Amore

Amore

Mamma, davvero vuoi sposarti a ottantadue anni?!

Ma non si trattava di sposarsi. Desiderava soltanto la presenza di qualcuno ancora vivo accanto a sé. Qualcuno che avrebbe potuto chiamare lambulanza se fosse caduta. Qualcuno a cui dire « buongiorno ».

Ma la figlia sentiva il pericolo: la casa della mamma le stava scivolando dalle mani.

Vera Spadoni aveva ottantadue anni. Il marito era scomparso da tempo. Il villaggio, ormai mezzo vuoto, contava solo poche anime e i figli chiamavano una volta al mese, sempre di fretta, con il solito « Non ho tempo! » prima di chiudere la telefonata.

Poi, un giorno, accadde qualcosa che non le permise più di tacere. E così decise di aprire la sua scatola di legno.

Ma erano davvero pronti i figli a leggere quello che vi era scritto al suo interno? E avrebbero fatto in tempo?

***

Vera si svegliò nel silenzio irreale della cucina. Tobia, il suo vecchio cane meticcio, non raspava alla porta come solito. Giaceva vicino alla stufa, il respiro affannoso.

Cosa cè, vecchio mio? Vera si inginocchiò accanto a lui. Anche a te non reggono più le zampe?

Tobia aveva quattordici anni. Per un cane, era un vero patriarca. E Vera Spadoni di anni ne contava ottantadue: insieme avevano visto moltissime albe.

Si affacciò. Dal vetro la luce grigia pioveva sulle chiome nude dei pioppi, sulla casa affianco con le imposte sbarrate. Tre anni prima lì abitava Maria, amica dinfanzia. Dopo lictus era stata portata alla casa di riposo; sei mesi dopola tomba, nel piccolo cimitero di paese.

Ormai a Rivabella restavano poche case abitate.

Eccoci qua, Tobia disse Vera noi due soli.

Sul comò vecchie fotografie: Pietro, giovane, in completo elegante alla loro festa dargento. Era morto diciannove anni prima, stroncato da un infarto nellorto che amava. I medici arrivarono dal capoluogo, ma era troppo tardi.

Vicino, una seconda cornice: i tre figli. Olga, Andrea e Giulia.

Vera distolse lo sguardo. Trentaotto anni erano passati, ma vedere quella foto faceva ancora troppo male.

Giulia aveva sette anni quando una meningite la portò via in tre giorni. Era giugno, lottantasei. Olga finiva le superiori, diciassette anni, la maturità alle porte. Andrea ne aveva quindici.

Dopo il funerale, qualcosa si spezzò.

Vera ricordava bene: era diventata di pietra. Per mesi incapace di piangere, parlare, toccare le cose della piccola. Olga la sera si sedeva vicino a lei, aspettava abbracci, parole, qualcosa. Vera fissava il muro. Non era mancanza daffettodentro si era spenta.

Poi Olga smise di avvicinarsi. Si gettò nello studio, volò a Milano e finalmente respirò. Andrea si rifugiò nello sport, nel servizio di leva, quindi lontano fino a Trieste. Quanto più lontano da casa, tanto meglio.

E Vera era rimasta. Prima con Pietro, poi da sola. Prima per i figli, poi per i nipotiche arrivavano sempre meno. Ora era solo rimasta. Senza dove andare. E senza motivo.

***

Il vecchio cellulare, regalo della nipote, trillò alle otto. Vera lafferrò con un tuffo al cuore: forse Olga?

Pronto, Vera Spadoni? Sono Romano Petrini.

La voce del vicino era fitta, appena colpevole.

Ciao, Romano.

Si conoscevano da sempre. Nati nello stesso paese, stessa scuola, stessi balli in piazza. Poi lei sposò Pietro, lui Tamara. Tre case più in là. Cresciuti figli, seppelliti genitori. Tamara era morta un anno prima.

Senti… Romano esitò Vorrei passare, devo parlarti.

