Mi ha iniziato a far male la pancia già allultima lezione. Una nausea improvvisa, vista offuscata. Dovevo resistere fino alla fine… Ma il dolore si faceva sempre più insistente, così mi sono inclinata su un fianco, premendo con le dita della mano sinistra proprio dove sentivo male.
Ho alzato la mano e sono uscita dallaula. Sapevo che questi giorni sarebbero arrivati, ero quasi pronta, ma oggi le pastiglie me le sono proprio dimenticate e nemmeno Margherita le aveva.
Pazienza, mi mancava solo questa lezione, poi potevo prendere il bus per la stazione centrale e raggiungere la nonna, il mio rifugio del fine settimana. Lì, in stazione, di solito cè un punto farmacia. Unora di treno regionale e sarei arrivata. E poi, dalla nonna… lì passa tutto.
La lezione è sembrata infinita. Non riuscivo a stare ferma, il male si faceva strada sempre di più. Finalmente, quando è finita, sono scappata fuori dalledificio delluniversità.
Fuori era un tempo da lupi neve e pioggia insieme, un freddo umido che ti entra nelle ossa. Mia mamma me laveva detto: Metti la giacca invernale!. Testarda io, avevo scelto il giubbotto corto e i jeans sottili Sognavo già di essere dalla nonna.
Allaria aperta sembrava andasse un po meglio, il dolore sera come appiattito, ma sapevo che sarebbe tornato. Per sfortuna, il bus tardava e nel frattempo mi sono bagnata le scarpe.
Mentre aspettavo, il dolore è tornato più forte ancora, come delle fitte che andavano e venivano. Tutti correvano al riparo tra neve e pioggia, a malapena notavano la studentessa bloccata dal dolore. Mi veniva quasi da piangere…
Sul bus, ovviamente, posti nemmeno a parlarne. Mi sentivo svenire, ma una ragazza giovane si vergogna a chiedere il posto, ho stretto i denti e sono rimasta in piedi.
Mi venivano mille ansie: E se ho lasciato qualche macchia?. Mi sono attaccata con la schiena al finestrino. Dal pavimento entrava aria gelida, i piedi erano diventati di ghiaccio. Volevo solo arrivare dalla nonna.
Quando finalmente sono scesa in stazione, la farmacia era chiusa. Mancava ancora mezzora al treno. Mi sono seduta su una sedia della sala dattesa, mi sono rannicchiata e ho stretto la borsa sulla pancia, così il male sembrava più sopportabile. Ho chiuso gli occhi, facendo finta di dormire sulla borsa, ma in realtà la stritolavo contro il dolore, contando fino a cento per non pensarci.
Alza i piedi e anche la borsa! mi ha detto una voce.
La sala era quasi vuota; una signora delle pulizie stava lavando il pavimento.
Non ce la faccio…
Come mai?
Ho male alla pancia.
Vuoi che chiami lambulanza? Mi ha guardata con uno sguardo comprensivo, come solo una donna può fare con unaltra.
No, no… ce la faccio, arrivo a destinazione…
Lo stesso viaggio, a denti stretti e sempre curva, lho fatto anche sul treno regionale. Come sono arrivata a casa della nonna, nemmeno lo ricordo.
La nonna, appena mi ha visto entrare zuppa dacqua, con le occhiaie scure, la fronte corrugata e i brividi, ha capito tutto immediatamente.
Nonna, dammi una Buscopan!
Siediti, subito! Togliti tutto, sei completamente infradiciata.
Da lì è iniziata quella scena ideale che solo una nonna può regalarti.
Ancora con le calze sintetiche! Senza calzini! Si agitava e brontolava, girando per la cucina.
Nonna, ma perché a noi donne tocca tutto questo?
Finché non ti sposi, è così Poi vedrai che passa, anche io ho sofferto fino a quei tempi! mi ha rassicurata.
E così, eccomi con calzettoni di lana ruvidi, una T-shirt lunghissima, la vestaglia di flanella della nonna e la sua sciarpona di lana preferita, verde scuro.
E la pastiglia? ho gridato dal bagno.
Prima mangi tre cucchiai di brodo di pollo caldo! Su, forza, anche se non hai voglia.
La nonna ha messo accanto al piatto la tanto desiderata compressa e nel bicchiere ha versato non so quale tisana erbosa dal gusto aspro, filtrata con cura.
La pastiglia, la tisana e la cura della nonna hanno fatto subito effetto: il dolore si è sciolto, mi sono sentita sudare e rilassarmi, persino la sciarpa cominciava a darmi fastidio dal caldo. E la nonna lì, a massaggiarmi con il balsamo e a spruzzarmi qualcosa in bocca.
Mi è venuta voglia di addormentarmi lì, direttamente al tavolo della cucina. Ho chiuso gli occhi e indietreggiato sulla sedia. Ecco, questa è felicità.
Ma la felicità non finisce qui. Mi aspettava il piumone morbido e i cuscini soffici della nonna. Sprofondando nel letto mi sentivo pesante come cento chili e, quando la nonna mi ha rimboccato le coperte da tutte le parti, non ero più in grado di muovermi.
E, prima di addormentarmi, ho pensato:
Non voglio sposarmi! Nessuno, nella vita, saprà mai amare come ci amano le nostre nonne!E nella penombra della stanza, tra l’odore di talco e brodo che ancora fluttuava nellaria, ho sentito la nonna che trafficava silenziosa in cucina, pronta a ogni mio bisogno come se avesse antenne magiche. Un conforto che non si compra e non si inventa, ma si tramanda, segreto dopo segreto, carezza dopo carezza.
Ho sorriso tra me e me, mentre i rumori si attenuavano e la nebbia del dolore si dissolveva nel tepore della coperta. Perché forse certe cose non passano mai davvero, ma si impara a viverle sapendo che, finché esistono le nonne, ci sarà sempre un rifugio caldo dove tornare, qualsiasi tempesta ci sorprenda fuori.
E così, abbracciata dalla notte e dal profumo della sua sciarpa, sono scivolata nel sonno più dolce, certa che domani qualcosa sarebbe già stato più facile.





