Il vento del cambiamento

Il vento del cambiamento

È impazzita, Sandrino! Tua moglie è completamente fuori di testa!

Mamma!

Cosa cè da dire, mamma! Avete già tre figli! Perché prenderne un altro? E pure non vostro! Chi lo sa che origini ha, che carattere, che salute… E se fosse malata? Allora che fate? Dimenticate i vostri e vi dedicate a una bambina sconosciuta? Perché vi serve tutto questo? Perché?

È una bambina, mamma.

Come?

Si chiama Marianna.

Può chiamarsi come ti pare! Io non ci sto! Non la accetterò mai, chiaro?!

Ho capito, mamma.

Presi dal nervosismo, lanciai il telefono sulla scrivania e diedi un pugno sulla cartelletta piena di documenti. Che bisogno avevo di chiamare mia madre proprio ora? Avessi almeno aspettato la sera. Così il suo malumore sarebbe dilagato tra le mura di casa, guastando il sorriso di Caterina e scatenando nei bambini qualche capriccio. Meglio incassare ora il colpo, digerire tutto lontano dagli altri, per non rovinare la serenità di nessuno. Mi rimaneva da capire solo come dire il vero a Cate: mia madre non voleva saperne della bambina…

Dalla porta si affacciò la segretaria. Mi vide di spalle, in piedi vicino alla finestra, e bussò piano con le nocche.

Ingegner Alessandro, sono tutti riuniti. Manca solo lei.

Annuii. Era ora di cominciare. Era un progetto complicato, tante rogne ma ne valeva la pena. Amavo il mio lavoro, anche se da fuori poteva sembrare solo un gioco. Una specie di partita a scacchi: muovi tu, poi muove lui, e intanto pianifichi, cerchi di prevedere ogni mossa dellavversario. Se solo fosse così facile anche con la famiglia… Se solo potessi calcolare le reazioni di chi ami! Sul lavoro, almeno, sapevo sempre dove avrei messo i piedi tra una settimana, o anche un anno, rischi compresi con quel famoso vento del cambiamento di cui sentiamo sempre parlare. Ma nella vita privata mi scappava tutto di mano. Erano le coincidenze, gli imprevedibili colpi di fortuna o sfortuna, a cambiare per sempre il corso della mia vita.

Tutto iniziò alle medie. Rientrai a scuola dopo una brutta influenza e scoprii che al mio banco cera seduta una ragazzina magrolina con le trecce e gli occhiali.

Ehi! Questo è il mio posto! Non ero mai stato diplomatico, anzi.

Con mia sorpresa, la bambina sgranò gli occhi, raccolse le sue cose e si mise in fondo allaula. Dopo pochi minuti, linsegnante la riportò accanto a me scuotendo il capo.

Alessandro! Non si tratta così una ragazza. Caterina ora si siederà con te. Ha problemi alla vista, dal fondo non vede.

Gonfiai le guance, sbuffando qualcosa contro i nuovi arrivati impiccioni. Ma Caterina non reagì. Si sedette accanto a me, in silenzio, impilando quaderni e libri, tutta concentrata sullinsegnante.

Per tutta lora cercai di infastidirla. Tracciai una riga col lapis e le feci urtare il gomito. Allargai i miei per occupare più spazio. E quando superai il confine, lei si strinse ancor più in disparte e mi guardò con dolce rimprovero.

Allora, non parli? Starai nellangolino per sempre, hai capito? sbottai, offeso.

Nei suoi occhi spuntò un lampo allegro e mi sussurrò:

Ma sei proprio buffo, lo sai?

Avrei preferito che non lo dicesse. Mi infuriai. Come osava?! Ma chi si credeva di essere, una regina? Giurai che avrei trovato un modo per fargliela pagare.

Ne seguirono di tutti i colori: una rana nello zaino che Caterina portò al giardino degli animali della scuola; puntine sulla sedia, rimosse con noncuranza ogni mattina; la penna che colava in mezzo ai suoi quaderni. Solo quella volta le labbra le tremarono, quasi stesse per piangere, perché i compiti erano lunghi e ora il quaderno era inutilizzabile. Quando me ne andai, le mostrai la lingua, fiero, mentre lei ricopiava tutto su un nuovo foglio dato dallinsegnante.