Vieni pure. Metto su il tè.

Arrivò dopo mezzora. Alto, curvo, la giacca consunta.

Vera… Riflettevo. Cosa siamo, noi due? Soli, tu ottantadue, io ottantacinque. Quanto ci resta? Un anno? Due? Cinque se ci va bene?

Cosa vuoi dire, Romano?

Proviamo a vivere insieme gli ultimi tempi. Alzò lo sguardo. Non parlo di… quello. Solo insieme. Linverno: la legna, la neve. Lestate: lorto. Tu cucini da favola. Io posso ancora aggiustare il tetto, sistemare il cancello.

Vera tacque. Il cuore batteva forte, confuso.

Pensaci, aggiunse svelto. Non hai fretta. Solo… Tamara, prima di lasciare questa terra, mi ha detto: Non restare solo, Romano. Trova qualcuno a cui offrire un bicchiere dacqua. E ho pensato… noi siamo sempre stati vicini. Perché restare separati, adesso?

Romano, Vera posò la mano sulle sue dita: calde, ruvide. Ci penserò. Ma prima, parlo con i figli.

***

Quella sera Vera chiamò la figlia. Olga rispose al quinto squillo.

Mamma? Succede qualcosa?

Nulla, niente di grave, Olga. Soltanto volevo parlare.

Mamma, tra dieci minuti ho una riunione. Dimmi velocemente.

Vera sospirò. In fretta, tutto sempre in fretta.

Romano Petrini è venuto oggi. Il vicino, te ne ricordi? Mi ha proposto esitò di vivere insieme. Non sposarsi, solo aiutarsi. Così non sarei sola…

Seguì un silenzio lungo, opprimente.

Mamma, ma vuoi proprio sposarti?!

Ti dico che non centra sposarsi…

E la casa? Finirebbe a lui?

Quale casa, Olga? Sono solo stanca di stare da sola…

Mamma, adesso non posso discuterne. Ne parliamo nel weekend.

Il telefono restituì il solito tu-tu-tu.

Vera depose la cornetta piano. Nel weekend. Olga non chiamava da tre settimane, ora forse avrebbe telefonato sabato.

Poco dopo chiamò Andrea. Trieste aveva già iniziato la giornata.

Mamma, Olga dice che vuoi sposarti? A ottantadue anni?

Andrea, la cosa non sta così…

Mamma, capisci le conseguenze? Quelluomo entra in casa tua, poi basta: a noi non resta nulla. Questa storia lho vista cento volte.

Roman… lo conosci da sempre…

Proprio per questo. Mia suocera ha fatto lo stesso a settantacinque, poi, dopo due anni, il marito nuovo si è preso tutto. Ci sono state cause per tre anni.

Dico solo che non voglio cedere niente a nessuno…

Non fare sciocchezze, mamma. Devo andare.

Tu-tu-tu.

Vera rimase a lungo al buio. Tobia si avvicinò, ficcò il naso nel suo ginocchio, guaì piano.

Temono per la casa, Tobia. Ma che io muoia qui sola, quello non li spaventa.

***

Tre giorni dopo, Romano tornò. Portava un vasetto di mieleil suo, delle api che allevava ancora con Tamara.

E allora, Vera?

Vera abbassò lo sguardo, vergognandosi.

Non posso, Romano. I figli non vogliono.

Tacque. Posò il miele sul tavolo.

Non vogliono che tu non sia sola? nella voce, unombra di rabbia.

Temono che…

Che voglia portarmi via la casa? Sorrise amaramente. Ho la mia casa. A ottantacinque anni cosa me ne faccio? Io sospirò, solo non voglio morire. E aiutarti, per quanto posso.

Silenzio.

Romano prese il berretto.

Va bene. Scusami per il disturbo. Dio ti giudicherà. Si fermò sulla soglia. Anche ai tuoi figli dirà qualcosa. Quando verranno a trovarti da morta, ricordalo.

