Tovaglia candida, vita grigia

La tovaglia bianca e la vita incolore

Il minestrone era venuto bene. Lucia ne era sicura, perché laveva assaggiato tre volte mentre cucinava e ogni volta ne era rimasta soddisfatta. I fagioli erano freschi, presi al mercato di Porta Palazzo, la carne era di manzo con losso e aveva sobbollito due ore buone, laglio lo aveva schiacciato giusto alla fine, come insegnava la nonna. Sul tavolo cerano le candele, una tovaglia bianca di lino, quella che teneva da parte per le occasioni particolari. Quindici anni di matrimonio. Non è forse unoccasione?

Fuori la sera scendeva lenta. Ottobre a Torino è sempre così: grigio, umido, con quellodore di foglie marce misto a gas di scarico. Lucia aggiustò la forchetta a destra del piatto, tirò leggermente langolo della tovaglia anche se era perfettamente tesa. Poi restò ferma un attimo in cucina, ascoltando solo il ticchettio dellorologio sopra il frigorifero.

Giorgio arrivò verso le otto e mezza. Sentì la chiave nella serratura, il tonfo della borsa sul pavimento, linterruttore della luce cliccare nellingresso.

E allora, che cè di buono? chiese dalla porta della cucina, ancora con il giubbotto addosso e il naso rosso dal freddo.

Vieni, lavati le mani, siediti rispose lei con un sorriso. Cè minestrone, pollo arrosto e ho fatto anche linsalata.

Giorgio si tolse il giubbotto lì per lì, lo buttò sulla sedia. Diede unocchiata intorno.

E tutte ste candele?

Ma come, Gio, oggi è lanniversario!

Lui non disse nulla, andò al lavandino, si lavò le mani in fretta e si sedette. Lucia versò il minestrone e posò davanti a lui il piatto. Il parmigiano era quello buono, dalla bancarella al mercato. Gliene mise sopra una bella manciata, come piaceva a lui.

Giorgio annusò, prese il cucchiaio e assaggiò. Masticò.

Un po acido.

Lucia si sedette davanti a lui.

Ah sì? A me sembrava giusto.

Mia mamma lo fa in un altro modo. Il suo è più saporito, non so, più corposo, ecco. Da lei sì che si sente il sapore vero.

Lucia prese il suo cucchiaio.

Dai, mangia finché è caldo.

Sto mangiando rigirò il piatto. Ma la tovaglia bianca davvero? Ma la macchi!

Non la macchio.

Sì, vabbè, io ti ho avvisata. Sbuffò. Mamma, quando aveva ospiti, metteva quella bordeaux, è pratica e fa scena.

Lucia fissava la fiamma delle candele. Il lumino tremava ogni volta che Giorgio si muoveva a tavola.

Gio, disse calma oggi sono quindici anni che siamo sposati.

Lo so, Lucia.

Quando sei entrato non hai detto nulla.

Lui la guardò, sorpreso come offeso.

E che dovevo dire? Ti dovevo fare gli auguri? Viviamo insieme ogni giorno, non è mica un compleanno.

Non so, magari. Quindici anni…

Quindici anni, esatto la interruppe, secco. Dovè il pollo?

Lucia si alzò, prese il pollo dal forno. Bello dorato, con il rosmarino come piaceva a lui.

È secco, sentenziò dopo il primo boccone.

Lho appena tirato fuori.

Lo tenevi troppo, allora. Da mia mamma viene sempre succoso, dice che va coperto con la stagnola.

Lucia si mise un po di pollo nel piatto. Masticava. Una macchina passò fuori, la luce dei fari tagliò il soffitto.

Hai visto tua mamma oggi? chiese lei.

Sono passato dopo il lavoro. Perché?

Così, per sapere.

Lui tornò a fissare la tovaglia.

Hai fatto male a mettere quella bianca, Lucia, davvero. Mi sembra poco serio. Da mamma era tutto perfetto: piatti scelti, tovaglia giusta, il pane affettato sottile. Tu invece indicò il pane guarda come lhai tagliato, delle fette spesse così.

Lucia appoggiò la forchetta di lato, piano.

Dentro si sentiva serrare qualcosa, poi lasciò andare. Come un pugno che si apre.

Giorgio, disse tranquilla, e si sorprendeva di quanto fosse calma tu ti rendi conto di quello che dici?

