Oksana arriva al colloquio di lavoro e rimane senza parole quando vede chi è seduto nell’ufficio del direttore

Molti anni fa, quando la memoria sembra avvolta in una leggera foschia e le scelte della vita si osservano con distacco, mi torna in mente la storia di Alessandra Romano. Per ventanni Alessandra aveva gestito la segreteria, risposto al telefono, dispensato sorrisi anche ai più scortesi e preparato il caffè ai dirigenti con una maestria tale che, una volta, sfiorò persino la promozione a responsabile della caffetteria. Eppure fu licenziata per una riduzione del personale. Così va la vita, si dice.

Ed eccola, dopo ventanni, ad affrontare un colloquio di lavoro.

Mi sembra ancora di vedere Alessandra ferma nellingresso, davanti allo specchio, mentre si parla da sola con una serietà quasi sacerdotale. Il tailleur andava bene. Lacconciatura in ordine. Il viso, beh, quarantasei anni non si nascondono, eppure non cedeva. Dopotutto, non cera ragione di agitarsi: solo un nuovo lavoro, un altro ufficio, una nuova scrivania, altri telefoni.

Lamica, Caterina, si era offerta di accompagnarla e, nellascensore, laveva spronata con fare complice:

Fatti coraggio. Sei una professionista, ventanni di esperienza contano eccome.

Ventanni, eppure mi hanno mandata via, aveva ribattuto Alessandra.

Meglio, così hai tanta esperienza.

Caterina, vai a lavorare che fai tardi.

Lufficio si trovava in una viuzza tranquilla di Firenze. Un edificio di quattro piani con colonne, porte a vetro e un portiere in giacca, come si usava nei posti importanti. Alessandra sistemò la schiena, fece un respiro profondo e si diresse allingresso.

Alla reception, la segretaria le indicò il terzo piano:

Il direttore la aspetta. Ufficio trecentodue.

Terzo piano. Corridoio chiaro. Porta con la targhetta di ottone.

Alessandra bussò, entrò.

E rimase di sasso: dietro la scrivania sedeva Marco.

Il suo ex. Proprio lui. Colui a cui un giorno aveva tolto una scheggia dal dito, nutrito con panzerotti prima degli esami, perdonato errori che non si dovevano perdonare. Dopo di lui, aveva dormito male per tre anni.

Lui guardava lei. Lei, lui.

La pausa fu di quelle che dividono la strada della vita: o resta, o esci. Non esiste una terza via.

Ecco, questa, pensò Alessandra con uno stupore quasi divertito, è la famosa ironia del destino.

Marco era in forma. E questa fu la vera ingiustizia.

In tutti quegli ultimi otto anni, Alessandra aveva immaginato mille volte un incontro casuale con il suo ex marito e, in quella fantasia, lui appariva sciupato, ingrassato, segnato dal tempo; qualcosa doveva pur essere cambiato in chi sapeva ferire così a fondo.

E invece no.

Lui era seduto dietro una scrivania elegante, in un abito di buon taglio, con uno sguardo di chi ormai aveva fatto pace con la propria coscienza. I capelli leggermente grigi alle tempie. Sul tavolo, un portatile, unagenda, un piccolo cactus. Un cactus, pensa te. Un simbolo.

Alessandra, disse lui. Non signora Romano, non salve, solo Alessandra. Come se la sera prima fossero stati ancora a cena insieme.

Ciao, Marco, rispose lei.

Marco le indicò la sedia. Alessandra si sedette, posando la borsa sulle ginocchia, come se dovesse afferrarsi a qualcosa. Anche se fosse solo una borsa.

Ho già dato unocchiata al tuo curriculum, disse lui indicando i fogli.

Bene.

Ventanni in segreteria. Un bel traguardo.

Sì.

La voce di Marco era piana, misurata. Guardava un punto al lato del viso di lei, evitando lo sguardo diretto. Come chi capisce tutto, ma finge il contrario.

Ahi, si gioca a fare i professionisti, ragionò Alessandra, daccordo, giochiamo.

Raccontami qualcosa della tua ultima esperienza lavorativa chiese allora Marco.

Così iniziò.

Alessandra parlava chiaro, con sicurezza: mansioni, responsabilità, gestione documenti, software, personale. E però, dentro di sé, correva un altro discorso.

Questo è luomo che ti ha detto non mi capisci ed è corso da Giulia della contabilità.