La porta si chiuse. Vera restò sola.

***

Una settimana dopo, arrivò don Sergio, il giovane prete del paese vicino. A Rivabella la chiesetta non cera; lui veniva una volta al mese, portava pane benedetto, spendeva qualche parola.

Signora Vera, il Signore la benedica. Come va?

Tiro avanti, Padre, a fatica.

Un tè insieme. Don Sergio raccontava dei lavori al campanile, di nonna Clelia, novantatré anni e ricama icone.

Lei, invece, come si sente, signora Vera?

Vera restò in silenzio. Poi, sottovoce:

Male, Padre. Sono sola. Proprio sola. I figli la voce tremava non vengono. E telefonano poco. Sono un peso.

Non è un peso. La amano. Solo la vita è rapida, tutti corrono.

Io ormai ho finito di correre. Guardò fuori. Sa, Padre, a volte penso: è una punizione? Per Giulia…?

Perché mai?

Quando morì mi raggelai. Non sapevo piangere, parlare. Olga e Andrea erano bambini. Avevano bisogno damore. Ma io ero come morta. Così si sono allontanati. Forse avevano ragione.

Don Sergio le prese la mano:

Signora Vera. Lei non è diventata di pietra: ha portato una croce. E non tutti ci riescono. Perdere un figlio è più che morire. Ma lei ha allevato e cresciuto gli altri. Questo è un merito, non una colpa.

Vera scoppiò a piangere.

Padre Vorrei che venissero, almeno una volta. Finché sono viva. Sedersi qui accanto a me e dire: «Mamma, ti vogliamo bene.» Nientaltro.

Scriva loro. Una lettera di carta. Così, quando avranno tempo, magari capiranno.

Ne ho scritte Vera si asciugò gli occhi. Ma non le ho mai spedite. Avevo paura di assillare.

Non tema. Stavolta la mandi. È importante che sappiano.

***

Dicembre portò un freddo ostinato. Vera portava legna in casa, accendeva la stufa, cucinava zuppa di patate e cavolo. Nilde, la vicina, si faceva vedere ogni due giorniportava pane dalla città, latte fresco dai Rinaldi. Aveva settantotto anni, le gambe gonfie e la pressione alta; aiutava come poteva.

Tobia ormai non si alzava quasi più. Rimaneva accanto alla stufa, mangiava poco. Vera si sedeva lì accanto, accarezzava il muso bianco.

Resistiamo insieme, vecchio mio.

Il ventitré dicembre, uscendo sul pianerottolo per buttare la cenere, una lastra di ghiaccio tradì Vera: scivolò, i piedi le sfuggirono, rovinò a terra. Un dolore acuto, tutto alla coscia.

Il telefono era in casa, sul comò. Impossibile raggiungerlo. Vera rimase lì, sul legno gelato, guardando il cielo grigio. Il freddo le strisciava sotto la coperta, fino alle ossa.

Signore sussurrò così? Sola, sul pianerottolo, come una bestia?

Forse passò unora, duechi può capire il tempo in certi momenti? Le dita insensibili, la bocca incapace di muoversi.

Poi, una voce:

Vera! Vera bella, ci sei?!

Era Nilde. Venne a controllare, salvando tutto.

Lambulanza arrivò dopo due ore e mezzo. Gli infermieri, giovani, infreddoliti, la sollevarono con attenzione.

La diagnosi, in ospedale, fu tremenda: frattura al femore.

***
Olga chiamò in ospedale il giorno dopo.

Mamma, come stai? Me lha detto Nilde.

Sono immobilizzata, Olga. I dottori dicono che serve loperazione, o non mi riprendo.

Sì, mi sono informata. A Parma cè unottima clinica. Pago io, non ti preoccupare.

Grazie, figlia mia. Vera esitò, raccolse il fiato. Olga verresti?

Silenzio. Infinito.

