Sono andata a un altro appuntamento dopo aver conosciuto qualcuno online e non immaginavo nemmeno che la mia vita sarebbe cambiata per sempre

Sono andata a un altro appuntamento dopo un incontro online e non avevo idea che la mia vita stesse per cambiare per sempre

Stavo indossando il cappotto davanti allo specchio nellingresso e pensavo che forse era meglio se fossi rimasta a casa. Avevo le gambe che mi facevano male dopo otto ore in piedi alla cassa del supermercato e poi quasi unora a camminare a piedi, perché il bus era passato troppo presto e il successivo non era mai arrivato. Fuori pioveva leggermente. In tasca il telefono con la chat ancora aperta, riletta almeno cento volte.

Lui si chiama Antonio, quarantuno anni, ingegnere civile. Nella foto del profilo: accanto a una macchina, camicia chiara, sorriso sereno. Aveva scritto per primo tre settimane fa: Ho visto che ti piace leggere, anche a me. Cosa leggi in questo periodo? Niente ciao bella o emoji con la fiamma. Io ho risposto.

Tre settimane di messaggi, ogni sera, a volte fino alle due di notte. Mi chiedeva della mia giornata di lavoro, rideva delle mie storie assurde sui clienti, una volta mi ha suggerito un libro lho letto tutto nel weekend. Si ricordava che non bevo caffè, che sono allergica ai gatti, che mia madre vive a Genova e che la sento ogni domenica.

E adesso lincontro. Al bar in via Garibaldi, alle sette di sera.

Mi sono guardata allo specchio. Quarantadue anni, le occhiaie ormai inamovibili da qualunque fondotinta. I capelli li avevo tinti da sola, il venerdì per fortuna mi era venuta bene, quasi come in parruccheria. Vestito blu, quello dellultima cena aziendale di tre anni fa. Niente male. Non peggio delle altre.

Il telefono ha vibrato.

Sto arrivando. Vieni davvero?

Ho sorriso un po storta. Nellultimo anno e mezzo ho avuto sette appuntamenti. Sette. Uno era sposato lha detto davanti al caffè, come se fosse normale. Un altro ha passato la serata a parlare della sua ex moglie, così tanto che quasi quasi la capivo. Il terzo voleva che dividessimo il conto (ok, ci sta), ma poi ci è rimasto male se non lho invitato a casa. Il quarto, il giorno dopo, mi ha scritto: Sei simpatica, ma non fa per me. Il quinto è sparito. Il sesto, dopo una settimana, mi ha chiesto in prestito settecento euro. Il settimo era tanto carino ma così noioso che a metà serata pensavo alla lista della spesa.

Allottava, ho detto al mio riflesso. Lottava non è la settima.

E sono uscita.

***

Dentro al bar cera un profumo di cannella e tepore. Sono arrivata tre minuti in anticipo, mi sono seduta vicino alla finestra, ho ordinato un bicchiere dacqua. Guardavo fuori: la gente sotto gli ombrelli, qualcuno con il cane che si fermava davanti a ogni pozzanghera.

Marina?

Mi sono voltata.

Antonio assomigliava proprio alla foto buon segno, dato che non sempre è così. Un po più alto di quanto immaginassi. Un accenno di capelli grigi. Giacca umida, era venuto a piedi dalla metro.

Sì, ho detto alzandomi per istinto. Ciao.

Ciao. Mi ha stretto la mano, si è seduto di fronte. Ho corso eppure sono arrivato in ritardo di due minuti. Scusa.

Ho fatto giusto in tempo ad arrivare.

Ti ho vista entrare dalla finestra, in realtà. Sei arrivata prima.

Sono scoppiata a ridere, non so bene perché.

Mi spiavi?

Ero fermo al semaforo e ho visto un cappotto blu. Ho pensato: sarà lei.

La cameriera ha portato i menù. Lui lha aperto, guardato e poi posato subito.

Hai fame? mi chiede. Io sì. Facciamo una cena vera, non solo un caffè.

Va bene, accetto.

Ordiniamo. Lasagna per lui, ribollita per me, pane. Lui chiede tè, io succo allarancia. La cameriera si allontana e restiamo lì, uno di fronte allaltra.

