Un posto speciale in cucina

Il posto in cucina

Giulia, ti sei addormentata lì dentro? Gli ospiti sono già tutti seduti a tavola, lo sai?

La voce di mia suocera, la signora Maria Donati, tagliò il ronzio della cucina come un coltello affilato tra il pane fresco. Io, Giulia Conti Donati, non sobbalzai nemmeno. Ormai ero abituata a quel tono, a quel modo autoritario di sottolineare le cose.

Un minuto e arrivo, signora Maria, risposi con calma.

Ma quale minuto! Sono già quaranta che aspettiamo!

Dei sospiri. Girai le polpette nella padella. Sfrigolavano nellolio doliva, sprigionando un profumo invitante di cipolla e prezzemolo. Abbassai la fiamma, chiusi il coperchio e guardai lorologio. Mancavano otto minuti esatti prima della portata calda, come avevo programmato in anticipo. Sempre così, da anni.

Oltre la porta, le voci si confondevano. Oggi era una giornata speciale: trentacinque anni di matrimonio della signora Maria e di mio suocero Ettore Donati. Erano arrivati i due figli con le rispettive mogli, quattro nipoti, persino i vicini Orietta e suo marito si erano uniti. Io avevo iniziato a cucinare alle cinque del mattino. Prima la gelatina di carne, poi le insalaterussa, capricciosa, taglieri di affettati. Poi focacce ripiene di scarola perché Ettore non mangiava altra versione. Infine il risotto, le polpette come le faceva mia madre, e un dolce. Il dolce lavevo preparato la sera prima: millefoglie, dodici strati, il preferito di Maria Donati da tempi immemori.

Mi tolsi il grembiule, sistemai i capelli, presi il piatto delle polpette e andai in sala.

Finalmente! esclamò Maria Donati, parlando non a me ma al tavolo intero.

Un mormorio di approvazione tra gli ospiti. Orietta allungò subito la mano verso il vassoio.

Giulia, e le patate? chiese mio marito Andrea, senza alzare lo sguardo dal cellulare.

Arrivano, dissi.

Tornai in cucina. Misi le patate lesse in una grande ciotola, ben condite con olio, prezzemolo e un filo di limone. Come piaceva a tutti, suocero incluso.

Rientrando, trovai la sala che rideva per una barzelletta. Non la mia, ovviamente.

Avevo cinquantadue anni.

Ventisette passati con quella famiglia. Prima io e Andrea condividemmo un piccolo appartamento, poi ci trasferimmo qui, nel grande appartamento dei Donati in Via delle Camelie, quando nacque Davide. Dissero: qui sarà più facile, i genitori ti aiutano. Io quellaiuto non lo vedevo; il mio, invece, lo davano per scontato. Tutti i giorni, ogni festa, ogni domenica.

Giulia, porta anche il pane, per favore, ordinò Maria Donati.

Portai il pane.

E non dimenticare la senape.

E portai la senape.

Mangiavo in piedi, appoggiata al bancone. Tanto, anche seduta, mi dovevo alzare ogni cinque minuti. Molto più semplice non sedersi mai.

Poi arrivò il dolce.

Fu la suocera stessa a tagliare la millefoglie, cerimoniosa, Ettore le reggeva la mano. Tutti a fotografare. Gli ospiti restarono colpitidodici strati!

Presa dal pasticciere vero? domandò Orietta.

Ma no, è della nostra Giulia, fatta in casa.

Nostra. Presi la tazza di tè. Sorsi, muta.

Poi Ettore Donati alzò il bicchiere per un brindisi. Parlò di famiglia, di fedeltà, dei figli come unica vera ricchezza. Disse che Maria era la vera padrona di casa, custode del focolare. Lei sorrise modesta. Tutti applaudirono.

Applaudii anchio.

Poi mi alzai per riordinare. Piatti, avanzi nei contenitori, tavolo ripulito, fornelli strofinati, sacco della spazzatura fuori. Così finiva ogni festa, come al solito.

Andrea venne in cucina alle undici, quando tutti erano usciti.

Tutto bene?

Sì risposi.

Sei stanca?

Un po.

Lui annuì, si versò un bicchiere dacqua e si sedette davanti alla tv.

Era una serata come tante. Nulla accadde. Eppure qualcosa accadde: una crepa sottile, una frattura invisibile, nascosta finché il vetro non si frantuma tutto dun tratto.

Spensi la luce della cucina e rimasi nelloscurità. Laria sapeva ancora di polpette. Di cipolla. Del mio intero giorno.