Mamma ora non posso. Fine anno, scadenze, il mio progetto arde. Ti mando qualcuno! Una badante affidabile. Si chiama Lidia, viene da Parma, bravissima. Starà con te finché non sarai in piedi.

Olga La voce di Vera oscillò. Non volevo una badante. Avrei voluto te, anche un giorno solo. Solo averti vicino.

Silenzio.

Mamma non ricominciare. Faccio tutto il possibile. Lidia è unottima professionista

Va bene, Olga. Vera chiuse gli occhi. Sei una brava figlia.

Era falso. Ma la verità non reggeva.

Loperazione venne fatta a gennaio. Il professor Carletti, anziano e calmo: «Vera Spadoni, sei forte, hai ossa solide. In tre mesi camminerai di nuovo.»

Tre mesi. Uneternità.

Lidia, sui cinquanta, la voce neutra da esperta, arrivò dopo la dimissione. Si installò nella stanza di Giulia.

Signora Vera, non si alzi mai senza aiuto. Se serve, chiami.

Una sconosciuta in casa. Mani altrui che servono il pasto. Voce estranea che chiede: «Come si sente?»

Vera guardava il soffitto. Oltre la finestra soffiava febbraio, la tormenta urlava: tutto bianco, uneco di vuoto. Tobia morì la seconda settimana. Quando Vera si svegliò, lui era freddo vicino alla stufa. Se nera andato in silenzio.

Lidia aiutò a portarlo fuori. Lo seppellirono in giardino, sotto al vecchio melo che aveva piantato Pietro.

Aspettami, caro, sussurrò la donna, in piedi sulla neve, presto ti raggiungo anchio.

***
A fine febbraio Vera iniziò a camminarelenta, con il girello, ma da sola. Lidia se ne andò: i soldi erano finiti e Olga, in una telefonata, aveva detto: «Mamma, adesso va meglio, puoi farcela. Se serve chiama Nilde.»

Ce la farò. Lho sempre fatto, pensò Vera.

Sistemando la biancheria scoprì la scatola di legno, regalo per i cinquantanni. Aprì e rimase senza respiro.

Lettere. Decine scritte negli ultimi anni. Figli, nipoti. Mai spedite.

«Olga mia cara, oggi compi cinquantacinque anni. Ricordi il tuo compleanno dei diciassette? Una settimana prima che che Giulia ci lasciasse. Eravamo felici. E poi io non sono più riuscita a starti vicina, quando serviva. Perdonami. Non era voluto. Ero rotta, dentro.»

«Andrea, figlio mio, sono quattro anni senza vederti. Capisco: Trieste è lontana, lavoro, famiglia. Ma ricordi quel giorno da bambini che dicesti: Mamma, io sarò sempre lì con te? Avevi spaccato un ginocchio, ti portai in braccio. Così piccolo!»

«Caterina, nipotina, sei lunica che mi chiama ogni settimana. Grazie. A volte mi pare che solo tu mi senta per davvero.»

Vera ripercorreva le lettere, in lacrime. Perché non le aveva spedite? Paura di sembrare invadente. Paura che dicessero «Ancora si lamenta». Paura, paura di tutto.

E ora? Forse tardi.

Ricordò le parole di don Sergio: «Scriva, e spedisca. Che sappiano.»

Vera prese un foglio bianco. Scrisse lenta, fermandosi a ogni frase.

«Caterina, cara nipote mia.

Se leggi questa lettera, ho trovato il coraggio. Scusa se scrivo a te e non a tua madre. Non ne ho la forza. Lei non ascolterebbe. Tu sì, ne sono certa.

Cuore mio, sono stanca. Ottantadue anni sono tanti. Non è il corpo, è lanima che pesa questa solitudine. Fa male sapere di servire solo solo come custode della casa, che andrete poi a dividere.

Non sto lamentandomi, davvero. Vorrei solo che qualcuno sapesse: vi ho amati tutti. Ogni respiro. Anche quando non potevo mostrarlo.