Lui la guardò, infastidito come uno che viene interrotto mentre mangia.

Che? Ti dico solo che da mamma si mangiava meglio. È la verità, non ti sto offendendo.

Sei entrato, niente auguri, hai iniziato a criticare cena, la tovaglia, il pane, il pollo. Ci ho messo tre ore, Gio.

Tre ore? E quindi? Dovrei applaudire? È il tuo dovere.

Lucia rimase muta un attimo.

Il mio dovere, ripeté, soppesando le parole.

Certo. Tu stai a casa e cucini, io lavoro e porto a casa i soldi. È tutto chiaro.

E i quindici anni di matrimonio sono solo una cosa da niente?

Lucia, ma che vuoi? Vuoi che declami poesie? accennò un sorriso ironico. Mia madre dice sempre: meno romanticismo, più ordine, così si tiene su la famiglia.

La candela tremolò, come se avesse capito qualcosa anche lei.

Lucia si alzò. Portò via il suo piatto, si avvicinò alla finestra e rimase lì, a guardare i tetti bagnati, alle finestre illuminate dei vicini, allalbero in cortile mezzo spoglio.

Poi si voltò.

Giorgio, fai le valigie.

Lui alzò la testa.

Cosa?

Fai le valigie e vai, per favore.

Lui la fissava come si guarda chi improvvisamente inizia a parlare in una lingua sconosciuta. Poi rise, breve, come uno starnuto.

Seriamente?

Sì.

Per il minestrone?

Non per il minestrone.

E per cosa, allora? Perché ho parlato di mamma? Lucia, dai, è ridicolo.

A me non sembra ridicolo.

Sei offesa? Si alzò, incrociando le braccia. Dai, scusa, ok? Siediti, mangia.

No, Giorgio.

Lui la fissava. Lei stava dritta, calma, alla finestra. Forse si aspettava urla, porte sbattute, lacrime. Tutto, tranne questa calma strana.

Non stai scherzando disse a bassa voce.

No.

Silenzio. Le lancette dellorologio scorrevano. Le candele bruciavano tranquille.

Per una discussione? provò lui.

Non per una. Per quindici anni della stessa discussione. Prendi quello che ti serve, il resto lo recuperi dopo.

Giorgio rimase ancora un minuto. Poi si girò e andò verso la camera. Lucia lo sentiva frugare nellarmadio, chiudere la borsa. Rimase in cucina a guardare le candele che ormai non tremolavano più.

Quando uscì con la valigia, rimase un attimo sulla soglia della cucina. Guardò il tavolo. La tovaglia bianca, il minestrone, il pane spesso.

Te ne pentirai, disse.

Può darsi rispose Lucia. Addio, Giorgio.

La porta si chiuse. Il chiavistello scattò. Sentì i suoi passi spegnersi sulle scale.

Poi spense le candele non aveva senso lasciarle accese e lavò i piatti. Mise il minestrone in frigo. Non aveva fame.

Lappartamento odorava di cipolla soffritta, e un po di umidità, come spesso capita a ottobre, quando i riscaldamenti non sono ancora accesi.

Lucia andò a letto verso le undici. Non si addormentò subito, guardava il soffitto, ascoltava il televisore dei vicini. Pensava solo a una cosa: non stava piangendo. Strano.

***

Antonella, la madre di Giorgio, aprì la porta prima ancora che lui suonasse per la seconda volta. Lei faceva sempre così, come se sapesse già che stava arrivando.

Giorgio! esclamò, vedendolo con la borsa. Madonna santa, cosè successo?

Mi ha mandato via, disse lui secco.

Chi? Quella là? Antonella si spostò per farlo entrare. Eh, te lho sempre detto, io! Vieni, dai, ho fatto il minestrone di patate e pollo, come piace a te.

Si tolse le scarpe, andò in cucina, si sedette. Lappartamento odorava di cibo e di quel profumo strano che hanno le case delle persone anziane: un misto di camomilla, antitarme, e sotto sotto cucina di tutti i giorni.

Mamma trafficava tra pentole, chiacchierando senza sosta.

Lo sapevo fin dallinizio che non era la donna per te. Una donna fredda, Giorgio, si vede da lontano. E infatti, i figli non arrivano mai per caso. La natura sa tutto. Mangia, guarda, il pane lho tagliato sottile sottile.

