Il mantello color topo

Il soprabito color topo

Guarda quella lì, hai visto? Sta lì come se niente fosse. Soprabito grigio topo, borsetta, probabilmente degli anni Ottanta. E questo a ottobre, quando la gente normale ha già tirato fuori la pelliccia.

La donna con la pelliccia color cioccolato al latte parlava ad alta voce, senza alcun imbarazzo per il fatto che loggetto delle sue prese in giro fosse a pochi passi da lei. Era appena scesa dalla macchina, parcheggiata proprio davanti allentrata dellautostazione di Pieve Nuova, e ora scrutava la piazzetta con quellaria di chi pensa di fare un favore solo ad esserci. La macchina era grande, lucida, color argento madreperlato, con dettagli cromati e cerchi che, in quella piazza provinciale, sembravano un lampadario in una stalla.

Quella osservata dalla signora con la pelliccia aveva più o meno la stessa età: quarantacinque, forse pochi di più. Stava vicino a una panchina bassa con una piccola borsa di pelle marrone scuro, teneva il telefono tra le mani e fissava lo schermo. Il soprabito era davvero anonimo, di un grigio scuro, senza ornamenti, chiuso fino allultimo bottone. Capelli raccolti semplicemente. Niente orecchini vistosi, nessuna sciarpa colorata.

Vedi che gente, arriva qui e rimane lì. Starà aspettando il taxi. E qui il taxi passa una volta ogni mezzora, se va bene continuava la donna rivolta alla figlia adolescente, magrolina, appena uscita dalla macchina e già tutta immersa nel cellulare. Caterina, mi ascolti?

Sì, mamma, ti sento rispose la ragazza senza alzare gli occhi.

E così va avanti la gente. Arrivano in città e non sanno manco dove andare. Paese piccolo, che ci vuoi fare.

La donna con il soprabito alzò lo sguardo dal telefono. Osservò quella che parlava. Non con stizza né offesa, semplicemente, come si guarda un paesaggio poco interessante dal finestrino dellautobus.

Lei è del posto? chiese con calma.

La signora con la pelliccia parve contenta che qualcuno le desse un po di attenzione. Si volse tutta verso di lei.

Certo che sono del posto! Trenta anni vivo qui. Anzi, non solo vivo: abbellisco questo paese. Rise della sua stessa battuta. Simonetta Bianchi. Mio marito, Lorenzo Bianchi, è direttore amministrativo della fabbrica. La conosce? No? Vabbè, capisco. Qui mezza città mangia grazie a quella fabbrica.

Sì, la conosco, rispose brevemente la donna col soprabito.

Ah! Bene, così sa chi sono. Simonetta tirò fuori dalla borsetta, chiaramente costosa quanto uno stipendio medio di commessa, un piccolo specchietto e si sistemò la frangia. E lei da queste parti per lavoro, o?

Per lavoro.

Che lavoro, se non sono indiscreta? domandò Simonetta con occhi curiosi, aspettando pettegolezzi.

Nulla di segreto. Sto valutando alcune cose.

Simonetta aspettò altro, ma non ottenne risposta. La cosa la infastidì. Era abituata a essere ascoltata più che a dover ascoltare.

È una bella città, la nostra, commentò con tono paterno. Solo un po grigia, ecco. La gente senza ambizione. Tutti in fabbrica, stipendio modesto e si accontentano. Noi con mio marito invece, tutta unaltra vita. Questestate Siamo stati via, fuori dallItalia. In barca. Sa cosa vuol dire andare in barca?

È capitato, rispose la donna.

Simonetta la guardò con un mezzo sorriso scettico.

Sì, la gita in battello va bene, ma io parlo di yacht veri. Tutta unaltra cosa: cibo, servizio. Un altro livello, non per tutti.

La donna nel soprabito non replicò. Tornò a fissare lo schermo.

Questa pelliccia è nuova, continuò Simonetta, lisciandosi la manica. Vison finlandese. Immagina quanto costa! Ma non lo dico, non sta bene. Mio marito me lha regalata per il compleanno. Lanno scorso mi ha regalato lorologio con le pietre. Lho visto nella boutique a Milano, volevo prenderlo, e lui intanto laveva già comprato. Così viviamo.

