La vendetta è andata in fumo

Vendetta naufragata

Lamaro odore di caffè bruciato aleggiava nel corridoio, e le pareti di marmo bianco parevano riflettere lo stanco incedere dei tacchi di Livia. In ufficio era ormai rimasta solo leco delle sue scarpe e qualche ronzio meccanico dallascensore alla fine del corridoio. Lorologio appeso sopra la sala riunioni segnava le dieci meno otto: un paio dore oltre la fine dellorario, ma lidea di trattenersi a quellora, stranamente, la faceva sentire serena quasi le desse pace. Il progetto più difficile di tutta la sua carriera era finalmente concluso, le ultime firme impresse tra una stretta di mano circospetta e la promessa implicita di un ricco bonus in euro per tutti.

Quanti ostacoli! Il cliente era parso subito estroso. Un giorno voleva una presentazione minimal, quello dopo ne richiedeva una barocca, piena di colori e grafici. Cambiava idea talmente spesso che i colleghi avevano iniziato a scherzare: Se ti chiamano da quel reparto, respira e accetta il verdetto. Qualcuno aveva perfino cominciato a battere nervosamente la penna sul tavolo, vittima di tic che rendevano laria sempre più pesante. Ma adesso il contratto era siglato, il premio sicuro, le tensioni destinate a svanire come spruzzi di prosecco su una tovaglia.

Livia, sei ancora qui? Ma guarda che ora!

Si voltò, e nella penombra riconobbe Lorenzo. Giovane analista del reparto informatica, con il vizio di sbucare laddove nessuno se lo aspettava; spesso aveva una scusa pronta per scambiare due chiacchiere un dubbio su un report, un parere sul nuovo gestionale, una coincidenza nella pausa caffè. Era simpatico, sì, ma quei ventanni di differenza tra loro rendevano quasi teneri, ma pure un po tragicomici, i suoi tentativi di corteggiamento.

Sì, oggi si è fatto tardi, rispose lei sorridendo in modo neutro, studiata cordialità nelle parole. Ho finalmente chiuso il progetto.

Lorenzo accorciò la distanza, mani sprofondate nelle tasche, lo sguardo tra sincera preoccupazione e la speranza di poter parlarle ancora un po.

Complimenti! Pare che il cliente si fermò, cercando il termine giusto fosse tosto, eh! Ma non devi ammazzarti di lavoro così!

Sì, tosto. Livia scosse la testa ridendo fra sé e sé: che eufemismo. Ma ormai la questione era chiusa, tutto dun tratto il peso degli ultimi mesi appariva solo un ricordo sbiadito.

Da domani si respira, disse, assorta nella recita di un sorriso privo di eccessi di calore. Limportante era non lasciare fraintendimenti bastava una parola di troppo ed ecco, equivoci e disagio.

Ti accompagno io a casa? La tua auto è ancora dal meccanico, vero? sparò tutto dun fiato Lorenzo, mettendo in mostra tutto il nervosismo di chi aveva aspettato la propria occasione fin troppo a lungo. Nel suo viso brillava qualcosa di tenero: una sospensione di entusiasmo scomposto, come se aspettasse un comando da eseguire con la coda che vibra.

Livia sospirò tra sé: Sei come un cagnolino che aspetta solo dessere chiamato, Lorenzo è quasi tenero. Occhi luccicanti, postura protesa in avanti, impazienza malcelata. Ma non poteva, non voleva, lasciar spazio a illusioni.

Apprezzo ma ho già prenotato il taxi, comunicò con voce gentile ma distante, facendosi da parte per raggiungere luscita.

Ma Lorenzo le si piazzò davanti, sprigionando una nube di ansia quasi comica:

Ma dai, non è prudente prendere il taxi a questora, e se al volante trovi un matto?

Lei rimase sorpresa dalla sua passione, avvertì in lui qualcosa di troppo intenso, come se perdere loccasione di starle vicino ancora un po sarebbe stato un piccolo lutto personale.