Poi andai a dormire.

Le tre settimane dopo passarono come sempre. Preparavo colazioni, pranzi, cene. Lavavo, stiravo, andavo al mercato. Organizzavo il menù settimanale: Andrea odiava lorzo, suocero snobbava il pesce nei giorni pari, la suocera era a dieta solo quando voleva. Io tenevo tutto a mente. Sempre. Mai una lista.

Lavoravo in uno studio di commercialista, tre giorni a settimana. Il resto a casa.

Quel venerdì tutto cominciò da una sciocchezza.

Avevo preparato pollo alla panna, ricetta che piace a tutti. Quella sera, però, Maria Donati tornò da noi, come spesso faceva senza preavviso, col solito sacchetto di mele dalla campagna.

Ah, pollo disse guardando dentro la pentola. Ancora panna! Lo sai che Andrea ci va giù pesante di stomaco con la panna?

Lo so, risposi serena. È panna leggera, quindici per cento. Ha chiesto lui questa ricetta.

Mah, boh, io lavrei fatto in bianco. Senza creme.

Va bene, signora Maria.

Si sedette col telefono in mano.

Ah, e sai che ieri ho sentito la signora Felicetti, la nostra ex vicina? Sua nuora lavora in mensa. Dice che la signora Felicetti mangia benissimo ormai. Tutto pronto, fresco.

Io attesi. Dove voleva andare a parare.

Ecco, magari anche tu dovresti trovarti una sistemazione normale. Tre giorni la settimana, che lavoro è? Magari lavorassi un po di più

Sistemai il pollo in casseruola. La guardai.

Guadagno il giusto, signora Maria.

Sì, sì, era solo un consiglio.

Era sempre solo un consiglio. Senza cattiveria, senza rabbia. Sempre con quella sfumatura casuale.

Chiusi il coperchio. Abbassai la fiamma. Sentii un nodo chiudersi dentro. Non era la prima volta. Ma stavolta più stretto.

Il giorno dopo chiamai la mia amica dinfanzia, Paola, bibliotecaria a Porta Romana, divorziata da quindici anni e sempre allegra.

Paola, ci sei?

Sì. Che succede? Senti che cè qualcosa che non va.

Tutto a posto.

Giulia

Tirai il fiato.

Sono solo stanca. Davvero stanca.

Nessuna lezione, nessun consiglio. Mi chiese solo:

Vieni da me?

Prima o poi sì.

Fai in fretta. Ho il tè e la voglia di parlare.

Sorrisi, la prima volta dopo tanto.

Poi arrivò quella sera. La sera in questione.

Era sabato. Andrea aveva improvvisato una cena col fratello Marco e sua moglie Francesca. Allultimo momento.

Ti spiace se Marco e Francesca vengono domani?

A che ora?

Per le sette, credo.

Ok.

Non aggiunsi altro. Sabato mi alzai alle otto, andai al mercato. Comprai carne, verdure, patate, melanzane. Feci un menù: arrosto al forno, insalata greca, vellutata di zucca, crepes dolci e ricotta. Una normale tavola di sabato.

Tutto pronto, arrosto in forno, zuppa sui fornelli, pastella raffreddava.

Alle tre, di nuovo, Maria Donati, senza avviso.

Ah, cena stasera? Nessuno mi dice mai nulla.

Vengono Marco e Francesca, rispose Andrea.

Capisco. Venne in cucina, infilò la testa nel forno. Hai messo le erbe?

Ho messo.

Cosa?

Rosmarino, salvia, aglio.

Ah no, Ettore il rosmarino non lo sopporta.

Ettore oggi non è invitato.

Silenzio. Poi Maria, controllando ogni parola:

Scusa come hai detto?

Mi voltai dal fornello. La guardai negli occhi.

Oggi è cena per Marco e Francesca. Ettore non ama il rosmarino, ma oggi non cè. Così larrosto è con rosmarino. È più buono così.

Lei mi fissò, come vedendomi per la prima volta. Arricciò le labbra.

Ho capito. E uscì.

Sentii che bisbigliava ad Andrea in sala. Lui venne in cucina.

Giulia, che succede?

Niente. Sto cucinando.

Dai, perché così?

Non ho detto nulla di male.

Si è offesa.

E per cosa?

Non rispose. Perché non cera rispostaanche lui lo sapeva. Ma mi guardava come se fossi io la colpevole. Era più comodo così.