Si fermò, aspettando una reazione, un po dinvidia almeno. Ma la donna col soprabito non mostrava freddo, non si stringeva, non la guardava con rimpianto.

Questo irritava Simonetta.

Negli altri vedeva sempre qualcosa di sospetto, come se ignorassero lei e i suoi successi apposta.

Lei da dove viene? cambiò argomento.

Da Milano.

Ah, una milanese, disse Simonetta, metà rispetto metà scetticismo. Comè, laggiù? Lultima volta ci sono stata in primavera, a un convegno. Hotel di lusso, centro, colazioni da favola, poi non ti viene più voglia di mangiare a casa. Ma lei lo sa, certo. Anche se i milanesi in hotel mica ci vanno di solito.

Di solito no.

E lavora lì?

Sì.

Che lavoro, se posso?

Dirigo alcune cose.

Simonetta fece una smorfia quasi involontaria.

Ormai tutti dirigenti Anche la segretaria dirige la sua scrivania, la donna delle pulizie dirige la scopa! rise di nuovo. Mio marito è direttore finanziario. Quello pesa.

La donna la guardò con calma, forse stavolta con più attenzione.

Ho capito, disse semplicemente.

Caterina, via quel telefono, tagliò Simonetta. La figlia mise via il cellulare come se le costasse dolore fisico. Ecco la gioventù: occhi solo per lo schermo! E la vita è qui, davanti.

La piazza davanti allautostazione era piccola, un tempo pavimentata, ora sembrava una coperta rattoppata. Ai lati, qualche albero quasi spoglio. Ottobre, il vento portava aria fredda e foglie morte, odore di gasolio lasciato da un autobus.

Va in albergo? riprese Simonetta. Qui cè uno solo che vale, Il Fiume. Gli altri sono bettole. Tanto se è per lavoro, magari le basta, eh.

Non basta, rispose la donna.

Il Fiume allora. Camere a posto, quando viene qualcuno dei miei parenti li mando lì. Noi di casa grande, niente soggiorni in hotel: casa costruita da mio marito, mezzo ettaro di terreno, dependance, garage per tre auto. Quella, indicò la sua auto, è solo una delle tre. Ce nè unaltra per mio marito, e una labbiamo comprata a Caterina, anche se è presto. Ma intanto già prende la patente, vero Cate?

Sì, confermò svogliata la figlia.

Ecco: pensare al futuro. Non tutti sanno farlo.

Allaltro lato della piazza apparve unautista in giubbotto scuro che procedeva spedito e guardava intorno. Simonetta lo notò distrattamente e poi voltò la testa. La donna col soprabito invece prese a raddrizzarsi.

Marito ce lha? chiese Simonetta. O ce lha avuto? A Milano dicono che i mariti là sono una rarità Tutti divorziati, nessuno che voglia una famiglia.

Non serve, rispose la donna, e nel tono cera qualcosa di neutro.

Peccato. A Milano da sola devessere dura. Dico sempre a Lorenzo: senza di me, lui non saprebbe come muoversi. Lavoro, casa, figli, tutto su di me. E devo anche tenermi in forma! Lei lo sa che fatica? Due ore solo per me, ogni mattina.

Si sistemò i capelli, ondulati e lucenti, effetto di un parrucchiere costoso.

Intanto lautista raggiunse la panchina e si fermò davanti alla donna in soprabito. Simonetta seguiva la scena con la coda dellocchio.

Dottoressa Elena Ferri, disse lautista a bassa voce. Buongiorno. Mi scusi il ritardo. La macchina laspetta da venti minuti allautostazione, non la trovavo. La riunione in fabbrica è posticipata a domani mattina, alle nove. In albergo è tutto pronto, la stanza la attende. Possiamo andare?

Seguì un silenzio particolare, denso come un cuscino.

Simonetta guardò lautista, poi la donna, poi ancora lui.

Andiamo, disse con calma Elena Ferri e raccolse la borsetta marrone.

Mi permette, lautista prese la borsa con delicatezza.

Grazie.

Si voltò verso Simonetta, senza trionfo, senza superiorità. Solo una cortese attenzione, come si rivolge a uno sconosciuto prima di separarsi.

Buona giornata, disse.