Lorenzo, andrà tutto bene, fidati, ho chiamato il solito tassista spiegò dolcemente, ma con la fermezza di chi spiega regole semplici a un bambino. Inoltre non si lascia mai una persona ad aspettare troppo, su, fa che io vada ora.

Schivandolo, lasciò Lorenzo nel corridoio con gli occhi colmi di una strana delusione, forse imbarazzo. Avanzando verso lingresso, pensava a quanto è complesso gestire certe situazioni, specie quando il ragazzo è anche figlio del direttore finanziario. Con un altro, si sarebbe potuto essere diretti: No, grazie, non minteressi, punto e basta. Invece qui bisognava calibrare ogni gesto.

Non poteva né alimentare false speranze, né permettersi di essere sgarbata: nel loro ambiente, le famiglie aziendali pesavano più di qualsiasi CV. E Lorenzo, poverino, non aveva mai sentito un vero no da nessuno.

Uscì. Laria di Milano odorava di pioggia sui marciapiedi, il tassista le fece un cenno con la mano. Livia salì, guardò per un attimo il portone dellazienda, domandandosi se Lorenzo lavesse davvero seguita lultima volta, come sospettava.

Si lasciò scivolare sul sedile, sbatténdosele alle spalle, almeno per stasera, le ansie, le domande e quella corte buffa e molesta. Per stasera, solo silenzio e la promessa di qualche ora di pace.

***

La festa aziendale per i trentanni della società si tenne in un ristorante con tanto di saloni eleganti, candelabri di cristallo, tavoli imbanditi con piatti di cannelloni, carpacci, dolci della tradizione. Cerano modi raffinati, brindisi con prosecco, il brusio della conversazione e una musica dolce, quasi rarefatta euforia d’alta borghesia.

Livia si teneva in disparte, guardava i gruppetti ridere, i manager allentare le cravatte e giocare a fare i ragazzini. Stava bene così, bicchiere dacqua in mano, le chiacchiere più per cortesia che per reale interesse. Tutto perfetto, tranquillo fino a quando, tra i tavoli, apparve Lorenzo.

Era strano: allinizio della festa, pareva timido, ma dopo qualche bicchiere di prosecco aveva sciolto ogni freno e si era fatto baldanzoso, con lo sguardo acceso di una risolutezza inconsueta e un mezzo sorriso incerto sulle labbra.

Ho deciso tutto io , annunciò Lorenzo, con voce così alta da superare la confusione. Tra un mese ci sposiamo. Vieni a vivere da me, lasci il lavoro, e io penserò a tutto!

In sala piombò il silenzio, tanti volti rivolti verso Livia e Lorenzo, qualcuno di sguincio già preparava i telefoni per immortalare la scena.

Livia restò di sasso. Cercò di capire se scherzasse, ma nessun dettaglio nello sguardo di lui lo lasciava intendere. Anzi, stava già tentando di baciarla davanti a tutti. Livia scattò indietro, rischiando di rovesciare il bicchiere.

La rabbia le ribollì dentro mesi a sopportare sorrisi imbarazzati, allusioni, tentativi di evitare il ragazzo, storie e pettegolezzi dei colleghi. Tutto le esplose in gola:

Ma ti sei bevuto il cervello? La voce, solitamente gentile, si fece lama, tagliente. Quali nozze? Quali film ti sei fatto in testa?

Lorenzo aprì la bocca, titubante. Livia però lo zittì:

Basta! gridò, non curandosi più del pubblico. Non hai ancora capito che i tuoi tentativi sono patetici? Non ti rispetto, ma ti temo: per colpa tua passo per ridicola coi colleghi, sono costretta a inventare scuse per evitare battute e sorrisetti. E lo sai perché? Perché qui nessuno ha il coraggio di dirti di smettere!

Andò avanti, voce rotta dalla frustrazione, fino a sentirsi finalmente leggera. Per la prima volta in mesi, era libera di dire ciò che pensava.

