neanche un tè insieme? chiese.
No.
Perché?
Il tè al timo è una cosa nuova ora. È un inizio. E non si torna indietro.
Abbassò lo sguardo. Poi, di nuovo, mi guardò.
Sei felice? chiese. Una domanda semplice, senza rimprovero.
Ci pensai, come quella volta al bar con Tamara.
Sì, risposi. Ora sì.
Mi fa piacere, disse. E, mi sembra, era sincero. Mi fa tanto piacere, Irene.
Stammo zitti.
Ogni tanto chiamami, così, chiese. Per parlare.
Scossi la testa.
Non serve, credimi. Meglio così. Ognuno con i propri sentieri.
Annuì, lentamente, come chi accetta qualcosa di difficile.
Barcellona, dici?
Barcellona.
Bella città.
Lo so. Anche se non ci sono mai stata, lo so.
Si voltò e si allontanò. Non si girò. Io lo guardai finché non sparì. Un uomo che conoscevo da trentanni. Un uomo che avevo amato più di me stessa. Che ora lasciavo andare, senza dolore, ma con una serenità che somigliava a una pace.
Come una colomba che finalmente puoi lasciare volare via.
Salìi in casa. Aprii la mia porta. Lodore di caffè, di lino. Il sole di marzo si stendeva sul divano spostato.
In cucina misi su il bollitore. Non timo, stavolta menta. Una nuova abitudine, tutta mia.
Prende il foglietto dal frigo: Barcellona. Primavera. Lo guardai. Presi una penna: Aprile.
Aprile è vicino.
Aeroporto chiuso. Niente più torri di controllo per voli altrui. Ora sono io la pilota.
***
Ma tutto questo non è successo in un giorno solo. Ci è voluto un anno. Un anno di cambiamenti piccoli, mese dopo mese.
Andrea se ne andò una sera di luglio. Razionalmente lavevo capito subito. Ma dentro, una parte di me ancora non ci credeva.
Nei primi giorni la routine restò identica. Mi trovai a cucinare solo per me: strano, dopo quattro mesi in due. Ridussi le porzioni, avanzava comunque. Toglietti la sua tazza azzurra, con il manico scheggiato, dimenticata o lasciata apposta. Non la buttai: solo allontanata, per ora.
Il quinto giorno chiamò mia madre, da Firenze. Parliamo ogni domenica, ma quella settimana era mercoledì.
Irene, tutto bene?
Bene, mamma.
Non ti sento convinta.
Solo stanca.
Problemi al lavoro?
Sì.
Silenzio.
È andato via?
Quasi risi.
Come lo sai?
Sono tua madre. Lo so. Come stai?
Bene, mamma. Non bene, ma nemmeno male.
Vuoi venire qualche giorno qui?
No grazie. Devo stare qui.
Va bene, si arrese. Sapeva quando non forzare. Ma chiamami se hai bisogno.
Certo.
Non chiamai. Non peggiorò come temeva lei. Cera solo vuoto e stanchezza, una solitudine scelta che comunque pesava. Ma nessuna disperazione, nessuna voglia di richiamarlo indietro. Strano, ma vero.
Forse dentro sapevo che sarebbe successo. Veronica non era un episodio e nemmeno il passato. Unaltra orbita e lui era lì. Non volevo saperlo, tutto qui.
A fine luglio andai da Lucia, la mia parrucchiera: dieci anni a tagliarmi i capelli. Mi guardò negli occhi:
Che facciamo oggi?
Taglio corto. Molto.
Quanto?
Fino alle spalle. E colore più chiaro.
Uscìi diversa. Non del tutto, ma qualcosa era cambiato. Più leggera, come se insieme ai capelli avessi tagliato altro, che ora non serviva più.
Per strada la signora Caterina, la mia vicina, mi fermò:
Irene! Ma guarda che bella! Unaltra donna!
Tagliata.
Stai benissimo. Sembri più giovane di dieci anni.
Esagerata, risi.
No, credimi. Una donna cambia perché nella vita cambia qualcosa, di brutto o di bello, ma cambia.
Tutte e due, risposi.
Allora va bene, concluse soddisfatta. Basta non stare fermi.
Saggia, Caterina.
Ad agosto fece molto caldo. Per la prima volta presi ferie: due settimane. Non viaggiai, rimasi in città. Leggevo, camminavo, scoprivo luoghi dove non ero mai stata. Un giorno entrai per caso in un piccolo giardino botanico. Cero passata mille volte, mai dentro. Ci entrai finalmente in agosto. Silenzioso, verde, profuma di terra e fiori sconosciuti. Sedevo su una panchina a leggere, a volte solo a guardare il sole dalla chioma degli alberi.
Questa è vita, pensai. Così: guardare senza fretta. Non è vuoto, è vita.
Un giorno una donna sui sessantanni chiese se poteva sedere vicino: panchine quasi tutte occupate. Non mi dava fastidio. Lei si sedette, prese un libro. Stare accanto in silenzio mi parve bello.
Alla fine chiuse il libro: Bel posto, vero?
Molto. Peccato non esserci venuta prima.