E se ne andò verso la macchina nera, lunga, dai vetri oscurati, parcheggiata di traverso dietro agli alberi. Lautista aprì la porta posteriore. Lei si accomodò, lenta, attenta. La porta si chiuse silenziosa. Lauto si mosse senza rumore.

Simonetta rimase in mezzo alla piazza a fissare il punto in cui la macchina era scomparsa.

Mamma, bisbigliò Caterina, ma noi che siamo venute a fare?

Simonetta non rispose. Rimaneva lì a guardare langolo della via. In testa le giravano frasi che non trovavano posto. Elena Ferri. Fabbrica. Riunione rimandata. Stanza pronta.

Chi è? Chi era quella donna?

Poi ricordò. E avrebbe preferito di no.

Dio santo.

Certe verità nella vita piombano addosso tutto allimprovviso, come un secchio dacqua gelata. Un attimo prima sei asciutta e tranquilla, il momento dopo tremi fradicia.

Elena Ferri da nubile era Elena Marchetti.

Elena Marchetti.

Simonetta ricordò la ragazzina sottile con la treccia, sempre seduta vicino alla finestra a scuola. Silenziosa, fuori moda, con maglioni passati dagli altri. Sempre con gli occhi bassi quando qualcuno la fissava, muta quando veniva presa in giro. E veniva presa in giro quasi ogni giorno. Nomignoli cattivi, nascondigli alla cartella, pettegolezzi sussurrati. Simonetta era la capo di tutto. Le sembrava di divertirsi, che fosse solo un gioco, tanto Marchetti sopportava.

E infatti Marchetti sopportava tutto.

Dopo la maturità se ne andò e non tornò più.

Ora era tornata.

Con lauto nera e un autista che le portava la borsa.

Simonetta prese la figlia per le spalle e la guidò verso la sua macchina spettacolare. Caterina la fissava stupita ma restava zitta. Ragazza sveglia.

Salirono a bordo. Simonetta rimase a lungo senza accendere il motore.

Andrà tutto bene, si ripeteva. È solo una coincidenza. Lei non ricorda nulla, sono passati anni. Oppure ricorda, ma non ci dà peso. Ora è una persona importante, non penserà alle vecchie storie.

Ma dentro di sé sentiva che non era così. Ricordava quando Elena Marchetti aveva pianto in bagno un giorno, credendo di non essere vista. Ma Simonetta laveva vista. E laveva raccontato a tutta la classe.

Il motore si accese. Lauto partì.

Simonetta pensò che doveva chiamare Lorenzo.

Bisognava avvisare. Bisognava prepararsi.

Ma a cosa?

Il telefono squillò tre volte prima che Lorenzo rispondesse.

Lorenzo, disse Simonetta, sai chi è venuto a comprare la fabbrica?

Pausa.

Come fai a saperlo? È una trattativa riservata.

Dai, lo sanno tutti in paese. Senti, tu lo sai il nome?

Ferri. Elena Ferri. Un gruppo industriale di Milano. Roba seria.

Lho appena incontrata allautostazione.

Ancora silenzio.

Devi scherzare.

No, Lorenzo. Era lì che sembrava una qualunque, non lavevo riconosciuta. Le ho parlato così, come Simonetta si interruppe. Insomma, le ho parlato.

E allora?

È Marchetti. Elena Marchetti della nostra classe. Te la ricordi?

Stavolta Lorenzo rimase zitto a lungo.

Certo che la ricordo. Una mingherlina. Silenziosa.

Ecco. E ora è tornata.

Lorenzo tossì.

Simonetta, non devi preoccuparti. Sono solo affari. Lei compra la fabbrica e basta, noi lavoriamo come sempre.

Ma nella sua voce non cera alcuna sicurezza. Proprio nessuna.

Gli ispettori arrivarono dopo tre settimane.

Simonetta lo seppe dalla vicina, Teresa, che lavorava in amministrazione alla fabbrica. Teresa la chiamò alle otto di mattina, quando Simonetta faceva ancora colazione, con quel tono che si usa per i brutti annunci: sottovoce e ansioso.

Simonetta, cè una verifica grossa. Arrivati ieri sera, chiuso il reparto contabilità. Ho visto Lorenzo, era lì dentro con loro.