Che programmi usavi?

Elencava, mentre pensava: è la persona per cui non riuscivi a mangiare per tre mesi, e a dormire bene per altri sei.

Ti occupavi di incontri con i partner aziendali?

Sì, organizzavo appuntamenti e supervisionavo la documentazione per il management.

Eccolo lì, dietro un tavolo. In giacca elegante.

Marco annuiva, prendeva appunti sullagenda, o faceva finta. Alessandra seguiva il movimento della penna con la coda dellocchio e pensava: che sottile sadismo ha la vita, a volte.

Fuori, la via silenziosa, foglie secche sui sampietrini, un ottobre come tanti. Dentro quellufficio invece, scorrevano otto anni, una separazione, avvocati per la casa, udienze per la casa al mare, notti in cui chiamava Caterina solo per non dire nulla, incapace di parlare.

E lui, lì, col cactus.

Perché hai lasciato il tuo precedente impiego? domandò Marco, la voce senza inflessioni.

Hanno tagliato il personale. Hanno sciolto tutto il reparto.

Capisco. Pausa. Hai lavorato bene con i vertici aziendali?

Certo. Intrattenevo rapporti diretti con lamministratore delegato e il consiglio.

Sai mantenere la riservatezza?

La so mantenere.

Marco finalmente la fissò negli occhi. Qualche secondo, in silenzio. Alessandra sostenne lo sguardo. Senza un sorriso, né ostilità. Solo uno sguardo.

Bene, disse Marco. Posò la penna. Vorrei continuare la conversazione in modo meno formale. Ti va un caffè?

Fu in quel momento che Alessandra sentì una lieve tensione dentro, non paura, ma il presagio che ora la conversazione avrebbe preso unaltra piega. Doveva essere pronta.

Va bene, rispose con calma.

Marco si alzò e andò verso la piccola caffettiera vicino alla finestra. Le dava le spalle. Alessandra lo osservava e pensava: dirà qualcosa. Qualcosa di scomodo, importante, il vero motivo di questo caffè.

La macchina borbottò, sbuffando vapore.

Sei in gran forma, commentò Marco, senza voltarsi, dandole del tu.

Alessandra rimase zitta.

Lui le porse una tazzina, tornò al proprio posto.

Davvero.

Alessandra guardò il caffè, poi lui.

Grazie, rispose composta.

Breve silenzio.

Alessandra, devo dirti una cosa. Non da direttore. Da persona che ti conosce.

Ecco, questo sì che è interessante, rifletté Alessandra. Interessante, e un po pericoloso. Come vedere il pilota uscire dalla cabina in volo, col viso di chi vuole dire qualcosa di importante, non fondamentale, ma importante.

Sono contento che tu sia venuta proprio qui, dichiarò Marco.

È stato un caso, minimizzò lei.

Forse, sorrise appena. Ma te lo assicuro, sono felice. Hai subito mostrato professionalità, e io ho bisogno di una persona così.

Daccordo.

Però vorrei che chiarissimo una cosa. Presa di fiato. Marco misurava le parole come chi cammina su un lago ghiacciato. Vorrei che fossimo chiari, senza trascinarci dietro vecchie storie. Un foglio bianco, diciamo.

Eccolo lì, il punto.

Alessandra depositò la tazzina.

Un foglio bianco. Così si chiama. Otto anni e foglio bianco. Tribunale per la casa, foglio bianco. Tre mesi senza riuscire a pranzare, pure quello, evidentemente, foglio bianco.

Rimase zitta, in silenzio. Lo scrutava, come si squadra qualcosa che vuoi valutare bene prima di prendere una decisione.

Marco, disse infine. Quindi tu mi offriresti il lavoro solo se faccio finta che il passato non esista?

Lui ebbe un leggero fremito del sopracciglio.

Ti propongo di ricominciare da zero. Non è la stessa cosa.

No, rispose Alessandra. È proprio la stessa cosa.

Silenzio. Il cactus immobile sulla scrivania.

Senti continuò Alessandra il passato non lo tiro fuori, non ho alcuna voglia né tempo. Ma neanche posso far finta che non sia mai esistito. Perché è parte della mia vita, non una pagina che si gira e si scorda.

Marco la guardava. Silenzioso.