Nel comò, nella scatola di legno, ci sono le mie lettere. Da anni. Non mai spedite. Se mi succedesse qualcosa, leggi tu. Fai leggere agli altri. A tua madre, zio Andrea. Che almeno sappiano.

Stai attenta, Caterina. Non rimandare lamore a dopo. Io lho fatto. Continuavo a pensare: dopo avrò tempo, dopo lo dirò, dopo abbraccerò. Ma il dopo non arriva mai. Cè solo ladesso.

Tua nonna Vera.»

Chiuse la busta, scrisse lindirizzo.

Il giorno dopo, Nilde andò in città per acquistare i farmaci. Vera la pregò di imbucare la lettera.

Stai scrivendo alla nipote? chiese Nilde.

A lei. Vera esitò. Forse almeno Caterina ascolterà.

***

Caterina terzo anno di scienze delleducazione, futuro maestra elementare ricevette la lettera a inizio marzo. Riconobbe subito la scrittura della nonna grande, pendente, tremolante nelle parole lunghe.

Lesse. Rilesse ancora. Poi si sedette sul letto dellappartamento universitario e scoppiò in lacrime.

La coinquilina, Serena, interruppe la serie su Netflix:

Cate, che succede? Notizie cattive?

La nonna Caterina si asciugò le lacrime. Scrive che è stanca. Che sta male. Che non serve più a nessuno.

Tua mamma lo sa?

Mamma? Un sorriso amaro. Sempre presa. Lultima volta da nonna un anno fa. Mezza giornata.

Compose il numero della madre. Olga rispose, infastidita:

Caterina? Che vuoi? Ho un cliente a pranzo.

Ho ricevuto una lettera dalla nonna.

Lei non scrive lettere.

Ha scritto. A me. Esitò Caterina. Sta male, mamma. Molto. Scrive che è stanca della vita.

Non esagerare. La nonna si lamenta sempre

Mamma! alzò Caterina la voce. Non lascolti mai davvero? Quando è lultima volta che ci hai parlato sul serio? Non solo ciao-non ho tempo ma per davvero?

Silenzio.

Caterina, non ora. Ne parliamo stasera.

***

Caterina stringeva il telefono. Fra tre settimane la sessione. Esame di didattica, psicologia, la tesi da finire. Perdere lappello significava perdere lanno.

E la nonna era sola. Nel paese di nessuno. La lettera era un addio.

***

Lo chiuse. Rammentò la voce della nonna, mite perfino via telefono: « Cate, non volevo disturbarti solo mi mancavi » E lei quante volte? rispondeva: « Nonna, adesso non posso, poi ti richiamo, ok? »

Poi. Poi. Poi.

« Non rimandare lamore », aveva scritto la nonna.

Caterina aprì il laptop. Cercò lorario dei treni.

Due ore dopo era già in stazione.

***

Rivabella accolse Caterina nel silenzio. Era a otto chilometri dallo scalo; il tassista spillò trenta euro, borbottando sulla benzina che costava troppo per venire tra i rovi.

Strada deserta, neve alle ginocchia, recinti a pezzi. Tre case sbarrate, due con un filo di fumo.

La casa della nonna: infissi azzurri, un portone intagliato, il vecchio melo in giardino. Il cancello cigolò un suono dinfanzia, quando lei passava lestate lì ogni anno.

Toccò la porta.

Nonna! Sono Caterina!

Passi lenti, strascicati. La porta si aprì.

Vera era lì. Sera assottigliata, le spalle curve, poggiata al girello. Capelli bianchissimi, raccolti in uno chignon sottile, uno scialle sulle spalle.

Caterina la voce rotta. Sei sei proprio qui?

Nonna! La strinse piano, quasi avesse paura di farle male. Scusami. Scusami se non sono venuta prima.

Restarono così, luna tra le braccia dellaltra, piangendo come bambine.