Ci vengo spesso. Mi rilassa. Sorrise. Mi chiamo Grazia.
Irene.
Parlammo un poco. Grazia era stata insegnante di storia, ora in pensione. Viveva sola, figli grandi lontani. Parlava serena, senza lamento, senza pesare la solitudine. Una che sa vivere la propria vita.
Ecco, pensai, così si fa.
A settembre cambio di stagione. La nebbia, il profumo delle prime mele. Mi sono sempre piaciuti i nuovi inizi. Quella sensazione nellaria: si ricomincia, anche se non davvero.
A ottobre, italiano. Gruppo vivace: Davide il giovane che sogna Roma, una signora come Tamara innamorata del cinema italiano, poi una donna della mia età, Silvana, solo per passatempo. Diventata amica, Silvana, dalla risata contagiosa. Parliamo di tutto, vive sola da quando ha divorziato. Finalmente mi sono trovata, mi dice. Non so spiegare meglio.
Anchio. La capivo benissimo.
A volte uscivamo, cinema, mostre. Ho scoperto che la vita ti porta persone nuove se sai tenerle la porta socchiusa.
Novembre, dicembre e gennaio. Oltre piscina e Capodanno, a gennaio ho trovato un vecchio quaderno di quando ero ragazza. Quasi un diario, anche se mi vergognavo a chiamarlo tale. Lho letto: mi riconoscevo e non mi riconoscevo. Quella Irene sognava, temeva, desiderava. Mi chiesi cosa avrebbe pensato se avesse saputo cosa sarebbe stata la sua vita.
Alla fine ho scritto: Va tutto bene. Ce lhai fatta.
Febbraio: primi disgeli in anticipo. Camminai tanto. Un giorno trovai una piccola libreria mai notata. Dentro odore di carta e legno, scaffali bassi, il libraio addormentato dietro la cassa. Restai quasi unora a scegliere; uscii con tre libri, tra cui una guida fotografica di Barcellona.
Il libraio, svegliandosi: Scelta azzeccata. Quella romanzo parla di cambiamenti.
Ultimamente è il mio tema, sorrisi.
Dovrebbe essere sempre il tema, rispose.
Aveva ragione.
Lessi la guida in una settimana. Mi immaginavo là: piazze, mercati, piccoli gatti sui davanzali. Iniziai davvero a pianificare il viaggio. Scelsi aprile. Una casetta economica vicino al centro, affacciata su un cortile interno. Prenotai il volo. Alla conferma ricevetti un filo di gioia sincera come da tempo non provavo.
È il mio viaggio. Il primo solo mio.
Tamara mi abbracciò: Così si fa.
Vieni con me?
Vorrei, ma devi andarci sola. È il tuo viaggio.
Aveva ragione.
Chiamai mamma in marzo per raccontarle di Barcellona. Un po preoccupata: Vai da sola? Così lontano?
Mamma, ho cinquantuno anni.
Lo so, ti ho partorito io. Ce la farai, cara. Mandami foto. E chiamami appena arrivi.
Lo prometto.
Ecco cosa è una storia vera. Nessun evento clamoroso, solo: prenotato il volo, chiamato mamma, fotograferò. Nel semplice si trova lessenza.
Dopo i cinquantanni, amare non vuol dire trovare qualcuno prima che sia tardi. Vuol dire scegliere se stessi, ogni giorno. Non perché non ci sia bisogno di nessuno, ma perché non si può dare ciò che non si possiede. Non si può amare laltro senza aver scelto da che parte si vuole stare.
Io ho aspettato. Sempre. Ma la vita va avanti mentre si aspetta. Non serve alcun permesso per iniziare davvero.
Nessuno ti dà il permesso. Te lo prendi tu.
Lo capisci un po per volta, come un tepore che torna dopo un lungo inverno.
Non puoi cambiare gli altri. Puoi solo scegliere cosa accettare e cosa no. Cosa lasci entrare e cosa lasciare fuori dalla porta.
Così ho chiuso la porta, senza malevolenza. Quel giorno di marzo, davanti al portone, è stato solo lultimo gesto di una decisione presa da tempo.
Dopo che Andrea se ne andò, sistemavo finalmente larmadio. Mettevo via ciò che non usavo, selezionando. Il suo numero mi apparve sullo schermo, ma non ebbi sussulti. Pensai un attimo e risposi.
Abbiamo già raccontato lincontro. Ciò che non ho detto è che, mentre parlava, pensavo: è una brava persona. Non cattivo, solo debole dove cera Veronica. Debole davanti a quella luce che lo attirava e lo bruciava. Non era colpa sua: è il carattere. E il carattere non si cambia a comando.
Lui lo sapeva. Ora gli serviva solo credere che potesse andare diversamente.
La cosa più difficile non fu dire no. Fu dirlo senza pietà. Perché la provavo, la pietà. Ma pietà e riaccogliere qualcuno nella propria vita sono cose diverse.
Ora potevo restare accanto al suo dolore senza esserne risucchiata.
Lui andò via, dritto. Lo seguii con lo sguardo e pensai: che trovi la sua strada. Non Veronica, non me. Qualcosa di suo. A cinquantatré anni è possibile.
