Tu non mi ami davvero!

Non mi ami!

Il venerdì sera non promette tempesta. Fuori dalla finestra del quartiere residenziale, le luci dei palazzi si accendono lentamente. Costantino, uomo sulla trentina, sta appena varcando la soglia del suo appartamento al dodicesimo piano. In mano ha una busta del supermercato: il classico bottino del fine settimana italiano gorgonzola con muffa blu, che Sveva adora, salame pregiato, pomodorini, una bottiglia di Barolo e una scatola di bignè al cioccolato per la moglie.

In corridoio regna un silenzio sospetto. Di solito Sveva lo accoglie con un suono allegro, gli salta al collo e lo sottopone a un interrogatorio minuto per minuto su come abbia passato il tempo lontano da casa. Ma oggi, non si sente nulla. Nessuna musica dalla sua stanza, nessun rumore di pantofole buffe con orecchie da coniglio.

Sveva, sono a casa, chiama, togliendosi le scarpe e ascoltando il silenzio.

Nessuna risposta.

Costantino passa in soggiorno, poggia la busta sul tavolino e si dirige in camera da letto. Quella che vede lo fa sobbalzare: Sveva è stesa di traverso sul letto matrimoniale, il viso affondato nel cuscino. Le spalle esili tremano, i lunghi capelli castani sparpagliati sul copriletto.

Che succede? domanda lui cauto, avvicinandosi. Stai male?

Sveva si gira di scatto, gli occhi gonfi e il mascara sciolto sulle guance lo colpiscono con uno sguardo pieno di rimprovero e dolore.

Davvero non capisci? la voce le trema, quasi un sussurro tragico. Sto male, Costantino. Tanto male che non voglio più vivere.

Si siede sul bordo del letto e per abitudine le posa una mano sulla fronte. Ma Sveva si ritrae, rinchiudendosi tra le braccia.

Che ti fa male? Hai la febbre? domanda lui, sforzandosi di sembrare calmo e premuroso, anche se dentro si comincia a far largo il solito fastidio accumulato in sei anni di matrimonio.

Mi fa male lanima! urla lei, affondando di nuovo il viso nel cuscino e scoppiando in un pianto ancora più forte. E tu nemmeno mi chiedi come sto! Non te ne importa nulla! Sei tornato dal lavoro senza neanche salutarmi, senza un abbraccio, un bacio! Io sto morendo qui, soffocando nella solitudine, e tu passi il tempo a fare la spesa, come se nulla fosse!

Sveva, sono andato al supermercato per portarti qualcosa da mangiare. Proprio i bignè che volevi, sono stato apposta alla pasticceria vicino alla metro per prenderli freschi… replica lui, con la pazienza che si ha coi bimbi capricciosi.

Ah, i bignè! scatta sedendosi dritta, gettandosi indietro i capelli arruffati, e negli occhi le brilla più che loffesa la soddisfazione di averlo smascherato: cerca di placarla con dolci. Pensi di comprarmi con i bignè? Dovevi abbracciarmi appena entrato, dirmi che sono bella, che mi ami più di ogni altra cosa! Invece arrivi con la busta della spesa Io non voglio niente da te, Costantino, se non attenzione! È così difficile farmi sentire importante? Per te sono solo un mobile!

Lui rimane in silenzio, stringendo le mascelle. Conosce perfettamente questo copione: ora dovrebbe cedere, correre ad abbracciarla, asciugare le lacrime e pentirsi di ogni mancanza, portarla in braccio in cucina dove lo attendono i bignè.

Ma oggi è sfinito, più che mai. Il capo lha tartassato, i clienti hanno fatto saltare le consegne. Si sente completamente svuotato, senza più energie per sostenere questennesima sceneggiata.

Sveva, ceniamo insieme, tranquilli? Sono sfinito, lasciamo stare le discussioni, beviamo un bicchiere di vino, mangiamo i tuoi bignè, va bene? Parliamone da persone adulte.