Marco e Francesca arrivarono alle sette, allegri, con vino e dolcetti della pasticceria Richelieu. La cena andò bene. Larrosto era tenero, con la crosta dorata. La vellutata di zucca con panna e noce moscata fu spazzolata via.

Giulia, hai proprio un talento, disse Francesca rilassandosi.

Grazie.

Sul serio, io così non saprei fare. Ti invidio.

Si impara.

No, no, io sono pigra. Rise. Noi viviamo di take-away.

E si sta bene, intervenne Marco.

Anche qui si sta bene, aggiunse Francesca guardando tutto. Basta vedere come Giulia si impegna.

Si impegna. Io raccolsi i piatti. Portai le crepes. Preparai il tè.

Giulia, siedi con noi! disse Francesca. Basta correre.

Mi sedetti. Misi una crepe nel piattino.

Senti, disse Marco ad Andrea, è vero che volevate rifare la cucina? Giulia, è vero?

Ne abbiamo parlato, dissi cauta.

La mamma dice che vuoi rifare tutto, ma lei è contraria.

Maria Donati vive altrove, questa è casa mia. Cucine diverse.

Ha senso, Marco si strinse nelle spalle.

Non proprio, disse Andrea di colpo. È pur sempre casa sua.

Alzai lo sguardo.

Di chi è casa, Andrea?

Di famiglia. Costruita da loro.

Viviamo qui da ventanni.

E allora.

Il silenzio calò sulla tavola. Francesca guardò la tazza, Marco afferrò una crepe.

Sono buone, fu tutto ciò che disse.

Nessuno tornò sullargomento.

La notte fissavo il soffitto. Andrea dormiva tranquillo. Io pensavo a quello che aveva detto. È casa sua. Sua. Non nostra. Non mia. Solo loro.

Ventanni a cucinare, lavare, stirare. Ventanni con la casa che profuma delle mie mani. Eppure, era sempre una casa altrui.

La mattina dopo tutto normale. Caffè, porridge.

Per altre due settimane tutto filò uguale.

Poi arrivò quellanniversario di matrimonio. Trentacinque anni.

Cominciai i preparativi due giorni prima. Il menù scelto con Maria Donati: gelatina di carne, piatto caldo, due insalate, focacce perché Ettore le amava, e torta. Chiesi per quanti, rispose quattordici, forse quindici, poi confermo.

Venerdì sera: diciassette persone.

Ricalcolai tutt, tornai al mercato.

Sabato mi alzai alle quattro.

La gelatina preparata il giorno prima, il brodo già freddo sul balcone. Togliere il grasso, saggiare. Perfetto.

Poi la pasta lievitata per le focacce. Quel tocco vivo, tiepido, che ricorda carezze di mani. Ricordavo la mamma: Senti la pasta, ti dice lei quando è pronta.

Lei non cera più da otto anni.

Stendevo la pasta pensando a lei, a quando anche lei stava in cucina con il grembiule e la farina sulle braccia. Canticchiava vecchie canzoni che ormai nessuno ricorda.

Alle dieci focacce pronte, a mezzogiorno le insalate, alle due tutto in forno. Perfetto.

Gli ospiti arrivarono alle tre.

Io tra giacche e antipasti, fornelli e sorrisi. Tutto insieme. Come sempre.

Giulia, le focacce sono da servire? mi chiesi da sola, perché tanto nessuno lo avrebbe fatto. Portai le focacce. Festa.

Ma sono fatte in casa! esclamò la signora Nina, una vecchia amica dei Donati.

Sì, Giulia le ha fatte, disse Marco.

Brava, commentò la signora Nina, ma subito si rivolse a Maria Donati: Hai una nuora bravissima, davvero.

Beh, si difende, rispose Maria Donati.

Tornai in cucina.

Alle quattro portai la portata principale, un vassoio pesante sostenuto a due mani. Spinsi la porta col fianco, entrai in sala.

Finalmente! commentò la suocera, abbastanza forte da farsi sentire da tutti. Pensavamo ti fossi dimenticata di noi!

Risero in tanti. Bonariamente. Nessuno lo prese male, apparentemente.

Sistema il piatto, rimasi dritta.

Che bellezza, disse Ettore guardando larrosto. Brava.

Giulia, le patate sono insieme o a parte? chiese Andrea.

Subito, le porto, dissi.

Tornai in cucina.

Fu lì che sentii.

La signora Nina stava domandando qualcosa a Maria Donati, a bassa voce ma tra una pausa e laltra si sentiva benissimo.

Che lavoro fa Giulia?