Ma più la tormentavo, più lei rideva.

Ma finirai mai? sghignazzava, tirando fuori una blatta (ormai morta) dal suo zainetto. Dai, basta con gli insetti, eh! Se ti piaccio, dillo e basta!

Quasi soffocavo per lindignazione. Ma come faceva a pensare simili sciocchezze? Alta, più di me di una spanna, con gli occhiali e quei nastrini ridicoli! E non le mancava lautostima!

Col tempo, Caterina prendeva in giro la versione ufficiale:

Dicono che se ti tirano le trecce, sei innamorato. Tu mi adoravi dalla terza!

Non ti sopportavo!

Ma sì, credici pure! rideva stringendomi tra le braccia. Raccontalo ai bambini: è bello credere nellamore. Porta fortuna.

Caterina la notai davvero solo al liceo. Ormai era la mia spalla: mi aiutava con i compiti, correggeva i miei errori, faceva tutto con una velocità incredibile. E sapeva sempre quando avevo avuto la gara il giorno prima preparava due versioni della verifica di matematica e mi spingeva la sua copia per farmi copiare. In cambio, nessuno poteva sfiorare i suoi capelli: ero io che la difendevo.

Poi Caterina passò a un taglio alla moda, e da quel giorno si trasformò. Quando la vidi, mi ritrovai senza fiato e allungai volontariamente il mio spazio sulla panca, tutto imbarazzato.

Che cè? mi chiese, ma io non sapevo dire quanto fosse bella.

Riusi il coraggio solo al ballo di fine anno. Lei già sapeva come sarebbe andata a finire e mi lasciò il tempo necessario. Finimmo per tenerci la mano sotto il cielo dellalba, ridendo tra di noi:

Ti amo…

Anchio…

Il matrimonio arrivò dopo quattro anni pieni di esami, lezioni, appunti e progetti.

Farò carriera, poi voglio dei figli.

Quanti?

Almeno due. Anzi, cinque. No, sei! Tre maschi e tre femmine. Che ne dici?

Sei una pazza, Caterina!

Forse, ma tu mi starai accanto, vero?

Sempre! Anche dieci figli, se vuoi! Solo che…

Che cè?

Devo sbrigarmi a farmi una ditta tutta mia, sennò con che li nutriamo questi figli?

Ce la farai, Sandro. Ci credo proprio.

Certo, però anche Caterina non si accontentava delle mie promesse. Scegliendo con cura il lavoro, divenne una bravissima commercialista.

Mia madre mi ha insegnato bene a contare. diceva, facendo volare le dita sullabaco ereditato dalla nonna.

Ma a che ti serve? Hai la calcolatrice! scherzavo.

Con labaco sono più veloce!

La guardavo incredulo: era capace di fare i bilanci in un lampo, senza un solo errore. Sapeva usare anche il computer, ma quellabaco restava simbolo delle sue radici.

Sono tradizionalista e puntigliosa, fattene una ragione!

E io ormai accettavo ogni sua stranezza. Caterina era il mio talismano: mi faceva sentire capace di tutto. A furia di crederci, ci ho creduto anchio. Piano piano ho creato la mia impresa edile. E non delle solite case, ma quelle che sogni davvero di abitare. Le cose andavano bene, e dopo qualche anno di matrimonio Caterina era pronta a esaudire il suo sogno.

Posso lavorare anche da casa adesso. I clienti non mancano più. Allora, Sandrino, ci proviamo?

Il primo figlio arrivò un anno dopo. Poi ci fu unattesa lunga, cure, speranze. Alla fine nacquero la seconda, la nostra prima bambina, e infine la piccola Sofia, con degli occhi blu come fiordalisi e dei riccioli nerissimi che Caterina non volle mai tagliare, neanche nel primo anno.

Bisogna farlo, Cate! protestava mia madre, Silvia, restituendoci la bambina. Si è sempre tagliata la prima volta a un anno!

Io non credo a queste cose, mamma. rispondeva Caterina lisciando i capelli della seconda, che anche se non aveva i riccioli della sorella, era una bimba fortunata.

Sbagliato! Dovresti ascoltare chi cera prima di te.