Beh… dice lui. Un po imbarazzante, no?

Molto, dico io.

Più facile via messaggio.

Molto di più.

Potremmo far finta di scriverci anche qui, propone serio. Tiro fuori il telefono, tu il tuo e ci messaggiamo di fronte.

E allora perché essere qui?

Eh già, sorride. Idea stupida.

E limbarazzo, improvvisamente, sparisce. Non so dire quando, ma a un certo punto non cera più.

Abbiamo chiacchierato per due ore e mezza. Prima del libro che lui mi ha consigliato. Poi del lavoro. Lui raccontava dei suoi cantieri, di quando una volta hanno quasi buttato giù un muro portante per colpa di un disegno sbagliato ridevamo, sembrava una scena da un film. Io gli ho parlato di una signora che viene ogni venerdì a comprare pane, kefir e biscotti Gentilini ogni volta resta dieci minuti a scegliere tra due pacchi identici di biscotti, controlla la scadenza e prende quello che scade più tardi, anche se la differenza è di tre giorni.

Tre giorni possono fare la differenza, dice.

Concordo. Lei ha ragione.

Sentivo che mi ascoltava. Non come chi vuole impressionare, ma proprio con attenzione vera.

Sei stanca oggi, dice a un certo punto.

Si vede?

Un po. Ti tocchi spesso qui, indica la spalla.

Tolgo la mano. Avevo spalla e braccio doloranti dalla mattina e non ci avevo fatto caso.

Otto ore in piedi, spiego. Ormai ci sono abituata.

Ma non per questo è meno pesante, dice con semplicità.

Resto zitta un secondo.

Sei il primo che lo dice, ammetto.

Cosa?

Che abituarsi non vuol dire che è facile.

Annuisce. Non aggiunge nulla. E così doveva essere.

***

Fuori il temporale era aumentato. Sotto la tenda del bar, mi allacciavo il cappotto, lui con lombrello già aperto.

Dove devi andare? chiede.

A Quarto. Il bus è qui allangolo.

Ti accompagno.

Non serve, rispondo subito. Riflesso automatico dopo sette appuntamenti: mai accettare subito, finché non sia tutto ok.

Capisce. Non si offende, non insiste.

Allora ti porto almeno fino al bus, se va bene.

Va bene.

Camminiamo. Sotto lombrello ci stiamo stretti, lutto lui lo tiene sopra tutte e due, e le nostre spalle sono quasi incollate.

Marina, mi dice arrivati allangolo, posso chiederti una cosa, e sentiti libera di dire di no.

Chiedi.

Ti andrebbe di rivederci? Non tra un mese, ma presto. Tipo questo fine settimana. Conosco un posto dove fanno delle ottime torte salate e ci si può fermare quanto si vuole.

Il bus già si intravede. Io però guardo lui, non il bus. E penso alle altre sette uscite: lo sposato, quello dei quindicimila euro, il noioso…

Sabato? chiedo.

Sabato.

Va bene.

Il bus arriva, corro. Lui mi urla qualcosa ma non capisco, mi giro già sulla porta.

Alle due! grida. Ti scrivo lindirizzo!

Ok! rispondo io.

Salgo. Trovo posto vicino al finestrino. Il bus riparte, vedo Antonio fermo ancora allangolo con lombrello, che mi saluta con la mano. Alzo la mia, anche se lui probabilmente non vede niente attraverso il vetro bagnato.

Fa niente. Va bene così.

***

Sul bus non riuscivo a smettere di sorridere. Davanti a me un signore anziano con una sporta continuava a lanciarmi occhiate incuriosite. Mi rigiro verso il finestrino bagnato: strade piene dacqua, lampioni gialli, vetrine illuminate.

E pensavo a quellombrello sopra tutte e due. Una sciocchezza un ombrello. Eppure lanno prima, a un altro appuntamento quello che parlava solo dellex moglie cera piovuto addosso, ma lui tenne lombrello solo per sé. Io accanto, zitta. Non se ne accorse.

Un ombrello per due. Sembrerà banale.

Arrivata sotto casa il telefono vibra.

Tutto ok? Arrivata?

Sorrido di nuovo. Il signore della sporta era già sceso, non cera più nessuno a cui sorridere.