Le fette erano tutte uguali e sottili. Giorgio ci fece caso e, chissà perché, gli tornò in mente Lucia che invece le tagliava sempre spesse.

Mamma, adesso basta, provò a dire piano.

Perché basta? Dico la verità! Quindici anni a farti tribolare senza figli né casa accogliente. Assaggia la minestra.

La minestra era calda, corposa, proprio come diceva. Giorgio mangiava in silenzio.

I primi giorni passarono in automatico. Lavoro, cena con la madre, tv. Antonella cucinava tutte le sere, con entusiasmo. Tirava fuori le polpette dal frigo, gli metteva il piatto davanti, Devi mangiare meglio, sembri spento.

Al terzo giorno gli aveva già disfatto la borsa.

Quella camicia non la mettere più, è tutta stropicciata. Ti stiro quella blu, quella ti sta decisamente meglio.

A me piace quella grigia, mamma.

E vabbè, quella blu ti sta comunque meglio.

Non replicò. Finì le polpette, bevve il tè. Mamma raccontava della vicina del quarto piano che, guarda caso, se la cava benissimo da sola e ti garantisco è contenta, e nel discorso ci infilava sempre qualcosa che parlava di Lucia, ma Giorgio non ascoltava più.

Dopo una settimana decise che le scarpe nuove erano necessarie e bisognava andare per forza sabato in negozio.

Mamma, le scarpe vanno bene così.

Giorgio, la suola è staccata.

Ma no, va bene.

Insisto. Sabato andiamo.

Così sabato andarono. Mamma provò centinaia di scarpe, sempre quelle che piacevano a lei. Giorgio voleva un paio nere, semplici. Lei scelse delle marroni con una fibbia. Guarda come stanno bene, decise senza ascoltare.

A me non piacciono.

Non fare il ragazzino, Giorgio. Queste sono migliori, punto.

La commessa si guardava altrove. Giorgio, specchiandosi vicino alla cassa, vide un uomo di mezza età in scarpe marroni, che lo fissava senza alcun sentimento.

Comprare quelle marroni.

La sera mamma sedeva davanti e raccontava storie di quando era piccolo, di quanto fosse stato bravo, cresciuto da sola, e che Lucia tutto questo non laveva mai capito. Giorgio annuiva.

Qualche volta ripensava alla tovaglia bianca. Alle candele. Non capiva perché Lucia le avesse messe, perché fosse stato tutto così importante. Quindici anni, e allora? Che cera da festeggiare?

Eppure ci pensava.

E ancora pensava che lei non aveva pianto, né urlato. Si era solo messa dritta alla finestra e gli aveva chiesto di andare. Non capiva da dove venisse tutta quella calma. Lui era abituato a tuttaltro.

A fine mese la madre gli impose una specie dagenda. Non la chiamava così, ma era: Martedì ti ho preso lappuntamento dal dottore, Giovedì andiamo da zia Renata, Venerdì non tornare tardi che ho fatto la crostata, non mi piace aspettare.

Quel venerdì fece tardi causa riunione. La madre chiamò più volte. Lui ascoltava la sua voce allautobus, fuori dal finestrino passava buio e lampioni.

La crostata era buona. Tutto era buono.

Giorgio mangiava e sentiva una pressione nel petto. Non dolore, solo disagio, silenzioso e costante, come se laria fosse appena meno di quanto servisse.

***

Le prime tre settimane Lucia le visse sospesa, svuotata.

Andava al lavoro, tornava, cucinava qualcosa di semplice, mangiava, andava a dormire. La sera era la parte peggiore, perché lappartamento era silenzioso e quel silenzio prima spaventava, poi era solo silenzio.

La sua amica Paola chiamava ogni due giorni. Lucia, come va? Vuoi che passi?. Lucia rispondeva sempre di no, ma Paola venne lo stesso, il primo sabato, con una bottiglia di prosecco e dei biscotti. Sedettero fino alle due in cucina, Lucia le raccontava delle candele, del minestrone, delle tovaglie di sua suocera, e Paola ogni tanto sussurrava che stronzo, cosa che la faceva sentire meglio.

Hai fatto bene, Lucia, davvero, disse Paola alla fine.

Mi fa paura, confessò Lucia.