Vuoi saperlo? Si fece avanti, faccia a faccia. Se non smetti oggi stesso, do le dimissioni. Preferisco stare senza stipendio che lavorare in questo clima tossico.

Tutti la osservavano, fissi, chi ancora con il bicchiere a mezzaria, chi cercando di scivolare via senza rumore. Ma adesso Livia non voleva più trattenersi. Lorenzo sembrava svuotato, la sicurezza crollata, quasi piangesse, incapace di una risposta.

Fai tu mormorò lei, lasciandolo lì, in balia della sala attonita.

Nel corridoio, Livia cercò aria, affacciata al buio delle finestre. Scosse il capo, le mani tremavano. Una collega comparve al suo fianco, pronta al conforto.

Che rabbia dover sopportare queste assurdità solo perché la mamma è la nostra direttrice finanziaria! mormorò, rabbia malinconica nella voce. Non mi serve questa azienda, mi arrivano proposte ogni mese: dieci anni di esperienza, referenze, portfolio Ma tocca digerire questi teatrini da ragazzino viziato che non ha mai sentito un vero no.

Poi, la voce inconfondibile e severa della direttrice, Ornella:

Non devi andartene.

Ornella si avvicinò, alta, distinta, tailleur blu notte. Volto tirato, energia che non ammetteva repliche.

Chiedo scusa per mio figlio, disse a bassa voce. Dalle chiacchiere non avrei mai immaginato si arrivasse a questo. Domani lo mando a Torino, filiale nuova, aria fresca. Non posso tollerare altro.

A quel punto, dalla sala irruppe la protesta urlata di Lorenzo:

Basta, non deciderete voi per me! E non accetto rifiuti! Capito, Livia? Mi vendicherò!

Livia impallidì. La voce le morì in gola. Si sentiva di nuovo prigioniera nel suo stesso corpo.

Ornella lasciò cadere ogni diplomazia. Si rivolse a una guardia della sala:

Accompagnalo fuori, ora. E assicuratevi che salga in macchina.

Senza replicare, il vigilante afferrò Lorenzo che balbettava proteste. Ma davanti alla madre e alla divisa, Lorenzo si arrese. In silenzio fu scortato via; un istante di calma irreale nel corridoio.

Ancora scusa, Ornella si rivolse a Livia. Farò in modo che non accada mai più. Parola mia.

Poi tornò in sala, lasciando Livia e lamica avvolte in quellatmosfera sospesa, tra echi di una tragedia appena consumata.

***

Mamma, sono innamorata! irruppe Marina, saltando in salotto. Il volto illuminato di gioia, gli occhi vivi, il sorriso aperto e disarmato. Livia, alla finestra con la tazza di tè, rispose con un sorriso automatico ma contenente un sincero calore: dopo settimane di musi lunghi, vedere la figlia così era quasi un miracolo.

E come si chiama questo principe azzurro? domandò, celando la tensione di madre attenta.

Lorenzo! rispose la ragazza, gli occhi a cuoricino. Proprio lui! Tutte le mie amiche sono invidiose; dicono che è il ragazzo perfetto, mamma, davvero… Un sogno!

Livia posò lentamente la tazza. In testa le si affollarono i ricordi: i giochi dazzardo del ragazzo in ufficio, limbarazzo, le tensioni Si costrinse a mantenere il controllo, davanti allentusiasmo della figlia.

E quando me lo presenti? chiese, un sopracciglio lievemente alzato, quasi a testare come avrebbe reagito.

Settimana prossima! Marina esclamò esultante. Lo porterò al compleanno di nonna Assunta. Così lo conosci anche tu. Anzi, lo conoscete tutti abbiamo già parlato di matrimonio, mamma qui si fa sul serio!

Livia trattenne il respiro. Cera un peso nel petto, ma decise che non avrebbe rovinato la gioia della figlia con uscite brusche. Avrebbe aspettato, osservato, capito meglio.

Non vedo lora, assicurò, con la voce più neutra possibile.