***

A sera erano sedute in cucina. Tè e marmellata fatta lanno prima, mele del giardino. La stufa schioccava, fuori si butterava di blu il crepuscolo.

Nonna, raccontami tutto. Di Giulia, della mamma, di zio Andrea.

Vera tacque a lungo. Poi parlò piano, con pause lunghe, quasi faticasse a pronunciare ogni parola.

Giulia Aveva sette anni. Una bimba bellissima, i capelli ramati come il nonno. Si ammalò a giugno pareva febbre. Dopo tre giorni la voce si spezzò meningite. I dottori dissero: Se laveste portata prima, forse. Ma qui, da noi, lospedale è lontano. Ormai era tardi.

Tacque. Caterina le strinse la mano.

Dopo il funerale, ero vuota. Camminavo, cucinavo, ma io non cero. Olga la sera veniva, sola, diciassette anni e il futuro davanti. E io statua di ghiaccio. Non riuscivo a dirle ti voglio bene. Dentro sentivo solo dolore.

E lei?

Ha aspettato. Un mese, due, poi basta. È partita e non si è fermata mai più. La capisco. Se una madre è fatta di ghiaccio, perché tornare?

E zio Andrea?

Diverso. Andrea non ha aspettato, è scappato. Prima nello sport, poi nei militari, poi il più lontano possibile. Qui tutto parla di Giulia. Ogni angolo. Ogni foto.

Caterina taceva. Prima sentiva la storia della famiglia tutta intera, senza frammenti.

Nonna perché non ne hai mai parlato?

A chi? A Olga? Avrebbe detto: « Non ricominciare ». Andrea avrebbe chiuso il telefono. E tu Vera sorrise non volevo rovinarti linfanzia. Tu arrivavi felice. A che servivano i miei dolori?

Nonna, tu sei la mia famiglia. Ti voglio bene.

Vera pianse.

Sei diversa, Caterina. Grazie. Grazie che sei venuta.

***

Lindomani, Vera tirò fuori la scatola di lettere.

Tieni. Avrei voluto che le trovassi dopo Ma già che sei qui, leggile ora.

Caterina sollevò il coperchio: decine di buste, senza francobollo.

Passarono la giornata leggendo, finché venne buio. Lettere alla madre, allo zio, ai nipoti. Anni di una tenerezza mai detta.

« Olga, ricordi quando piangevi perché non cerano soldi per il vestito della maturità? Ho venduto la fede, lunico oro rimasto, per farti vedere felice. Tu non lo hai mai saputo. Avrei dovuto dirtelo? Forse sì, oggi penso di sì… »

Nonna la mamma lo sa del tuo anello?

Mai detto. Ho fatto finta fosse perso.

Perché?!

Così mi hanno educata. Niente parole, niente aspettative di gratitudine. Solo, fare e tacere.

Sbagliato! Le persone devono sapere dessere amate!

Dovrebbero, Caterina. Ma non eravamo capaci. Né io, né mia madre, né la sua.

***
Caterina rimase tre giorni. Puliva, cucinava, riempiva la stufa. Passeggiate nel cortile piano, Vera col girello, lei accanto.

Rimasero in silenzio davanti alla tomba di Tobia. Solo una tavoletta nella neve.

Era un bravo cane, disse Vera. Quattordici anni insieme.

Al terzo giorno Caterina dovette tornare. Esami, tesi la vita non aspetta.

Torno tra due settimane, subito finiti gli esami. Promesso.

Torna, Caterina. Ti aspetto.

Si salutarono davanti al cancello. Vera minuscola e fragile, Caterina luminosa, il domani negli occhi.

Nonna Ti voglio bene.

Più della vita, tesoro mio.

Il taxi portò via Caterina lungo la strada rotta. Vera salutava fin che la macchina non sparì.

La sera stessa, Vera morì.