Io sono qui per un colloquio, concluse Alessandra. Non per una serata di nostalgia. Se cerchi una professionista con ventanni di esperienza, posso discuterne. Ma se desideri che ignori otto anni della mia vita, allora non sono la persona che cerchi.

Prese la tazzina. Assaporò un sorso. Il caffè era ottimo, lo pensò con uno strano, distaccato piacere.

Marco restava in silenzio, fissandola con unespressione che Alessandra capì solo dopo: rispetto.

Sei cambiata, disse lui piano.

Sì, convenne Alessandra. Otto anni cambiano una persona.

Marco si alzò, andò alla finestra, guardò fuori sulla strada. Poi si voltò.

Alessandra, la voce più sommessa, lo so che ho sbagliato. Non è davvero un foglio bianco. Avevi ragione tu. Tutto quello è successo, e mi sono comportato male.

Alessandra lo fissò.

Questa non se laspettava. In otto anni aveva fantasticato questo incontro in mille versioni. Che lui si arrabbiasse, che facesse finta di nulla, magari che fosse perfino magnanimo. Nessuna, però, in cui lui semplicemente ammettesse di avere sbagliato.

Fa piacere sentirlo, ammise Alessandra, dopo un attimo. Anche se ormai è tardi.

Già, confermò lui. Tardi.

Ora il silenzio era lieve, pacifico. Uno di quei silenzi che giungono dopo aver detto tutto quello che si poteva.

A proposito del lavoro, riprese Marco. Vorrei offrirti il ruolo di responsabile del dipartimento amministrativo. Una posizione superiore alla segreteria. Condizioni adeguate. Decidi tu.

Alessandra rifletté in silenzio.

Ci penso, disse poi.

Va bene.

Si alzò, prese la borsa, Marco si alzò a sua volta, senza titoli o formalità.

Alessandra, la chiamò mentre era già verso la porta.

Lei si voltò.

Grazie per non essere uscita subito, appena mi hai visto.

Alessandra salì solo un attimo negli occhi.

Anche io pensavo che me ne sarei andata, fu sincera.

Nel corridoio, Alessandra si fermò un istante davanti alla porta chiusa.

Fuori, Caterina laspettava con una tazzina di caffè del distributore automatico. Vide Alessandra, lesse qualcosa nel suo viso, e chiese subito:

Allora?

Mi hanno offerto il posto, rispose Alessandra.

Buono?

Sì. Responsabile amministrativo.

Wow, Caterina tacque un attimo. E il direttore chi sarebbe?

Marco.

Caterina rimase a guardarla.

Marco?! Il tuo Marco?!

Lex, precisò Alessandra.

E tu?

Ho detto che ci penserò.

Alessandra prese la tazzina, bevve un sorso. Certo, il caffè del distributore non aveva nulla a che vedere con quello in ufficio. Ma sapeva più di casa.

Si incamminarono lungo la stradina. Le foglie sotto i piedi frusciavano tipicamente dottobre, come un tempo. Il sole tiepido non riscaldava davvero, ma faceva solo compagnia.

Però questa volta ho scelto io, sorrideva appena Alessandra. Davvero io. Non lui.