Sì, grazie. Anche tu.

Buonanotte, Marina.

Buonanotte.

Entro, prendo lascensore, tolgo il cappotto. Lo appendo e resto un attimo a guardarlo azzurro, ancora un po umido sulle spalle. Cinque anni che ce lho. Volevo buttarlo lanno scorso, alla fine ho cambiato idea. Meno male.

Vado a letto e dormo poco. Pensavo che la serata era stata semplice. Semplice, è la parola. Non forzata, senza pause imbarazzate, senza sensazione da colloquio di lavoro. Solo semplice. Come se ci conoscessimo da una vita.

E in fondo ci scrivevamo ogni sera da tre settimane. Non è poco.

***

Sabato quel posto era proprio piccolo: dieci tavoli, panche di legno, vasi di gerani alle finestre. Le torte salate erano davvero buone: cavolo, mela, carne. Ne prendiamo tre a testa, tè in tazze enormi.

Raccontami di tua mamma, dice. Hai detto che è a Genova.

Ti ricordi?

Mi ricordo tutto.

Lo guardo fisso.

Fa quasi paura, confesso. Quando uno si ricorda tutto.

Perché?

Perché viene voglia di raccontare ancora, e poi ti abitui. E dopo… fa paura perdere tutto questo.

Ci pensa un attimo.

Hai già perso?

Sì.

Anche io. Prende la tazza tra le mani. Mia moglie è andata via sei anni fa, insieme da dodici. Per tanto tempo ho pensato fosse colpa mia, poi ho capito che proprio non ci incastravamo. Succede.

Succede, dico anchio.

Avevi marito?

Sì. Nove anni fa abbiamo divorziato. Niente figli. Lui è andato in unaltra città, non ci sentiamo più. Tutto ok.

Ti senti sola? chiede diretto.

Non me laspettavo. Ho voglia di dire no, bene, buttare sul ridere, cambiare discorso, ma invece ammetto:

Sì. A volte tanto.

Anche io, dice. Per quello mi sono iscritto lì. Quattro mesi. Sei la prima che ho voluto incontrare.

Davvero?

Davvero. Alle altre non ho nemmeno scritto. Tu, al profilo, hai scritto di Pavese. Ho pensato: questa è una persona.

Scoppio a ridere.

Solo per Pavese?

Per come lhai scritto. Poche parole, senza frasi fatte: Pavese. Sciascia. Mi piace lonestà. Ho pensato: questa sa cosa cerca.

In realtà non lo so cosa cerco, ammetto.

Nessuno lo sa, dice lui. Va bene così.

Restiamo fino alla chiusura. La padrona una signora sui sessanta, con il grembiule ci porta unultima fetta di torta in omaggio: Prendete, tanto domani è secca. Antonio la ringrazia per nome scopro che viene qui spesso, la conosce da anni.

Vieni spesso? chiedo.

Prima con un amico. Ora lui è andato a Milano, ogni tanto vengo da solo.

Triste.

A volte, dice. Ma oggi sono con te.

Lo guardo. Ricambia lo sguardo. Niente grandi silenzi, niente frasi troppo pensate, solo uno sguardo calmo.

Come si chiama? chiedo, indicando la proprietaria.

Si chiama Lucia. Ha una figlia a Bologna, nipotini. Ogni venerdì li chiama un paio di volte ho sentito, parlano sempre a lungo.

Tu noti le persone, dico.

Ci provo. Prende un pezzo di torta. Papà diceva: guarda come uno si comporta con chi non gli deve niente, lì si vede il carattere.

Era saggio tuo padre.

Molto. Ha un tono appena diverso, più basso. È morto sette anni fa, infarto. Non sono arrivato in tempo.

Mi dispiace, dico piano.

Non preoccuparti. Ci si convive, impari a conviverci, e basta. Pausa. Ti sarebbe piaciuto.

Perché dici così?

Anche tu noti le persone.

Butto locchio a Lucia che canta alle casse e pulisce. Qualcosa di vecchio, non capisco la canzone.

Antonio, dico. Non sei come gli altri.

Gli altri chi?

Rifletto.

Quelli che vengono a un appuntamento solo per piacere. Tu non… forzi. Parli solo.

E cosa cè di male, nel voler piacere? chiede senza offendersi.