Passerà.

Dopo che Paola se ne fu andata, Lucia rimase nel soggiorno a guardare quelle tende blu scuro e pesanti. Giorgio le aveva scelte, anni prima. Diceva: Bloccano la luce, pratiche. Da allora erano rimaste lì. Lucia le toglieva il giorno dopo.

Ci mise unora e mezza, la trave era pesante e dovette salire sul tavolo. Una volta tolte, arrotolate e messe via, la stanza sembrava diversa. La luce grigia di ottobre, fredda, era comunque meglio del buio dietro il velluto.

Poi spostò il divano. Non da sola, chiamò il vicino, il signor Paolo, gentile e pronto ad aiutare con le cose pesanti. Ora il divano dava verso la finestra, la luce ci finiva sopra in modo nuovo.

Strano, ma piacevole.

La seconda settimana iniziò a dormire meglio. Non proprio benissimo, ma almeno senza fissare il soffitto fino a notte fonda.

A lavoro nulla cambiò. Lucia era una brava contabile, precisa e affidabile. Puntuale, i documenti in ordine, tutti la stimavano, specialmente la responsabile, la signora Bianca, rigorosa e con le perle ai lobi, che non parlava mai di sé ma con Lucia era gentile.

A fine ottobre, Bianca la chiamò in ufficio.

Lucia, ti dico chiaro: io lascio lanno prossimo. Mi trasferisco da mia figlia. Il direttore vorrebbe proporti il mio posto, come capocontabile.

Lucia rimase muta qualche secondo.

Io? chiese quasi solo per dire qualcosa.

Tu. Non immagini che non me ne accorga, chi lavora qui. Io ci penso da mesi. Accetta.

Sul bus pensava e ripensava a questa proposta. Capocontabile. Unaltra responsabilità, un altro impegno. Un po le faceva paura. Ricordava che Giorgio le aveva detto una volta: Che ti serve far carriera? Io lavoro abbastanza. Allora aveva taciuto, aveva acconsentito.

Ora nella luce arancione dei lampioni, pensava: perché no?

Novembre fu frenetico. Si mise a fare qualche piccolo lavoro di casa: tinse la camera da letto di giallo pallido, mise tende di lino chiaro al posto di quelle di velluto, comprò un nuovo abat-jour arancione caldo che accendeva la sera. La casa stava cambiando, diventava sua.

Prese delle piantine di gerani e le mise sul davanzale. Lodore verde si mescolava bene con la luce gialla e le tende di lino.

Le questioni pratiche con Giorgio si risolsero tramite avvocato. Tutto tranquillo. Lappartamento era di Lucia, lui non voleva nulla. Si comportava in modo pacato, forse la madre lo aveva calmato, forse era rassegnato.

A dicembre Lucia accettò il lavoro da capocontabile. Bianca le strinse la mano.

Brava e per la prima volta sorrise davvero, sincera.

A capodanno Lucia era da Paola, in mezzo a bimbi, cani e tre catini dinsalata russa. Si stava bene e cera quella tristezza speciale che provi guardando indietro. Bevve un bicchiere di spumante, guardò i fuochi fuori dalla finestra e pensò che lanno era passato e lei era viva. Forse perfino in pace.

***

Per Giorgio, linverno fu un disastro.

La madre decise che serviva il medico. Prese appuntamento dal medico di base, dal cardiologo, dal gastroenterologo hai una brutta cera, Giorgio, bisogna controllarti. Lui ci andò. I dottori trovavano tutto regolare, e la madre scuoteva la testa amareggiata, come delusa che non ci fosse nulla di cui preoccuparsi.

A lavoro era diventato nervoso, i colleghi lo notavano. Mauro, con cui fumava dietro la fabbrica, una sera chiese:

Che hai oggi?

Niente.

Problemi a casa?

No.

Mauro finì la sigaretta e tornò dentro. Giorgio rimase a guardare in cortile. La neve era sporca, schiacciata, con chiazze di olio. Non aveva voglia di rientrare. Né lì né da sua madre. Né da nessuna parte.

Pensò: dove vorrebbe davvero andare?

Nessuna risposta.

La madre lo aspettò tutte le sere con la cena pronta. Era affetto, lo capiva. Ma con la cena veniva anche il programma per domani. Cosa mettere, dove andare, a che ora tornare. Se tardava, chiamava. E messaggi: Sono in pensiero, Giorgio, dove sei?