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Oksana arriva al colloquio di lavoro e rimane senza parole quando vede chi è seduto nell’ufficio del direttore
L’Ingiustizia – Mamma, – domandò di nuovo Alina, – perché mi sono arrivati solo trecentotrentamila euro invece di un milione? Che cifra è questa? Si sentiva il phon in funzione dall’altra parte. Lo spense e rispose ad Alina: – Sì, va tutto bene – la mamma, Vera, aveva gestito abilmente il milione altrui – Trecentotrenta. Ma ad Alina spettava molto di più. – Trecentotrenta? E gli altri seicentosettanta? Io aspettavo il milione, praticamente tutto quanto. Sono i soldi di papà, dovevi versarmeli dopo la vendita dell’appartamento. – Dai, Alina, non ricominciare con la tua contabilità, – replicò la mamma – Sai che ho fatto tutto in modo onesto. – Onesto come? – il parquet sotto i piedi scricchiolava come a indignarsi con lei – Ti ho dato la delega per vendere l’appartamento che ho ereditato da papà. Ti ho chiesto di trasferirmi i soldi. E ora? Dove sono finiti? Alina capì che non era il caso di rilassarsi prima del tempo. – Li ho trasferiti! – riprese a funzionare il phon – Solo che ho agito come madre. Come una buona madre. Ho diviso i soldi fra tutti i figli. In parti uguali. La tua legittima parte è lì. La sua legittima intera, però, doveva esserle data. – Hai diviso l’eredità di mio padre in tre? Tra me e loro? – Alina si riferiva ai suoi fratellastri – Mamma, sono solo miei soldi! Mio padre! Io ho un padre diverso da loro, se ti fosse sfuggito. – Che importa chi è il padre? – mamma asciugava i capelli – I soldi sono di tutti. E loro sono tuoi fratelli. Sono la tua mamma. Secondo te dovevo startene a guardare mentre tu sola gestivi tutti quei soldi e i tuoi fratelli restavano a mani vuote? Non potevo permettere ingiustizie! Ho messo tutti alla pari. Se solo potessi tornare al giorno in cui hai firmato quella delega, ti daresti uno schiaffo da sola… – Alla pari? Hai diviso il mio milione in tre parti! Trecentotrentamila! E il resto? L’appartamento valeva pure qualcosina di più. – Sì, dopo tutte le tasse era poco più di un milione – rispose Vera – Ho arrotondato. E il resto ho tenuto io per le fatiche. Te la saresti sbrigata tu tutta quella burocrazia? No! Io ho fatto tutto, mentre tu lavoravi. – Non ti sarà pesato troppo, eh? – Non parlare così! – sbottò la mamma – Tuo padre era pure tuo padre, ma io sono tua madre, decido io. E poi tu sei grande, sei la maggiore, ti serve meno che a loro. Ho diviso equamente. I ragazzi devono presto mettere su famiglia. Tu sei una ragazza, non ti serve molto. – Scusa, quindi io non dovrei mettere su famiglia? O devo vivere all’osso perché sono donna e non mi serve nulla? – punzecchiò Alina – Versami il resto, mamma. Subito. – No. Secco. Punto e basta. La mamma sapeva che Alina non avrebbe fatto niente. Denunciare la propria madre per soldi? Ma va. Nessuno capirebbe, anzi la giudicherebbero. E poi, è pur sempre la mamma, qualche rapporto ancora c’è. Qualche settimana dopo, sistemate le sue finanze, Alina vide delle foto sui social. Vania si faceva bello davanti a una Polo blu nuova. Dima pubblicava: – Nuovo gioiellino! I fratelli si erano comprati una macchinina ciascuno. Bene. Lei invece aveva messo da parte i suoi 330mila euro e decise di aspettare. La pazienza, diceva la nonna, è d’oro. Passò più di un anno. Alina lavorava, risparmiava, faceva progetti. Aveva lasciato correre la faccenda ma non aveva dimenticato. La mamma si comportava come sempre: chiamava, chiacchierava, raccontava le sue novità. Ma oggi la voce della mamma era così strana da farle venire i brividi. Alina si preoccupò. – Che è successo, mamma? – La nonna… – Vera esitò – la nonna di Vania e Dima… stamattina è venuta a mancare. Alina si sentì estraniata, quasi da film. Quella nonna non era la sua, non aveva mai avuto un ruolo nella sua vita. Era solo “la suocera di mamma” o “la nonna dei fratelli”. Ma umanamente, certo, dispiace. – Oh, mi dispiace. – Bisogna occuparsi del funerale, di tutti i documenti, non ho tempo… Io sono da sola, i ragazzi… non sanno come comportarsi. Puoi venire? Mi aiuti? Non è per cattiveria, ma Alina non poteva chiedere un permesso al lavoro. – Mamma, non posso proprio mollare tutto e volare al funerale di una persona che avrò visto forse tre volte in vita mia, – rispose Alina. A casa di quella nonna non