Niente. Solo che quando uno si sforza si sente. Si sta stretti.

Capisco, annuisce. Dopo il divorzio ho provato anche io. Sforzarmi di essere quello che gli altri volevano: troppo sorrisi, troppe frasi fatte. Non funziona.

Non funziona, concordo.

È andata meglio quando ho smesso. Ora sono solo io, chi vuole bene, chi no va bene lo stesso.

Saggio.

Non sono saggio, dice. Solo stufo di fingere. Sorride. Una sorrisi diversa, più silenziosa. Tu mi piaci, Marina. Anche se forse è presto per dirlo.

Forse sì.

Ma lo dico lo stesso.

Lucia ci porta altro tè, senza chiedere, posando la teiera sul tavolo.

State tranquilli, dice. Qui nessuno vi caccia.

Non avevamo alcuna fretta. Ormai sono abituata agli imprevisti.

Lo so.

Non puoi saperlo.

Me lo hai raccontato, dice lui, dolce. Non proprio diretto, ma si capiva.

Silenzio.

Cosa hai capito?

Che hai smesso di farti illusioni. Che vai agli appuntamenti e aspetti solo che qualcosa vada storto. Che sai stare da sola, e questa è sia la tua forza che il tuo scudo.

Lo guardo e taccio.

Non è una critica, aggiunge. Solo: ho capito.

Fuori era già buio. Lucia sistemava. Stringevo la tazza tra le mani, il tè era freddo.

Ho paura, ho detto finalmente.

Anche io, dice. Ma sto qui.

***

Il giorno dopo mi ha chiamata. Ha proprio chiamato, non scritto.

Sei a casa?

Sì.

E la gamba? Avevo detto venerdì che lavevo sbattuta. Va meglio?

Va meglio, sorrido. Antonio, mi hai chiamato solo per la gamba?

Non solo. Avevo voglia di sentirti. Non ti dà fastidio?

No, rispondo. Affatto.

Chiacchieriamo mezzora, niente di particolare lui mi racconta di un cantiere, io del solito caffè con mia madre. Mia mamma mi domanda se cè qualcuno. Dico: forse. Lei dice: Finalmente.

Tua madre è una persona saggia, dice Antonio.

Come fai a saperlo?

Si sente come ne parli.

Sono seduta in cucina, è tardo pomeriggio domenicale, profumo di minestrone dal vicino. Tengo il telefono e penso che fino a una settimana fa questa chiamata non esisteva. Nemmeno lui.

Antonio, dico.

Sì?

Grazie di avermi scritto, quel giorno.

Un attimo di silenzio.

Grazie di aver risposto, dice lui.

***

I giorni dopo mi sono ritrovata ad aspettare la sera. Prima era solo la fine del turno, bus, cena, tv, letto. Ora la sera cera lui. Non sempre una chiamata, magari solo messaggi, a volte lunghi, a volte un paio di frasi. Ma cera.

Una volta mi manda un messaggio alle dieci e mezza: Non dormo. Leggo. E tu?

No.

Cosa fai?

Guardo il soffitto.

Pausa.

È bene o male?

Oggi bene.

Allora va bene, mi risponde. E basta così. Ma quel allora va bene era meglio di qualsiasi parola.

Mamma mi richiama la domenica, come sempre. Come stai, dice. Non è una domanda, è unaffermazione.

Bene, mamma.

Bene… hai una voce diversa.

Diversa come?

Non so… più dolce forse.

Resto in silenzio.

Cè una persona, ammetto.

Lavoro?

No. Ci siamo conosciuti su internet.

Silenzio di riflessione.

Va bene, dice. Oggi si fa così. Pausa. A posto?

Mi sembra di sì.

O è sì o è no.

Mamma.

Chiedo solo.

È a posto, dico.

Allora va bene. E sento tra le righe quel finalmente che non ha detto. Stai attenta però.

Sempre, mamma.

Lo so. Ma a volte dovresti lasciar entrare la gente.

Ci provo.

Lo so, sei intelligente. Pausa. Come si chiama?

Antonio.

Bel nome.

Sorrido.

***

Passa un mese.