Nilde la trovò la mattina: la porta aperta, Vera composta nel letto, il volto sereno. Sul tavolo la foto: Vera, Caterina e Tobia lestate prima. E un biglietto:

«Caterina, ti ho aspettata. Grazie. Non piangere sono serena. Tu mi hai ascoltata. Basta questo.»

***

Olga venne in volo da Milano quella sera. Andrea arrivò da Trieste il giorno dopo.

Al funerale, nella piccola sala del paese, si videro dopo cinque anni.

Perché non hai detto che stava male?! Olga aggredì la figlia, accanto alluscio.

Ho chiamato. Mi hai detto: Non drammatizzare.

Ero occupata! Lavoravo!

Sempre, mamma. Da sempre.

Olga si zittì, come colpita.

Andrea restava discosto, lo sguardo a terra.

Sono in ritardo. Come sempre.

A officiare fu don Sergio. Pochi intorno: Nilde, Romano, qualche vecchio.

La seppellirono accanto a Pietro e Giulia. Tre croci raccolte: di nuovo insieme.

***
Dopo il cimitero, si riunirono a casa. Tavola imbandita: grano dolce, crespelle, crostate di Nilde. Fuori il cielo di marzo, greve, nuvole basse.

Olga fissava il frutteto. Andrea, di fronte, stringeva il bicchiere. Caterina tra loro.

Silenzio.

Poi Caterina si alzò. Aveva la scatola tra le mani.

La nonna voleva che leggessimo. Tutti.

Cosè? mormorò Andrea.

Lettere. A ciascuno di noi. Mai inviate.

Olga impallidì.

Caterina, non ora

Proprio ora. Aprì la prima busta. Per te, mamma.

Cominciò a leggere.

«Olga, figlia cara,

Ti ricordi quanto soffrivi per il vestito del diploma? Ho venduto la fede lunica cosa doro rimasta. Per vederti felice, bella. Tu non ne sei mai stata al corrente. Forse avrei dovuto dirtelo. Forse avresti capito quanto ti volevo bene.

Perdonami, figlia mia. Perdonami se dopo Giulia non sono più stata lì con te. Ero di pietramorta dentro. Ma lamore cera, solo non riuscivo a tirarlo fuori.

Ti amo. Sempre, fino allultimo respiro.

Tua mamma.»

Olga non mosse lo sguardo dal tavolo. Le lacrime cadevano silenziose.

Caterina prese il secondo foglio.

«Andrea, figlio mio,

Ricordi la bicicletta che ti regalò papà per i tuoi dieci anni? Il primo giorno la rompesti subito alla cava, no? Tornasti piangendo, io non ti sgridai, mi dicesti: Mamma, ti prometto che non ti lascio mai sola.

Capisco perché sei scappato. Qui tutto parla di Giulia, di noi, di dolore. Non ti biasimo.

Perdonami se non ho saputo darti una casa calda. Dopo Giulia, sono sparita anchio.

Ti amo, mio ragazzo. Non dimenticarlo.

Tua mamma.»

Andrea nascose il volto tra le mani. Le spalle che tremavano.

Romano, nellangolo, disse sommesso:

Le dissi: Vieni con me, sarà più facile. Ma rispose: I figli non vogliono. Non vi voleva turbare. Sempre così, una vita intera. E voi

Si interruppe, scosse la testa, uscì dalla porta.

Olga alzò gli occhi. Il viso rigato e spento.

Perché perché non lha mai detto? Sarei venuta! Avrei…

Avresti risposto: Mamma, per piacere, non cominciare Caterina. Come sempre.

È vero, sussurrò Olga. Mio Dio è vero.

***

Dopo il funerale, gli altri andarono via. Andrea e Olga restarono. Caterina con loro.

In quella stanza passarono la sera. Alle pareti le foto: il matrimonio dei genitori, il 62; Olga bambina col fiocco; Andrea in bici, Giulia capelli rossi, il sorriso di sempre.