era mai stata invitata. – Dai, ti prego! – supplicò la mamma – Ho proprio bisogno. – Non posso venire, ma ti aiuto con i soldi. Quanto serve? Dimmi la cifra e ti faccio subito un bonifico. La mamma all’inizio volle rifiutare, ma pensò che i soldi non fanno male. – Non è lo stesso… ma va bene. Puoi aggiungere ventimila euro? – Sarà fatto. E ti mando anche qualcosina in più, così non devi preoccuparti delle spese piccole. Consideralo un mio omaggio… per la memoria… della loro nonna. – Grazie, Alina. Sei sempre d’aiuto. Alina chiuse, sentendosi terribilmente soddisfatta. Aveva una scusa: non era andata, ma aveva aiutato. Nessuno poteva rimproverarla. Passarono sei mesi. Il funerale era roba vecchia. Dima e Vania sembravano aver già comprato altre “giocattoli”, forse moto o smartphone. Un martedì tranquillo, Alina decise che il momento era arrivato. Chiamò la mamma seduta in mensa, prima di una riunione. – Ciao mamma! Come va? – Alina cara! Tutto bene. Dima ha trovato un lavoro nuovo, meglio di prima. Vania… anche lui bene, ha una nuova ragazza. – Sono contenta per loro – rispose Alina – Mamma, volevo chiederti una cosa… – Che cosa? – la mamma era subito sulla difensiva. – Immagino che dopo sei mesi dalla morte della nonna sia tutto sistemato, giusto? Tutti hanno preso la loro eredità. Questa volta la conversazione era ancora più pesante di quando le aveva chiesto dei 330mila euro. – Alina, che intendi? Certo che sì. – E quindi, dov’è la mia parte di quell’eredità? – Che eredità? – la mamma fece finta di niente, ma Alina la riconosceva quando mentiva – la riconosceva subito. – Quella della nonna. – Ma non era tua nonna. – E che cambia? – portò la mamma sulla sua stessa logica – Sono tua figlia, hai detto che nessun figlio va discriminato. Il mio milione l’hai diviso equamente fra noi tre. Hai fatto pari. Come hai sempre detto. – Ma questa è un’altra cosa! – Vera si agitò – È proprio un’altra cosa! – Cosa cambia? Tu dicevi che l’eredità è di tutti, che decidi tu perché sei la madre e tutti i figli vanno sostenuti! – Non mettere tutto sullo stesso piano… – Che comodo! – rispose Alina con sarcasmo – Prima, quando si trattava del mio milione, l’eredità di mio padre era di tutti e si divideva. Invece ora, con la casa della loro nonna, guarda caso l’eredità è rigorosamente familiare e solo dei tuoi “maschi”? – Non attaccarti a questi dettagli! – la mamma si indispettì – Vorresti forse prenderti pure i soldi della suocera? E cosa dovrebbero dire i ragazzi? – Voglio solo applicare la tua logica: quando hai usato la mia fiducia per prenderti un terzo dei miei soldi, hai detto che “abbiamo tutti la stessa madre, quindi è tutto in comune”, – spiegò Alina – Ora vorrei che tu applicassi la stessa identica logica. Hai aiutato loro a vendere la casa, vero? – I soldi sono già stati spesi. – Spesi per cosa? Macchine? Ristrutturazioni? Bene, anch’io vorrei. Dove sono i miei soldi, mamma? Mi hai detto che devo accontentarmi, perché sono donna, ma non sono d’accordo. La mamma cercava di capire come uscire dalla trappola che aveva costruito da sola. In famiglia era sempre stato così! Per i ragazzi il patrigno era padre, a loro il meglio. Quella nonna non aveva mai voluto Alina, era “la straniera”, non sarebbe mai stata sua nipote. E la mamma non l’aveva difesa. – Ma che persona sei? – la mamma senza argomenti – Ma perché ci tieni così tanto a quei soldi? Tu lavori. Sei giovane, stai bene. Tu non hai bisogno di molto. Invece Dima e Vania devono pensare alla casa. Sono uomini! Loro hanno più difficoltà! – Quindi la tua logica ora è questa: l’eredità del papà è per tutti perché siamo fratelli e sorella; quella della loro nonna è solo loro perché sono maschi e io sono la femmina che non deve pretendere? – Non essere arrogante – disse la mamma – Da dove ti viene tutta questa avidità? La mamma non ammetterà mai di aver sbagliato. Alina è una ragioniera avara solo perché osa pretendere giustizia. – Forse non lo sai, ma secondo la delega tu avresti dovuto versarmi tutto l’importo della casa. Il termine per contestare non è ancora scaduto. Non sto dicendo che lo farò, ma… – Alina!! Mi stai forse minacciando? – la mamma bisbigliò spaventata. – No, mamma. Ma posso ancora reclamare i miei soldi. Pensaci. Dopo un solo mese, ad Alina arrivò finalmente tutto quello che le spettava. Poi la bloccarono ovunque, senza neanche un grazie.