Una sera di febbraio si fermò a casa di Mauro per guardare la partita di calcio e bere una birra. Tornò che erano quasi le undici.

La madre era seduta in cucina, al buio. Appena entrò accese la luce e lo fissò, con aria da colpa.

Dove sei stato?

Mamma, ti avevo detto che facevo tardi.

Faccio tardi, ripeté. Non sapevo doveri. Ero in pensiero, mi è venuta pure la pressione alta.

Mamma…

Mangia, ti ho lasciato le polpette. Gli mise il piatto davanti. E non spegnere più il telefono, ti ho chiamato tre volte.

Non era spento, cera rumore, guardavamo la partita.

La partita ripeté, disgustata.

Mangiava in silenzio, guardando il tavolo.

Si accorgeva che ormai aveva preso a giustificarsi in ogni occasione. Perché tardi. Perché quella camicia. Perché non aveva chiamato prima. Perché non aveva mangiato o aveva mangiato male.

Si ricordava di quando ripeteva anche lui: Mamma sa sempre come si fa. Allora ne andava fiero. Ora la memoria di quella frase lo imbarazzava.

A marzo provò a cercarsi una stanza in affitto. Ne trovò una vicino al lavoro a prezzo onesto. Disse alla madre.

Si mise a piangere. Piano, senza recriminazioni, solo in silenzio. Vuol dire che qui non stai bene, che ti do fastidio. Ho capito.

Alla fine non cambiò casa.

A volte la notte gli tornava in sogno Lucia. Non in scene damore, solo: lei che cucina, o sono insieme in macchina. Scene normali. Si svegliava e restava a fissare il soffitto della casa di mamma, che altro non aveva se non un soffitto.

Pensava: chissà cosa fa Lucia adesso?

Poi si diceva: figurati, starà già con qualcun altro.

E questa idea lo faceva arrabbiare, senza sapergli dire perché.

***

Febbraio fu sorprendentemente luminoso. La neve era vera, quasi bianca, e la mattina, quando Lucia andava verso la fermata, il sole la costringeva a tenere gli occhi socchiusi. Si disse che le servivano degli occhiali da sole decenti.

Li comprò. Rosa, con una montatura sottile. Si guardò allo specchio del negozio e scoppiò a ridere, perché si vedeva buffa e felice.

Al lavoro tutto filava. I nuovi impegni erano pesanti, ma le riusciva. Restava a volte fino a tardi, parlava con il direttore, il dottor Ivan De Santis, tipo tosto, concreto, che apprezzava chi faceva bene. Era soddisfatto, si capiva.

I colleghi erano gentili. La giovane assistente Giulia la guardava con ammirazione e le portava spesso il caffè senza domandare. Lucia la ringraziava e lei arrossiva.

A marzo Paola la trascinò al compleanno della sua amica Marta. Lucia non voleva: troppa gente, sconosciuti, chissà cosa dire. Paola: Basta stare chiusa in casa, fidati che sarà divertente.

Marta era una padrona di casa solare e generosa, viveva in un grande appartamento con due gatti e una pianta enorme di ficus. Ospiti almeno una dozzina. Allinizio Lucia stette appiccicata a Paola, poi al tavolo si mise a parlare con la vicina che era uninsegnante di matematica, e parlarono tutto il tempo di libri.

Alessandro era seduto di fronte. Lucia lo notò più tardi, era uno di quelli che passano inosservati: basso, un po brizzolato, maglione grigio, una calma che si faceva notare solo col tempo. Parlava poco, ascoltava molto. Ogni tanto sorrideva quando trovava qualcosa divertente.

A fine serata si trovarono insieme vicino alla finestra, con una tazza di tè. Lui fece una domanda, lei rispose, poi toccò a lui. La conversazione partì a ruota libera, senza fatica. Scoprì che era ingegnere, lavorava in uno studio di progettazione, viveva solo da quattro anni, la moglie era mancata per una malattia. Lo disse senza dramma, come chi ormai ha imparato a conviverci.

Tu e Marta vi conoscete da tanto? chiese Lucia.

Suo marito e io eravamo amici. Poi quando lui è partito, è rimasta lei, e la nostra amicizia. Bevve un sorso. E tu tramite Paola?