Sarà una verifica di routine, tentò Simonetta, con la mano che le tremava sulla tazza.

Ma che routine, sussurrò Teresa. È su ordine della nuova proprietà. Stanno scavando ovunque, tirano fuori tutto degli ultimi cinque anni. Ti dico, da amica.

Simonetta capì.

Anche dopo la telefonata con Lorenzo aveva avuto quella sensazione. Non paura, ma un peso sgradevole al petto che non passava. Si costringeva a non pensarci: si occupava della casa, andava dal sarto, prenotava il parrucchiere. La vita proseguiva normale, e allora tutto sarebbe andato bene.

Ma la vita normale smise di essere tale.

Lorenzo tornò a casa quella sera dopo mezzanotte. Simonetta era ancora in cucina, il tè freddo nel bicchiere. Lui entrò, si tolse il cappotto lasciandolo dove capitava, si sedette.

Allora? chiese lei.

Lorenzo fissava il tavolo.

Hanno trovato, Simo.

Cosa?

Tutto. Quasi tutto.

Non cera bisogno di dettagli. Lei sapeva. Non le cifre, ma che Lorenzo non viveva certo solo con lo stipendio da dirigente. Non se nera interessata. Viveva e basta. Prendeva soldi, spendeva, rideva della pelliccia nuova e dei viaggi. Non domandava da dove uscisse il superfluo. Non voleva sapere.

Ora doveva sapere.

Da allora fu tutto veloce e spaventoso. Non da film, con arresto da telecamera e musica drammatica; piuttosto come succede davvero: brutto, confuso, con carta da firmare e gente estranea in casa, i vicini appostati dietro le tende. Gli investigatori arrivarono due volte. I conti furono congelati prima che Simonetta potesse fare qualcosa. Lorenzo sospeso dal lavoro la prima settimana, poi partì linchiesta. Lavvocato prese lanticipo, rispondeva vago. Lauto venne sequestrata, proprio quella madreperlata.

Simonetta chiamò le amiche. Le prime due volte risposero. Dal terzo tentativo qualcuna già non rispondeva più.

Teresa di amministrazione non rispose più mai.

La gente che Simonetta considerava il suo giro sparì così in silenzio e rapidità da sembrare incredibile. Poi diventò realtà.

La pelliccia toccò venderla. Non subito, ma fu inevitabile. Lorologio con le pietre Lorenzo se lo portò dietro. Caterina cambiò scuola, nella vecchia non era più possibile stare. I ragazzi sono crudeli, abbattono ciò che già è caduto.

La casa restava, ma per poco: lavvocato disse che probabilmente anche quella sarebbe andata perduta per risarcire il danno. Simonetta restava seduta nel salone tanto sognato, guardando il soffitto decorato, le tende pesanti: tutto ciò che non era mai stato veramente suo. Solo scenografia, sfondo per le foto.

Pensava a Elena Marchetti che stava allautostazione col soprabito grigio e la borsa marrone, chiniata sul telefono. A ciò che aveva detto lei stessa, la Simonetta di allora. Sulla pelliccia, la barca, la casa da tre garage.

Dio santo.

Sarebbe stato più facile se quella donna le avesse urlato addosso. Se lavesse chiamata stupida. Se avesse detto: «Ti ricordi come mi prendevi in giro? Ora tocca a te». Sarebbe stato più logico, più onesto.

Ma lei aveva solo detto buona giornata. E se nera andata.

E questo faceva più male di qualsiasi urlo.

La riunione degli ex compagni fu organizzata dalla professoressa di lettere, la signora Neri, ormai settantenne, che ogni cinque anni ricomponeva la vecchia classe nella palestra della scuola elementare. Telefonava di persona a tutti, annotava su un quaderno chi veniva e chi no, e trovava sempre le parole giuste per non lasciarti rifiutare.

Simonetta fu chiamata a fine ottobre.

Simonetta cara, vieni. Non ci importa quello che è successo. Capita di cadere, a tutti. Le mura della scuola ricordano chi eri, non quello che sei diventata. Vieni.

Simonetta rimase in silenzio al telefono.

Non so che farmene, Neri.

Invece sì. Ti serve stare accanto a chi ti conosceva prima di tutto questo.