Marina le saltò al collo:

La mamma migliore che esista!

***

La villa fuori Firenze si animava dalla mattina presto. Nonna Assunta verificava cotture e antipasti, la casa odorava di schiacciata, frittelle di riso, arrosti lentissimi. I nipotini riempivano le stanze di confusione, la radio trasmetteva canzoni da ballo, le voci di parenti arrivavano da ogni stanza come echi.

A mezzogiorno il cortile era già pieno: zii, cugini, amici dinfanzia, lamica del cuore di nonna di ottantanni. Più di trenta, e tutti che parlavano, ridevano, si passavano piatti di lasagne e vassoi di dolci.

Quando la festa era nel vivo, la porta si spalancò: entrò Marina con un giovane al suo fianco. Lei splendente di felicità, lui impettito, energia da vendere.

Eccoci! annunciò Marina gioiosa. Questo è il mio fidanzato, Lorenzo: accoglietelo bene!

Le teste si voltarono, i volti curiosi. Livia trattenne il respiro, pallida. Sì, era proprio lui. Il collega che aveva messo a soqquadro la sua serenità. E ora infilava la maglia del futuro genero.

Lorenzo, orgoglioso, guardava Livia diretto negli occhi. Sul viso un sorriso beffardo: la sfida della vendetta.

Fece per parlare, rivolgendosi a nonna Assunta:

Un piacere, sono…

Ma Livia lo anticipò, saltando su con voce che rimbombò tra i piatti:

Fuori da questa casa! Nico, accompagnalo subito e non risparmiargli un bel calcio!

Silenzio. Sguardi bassi, imbarazzo, sospiri.

Mamma?! sussurrò Marina, incredula. Coshai detto? Ma di cosa parli?

Livia fissò Lorenzo con occhi di fuoco:

Questo qui è il buffone che mi ha messo in grave imbarazzo davanti a decine di colleghi! Sua madre stessa ha detto che avrebbe dovuto trasferirsi! Ma tu, invece di imparare la lezione, hai pensato di farmela pagare attraverso mia figlia?

Lorenzo si fece cenere in volto, ma tentò di tenere la posizione. Marina lo interruppe con voce spezzata:

Quello quello del video al lavoro? Davvero sei tu? Ma ci credevo davvero

A quel punto, zio Luigi, dopo un attimo di esitazione, scoppiò in una risata fragorosa, battendo la mano sul tavolo:

Ma che commedia! Marina, hai proprio avuto gusto! Ricordate la dichiarazione pubblica di Lorenzo al ristorante aziendale? Ho rischiato il collasso dalle risate!

Il suo riso si fece contagioso: la sala esplose in una sberleffo talmente fragoroso da spegnere ogni tensione. Si aggiunsero zie, cugini, bambini che facevano eco, bicchieri che tintinnavano. Impossibile trattenersi; perfino chi aveva cercato di coprire la bocca, cedeva, ridendo a crepapelle.

Marina, dapprima inebetita, guardava i volti che ridevano e infine anche a lei fu chiaro: il principe azzurro le aveva rifilato una farsa. Le venne da ridere, e fu la liberazione, come se tutto avesse finalmente un senso grottesco.

Lorenzo, arrossito dal disonore, lasciò la casa correndo, scomparso nel clangore della porta di legno sbattuta.

Così affondò la sua vendetta: finire protagonista involontario di una farsa familiare, nome destinato a girare tra risate e aneddoti ai pranzi delle feste.

Quando tornò lallegria, zio Luigi posò la mano sulla spalla di Marina:

Sù, ragazza mia, disse teneramente il prossimo sarà meglio. E senza troppe scene teatrali, eh?

La casa si riempì nuovamente di voci, risate, quegli umori che solo una vera famiglia italiana sa ricucire dopo il temporale. E nel tintinnio dei bicchieri, Marina capì che a volte le disavventure lasciano spazio soltanto alla voglia di sorridere di nuovo.

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