Persone adulte?! il suo tono sale acuto e isterico. Balza giù dal letto e gli si scaglia contro, colpendogli il petto coi pugnetti come una bimba in preda al capriccio. Sei stanco tu?! E io? Io oggi ho pulito casa da cima a fondo mentre tu sorseggiavi caffè con le tue segretarie! Ho le mani a pezzi, la schiena a pezzi, e tu torni e nemmeno mi chiedi come sto! Egoista! Sei un egoista insensibile che pensa solo a se stesso!

Costantino le afferra i polsi, così sottili e fragili che sembrano di una bambina. Allinizio quella fragilità lo aveva conquistato, suscitandogli un istinto protettivo. Solo dopo ha capito che non era tanto fragilità quanto unarma.

Lasciami, mi fai male! grida lei dibattendosi. Mi vuoi spezzare i polsi?

Lui la lascia andare. Tremante, Sveva cammina verso la finestra, le spalle scosse dai singhiozzi teatrali, fissando le luci della città.

Costantino tira un profondo respiro, va in cucina, apre il Barolo, versa un bicchiere che finisce in un sorso senza nemmeno sentire il gusto. Poi si versa il secondo e ritorna nella stanza.

Sveva, bevi un po di vino, dice cercando di distendere i toni.

Lei si gira bruscamente, stavolta senza lacrime. Gli occhi sono secchi, pieni di rabbia.

Tienitelo il vino. Non voglio che cerchi di placare la coscienza facendomi ubriacare. Non mi ami, ormai è chiaro. Vivi con me solo per pietà!

Ma dai, come ti viene in mente? chiede lui, posando il bicchiere sul comò.

Lo vedo! gli infila un dito nel petto. Lo vedo da come mi guardi! Prima correvi a casa, portavi fiori, mi prendevi in braccio adesso la sola cosa che conti è il lavoro! Per me non hai più uno sguardo!

Costantino non risponde. Sa già che ogni parola verrà usata contro di lui. Questa non è una conversazione: è una caccia. Lui è la preda esausta, lei il cacciatore che si diverte a infierire.

Vado a mangiare, conclude. Se vuoi, vieni pure in cucina.

Si alza, va in cucina, prende il gorgonzola, taglia il pane, i pomodorini, si versa ancora un po di vino. Non vuole pensare a cosa succederà dopo.

Dopo succede sempre la stessa scena.

Dopo cinque minuti Sveva irrompe in cucina, afferra il piatto con il formaggio e lo scaraventa a terra. Il piatto si frantuma, il formaggio schizza ovunque.

Sei impazzita?! urla Costantino saltando in piedi. Sei completamente fuori di testa?

Ecco, così! strilla, in mezzo alla cucina, rossa in viso e dagli occhi accesi. Così impari a ignorarmi! Così impari a non parlarmi! Io mi sbatto tutto il giorno per te, e tu giochi al silenzio!

Afferra la bottiglia di Barolo e sta per spaccarla, ma Costantino riesce a bloccarle il polso. Il vino si versa sul pavimento, mischiandosi ai cocci e al formaggio.

Lasciami! urla. Bastardo!

Basta! le stringe il polso finché lei non urla dal dolore. Basta davvero, Sveva!

Ahi! Basta!

Lui la libera, lei scivola sul pavimento, si sorregge al davanzale. Costantino guarda la cucina distrutta e dentro sente solo rabbia.

Guarda cosa hai fatto, dice piano.

IO cosa ho fatto?! riparte lei allattacco. Sei stato tu col tuo menefreghismo! Se fossi stato un marito normale, non sarebbe successo niente!

Lui prende una scopa e un raccogli-briciole e inizia a pulire i cocci. Sveva lo osserva. Poi allimprovviso gli strappa la scopa di mano e la getta nel lavello, strillando ancora più forte:

Non pulire! Che tutti vedano che uomo sei tu!

Tutti chi? chiede lui stanco.