E andò.

Non sapeva neanche spiegare il perché. Forse perché la prof aveva detto le parole giuste. Forse perché a casa non resisteva più al silenzio. Forse solo perché ogni passo avanti è più facile di quanto si pensi.

Indossò il vecchio cappotto. Non ne aveva altro. Grigio, consunto sui gomiti, comprato tre anni prima per andare allorto, senza immaginare che sarebbe stato lunico buono. Legò i capelli senza acconciatura, mise una crema ma poca, niente trucco: le mani tremavano troppo.

La palestra sembrava addobbata alla meglio: qualche bandierina colorata, fotografie appese, tavolate lunghe con tovaglie. Odorava di torta e legno antico. La prof Neri accoglieva tutti con abbracci.

Simonetta, bisbigliò lei stringendola forte. Hai fatto bene a venire.

Simonetta entrò. Sentiva gli sguardi su di sé, anche senza vederli. Qualcuno si voltava, altri guardavano con curiosità senza celarsi. Due donne a un tavolo si scambiarono parole sottovoce.

Sapeva benissimo cosa dicevano.

Si mise vicino alla finestra, lontana dai tavoli. Stringeva la borsa fra le mani, fissando il buio oltre il vetro.

Così va.

Adesso sapeva cosa vuol dire essere al margine della stanza, conscia dei sussurri alle spalle. Entrare e sentire laria che cambia. Gli sguardi che scivolano su di te come fossi vuota.

Pensava che così, forse, stava sempre Elena Marchetti, a quindici anni. Ma a quarantacinque hai qualcosa dentro a cui aggrapparti. A quindici anni non lhai ancora imparato.

Dietro di lei qualcuno disse la Bianchi e scoppiò a ridere. Lei non si voltò.

Continuavano ad arrivare altri ex compagni. Simonetta si vedeva riflessa nel vetro. Vide la porta aprirsi, entrare una donna con un cappotto buono, sobrio, sciarpa sottile. Capelli raccolti con ordine. Niente di eccessivo.

Elena Marchetti.

Le donne ai tavoli si mossero, si alzarono a salutarla. La prof Neri la abbracciò con calore doppio, la tenne per mano. Diverse compagne le dissero qualcosa, sorridevano. Elena rispondeva tranquilla, annuiva. Nessun trionfo, nessuna rivincita. Solo una donna venuta a una rimpatriata.

Simonetta restava immobile.

Dieci, venti minuti, chi sa. Finché sentì una presenza accanto a lei alla finestra. Si voltò.

Elena era a mezzo metro, guardandola. Non ostile. Diritta.

Ciao, Simonetta, disse.

Un groppo le chiuse la gola. Non per offesa o paura, ma per qualcosa di antico e vero, che da anni non aveva toccato.

Ciao, riuscì a dire.

Rimasero in silenzio. Fuori, solo la strada scura, qualche lampione. Le foglie erano già tutte cadute.

Non sapevo venissi, sussurrò Simonetta, e la voce pareva non sua.

Sto ancora lavorando per la fabbrica qualche settimana. La signora Neri mi ha chiamata, rispose Elena, semplicemente.

Capisco.

Ancora silenzio; dietro di loro si rideva, qualcuno metteva musica bassa, si sistemavano a tavola.

Elena, disse Simonetta. Non pensava di parlare. Le uscì da sola. Voglio Dovrei

Non cè bisogno, la interruppe Elena. Davvero. Non serve.

No, aspetta. Devo dirti che allora a scuola io ero

Simo, la fermò Elena, calma. Abbiamo entrambe quarantacinque anni. Nessuna delle due ha tempo per tornare in quella classe. Io non ci vivo più da tanto. Andiamo avanti, non torniamo là.

Simonetta la fissò.

Elena non la stava perdonando. Non diceva che era tutto a posto o che non era offesa. Semplicemente, non tornava in quel luogo, non ricominciava a parlarne. E stranamente era più sincero di qualsiasi perdono.

Va bene, disse sottovoce Simonetta.

Avrei una cosa da dirti, proseguì allora Elena. Per la fabbrica. Stiamo aprendo un settore sociale: assistenza ai dipendenti in difficoltà, gestione documenti, aiuto reale. Servirebbe qualcuno che sa come funziona tutto, anche senza titolo di studio, purché di testa e pazienza. Il posto non è da dirigente, lo stipendio è modesto. Ma è un lavoro. Vero.