Ci vediamo ogni settimana a volte anche due. Una volta mi scrive in pausa pranzo: Sono vicino al tuo lavoro, il cantiere è qui a due isolati. Hai venti minuti?

Ci sediamo sulla panchina vicino alla fontana spenta, novembre. Lui col giaccone da lavoro e tablet, io col gilet della divisa. Beviamo lui caffè, io succo.

Il cantiere? chiedo.

Stanno rifacendo un vecchio edificio. Più interessante che partire da zero, devi capire cosa era stato pensato prima, rispettarlo.

Rispettare il lavoro degli altri, dico io.

Esatto. Mi guarda. Sai dire bene le cose.

Quando va via mi saluta dalla curva. Torno alla cassa. La collega, Silvia, ventisei anni, sempre informata su tutto, mi squadretta.

Alto, dice.

Taci, Silvia.

Sorridi, Marina.

Sto zitta. Ha ragione però.

Un giorno è venuto ad aggiustarmi il rubinetto che perdeva. Io protestavo, lui: Ci penso io, faccio subito. In effetti ci ha messo venti minuti. Alla fine mi lascia una bustina.

Guarnizione di scorta. Tieni, per la prossima volta.

Sei venuto con la guarnizione già pronta?

Diverse, dice, serissimo. Non si sa mai.

Poi beviamo il tè, gli faccio vedere le foto della vacanza in Dolomiti otto anni fa montagne, fiume, tenda. Le guarda pieno di attenzione.

Andavi in montagna?

Tre volte. Poi ho smesso, non avevo compagnia.

Io ci vado ancora ogni estate. Questanno pensavo allAbruzzo. Ti va?

Mi stai invitando in montagna?

Sì.

Ci conosciamo da un mese.

Lo so, dice lui. Se è presto non importa. Linvito resta.

Lo guardo. Tiene la tazza, guarda le foto. Calmo, nessuna pressione.

Ci penso, dico.

Ok, dice.

Ad aprile ho detto sì.

***

Non era come mi aspettavo. Non un ristorante, non fiori, nessuna frase fatta. Semplicemente passeggiavamo lungo lArno, aprile, il freddo ancora nellaria. Mi teneva la mano era già successo, senza pensarci, due o tre uscite fa. Parlavamo, poi si ferma.

Marina.

Sì?

Devo dirti una cosa importante.

Mi fermo anche io, la gente ci gira intorno.

Non sono bravo con le parole, dice. Ma so di stare bene con te, che ti penso ogni giorno. Sono contento di averti scritto, quella volta.

Antonio…

Non ti chiedo niente di spaventoso, aggiunge, veloce. Solo che tu sappia che ci sono, non ho fretta, non vado da nessuna parte.

Lo guardo. Il fiume, il vento, la città sotto di noi.

Non vai via, ripeto.

No.

Non dico altro. Gli stringo la mano, riprendiamo a camminare.

Questo era sufficiente. E lo sapevamo tutti e due.

***

A luglio siamo andati davvero in Abruzzo, in montagna.

Cinque giorni, zaini, passi sui sentieri. Non andavo in montagna da otto anni e temevo di non farcela invece, ce lho fatta. Al terzo giorno, in salita, sono rimasta indietro, ho dovuto fermarmi a riprendere fiato. Lui si è fermato con me, in silenzio.

Vai pure avanti, gli dico. Ti raggiungo.

Ti aspetto io.

Non serve.

Mi va, dice solo.

Restiamo lì, in piedi sul sentiero, il lago blu in fondo alla valle. Riprendo fiato, poi ripartiamo. Al passo successivo tocca a lui servirmi per primo il tè caldo dal thermos.

Ho imparato i ritmi: sveglia, colazione, zaino, cammino, pausa, di nuovo via. Stanca sì, ma una stanchezza bella, da corpo che lavora come deve. Antonio era perfetto da quel punto di vista: davanti, se la traccia era stretta, dietro quando cera da controllarmi; nei punti difficili, la mano tesa, senza parole. Naturale.

Un giorno sono scivolata su un sasso bagnato, giù una trentina di centimetri. Mi ha raggiunto ancora prima che riuscissi ad alzarmi.

Tutto ok? calmo, senza panico.

Sì, mostro la mano sbucciata.