I vicini! Che sappiano che ho un mostro per marito!

Ormai sono abituati sorride amaramente Costantino. Sanno che da noi piatti si spaccano ogni sera.

Ormai è vero. In sei anni i vicini, una giovane coppia, avranno imparato tutte le arie di questa casa. A Costantino a volte sembra che si mettano a origliare apposta quando Sveva comincia a spaccare tutto.

Ti fai pure beffe?? urla lei. Ti prendi gioco di me?

Non sto ridendo, Sveva. Non cè nulla da ridere.

Lascia la scopa, va in soggiorno, si siede in poltrona e chiude gli occhi. La mente gli rimbomba. Ricorda come tutto è iniziato, alla festa di compleanno di un amico comune. Lei era così viva, piena di energia e sorrisi, sembrava uno spumante appena stappato. Ventidue anni lei, ventitré lui. Figlia unica e coccolata da una madre ex insegnante e un padre con una piccola ma fiorente catena di officine. Lavevano cresciuta come una principessa, sempre pronta a esaudire ogni suo capriccio fra regali e attenzioni.

Anche quando si frequentavano, Sveva dimostrava già il carattere: sbuffava se lui tardava cinque minuti, montava una scenata in un bar se la consumazione non era di suo gradimento. Ma Costantino, innamorato perso, scusava tutto con la giovinezza e la sensibilità; pensava che sarebbe maturata, che lamore avrebbe cambiato ogni cosa. Si sbagliava.

Dopo il matrimonio, la situazione è peggiorata. I genitori si sono defilati e tutto, ogni richiesta o capriccio è ricaduto su di lui. Doveva intuire ogni suo desiderio al volo. Più che marito, sentiva di doverle fare da padre, madre, tata, clown e maggiordomo insieme.

Pretendeva che ogni mattina iniziasse con il caffè a letto e un bacio sul naso, che ogni sera lui la coccolasse e ascoltasse i suoi drammi su una giornata tutta passata a scorrere Instagram e a fare maschere per il viso. I regali dovevano essere costanti, almeno quanto le vitamine. Dolcetti ogni giorno. Se dimenticava il suo yogurt preferito era come la fine del mondo.

Non mi ami! Non pensi mai a me! Mi ignori urlava Sveva.

Se tentava di contestare, che anche lui aveva una vita e responsabilità, scattavano le lacrime. Un pianto esagerato, da bambina a cui è stata negata una bambola. Ma invece di scioglierlo come avrebbe dovuto, in lui le lacrime suscitavano solo irritazione. Sapeva che non erano vere, erano strategia e ricatto.

Di recente Sveva aveva capito che le lacrime non funzionavano più: Costantino era diventato capace di ignorarle, uscire dalla stanza. Allora ora usava la salute.

Costantino, sto così male il cuore mi batte forte, ho la testa che gira sarà la pressione.

E lui correva, misurava la pressione (sempre perfetta), le proponeva la guardia medica. Ma non serviva. Bastava che si sedesse accanto a lei, la tenesse per mano, le portasse il tè col limone, le rimboccasse la coperta, le massaggiasse le tempie ogni cinque minuti.

Se si assentava solo per una mail, ricominciava la scena:

Mi hai abbandonata! Sto morendo e tu pensi al lavoro!

E il finale era sempre quello: se non accorreva abbastanza veloce, lei miracolosamente si rimetteva in piedi e, guarita, correva in cucina a rompere un piatto, tazza, insalatiera… Il suono la calmava; a volte aiutava anche a pulire, se lui glielo chiedeva.

Ma che mania è questa di spaccare piatti? le aveva chiesto, esausto.

E che devo fare, se con le buone non capisci? I piatti si rompono e i nervi si calmano. Più economico della terapia!

Dici? Guarda quanto abbiamo già speso a cambiare servizi…

Allora non farmi arrivare a questi punti!