Ragioniera, rispose Maria Donati. Tre giorni la settimana fuori. Ma il suo posto è in cucina. Lì sta bene.

Il suo posto è in cucina. Lì sta bene.

Rimasi bloccata sulla soglia, di spalle, guardando i fornelli.

La signora Nina rise, un colpo secco, quasi tossendo.

Qualcuno deve pur cucinare.

Appunto, concordò Maria Donati.

Rimasi ferma ancora un attimo. Poi presi le patate e portai in sala.

Grazie, Giulia, disse qualcuno.

Annuii. Mi sedetti al mio posto in fondo. Acqua, non vino.

Mangiavo in silenzio. Rispondevo se serviva. Sorridevo per dovere. Sgombrai, riportai nuove portate, tagliai torta.

Il suo posto è in cucina. Lì sta bene.

Quella notte di nuovo non dormii.

Rigiravo in testa quelle parole. Senza rabbia. Solo guardandole da ogni lato. Il posto in cucina. Ventisette anni in cucina. Grembiule allalba. Mani nella pasta, nellacqua calda, nei piatti. Mani che portano piatti per diciassette. Mani che nessuno vede, solo il risultato.

Dove porta la strada? Dove sono da ventisette anni.

Andrea dormiva. Lo guardai nellombra. Un volto familiare. Un uomo che sapevo nei dettagli: non sopportava il caldo, aveva dolore alla spalla destra da una vecchia caduta, odiava lorzo ma lo mangiava di fame. Era buono, in fondo. Solo cieco. Totalmente cieco.

Mi alzai piano. Indossai la vestaglia. Andai in cucina.

Accesi la luce. Mise il bollitore.

La cucina era linda, ordinata, tutto a posto. Le mie mani, ancora oggi.

Versai il tè. Presi il telefono. Aprii la chat con Paola.

Scrissi: Paola, dormi?

Dopo cinque minuti: No, sto leggendo. Che succede?

Guardai lo schermo. Poi scrissi: Niente, vorrei venire. Domani posso?

Risposta immediata: Certo. Ti aspetto.

La mattina dopo feci colazione, tocchetti di pane, uova, feci tost, tagliai pomodori. Misi a tavola. Andrea arrivò, assonnato.

Buongiorno.

Buongiorno, risposi.

Gli servii il caffè. Mi sedetti davanti.

Andrea, dobbiamo parlare.

Mh, disse, prendendo la forchetta.

Voglio partire.

Dove?

Da Paola. Per qualche giorno.

Alzò gli occhi.

Perché?

Così. Ho bisogno di riposo.

Mi fissò. Poi fece spallucce.

Vai pure. E io?

In frigo trovi le polpette. Cè il risotto di ieri. In freezer i ravioli.

E poi?

Poi ti arrangi.

Partii la domenica dopo pranzo. Una valigia sola, piccola.

Paola mi accolse allingresso. Guardò la borsa, poi me. Non chiese niente. Mi abbracciò.

Vieni, facciamo due chiacchiere col tè.

Restammo nella sua cucina minuscola e curata fino a mezzanotte. Sul davanzale, le piante grasse, un vecchio paralume. Prese la tisana, i biscotti. Parlammo a lungo. A volte confusa, a volte muta.

Sai, dissi infine, non sono nemmeno arrabbiata. Solo esausta. Della trasparenza.

Ti capisco bene.

Che dovrei fare, adesso?

Non lo so. Ma non tornare di corsa.

Annuii. Stringevo la tazza tra le mani. Il calore vero, non scontato.

Dopo tre giorni, Andrea telefonò.

Giulia, ma quando rientri?

Non so ancora.

Come non sai? Non cè più niente in frigo.

Vai a fare la spesa.

Silenzio.

Ma non so cucinare.

Le uova le sai fare?

Quelle sì.

Ecco, fai le uova.

Riattaccai. Rimasi lì. Poi scoppiai a ridere. La prima volta dopo anni.

Da Paola, il quarto giorno, mi disse:

Senti, cè unoccasione. Unamica mia lavora a una scuola di cucina. Cercano una supplente, per dolci e cucina casalinga. Ti va?

La guardai.

Io insegnante?

Cucini meglio di chiunque altro. Lo so da ventanni.

Servirà un diploma, sicuramente.

Parla col direttore. Poi deciderai.

Due giorni dopo ero davanti a Silvia Graziani, direttrice di Accademia del Gusto, una donna elegante sulla cinquantina.

Paola mi parla benissimo di lei. Di che si occupa?

Pensai.