Del passato cerco solo la saggezza, non i pregiudizi. Altrimenti finiamo che i figli crescono a forza di superstizioni!

Ridevamo anche delle abitudini più bizzarre, come le spilline contro il malocchio. Poi si tornava in cucina: Silvia giocava con Michele e Sofia, mentre io, tornato dal lavoro, mi lasciavo conquistare da quel caos rumoroso.

Mia madre non capiva. La nostra era una casa in cui le risate coprivano le sgridate, nessuno urlava, e le macchie sul tavolo si lavavano con una battuta:

Dai, facciamolo insieme! Ecco, ora va meglio!

Se invece la macchia si ripeteva, ridevamo ancora di più; anche Caterina, anche se sapeva che toccava a lei lavare la tovaglia, e che il tempo non bastava mai per nulla.

Avevamo giochi per terra in salotto, in cucina cera sempre fermento: Michele provava a diventare uno chef creando dolci folli, Sofia aiutava la mamma a fare i ravioli e copriva di farina il pavimento, il gatto, il fratello… e pure la piccola Alice dormiente nella culla.

Ma come facevano a vivere in un posto così? si chiedeva Silvia scuotendo il capo, pronta a rimproverare i bambini e a rimettere in ordine giochi che sarebbero finiti di nuovo per terra in cinque minuti. Ma bastava un mio sguardo o una battuta di Caterina e tutto si stemperava tra una risata e una promessa di sistemare quando avranno finito.

Silvia voleva insegnare regole, ma poi vedeva Michele raccogliere da sé le automobiline e invitare la sorella a tagliare i fiocchi di neve: Dai, nonna, così non ti arrabbi! E Caterina rideva portando Alice in braccio, sapendo che le decorazioni fatte di carta lanciata un po ovunque sarebbero valse il disordine, ma anche latmosfera.

Dopo una settimana di questo delirio, Silvia tornava a Genova, dove si era trasferita per godersi la vita. Passati pochi giorni, iniziava a sommergermi di telefonate e consigli.

Caterina ha messo giù la cornetta di nuovo!

Ma proprio giù?

Sì! Dice che ha il latte sul fuoco e Alice che piange!

E perché ti arrabbi?

Non sentivo alcun pianto! Mi ignora, capisci?

Sarà solo una tua impressione, mamma…

Sospiravo e lasciavo correre. Per fortuna nella nostra casa grande cera sempre tanta gente: i genitori di Cate, Anna e Gianni, in pensione, che aiutavano coi nipoti. Allinizio mi davano un po di disagio, poi li ho capiti: non avrei voluto niente di diverso.

Anna mi serviva il suo risotto preferito, preparava un tè con la sua ricetta segretissima, e mi chiedeva:

Tutto bene, Sandro? Hai bisogno daiuto?

Faceva anche le revisioni ai conti della mia azienda, trovando ogni piccolo errore meglio di qualunque revisore ufficiale.

E quando, soddisfatto, mi alzavo da tavola, arrivava Gianni con la scacchiera:

Dai, due partite e poi vado a casa con la moglie!

Quando nacque Sofia proposi ad Anna e Gianni di trasferirsi da noi.

Cè spazio, ve lo prometto!

Ma furono irremovibili.

La vostra casa è la vostra casa, figlio mio. Noi siamo solo ospiti, pronti ad aiutarvi se chiedete. E poi i figli devono creare il proprio spazio. Anna si asciugava una lacrima. Un giorno, quando saremo vecchi, forse verremo davvero. Per ora, servono libertà sia a voi che a noi.

Avendo avuto sempre una linea netta tra genitori e figli, questa loro apertura cambiò pian piano la mia visione. Accanto ad Anna e Gianni imparai che si può essere accolti così come si è, senza dover apparire perfetti, ridendo o semplicemente restando in silenzio, certi di non essere giudicati.

Da quando Caterina era entrata nella mia vita, limprevedibile era la normalità. Perciò, quando dopo poco più di un anno dalla nascita di Alice, Cate piombò nel mio studio in pieno giorno, tenendo la figlia in braccio e gettando con entusiasmo una rivista sulla scrivania, non mi stupii troppo.