Simonetta taceva.

Non so se ti interessa, disse Elena. Decidi tu. Ma, se vuoi, le porse un biglietto da visita bianco con lettere nere. Chiama lunedì, chiedi della dottoressa Marina Parisi. Dille che ti mando io.

Simonetta prese il biglietto. Lo tenne in mano fissandolo senza vedere, le lettere si confondevano.

Perché? chiese infine, quasi un sussurro. Perché tu?

Elena pensò un attimo.

Non so, Simo, forse perché posso. E perché non mi serve vederti cadere. Non mi dà niente.

Lo disse senza retorica, come qualcosa a lungo meditato.

E la fabbrica? Tutto quello che sta succedendo a Lorenzo Sei stata tu

Sono stati i revisori, rispose Elena. Ho chiesto di verificare. Irregolarità serie. Non è vendetta. Non potevo comprare una ditta e far finta di nulla. Lì lavorano delle persone.

Ho capito.

E capiva davvero. Era una verità amara, ma giusta. Può capitare.

Devo andare, disse Elena. La signora Neri mi aspetta al tavolo.

Annui a Simonetta e se ne andò.

Simonetta rimase vicino alla finestra.

Il biglietto era piccolo e robusto. Lo rigirava tra le dita. Nome, numero, azienda. Tutto semplice. Niente scritte dorate.

Dietro le spalle, ancora sussurri, qualche risolino. Ormai le importava poco. Quasi.

Pensava che risposta dare. Chiamare lunedì. Chiedere della dottoressa Parisi. Dire che era per Elena. E poi? Accettare un lavoro dove era lex compagna di scuola, un tempo presa in giro, a offrirle una possibilità? Sedere in un ufficio piccolo, stipendio senza pretese, salutare nei corridoi chi sapeva bene chi era suo marito e cosa aveva fatto?

Insopportabile.

Ma c’era Caterina. Doveva finire la scuola. Lavvocato da pagare. La casa che se ne andava. La vita che non finisce con i soldi o i titoli, ma va avanti, e va vissuta.

Ripensava a quel giorno in piazza, alle sue frasi. Sulla pelliccia. Sulla barca. Sulle due ore allo specchio ogni mattina. Su un marito che senza di lei non esisterebbe.

Eppure Elena Marchetti aveva solo ascoltato. Con quellespressione che una volta Simonetta prendeva per stupidità o arrendevolezza e ora finalmente sapeva leggere: era pazienza. Non debolezza, ma forza di chi non ha più nulla da dimostrare.

Passò davanti una macchina. I fari strisciarono sul vetro.

Pensò che era sabato il giorno dopo. Caterina sarebbe tornata da scuola, avrebbe chiesto di mangiare qualcosa. Bisognava fare la spesa. I soldi erano pochi. Bisognava contare.

Guardò il biglietto un altro istante.

Poi lo mise in tasca.

La storia che poi a Pieve Nuova si raccontò a lungo si arricchì di dettagli e chiacchiere, come tutte le storie vere dove pulsa qualcosa di profondo. Si diceva che la Ferri fosse venuta apposta per umiliare la Bianchi. Che la Bianchi fosse caduta in ginocchio a chiederle perdono. Che avessero quasi litigato. Ma niente di tutto questo era vero.

Cerano invece due donne accanto a una finestra, poche parole scambiate. Un biglietto da visita.

Poi cera unaltra storia che quasi nessuno sapeva. La sapeva la dottoressa Parisi, che ricevette una chiamata il lunedì; la professoressa Neri cui Elena raccontò la cosa in poche parole; e Caterina, che la domenica sera vide la madre seduta al tavolo, lo sguardo perso, il biglietto lì davanti.

Mamma, cosè quello? chiese.

Un lavoro, forse, rispose Simonetta.

Caterina prese il biglietto, lesse, poi glielo restituì.

Ci andrai?

Simonetta rimase a lungo in silenzio.

Non lo so ancora.

Caterina si versò del tè, ne mise una tazza davanti alla madre.