Cucina casalinga, dolci, pane con lievito madre, conserve. Un po di tutto, anche risotti e piatti tipici.

Il pane lo impasta lei?

Sempre. Mai roba pronta.

Lei sorrise.

Faccia una prova con la classe. Se piace, firmiamo il contratto.

La lezione fu di venerdì. Tema: pane casereccio, con lievito naturale.

Quella notte non dormii. Fissavo il soffitto a casa di Paola. Mi sentivo ridicola, inadeguata. Che avrebbe detto Andrea? Sua madre?

Poi pensai: che importa adesso?

Venerdì, in aula: otto partecipanti, quasi tutte donne, una venticinquenne e signore più grandi. Mi guardarono tra il curioso e il sospettoso.

Salutai, presi la ciotola, misi la farina.

Partiamo dalle basi, dissi. Un buon pane inizia qui, con le mani. Non dalla ricetta, ma da come sentite la pasta, qui. Mostrai. Questo movimento, quando la pasta si stacca e diventa liscia, è la chiave. Niente timer, solo sentimento.

Lavoravo raccontando, spiegando, mostrando i gesti. Come piegare limpasto, sentirne la temperatura giusta, il tempo che serve.

La ragazza giovane domandò:

E se fallisce alla prima?

Va benissimo alla terza, risposi serena. Limpasto non se la prende.

Risero tutte, sinceramente.

Silvia osservava dalla porta.

A fine lezione mi si avvicinò.

Lei sa spiegare.

Non ci avevo mai pensato.

Ecco perché ci riesce. Quando si pensa troppo, si perde la naturalezza. Lei ce lha. Possiamo fare il contratto?

Firmai lunedì.

Tre lezioni a settimana. Compenso orario, buono per davvero. Meglio della contabilità.

Chiamai in ufficio, presi laspettativa.

Poi chiamai Andrea.

Ho trovato lavoro. Insegno in una scuola di cucina.

Cosa? Ma quando torni a casa?

Non so ancora.

Stai scherzando?

No, Andrea. Dico sul serio.

Lunga pausa.

Mia madre ha chiamato. Dice che ti sei offesa.

No. Non sono offesa. Sono esausta.

Esausta di che?

Cercai parole semplici.

Esausta di non essere vista. Ventisette anni: polpette, camicie, tavola imbandita. E io, invisibile.

Silenzio.

Giulia

Non è colpa tua. È così e basta.

Capì che non sapeva che dire.

Ti richiamo, disse.

Va bene.

Altre due settimane, sempre da Paola. Laiutavo molto in cucina, non per dovere, ma per piacere. Lei ogni volta ringraziava. Di cuore. Non solo per cortesia.

Un giorno mi disse:

Sei cambiata.

In meglio?

Più serena. Meno sullattenti.

Riflettei.

Forse.

AllAccademia mi aspettavano. I corsi si riempivano in fretta. Silvia mi disse che molte si iscrivevano solo se cero io.

Lei ha qualcosa che non si spiega, mi confidò. La gente lo sente.

Io ci mettevo il cuore. Quello lo sapevo fare. E ora se ne accorgevano.

Andrea venne a trovarmi dopo due settimane. Avvisò prima. Paola lasciò la casa libera, andò in biblioteca. Noi due davanti a un tavolo con due tazze di tè.

Giulia, torniamo a casa.

Lo guardavo. Era sciupato.

Perché?

Perché sì. Casa, famiglia. Mi sento solo.

Sono tre settimane che sei solo. Io lo sono stata ventisette anni.

Abbassò lo sguardo.

Non me ne rendevo conto.

Lo so.

Allora, che facciamo? Divorziamo?

Non lo so. Forse no. Ma sarà diverso. Ora lavoro. E non farò la serva. Né a te, né ai tuoi.

Mia madre non voleva offenderti.

Andrea. Ascolta bene. Non si tratta di offesa. Si tratta di rispetto. Lhai capita quella frase, il suo posto è in cucina, lì sta bene?

Mi guardò.

Hai sentito.

Da ventisette anni.

Silenzio.

Mia madre ha sbagliato, sussurrò. Non doveva.

Grazie.

E anchio. Non ho visto, mai.

Sì.

In quellistante assomigliava allAndrea di cui mi ero innamorata: confuso, onesto.

Cosa devo fare? chiese piano.

Non so. Ma inizia dal piccolo. Impara a far da solo un minestrone.

Fece un mezzo sorriso.

Davvero?