Guarda!

Non capivo, ma sapendo che non era allarmata, anzi, quasi felice, mi feci avanti. Riconobbi allistante la bimba nella foto: tanto simile ad Alice che mi balzò il cuore in gola.

Ma perché Alice ha i capelli corti così?

La mia piccola era lì, coi suoi riccioli come sempre. Lo stupore mi fece sedere.

Ma… che succede, Cate?

Guarda meglio! Non ci credevo nemmeno io! Non esiste una cosa così, Sandro! Non può essere…

Dalla rivista mi fissava una bambina identica ad Alice. Solo che… Sembrava pure più piccola, anche se la didascalia diceva che avevano la stessa età. La differenza stava nellespressione: un viso spaventato, occhi blu grandi pieni di ansia. Mi allontanai dalla foto, turbato; era inquietante.

Devesserci una spiegazione… mormorai tamburellando le dita sul bordo della scrivania, il mio gesto tipico nei momenti cruciali della vita. Caterina, ma comè possibile?

E che ne so io? si lasciò cadere sul divano. Alice si liberò e si mise a girare per lufficio. Caterina intanto slacciava il cappotto ancora accaldata per la corsa dallasilo al mio studio, passando per un bar dove aveva trovato la rivista.

Se avessero la stessa età, potrei pensare che sono gemelle separate e che ci tocchi una storia alla film indiano. Ma Alice è più giovane di sei mesi.

Sì, eppure… la bimba nella foto sembra davvero troppo piccola.

In orfanotrofio sono tutti così, Sandro. Niente lasagne della nonna, né mozzarella fresca fatta in casa… sospirò, appoggiando lo sguardo su di me. Che facciamo ora, marito mio? Lo sai che questa storia non è capitata per caso?

Credo di sì… mi appoggiai allo schienale mentre Alice svuotava i miei cassetti. Non lo so, Cate. Devo pensarci.

Pensarci sì… ma in fretta. Lì non se la passa bene, si vede. Non ha la sua mamma, nessuno che la protegga.

Cate si alzò prendendo Alice in braccio, pronta a scappare via.

Michele ci aspetta. Andiamo in piscina, poi a casa. A stasera!

Mi diede un bacio e se ne andò mentre io restai a rimuginare sul destino. Dalla rivista ancora aperta mi fissava quella bimba così simile a mia figlia che mi veniva la pelle doca.

Mi tornò in mente una domanda dellinfanzia: chi decide in quale famiglia nasciamo? Chi stabilisce chi va con chi? Da bambino mi domandavo, sottovoce nel letto, perché fossi nato proprio dai miei genitori. E ora, di colpo, capivo che potevo essere io a decidere la sorte di una bimba sola: darle, per una volta, la stessa fortuna dei miei figli. Gioia, dispetti, abbracci. Perché sentivo che Caterina aveva già scelto.

La decisione finale fu ardua. La scuola per genitori affidatari ti spiega cose che non immagini. Pensavamo fosse semplice, ma la realtà è molto più profonda. Bisognava valutare davvero ogni sfida. Caterina aspettava il mio parere, convinta che qui si dovesse mettere in gioco il cuore ma anche la testa: era in gioco il futuro di una bambina.

Marianna, per fortuna, era quasi in buona salute. Caterina tirò un sospiro di sollievo; certo, sotto sotto temeva anche perché le parole di Silvia le erano rimaste dentro che la presenza di una nuova bambina avrebbe tolto spazio ai nostri figli. E se non ce la faceva? Le raccontai dellopposizione di mia madre, cercando di addolcire il colpo, e la rassicurai:

Siamo pronti, Cate. Sappiamo a cosa andiamo incontro, e quindi ce la faremo.

Ma se tua madre non accetterà Marianna? Io non permetterò mai che si facciano differenze tra i figli. E con Sofia già sono stata dura. Ma Marianna, per lei, sarà sempre una estranea… Caterina si stringeva le tempie con le dita sottili. Come si fa a farle capire che è una bambina, non unintrusa?

Ancora non lo so. Ma ti prometto una cosa: se mia madre crea problemi, non metterà più piede in casa nostra. Nessuno dei miei figli sarà mai diviso in mio e tuo. Se i tuoi genitori hanno accolto Marianna come nipote, lo farà anche mia madre.