Da una vita, dai tempi delluniversità.

È una fortuna avere amiche così, lui.

Davvero.

Si scambiarono il numero. Tutto tranquillo, senza aspettative. Lui scrisse dopo tre giorni, propose un caffè. Lucia accettò.

Si ritrovarono in una piccola caffetteria vicino al lavoro. Parlarono due ore. Lucia raccontò del divorzio, lui ascoltava, non interrompeva, niente consigli o giudizi. Poi lui raccontò del suo passato. Uscirono, stettero ancora un po in piedi. Faceva fresco, ma era piacevole. Chiese se poteva chiamare di nuovo. Lucia disse di sì.

Poi ci fu una passeggiata lungo il Po. Poi il cinema. Poi, un giorno daprile, lui la invitò a cena a casa sua.

***

Alessandro abitava al quinto piano di un vecchio palazzo. Lucia salì con la bottiglia di vino in mano, pensando: ora entro e trovo tutto in disordine, da scapolo, dovrò far finta di niente. Era emozionata, ma quella tipica inquietudine da chi teme il giudizio.

Suonò.

Aprì la porta e sentì subito odore di mele. Dolce e confortevole, e cera anche un accenno di cannella, forse.

Vieni pure sorrise Alessandro. Ho già messo la torta in forno. Ti piace la torta di mele?

La adoro, rispose Lucia.

Lappartamento era semplice, non ordinatissimo ma vissuto: libri e attrezzi sulla mensola allingresso, un giornale sul tavolo in cucina. Niente perfezione da rivista, nessuna posa. Un vero appartamento da persona.

Aiutò a preparare linsalata. Tagliava i pomodori, lui il formaggio. A volte parlavano, a volte tacevano. Era silenzio comodo.

Lucia si trovava a suo agio ma in fondo aspettava. Che dicesse: Era meglio con i cetrioli o ci voleva un altro condimento, o la guardasse con la solita smorfia che ben conosceva dopo quindici anni.

Ma non successe. Si sedettero a tavola, lui versò il vino, guardò la tavola e poi lei.

Grazie per essere venuta disse.

Solo quello. Tre parole semplici.

Lucia guardò il piatto, allentò la tensione dentro, come se avesse portato un peso per anni e finalmente potesse appoggiarlo.

Fuori la sera daprile accendeva i lampioni, e dalla finestra si vedeva un ramo che iniziava a coprirsi di foglie. La torta in forno sussurrava, il profumo di mele dilagava per la casa.

Parlarono a lungo. Lucia gli raccontò dellinfanzia, di come avrebbe voluto fare la maestra ma finì a lavorare in amministrazione. Lui spiegava il progetto che stava seguendo, la ristrutturazione di un vecchio edificio. E Lucia pensava che era una bella cosa, ricostruire dove qualcosa si era rotto.

Quando fu ora di andare, lui la accompagnò fino al pianerottolo e le disse:

Sono contento che ci siamo conosciuti.

Rientrando, Lucia non pensava a lui. Cioè, non solo a lui. Pensava alla torta e al fatto che si può anche semplicemente andare a cena senza paura di una critica. Andare, mangiare e sentirsi leggera al ritorno.

***

Lestate passò serena.

Con Alessandro si vedevano spesso, ma senza fretta. Lui non premeva, lei nemmeno. Il sabato andavano al mercato insieme, lei comprava erbe fresche e ricotta, lui il pesce. Cucinare insieme era bello, completamente diverso dal cucinare sola o nellattesa di un giudizio.

A luglio si fermò a dormire da lui. Restò perché era tardi e non aveva voglia di tornare. Al mattino lui le fece il caffè e glielo portò a letto. Niente romanticismi da film, semplicemente lo portò e si sedette accanto.

Oggi lavori? chiese.

Dalle dodici.

Vuoi passare al mercato stamattina? Cè la ciliegia

Lucia strinse la tazza tra le mani. Da fuori entrava la luce azzurra del mattino, profumo fresco, lontano cantavano i rondoni. Ebbe voglia di piangere, ma non per tristezza. Per gratitudine. Per aver realizzato che stava bene.

Sì, voglio, rispose.