Davvero. Carote, cipolla, patate. Te lo spiego. Ora insegno anchio, lo sai.

Mi fissò ancora a lungo. Poi:

Tornerai?

Pensai bene. Alla casa di Via delle Camelie, allaroma del caffè la mattina, ad Andrea con cui avevo condiviso una vita. Alla vita vera, non perfetta, ma non da buttare.

Alla mia età: cinquantadue anni. Non diciotto. Non novanta.

Forse sì. Ma non adesso. Ho ancora bisogno di tempo.

Quanto?

Quello che serve.

Lui partì. Rimasi a guardare la pianta grassa. Fuori pioveva dottobre, foglie portate dal vento.

Mi misi a impastare. Farina, burro, uova. Non per qualcuno. Per me.

Limpasto tiepido, vivo, che si modella sotto le dita.

Non pensavo a niente.

Un mese dopo, Silvia mi propose un contratto fisso.

Sei quella che ci serve. Tre moduli a settimana più una masterclass mensile. Ecco le condizioni.

Lessi. Lo stipendio era giusto, onesto. Non ricchezza, ma indipendenza.

Ci sto, risposi.

Firmai. Uscii a respirare laria frizzante.

Chiamai Paola.

Hanno fatto il contratto, sono titolare.

Giulia! esclamò, entusiasta. Bisogna festeggiare!

Festeggiamo. Preparo io qualcosa.

E certo!

Sorrisi.

Con Andrea ci sentivamo regolarmente, senza litigi. Raccontava cosa cucinava. Allinizio uova. Poi chiese la ricetta del minestrone. Spiegai. Mi chiamava per i dettagli: quante carote, quando salare, se era troppo acquoso.

Forse hai messo troppa acqua.

Due bicchieri, come hai detto.

Di che grandezza?

Pausa.

Sono diversi i bicchieri?

Mi venne da ridere. Lui rise con me.

A fine ottobre si ripresentò, con dei fiori. Crisantemi bianchi e rosa. I miei preferiti. Non me li aveva mai presi prima, tanto non scappi. Ora invece sì.

Sono bellissimi, dissi.

Lo sapevo.

Tè insieme, lunghe chiacchiere. Degli studi del nipote, dei progetti di Marco e Francesca, di Ettore che aveva avuto un raffreddore.

Poi Andrea disse:

Mia madre vorrebbe parlarti.

Rimasi in silenzio.

Dai sul serio. Si è accorta di aver sbagliato, da quando sei partita.

Come?

Ora cucina lei. Per la prima volta in anni. Ha fatto una torta. È venuta male, ma lha fatta.

Guardai la tazza.

È qualcosa.

E mi ha detto che non avrebbe dovuto trattarti così, davanti a tutti.

Bene che se nè resa conto.

Vuoi parlarle?

Alzai gli occhi.

Parlerò. Quando mi sentirò pronta. Non oggi.

Capisco.

Non aveva fretta. Era una cosa nuova, anche per lui.

Alla porta, si fermò.

Giulia.

Sì.

Avevi ragione. Ho capito solo ora. Era sbagliato tutto.

Tacqui.

Mi dispiace.

Annuii. Non dissi va bene, perché non era tutto risolto. Ma qualcosa, forse, sì. Un giorno.

Telefonami domani, sorrisi. Dimmi come viene il minestrone.

Va bene.

La porta si richiuse.

Rimasi in cucina. Misi il bollitore. Guardai fuori verso la città serale. I lampioni accesi, caldi, dorati.

Pensai che dopodomani avrei tenuto una nuova lezione. Pasta frolla. Serve mani fredde, niente fretta. Bisogna rispettare la sua leggerezza.

Lo avrei spiegato. Finalmente sapevo spiegare.

Preparai il tè, seduta alla finestra.

Da qualche parte, la mia vita andava avanti. Vecchia e nuova, intrecciate. Non sapevo dove sarei andata: Via delle Camelie, qui, altrove. Non era ancora chiaro.

Ma quella sera, mentre bevevo tè nella cucina di Paola, con i miei soldi guadagnati, insegnando alle persone a capire una pasta tra le mani, era tutto vero.

Mi bastava così.

Il giorno dopo Andrea telefonò a ora di pranzo.

Ho fatto il minestrone.

Comè?

È uscito buono. Colore giusto.

Quindi non hai stracotto le verdure.

No, le ho messe alla fine, come dicevi tu.

Bravo.

Silenzio.

Giulia, e tu come stai?

Sto bene, risposi. E, per la prima volta, era vero.

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