Non si può costringere qualcuno ad amare… sospirava Caterina, andando a controllare le bimbe che dormivano.

La luce soffusa della lampada rischiarava il letto dove le due sorelline dormivano intrecciate, abbracciate così forte che era inutile separarle o tentare di mettere Marianna nel suo lettino nuovo. Da quando Alice, dopo un periodo di diffidenza, aveva invitato a dormire con sé la nuova sorella, non aveva più tollerato che qualcuno cercasse di spostarla; allora Caterina si limitava a coprirle e baciava quelle due testoline scure, ormai quasi indistinguibili alla luce fioca. Marianna ormai aveva lo stesso profumo della casa: un po di marachelle, un po di caramelle e latte. E tanta, tanta felicità.

Silvia venne a trovarci mezzo anno dopo larrivo di Marianna. Gettò uno sguardo torvo alla nuova venuta, coccolò gli altri nipoti e non si accorse nemmeno che Marianna, alle prime ombre di paura, corse a nascondersi. Caterina la trovò faticosamente:

Che cè, tesorino? Cosè che ti fa paura?

Marianna le si aggrappò al collo, incapace di scendere dalle sue braccia se non fu Anna a tenderle la mano.

Vieni da nonna, piccola! Mangiamo il brodo insieme? Prendi il cucchiaio!

Ma, Anna! Dallo stesso piatto?! Silvia strabuzzò gli occhi.

E perché no? È grande, ci basta per tutte e due, vero Marianna? Su, svelta! Altrimenti lo finisco io!

I bambini ridevano guardando questa gara, mentre Silvia si rabbuiava ancora.

Anna, sparecchiando, parlò con Silvia mentre Caterina era via con i bambini.

Dunque anche tu sei daccordo con questa follia?

Prendere la bambina?

Sì.

Anna pose da parte lennesimo piatto e annuì.

Eccome. Anche se allinizio ero titubante.

E perché non hai detto nulla?

Perché è la loro vita, Silvia, la loro famiglia. Se ci mettiamo a farci la guerra, dove finiamo? Rischiamo solo di rovinarci per sempre i rapporti. E poi, Silvia… pensa che fortuna abbiamo avuto: figli che hanno saputo accogliere e dare amore. La vita passa in un soffio. Perdiamo tempo a scontrarci, o a far capire a chi ci vuol bene che sappiamo tutto meglio di loro? Forse compariranno dei problemi ma saranno i loro problemi, la loro scelta. Noi dobbiamo esserci, pronte a restare mamme che amano, sempre, qualunque cosa succeda, anche se il figlio ormai è un adulto che fatichiamo a contenere tra le mani.

Parlarono a lungo quella sera. Al rientro Caterina incontrò lo sguardo della madre e si scambiarono un cenno profondo: Silvia stava allungando una caramella a Marianna proprio come ad Alice.

E sei mesi dopo, in una mattina destate sulla spiaggia ligure, una donna elegante, con cappello a tesa larga, abbracciava due bimbe così simili che i turisti le scambiavano per gemelle. Strizzando gli occhi, annunciava con gioia:

Guardate là! Vedete? I delfini! Guarda, Marianna!

Sotto braccio le bambine restavano incantate, con il sole che brillava sulle onde in cui danzavano i delfini. Al primo spavento della più piccola, Silvia la stringeva forte:

Dai, piccolina, non temere. Sono qui!

Alice correva alla riva, gridando di gioia, e Silvia doveva far attenzione a non dover domare due delfine in carne e ossa.

Poi, con lallegria nel cuore, Silvia comprava un gelato in più a testa alle bambine e sfilava per il lungomare tenendo per mano le due nipoti, fiere e bellissime, sotto gli sguardi ammirati dei passanti.

In tutte queste storie di famiglia, ho finalmente capito che la felicità non ha mai una sola forma, e che accendere amore negli altri è il modo migliore di dare un senso al proprio percorso. Tutti, prima o poi, possono essere il vento del cambiamento nella vita di chi ci è accanto. Basta avere il coraggio di lasciarsi portare dove soffia il cuore.

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