In autunno Alessandro le propose di andare a vivere con lui. Non fu una proposta ufficiale, solo una sera, mentre lavavano i piatti:

Lucia, magari potresti trasferirti qui. A me piacerebbe. E anche a te starebbe bene, ci staresti comoda.

Devo pensarci, rispose.

Va bene, pensaci.

Ci pensò due settimane. Poi disse sì.

A novembre si trasferì. Lappartamento suo lo affittò, non volle venderlo. Portò i libri, i gerani, labat-jour, le tende di lino. Alessandro spostò una libreria in studio per farci stare i suoi libri. Li sistemarono insieme, tecnici e romanzi mescolati, e stavano benissimo.

A dicembre si sposarono allanagrafe, senza festa, solo con Paola e Sergio, amico di lui. Poi andarono a cena fuori tutti e quattro. Si mangiava bene, si rideva, Paola pianse ma assicurò che era solo per la gioia.

A gennaio Lucia scoprì di essere incinta.

Si sedette in bagno con il test in mano e rimase lì dieci minuti a fissare le due linee rosa.

Aveva quarantatré anni. Aveva sempre pensato che i figli non sarebbero arrivati. Giorgio non voleva, o forse non voleva lei, erano daccordo così e il tempo era passato. I medici non le avevano mai vietato nulla, ma lei si era detta che probabilmente non era destino.

E invece.

Alessandro era in studio, chinato sui suoi disegni. Lucia si affacciò. Lui si accorse subito che cera qualcosa.

Cosè successo? chiese piano.

Lei gli porse il test. Lui guardò, tacque alcuni secondi. Poi si alzò e la abbracciò forte, senza parlare.

Poi disse: È bello, Lucia. È proprio bello.

Lei gli affondò la faccia nella spalla e finalmente si lasciò andare al pianto. Un pianto vero, abbandonato, che da anni non conosceva più. E Alessandro non si spaventava, non diceva basta, la teneva stretta e ogni tanto sussurrava: Va tutto bene, va tutto bene.

***

Aprile era tornato sulla città, e di nuovo cera la caffetteria, e il lungo Po, solo che adesso Lucia passeggiava piano, incurvata per via della pancia, e Alessandro camminava vicino e ogni tanto la teneva per il braccio.

Era al sesto mese. Tutti lo sapevano in ufficio. Il direttore De Santis disse: Auguri, dottoressa Fermi. Il posto da capocontabile è il suo, stia tranquilla. Giulia la guardava con uno sguardo speciale, quello che solo una giovane donna può rivolgere a chi dimostra come si vive davvero.

La casa, che ormai chiamavano nostra, si era riempita di cose nuove. Il corredino, la culla ancora da montare, una lampada a forma di luna, una pila microscopica di tutine. Lucia ogni tanto apriva il cassetto, accarezzava quei vestitini e prendeva sicurezza.

Al mattino beveva il tè guardando fuori, dove già si vedeva il verde dellerba e laria odorava di terra bagnata e un po di mele del giardino dei vicini. Era felice, in silenzio.

A volte però la sera, quando Alessandro si addormentava e lei restava sveglia ad ascoltare il piccolo che si muoveva dentro, si lasciava andare ai ricordi. Non con dolore, quasi come si guarda una vecchia foto: ecco una vita, ecco delle persone. Cera un po di nostalgia, ma senza rimpianti. Forse per quei quindici anni passati senza che dessero ciò che avrebbero potuto. O forse solo per sé stessa, per la sua versione giovane che faceva il minestrone e apparecchiava la tovaglia bianca con tanta cura.

Non sapeva cosa fosse di Giorgio. Paola diceva di averlo visto una volta al supermercato, sembrava invecchiato. Lucia annuiva e non commentava. Non gli voleva male. Era solo parte di unaltra storia, non più della sua.

***

Giorgio era seduto in cucina da sua madre.

Fuori era aprile, ma qui sembrava sempre inverno: le tende pesanti non lasciavano entrare la luce, le stesse cose sugli scaffali, gli stessi odori di corvalolo, brodo e tempo fermo.

Antonella era ai fornelli. Girava il brodo e parlava. Sempre parlava mentre cucinava.

Stai di nuovo male, Giorgio. Te lo dico, serve uno bravo, non quei dottori che hai visto al lavoro. Ho già segnato il cardiologo buono, in via Po. Ti prenoto.

Mamma, sto bene.