Costantino è stanco, vorrebbe una relazione adulta. Una moglie che lo accoglie col sorriso, non coi rimproveri. Che sia un partner, non una bambina isterica. Che il letto sia un luogo damore, non un premio per la buona condotta. Ma come farle cambiare? Lei non vede nulla di male. Questa è per lei la normalità: ottenere tutto piangendo, urlando e rompendo. Così lhanno cresciuta. E così il mondo era sempre stato ai suoi piedi finché non ha incontrato lui.

Il giorno dopo è domenica. Costantino si sveglia presto, Sveva dorme ancora. Si fa un caffè, guarda fuori il cielo grigio, di pessimo umore. Decide che oggi parlerà con lei seriamente. Unultima volta.

Verso le undici lei esce dalla camera, avvolta nella vestaglia, faccia gonfia dalle lacrime del giorno prima. Si versa un caffè, si siede e fissa il muro.

Sveva, dobbiamo parlare, inizia lui calmo.

Di cosa? fredda, senza guardarlo.

Di noi, di come vanno le cose. Io non ce la faccio più.

Ah, TU non ce la fai!? e gli occhi si riaccendono per lennesima volta. IO non ce la faccio! A vivere con uno che non mi considera!

Sveva, ascoltati non pensi di comportarti come una bambina capricciosa invece che come una donna adulta?

Ah, allora sono una bambina?! urla lei. E chi credi che pulisce casa? Chi cucina? Chi si occupa di te?

Pulizie? lui sorride amaro. Abbiamo la donna due volte a settimana. In sei anni avrai fatto la frittata dieci volte. E curi solo te stessa.

Sei un ingrato! balza in piedi rovesciando la tazzina.

Siediti, dice lui fermo. Siediti e ascolta.

Lei si siede, più per curiosità che per obbedienza.

Ti amo, Sveva, ma sono esausto. Niente più pianti, piatti rotti, recite. Voglio una famiglia di adulti, partner sullo stesso piano.

Quindi sono una pessima moglie? fa il broncio, pronta a piangere. Non sono degna di te?

Non dico che sei cattiva. Dico che bisogna cambiare. Devi crescere, smettere di drammi e ricatti.

Io manipolo?! strilla. Io sono malata, ho i nervi a pezzi, e TU mi uccidi!

Sveva, appena vuoi qualcosa scatti in lacrime o svenimenti. Appena cedi, ritorni a stare benissimo. Questa non è una malattia, è ricatto.

Lui vede nei suoi occhi lo stupore per questa sua nuova determinazione. Di solito cedeva. Ora no.

Sei un mostro! sibila lei. Non mi ami, non mi hai mai amata, mi hai sposata per i soldi dei miei!

Quali soldi? Viviamo a casa mia, comprata cinque anni prima di te. I tuoi non ci hanno mai dato nulla, a parte i regali.

Credi tu! ora cammina avanti e indietro. Mi hai usata per anni! Ora vuoi buttarmi via!

Costantino capisce che è inutile insistere. Lei non ascolta, sente solo ciò che vuole.

Esco, dice alzandosi. Ho bisogno daria.

Non vai da nessuna parte! Non abbiamo finito!

Abbiamo finito, Sveva. Tutto quello che dovevo dire lho detto.

Lei afferra un portabiscotti di cristallo (regalo della madre) e lo scaglia al suolo, dove si rompe in mille pezzi.

Costantino guarda i frammenti, poi la moglie, che lo sfida aspettando una reazione. Ma lui tace.

Ne vuoi rompere ancora? domanda calmo.

Eh?

Piatti, ne vuoi rompere altri? Se no, io vado.

Esce nel corridoio, si mette la giacca. Lei gli si attacca alla manica.

Non puoi uscire! Sei mio marito!

È proprio per questo che me ne vado. Non posso più esserlo.

Esce e si chiude la porta alle spalle. Si sente un botto: ha scagliato contro la porta qualcosa di pesante.