Vai, disse. Sei sempre stata brava con le persone. Ci sei sempre riuscita.

Simonetta guardò la figlia. Quattordici anni, capelli corti, occhi seri. Caterina la fissava sicura.

Molti anni dopo, ricordando quella sera, Simonetta pensò che fu allora che qualcosa si era mosso dentro lei, silenzioso e definitivo. Non per le parole di Elena, anche se pesavano. Ma soprattutto per lo sguardo sicuro di sua figlia, quel ci sei sempre riuscita. Come se le ricordasse ciò che era, prima della pelliccia, prima della barca, della macchina scintillante, delle due ore davanti allo specchio ogni giorno.

Qualcosa di semplice e vero. Che non ti portano via, che non ti arrestano.

Il lunedì mattina chiamò. Chiese della dottoressa Parisi. Disse che la mandava Elena.

Dallaltra parte una pausa brevissima.

Venga domani alle dieci rispose Parisi. Così vediamo.

Va bene.

Simonetta chiuse il telefono e restò seduta un po. Fuori era mattina, un cielo grigio, silenzioso. Sotto, una porta aveva sbattuto, passi per le scale.

Un giorno normale.

Il più normale dei giorni, da cui può cominciare qualcosa di nuovo. Lei non sapeva ancora cosa, ma quello era il modo più vero di cominciare: senza sapere dove andrai, ma comunque fare il passo.

***

Anche dopo alcuni mesi, quando la tempesta si era placata e tutto aveva preso contorni nuovi inconsueti ma ormai sopportabili Simonetta ripensava spesso a quella scena dautunno allautostazione. Non con terrore come allinizio, piuttosto con una curiosità amara verso sé stessa: chi era quella donna in pelliccia, che parlava di yacht e rideva del soprabito altrui? Cosa voleva dimostrare, a chi? Alla sconosciuta che stava al telefono pensando chissà a che, al lavoro, ai conti, alla fabbrica non certo alla pelliccia della signora di paese.

Ed ecco, quella era stata la risposta più chiara. Elena non laveva umiliata, non era scesa a vendette, non la guardava dallalto in basso. Semplicemente non ne vedeva il senso. Non perché fosse oltre in modo retorico, ma perché aveva altro da vivere.

La vita di Simonetta invece era tutta nellapparire: sembrare importante, riuscita, migliore. Temeva di valere meno di quanto immaginavano gli altri, e allora ogni parola su auto e pellicce, come se bastasse a darle sostanza.

Ma quella non era mai stata vita. Era solo una vetrina.

La vetrina era crollata, restava lei nuda, col vecchio cappotto. E si accorse che non era la fine. Era un inizio, sgradevole e imperfetto, ma reale.

Nel nuovo lavoro sedeva in un piccolo ufficio al terzo piano della fabbrica, ormai rinnovata e profumata di vernice fresca. Riceveva persone con i loro problemi, cercando di aiutarle a orientarsi tra pratiche e documenti. Lo stipendio era modesto. Ma la gente diceva grazie, qualcuno tornava solo per raccontare come era andata.

Sembrava un altro mondo rispetto a prima. Più faticoso, eppure tanto più leggero.

Con Elena si incrociavano raramente. A volte in corridoio, quando veniva in fabbrica. Elena la salutava come qualsiasi collega. Né calore né freddezza. Solo normale.

Un giorno si trovarono insieme davanti alla macchinetta del caffè. Simonetta si versava una tazzina, poi si fece da parte.

Come va il lavoro? chiese Elena.

Ci si abitua, rispose Simonetta.

Bene, fece Elena, e andò via.

Simonetta la seguì con lo sguardo e pensò che forse la vita funziona così. Non come al cinema, non con grandi discorsi o abbracci in lacrime. Solo: ciao, come va, e poi avanti. Perché la vita non si ferma, continua, e cè sempre altro da vivere.

Questo avrebbe dovuto capirlo trentanni prima. Ma meglio tardi che mai.

O forse, neanche questo è così sicuro.

Rate article
Add a comment

;-) :| :x :twisted: :smile: :shock: :sad: :roll: :razz: :oops: :o :mrgreen: :lol: :idea: :grin: :evil: :cry: :cool: :arrow: :???: :?: :!:

one × five =