Salii le scale a piedi, il cuore tranquillo. Casa mia, sole di marzo sulle tende chiare, il divano nuovo. Il foglietto sul frigo adesso con tre parole.
In cucina il bollitore. La menta.
Mandai un messaggio a Tamara: È venuto. Va tutto bene.
Mi rispose in un lampo: Lo sapevo. Sono orgogliosa di te.
Poi scrissi a Silvana: Domani cinema?
Ci conto! Dove e a che ora? rispose subito.
Sorrisi. Prepara il tè, presi la guida di Barcellona. Aprile era vicino.
Aeroporto chiuso. Luci spente. Niente più voli di emergenza.
Il volo di aprile è mio. Solo mio.
A bordo, una sola passeggera: Irene. Ha cinquantuno anni. Davanti a lei Barcellona.
***
Il bollitore fischiò. Misi la menta nella teiera. Versai il tè nella mia tazza bianca, nuova, semplice, sottile.
Andai alla finestra. Fuori, marzo. Simile allanno scorso, ma luce diversa. I piccioni si godono il tepore. Una donna ride al telefono.
Stavo in piedi, sorseggiando il tè.
Questa è una storia damore. O meglio, di quello che succede dopo un amore. Di quanto si possa amare in modo sbagliato, di quanto ci metta a ritrovarsi dopo, scoprendo che cè qualcosa di buono nellandare avanti.
Come si supera una separazione? Forse cambiando disposizione ai mobili. Comprando nuove tende. Studiando una lingua. Facendo piscina. Entrando in librerie sconosciute. Permettendosi di non aspettare.
Non aspettare.
La cosa più difficile e semplice. Smettere di vivere nellattesa. Vivere al presente.
Dimenticare o perdonare? Nessuno mi ha chiesto questo, ma ci ho pensato da sola. Perdonare. Non perché bisogna. Ma perché arrabbiarsi pesa, e voglio viaggiare leggera. Perdonare senza dimenticare. Ricordare, ma lasciare andare.
Ho finito il tè. Ho messo la tazza nel lavandino. In salotto, il computer mostrava la prenotazione del volo: aprile, partenza per Barcellona.
Guardavo il display, sorridendo a me stessa. Fra un mese prenderò quellaereo. Dove il sole è diverso, dove le strade sanno di agrumi, dove i gatti rossi osservano i passanti senza interesse, dove ci si siede a gustare qualcosa e si cammina senza pensieri pesanti.
Famiglia, pensavo. Parola importante che ognuno sente a modo proprio. Per me adesso famiglia comincia da me. Fino a che non costruisci dentro, fuori niente regge. Fino a che non impari a stare bene anche senza lapprovazione altrui, la aspetterai tutta la vita.
Io lho aspettata. Ora basta.
Squillò il telefono. Silvana: titolo e orario del film. Perfetto, ci vediamo lì, risposi.
Mi guardai allo specchio: donna normale, capelli in disordine dopo la passeggiata, negli occhi qualcosa di fermo. Non la felicità teatrale, ma stabilità.
Feci un cenno col capo alla mia immagine.
Stasera cinema con Silvana. Domani italiano. Dopodomani piscina. Fra un mese Barcellona.
La vita va avanti. La mia, davvero. Non tra partenze e ritorni altrui. Proprio la mia, finalmente viva.
Aeroporto chiuso.
E da qualche parte, sopra i tetti e i fili, sopra le nuvole di marzo già più chiare, già quasi aprile, già odorose di futuro, vola il mio aereo.
Sto volando.
Quella sera, dopo il cinema, il caffè con Silvana, le risate sul finale del film, tornai a casa. Toglietti le scarpe. Appesi il cappotto. Poi ricordai: la tazza blu con il manico scheggiato era ancora lì. La presi, la rigirai tra le mani.
Una tazza, niente di più.
La posai accanto alla mia bianca. Rimarrà lì. Non come simbolo, solo come oggetto.
Andai a letto. Lessi un po di quel romanzo sui cambiamenti acquistato nella piccola libreria. E sì, proprio così avviene: non in un momento, non per decisione. Ma giorno dopo giorno, alla fine sei unaltra.
Spensi la luce.
Fuori pioveva lieve, lentamente, pacifico. Ascoltai la calma dentro di me. Non un vuoto, non solitudine. Proprio calma. Tutto al suo posto.
Domani italiano. Il prof mi farà cantare. E canterò forte, senza imbarazzo.
Dopodomani piscina. Lacqua, il movimento, pensieri leggeri.
Fra un mese Barcellona.
Adesso solo questa pioggia, e il buio che è confortevole.
Chiusi gli occhi.
E proprio allora, poco prima di addormentarmi, immaginai nitidamente: un cortile tranquillo, il sole daprile, un gatto rosso sul davanzale. Io con il caffè in mano, che guardo il gatto. Il gatto guarda me. Ed entrambe, semplicemente, siamo soddisfatte.
Laeroporto di riserva è chiuso.
La pista di decollo è libera.