Costantino scende in ascensore e cammina senza meta per la città autunnale, calciando le foglie e fissando i passanti. Si domanda: come si è finiti così? Amava davvero Sveva, una volta.

Entra in un bar, prende un caffè e una pastina, si siede vicino alla vetrina. Il telefono non smette di squillare: Sveva lo chiama ogni cinque minuti, poi arrivano i messaggi prima rabbiosi, poi pieni di pianti, poi di nuovo velenosi. Poi arriva anche un messaggio dalla suocera.

Che ti credi di fare? Dove sei? Sveva sta male, ha il cuore a pezzi. Torna subito a casa e chiedi scusa a mia figlia!

Costantino sorride. La mamma. Unaltra maestra della manipolazione. Ha sempre difeso la figlia, sempre trovando un colpevole esterno. È stata lei, insieme al marito, a crescere Sveva così.

Non risponde. Spegne il cellulare e si ordina un altro caffè.

Torna a casa tardi. Ovunque silenzio. La cucina è ancora devastata, nessuno ha pulito. Sveva è in camera volta verso il muro, finge di dormire. Lui raccoglie i cocci, lava il pavimento e si stende sul divano.

Al mattino lei appare, in silenzio, gonfia di pianto. Si siede vicino a lui sul divano, gli posa la testa sulla spalla.

Costi, perdonami, sussurra. Sono scema. Non volevo. Nemmeno so cosa mi è preso. Mi sono spaventata, pensavo non tornassi più.

Lui resta zitto.

Ti amo, tantissimo. Mi impegnerò a cambiare, lo giuro. Solo, non lasciarmi, ti prego. Non lasciarmi sola.

Costantino guarda la moglie: piccola, fragile, smarrita. In vestaglia, capelli scompigliati, occhi lucidi. Il cuore gli si intenerisce di nuovo.

Sveva, non lo so. Me lo prometti sempre, ma poi tutto ricomincia.

Stavolta è diverso! sussurra lei agitated. Andrò da una psicologa. Mi sono già iscritta, guarda

Gli porge il telefono, sito di un centro psicologico aperto sullo schermo. Costantino sospira.

Va bene, provaci. Ma è lultima volta.

Lei si getta al collo, lo riempie di baci, lo inonda di promesse. E lui ci crede. O fa finta di crederci, perché affrontare la verità fa più paura: sei anni buttati, ricominciare da zero terrorizza.

Passano due settimane: Sveva va davvero dalla psicologa. Gli mostra anche degli appunti. In casa cè calma relativa. Prova a trattenersi. Quando sente il nervoso salire, va in unaltra stanza, respira come le hanno insegnato. Costantino inizia a sperare.

Ma poi succede, come sempre. Lui rientra tardi dal lavoro, unora invece di mezzora. Lha avvisata col telefono. Quando rientra, trova la solita furia.

Dove sei stato?!

Te lho detto, bloccato in ufficio.

Mi avevi detto mezzora! È passato un secolo! Doveri? Con quella Pamela della contabilità, vero? Lo so!

Sveva, per lamor di Dio Chi è Pamela?! Non mi ricordo neanche che faccia abbia.

Bugie! A chi hai comprato il caffè la scorsa settimana alla macchinetta? Me lha detto tuo collega!

È una chiacchiera! Le offro il caffè ogni tanto, è tutto qui.

Per me conta! urla lei. Non mi ami! Mi tradisci! Lo sapevo!

Iniziano le urla, le lacrime, la corsa in cucina e, ovviamente, i piatti che volano. Stavolta tocca al nuovo servizio, comprato solo una settimana prima.

Costantino rimane sulla soglia a guardarla fracassare i piatti per terra, uno dopo laltro con energia rabbiosa. Gli occhi le brillano, ansima, non si ferma finché non ha rotto quasi tutto.

Sveva, basta, dice stanco. Sono le undici, lasciamo dormire i vicini.

Non me ne importa nulla! prende lultimo piatto, lo alza ma le scivola dalle mani cadendo a terra senza rompersi. Sveva resta lì impietrita, con espressione smarrita.