Guarda, disinfetta al volo, bendaggio fatto bene.

Riusciamo a proseguire?

Sì.

Ok. Niente fretta.

E via, come niente fosse. Ho pensato: ecco la persona di cui mi posso fidare.

Quella notte, in tenda, mi chiede:

Ti piace?

Cosa?

Tutto questo. Le montagne, il cammino. Hai avuto ripensamenti?

Ci penso su.

No, rispondo. Non mi sentivo così viva da tanto tempo.

Le montagne fanno questo.

Forse, dico. Ma non solo loro.

Non risponde. Ma so che mi ha capita.

Bevo tè sul crinale e penso che un anno fa, o anche solo sei mesi, mi guardavo allo specchio nellingresso e pensavo: dovevo restare a casa. Che tanto la solitudine me la sarei portata dietro. Che al massimo sarei rimasta sola.

E invece no.

A volte basta solo indossare il cappotto e uscire. Anche con le gambe stanche. Anche quando piove. Anche se sette volte non ha funzionato.

Lottava è stata diversa.

A cosa pensi? mi chiede Antonio, sedendosi.

Al cappotto, dico.

Quale?

Quello blu. Quello che avevo quando ci siamo visti la prima volta.

Ah, sorride. Mi ricordo. Lho notato subito dalla finestra, bello.

Non lo hai detto.

Avevo paura di sembrare ridicolo.

Rido.

Antonio.

Sì?

È vecchio, ce lho da cinque anni.

Non importa, risponde. Limportante è chi lo porta.

Davanti a me il lago blu, irreale, come qualcosa che non ti aspetti ma arriva lo stesso, e ti ci trovi.

Antonio, dico.

Sì?

Sono contenta di averti risposto, quella volta.

Mi prende la mano.

Anchio, dice.

Sediamo sul crinale, il lago blu sotto di noi, intorno solo montagne e silenzio quel silenzio che solo la montagna sa dare, quando il vento si ferma un attimo e tutto il mondo sembra sospeso, con il fiato trattenuto.

Ho pensato: è così che va quando va tutto bene.

Non in modo rumoroso, niente fuochi dartificio. Solo una persona accanto, un thermos di tè, un lago blu sotto, la sensazione di essere finalmente a casa.

Anche se casa, davvero, sarebbe Quarto, al nono piano, con la vista sulle ciminiere.

Ma forse casa non è un luogo.

A volte casa è una persona che ti aspetta su un sentiero, si ricorda della tua gamba, di tua madre a Genova e che abituarsi non significa che sia meno dura. Che ti scrive per primo perché ha letto solo tre parole nel profilo: Mi piace lonestà.

A settembre siamo tornati dalle montagne e la mamma mi ha chiamato la domenica, come sempre.

Allora, comè andata la vacanza?

Bene, mamma.

E lui?

Bravuomo, dico. E rido. Molto.

Portalo, una volta.

Lo porterò.

Chiudo. Guardo fuori. Quarto, nono piano, ciminiere in lontananza. Tutto uguale. Ma sul tavolo ho il libro che mi ha portato la settimana scorsa Non ce lho fatta prima ha detto. Sullo scaffale ci sono due tazze, non una. E nella tasca del cappotto quello blu cè un biglietto che ho trovato stamattina, messo mentre ancora dormivo e lui è andato via piano. Tre parole: Va tutto bene, Marina.

Lho riletto tre volte.

Va tutto bene.

Come se qualcuno sapesse che era proprio quello che avevo bisogno di sentire. Non ti amo troppo presto, lo sapevamo entrambi. Non sei fantastica parole vuote. Solo va tutto bene. Vuol dire: ci sono, ti vedo, non sei sola, non cè niente da temere.

La mia vita è cambiata quella sera, davanti allo specchio, tra me e il mio cappotto, quando pensavo che era meglio restare a casa.

Meno male che sono uscita.

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Sono andata a un altro appuntamento dopo aver conosciuto qualcuno online e non immaginavo nemmeno che la mia vita sarebbe cambiata per sempre
Dopo la morte di mia moglie, ho taciuto riguardo alla seconda casa e ai 480.000 euro. Una settimana dopo, mio figlio mi ha detto di trasferirmi, ignaro che avevo altri progetti in mente.