Olga Andrea parlò per primo, la voce rauca. Tu te la ricordi, Giulia?

Ogni giorno. Olga fissava la foto. Ogni santo giorno.

Da quando se nè andata… tra noi tutto si è spento. Ci hai mai pensato?

Lo sentivo pensavo che tu dessi la colpa a me.

Io invece pensavo il contrario.

Si guardarono negli occhi, dopo anni.

Poi, quasi impacciata, Olga abbracciò suo fratello.

Scusami. Per tutto. Per il silenzio, per non aver chiamato.

E tu scusa me. Labbracciò. Era ora che ce lo dicessimo.

Caterina li vedeva e piangeva.

***

Marzo. Un anno è passato.

Rivabella accoglie la famiglia col sole. Neve ancora nei prati, ma i primi ruscelli suonano già.

La casa, rimessa a nuovo, sembra sorridere. Nuovo tetto, finestre fresche. Nel giardino, un giovane melo, piantato in memoria di Vera.

Olga arriva col marito. Andrea con la moglie e i due figli, Luca e Paolo; i ragazzini giocano nella neve, ridono.

Riuniti a tavola. Nilde porta le torte, don Sergio prega.

Per Vera Spadoni dice. Anima buona. Amava molto. E sopportava.

Tutti bevono, in silenzio.

Poi Caterina si alza.

Un attimo. Devo fare una cosa.

È sul portico. Chiama al cellulare.

La madre la sente dalla salacuriosa.

Cate? Dove sei?

Sul portico, mamma. Volevo dirti una cosa. Come avrebbe detto la nonna.

Dimmi.

Ti voglio bene.

Pausa.

Caterina la voce di Olga si incrina. Anche io ti voglio bene. Tantissimo.

Lo so, mamma. Adesso lo so.

Caterina rientrò. Olga era alla finestra, gli occhi lucidi.

Grazie, disse piano. Questa è la lezione più grande.

È la lezione della nonna. Io ho solo trasmesso.

Epílogo

La sera, tutti andati, Caterina restò sola nella stanza della nonna. Sulla mensola la foto con Vera e Tobia, lestate scorsa.

Caterina prese la penna.

«Cara nonna,

È passato un anno. Siamo venuti tutti, insieme. Mamma, papà, zio Andrea e famiglia. I bimbi hanno fatto il pupazzo di neve in giardino.

Dicevi di non rimandare. Lo faccio: chiamo la mamma ogni giorno. Dico ti voglio bene. Anche quando sembra superfluo, anche quando ho fretta.

La mamma ora chiama anche a me, anche a zio Andrea. Vuole sentirci. Prima non ci riusciva. Ne saresti fiera.

Avevi ragione: il dopo non esiste. Cè solo il presente.

Grazie davermi insegnato la cosa più importante.

Quando qualcuno merita amore, diglielo adesso.

Tua Caterina.»Una brezza dolce attraversava la tenda leggera della finestra. Caterina chiuse il quaderno, si avvicinò al vecchio melo e, con dita esitanti, lasciò cadere la lettera ai suoi piedi.

Il cielo virava al rosa. In quel silenzio, le parve di sentire uno scalpiccio lieve, il passo di Tobia sul selciato, la voce sottile della nonna che mormorava: Brava, così si fa.

Caterina si voltò verso la casa, le finestre ornate di gerani, le risate lontane dei cugini che si rincorrevano. Sorrise sotto il fazzoletto. La nostalgia non le faceva più paura. Aveva scoperto il filo segreto che univa tutti, attraverso carezze non date, parole taciute, lettere nascoste. Era amore, anche quello: più silenzioso, ma vivo e infinito.

Rientrando, Caterina si fermò un attimo sulla soglia, assaporando la voce della memoria che, finalmente, era diventata presente.

Quel giorno, senza che nessuno lo sapesse, la casa di Vera tornò a essere una casa. E nessuno, da allora, dimenticò più di dire: Ti voglio bene.

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