Costantino si gira e va in camera. Prende la valigia dallarmadio, la apre e ci butta dentro i vestiti, jeans, felpe, il caricabatterie, il portatile.

Sveva appare sulla soglia, aggrappata allo stipite, pallida, con il mascara colato sulle guance.

Che stai facendo? chiede piano.

Mi preparo, risponde senza guardarla.

Dove vai?

Da mia madre. Starò lì.

A lungo?

finché starai qui, io non torno.

Sveva singhiozza, prova ad abbracciarlo da dietro, ma lui si scansa, con calma.

Non serve.

Costi, scusami gli si mette davanti, con gli occhi supplichevoli. Non lo faccio più. Te lo giuro. Sono nervi. Solo non andare via.

Lui la guarda. Quante volte ha visto quella scena? Un centinaio? Mille?

Sveva, dice tranquillo, non cambierai. È così che ti hanno cresciuta. Non è colpa tua, ma neanche mia.

Cambierò! urla lei. Sei tu che non vuoi darmi una possibilità!

Te ne ho date sei anni, chiude la valigia, sono esausto. Non ho più nulla da dare.

Lamore, allora? sussurra lei. Dicevi che mi amavi.

Ti amavo. Forse. Ora non lo so più. Forse è finito. Piatto dopo piatto, sera dopo sera.

Prende la valigia e va verso luscita. Sveva si lancia sulla porta impedendogli di aprirla.

Se neanche provi, non vai da nessuna parte! Quanto vuoi vivere da tua madre?

Finché non te ne vai. La casa è mia, lo sai. Lho comprata anni prima di te.

Sveva si ritrae, scioccata. Lui apre la porta, esce sulle scale e chiama lascensore.

Costantino! urla lei nel pianerottolo. Ritorna! Senza di te non posso! Muovo!

Le porte dellascensore si chiudono.

Costantino esce di casa, sale in macchina e si mette a guidare. Destinazione ignota. Non vuole andare dalla madre, teme domande e pietismi. Vaga per la città notturna, osserva luci e marciapiedi vuoti.

Il telefono squilla continuamente: venti chiamate di Sveva. Poi il messaggio: Te ne pentirai. La farò pagare.

Sorride e spegne il telefono.

Al mattino si sveglia in macchina parcheggiata. Rigidissimo e con la schiena rotta, si infila in un bar aperto, beve tre caffè, mangia un toast caldo e finalmente si sente meglio.

Un mese dopo cè il divorzio. Sveva piange, invoca amore, si oppone. Ma vengono separati subito, non ci sono figli.

A volte Sveva gli appare in sogno. In vestaglia, occhi lucidi che gli supplicano perdono. Si sveglia sudato, fisso a fissare il soffitto.

Poi passa.

Dopo un anno, Costantino conosce Nadia. È arrivata in ufficio da poco, occhialini tondi, sorriso timido, ama il caffè amaro, parla pacata. Quando Nadia si arrabbia, tace, esce dalla stanza, poi rientra: Parliamone con calma.

Costantino allinizio ha paura. Ogni rumore forte, ogni gesto brusco gli mette ansia. Ma Nadia è diversa. Non strilla, non sviene, non chiede attenzioni continue.

Dopo due anni si sposano. Niente festa, solo i genitori. Lo stesso giorno, Sveva gli manda un messaggio: Spero che tu muoia, bastardo. Lui sorride e la blocca.

Quando al supermercato passa davanti agli scaffali dei piatti, si ferma a guardarli. Bianchi, decorati, porcellana, cristallo. E pensa: con quello che Sveva ha rotto in sei anni, avrei riempito una città di piatti.

Nadia si avvicina, gli prende la mano e chiede dolcemente:

Che hai, sei rapito dai piatti? Dai, dobbiamo prendere il latte.

Lui le sorride e la segue, lasciando gli scaffali alle sue spalle.

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