Tu non puoi saperlo, diceva sicura come solo una madre può essere. Gli uomini non sentono mai niente finché non è troppo tardi. Tuo padre diceva che stava bene, e poi hai visto comè finita.

Giorgio guardava il tavolo.

Cera una tovaglia a quadri blu e bianchi. Pratica. Aveva ragione, la mamma: non si sporca.

Gli mise davanti il piatto.

Mangia finché è caldo. Oggi minestra dorzo con manzo, la tua preferita.

La mia preferita, confermò Giorgio.

Prese il cucchiaio. La minestra era davvero buona. Mamma sapeva cucinare.

Giorgio, disse lei sedendosi davanti con la sua tazza di tè, hai pensato a quello che dicevo? Di conoscere Laura?

Giorgio sollevò lo sguardo.

No.

Dovresti. Donna perbene, vedova, ha la casa sua. Chiedeva di te.

Mamma.

Che cè? Hai quarantacinque anni, Giorgio. Non puoi stare da solo, non è normale.

Ho una donna, si sorprese a dire.

Lei lo guardò.

Ah sì? Chi sarebbe?

Nessuna, tornò a fissare il piatto. Voglio dire che sto bene così, non mi spingere verso Laura. Decido io.

E come decidi tu, se stai qui a fissare il nulla? Antonella scuoteva la testa. Lo so, pensi ancora a Lucia, ma serve a niente. Lei ti ha cacciato. Sai come si dice di donne così…

Mamma, la interruppe con una nota inedita nella voce.

Tacquero. Lorologio ticchettava. Fuori un passero trillava, testardo, come solo in primavera si sente.

Mangia che si fredda disse lei. Chi ti coccola se non tua madre?

Giorgio guardava il piatto.

La minestra era buona. Buonissima. Sua madre era brava, non cera che dire.

Mangiava, ma nella testa tornava a quella sera di ottobre, quando era rientrato stanco e aveva criticato la tovaglia, il minestrone, il pane, il pollo. Aveva detto che la mamma sapeva come si faceva.

Non aveva capito che non era una questione di tovaglia. Cosera, lo stava capendo solo ora. Troppo tardi, come succede a chi pensa dopo.

Si sentiva in gabbia. Parola emersa dal nulla, Giorgio quasi lasciò la minestra. Gabbia. Prima pensava fosse Lucia a costruirla, con la sua cucina sbagliata, il suo carattere. E invece lei non costruiva nulla, cedeva solo, da anni. La gabbia era la sua, il suo modo di vivere, da casa della mamma a quella matrimoniale, ora di nuovo qui.

Ti piace? chiese la madre.

Buona, mamma.

Lo sapevo sembrò rasserenata. Senza di me non ce la faresti, Giorgio.

Non rispose.

Fuori il passero gridava più forte. La primavera batteva sul vetro, una riga sottile di luce tra le tende mostrava un pezzetto di questo aprile che non gli serviva a niente.

Giorgio si curvò sul piatto e finì la minestra.

***

Lucia, quella stessa sera daprile, uscì sul balcone nella casa con Alessandro, ormai anche sua casa, e guardò il tramonto. Aveva un pancione che la costringeva ad appoggiarsi, ma non rinunciava comunque a una boccata daria. Dal giardino saliva un profumo di terra sciolta e di qualcosa di fresco che si sente solo in primavera.

Dentro Alessandro era al telefono per lavoro, parlava tranquillo. Sul tavolo della cucina cerano due tazze, la sua e quella di lui, e bruciava la vecchia abat-jour arancione che aveva portato da casa.

Lucia poggiò la mano sulla pancia. Il bambino diede un calcetto, lento, come assonnato.

Ciao, mormorò Lucia, piano, nel vuoto.

Aveva un po di paura, ma stava bene. Cera una felicità sottovoce, sincera, non perfetta ma vera: il tramonto daprile, il profumo dellerba, la luce calda dalla cucina e quella piccola vita dentro che scalpitava, pronta a nascere.

Rimase ancora un po.

Poi rientrò in casa.

Rate article
Add a comment

;-) :| :x :twisted: :smile: :shock: :sad: :roll: :razz: :oops: :o :mrgreen: :lol: :idea: :grin: :evil: :cry: :cool: :arrow: :???: :?: :!:

four − one =