Diario di Leone Ferri, Firenze
Oggi i miei pensieri mi hanno trascinato di nuovo nella voragine del passato, dove ogni ferita sembra ancora fresca. Ancora mi stupisce come una banale richiesta, un tipo insignificante di aiuto tra vicini, possa aprire crepe destinate poi a inghiottire vite intere. Chi avrebbe mai pensato che il giorno in cui ho bussato alla porta accanto per chiedere un trapano avrebbe riservato a me, a mia moglie Anna e al nostro piccolo grembo di futuro, un destino tanto amaro?
Allepoca credevo che bastasse la forza delle mani per difendere amore e dignità. Io e Anna eravamo appena entrati nel nostro nuovo appartamento nel quartiere Novoli: stanze ancora vuote ma colme dei nostri sogni. Anna aspettava un bambino, e io mi sentivo forgiato da questa responsabilità, pronto a costruire a mani nude il nostro futuro nella casa che profumava di calce fresca e promesse.
Fu proprio mentre fissavo le mensole che capii di aver bisogno di un trapano. Bussai alla porta del vicino, certo che sarebbe stata una di quelle richieste insignificanti e rapide. Il vicino si presentò come Arturo Galli: uomo esuberante, elegante, con una parlata sciolta che da subito mi mise a disagio. Mi restituì quasi subito il favore del mio saluto presentandosi alla nostra porta con una bottiglia di Chianti e cioccolatini. I suoi occhi rimasero incollati su Anna per un istante interminabile.
Ma guarda che fortuna disse, ridendo e senza ritegno. Dalla mia finestra osservo bene il vostro balcone. Una donna così avrebbe fatto gola a molti.
Se Anna avesse reagito infastidita, avrei chiuso subito quel tono confidenziale. Ma si limitò a sorridere imbarazzata, pensando forse ad uno scherzo infelice. Io eviti discussioni inutili. Anna era incinta, meglio proteggerla da turbamenti.
Con il passare dei giorni, però, la presenza di Arturo si fece più frequente e invadente. Non si limitava più a chiacchiere di cortesia: si presentava con mazzi di gigli e paste appena sfornate, con laria di chi vuole incantare a ogni costo. Sembrava deciso a farsi strada nella nostra vita. Una sera, davanti a un bicchiere di vino, superò ogni limite e disse senza scrupoli:
Senti, Leone, lascia che sia io a rendere felice Anna. Tu non hai nulla da offrirle se non risparmi, bollette e preoccupazioni. Lei è nata per altra vita. Io potrei farla brillare come merita.
Fu allora che persi il controllo. Il mio pugno parlò per me, colpendo il suo viso arrogante con tutta la rabbia repressa. Da quel giorno Arturo scomparve. Ma Anna non capì la mia reazione, né gliene parlai: pensai che sarebbe stato solo un inutile dolore per lei.
Da quel momento mi portai dentro unombra pesante. Forse per questo la sconosciuta nei pressi della stazione di Santa Maria Novella mi rivolse la parola quella sera:
Mi scusi, saprebbe indicarmi la strada per la stazione?
Aveva una voce fragile, indecisa. Di fronte alle regole di cortesia che mia madre mi aveva insegnato, la accompagnai volentieri. Scoprì che si chiamava Cristina e, nel breve tragitto, il suo comportamento civettuolo riuscì a scalfire, per un istante, il gelo della solitudine in cui mi ero rinchiuso. Ma non notai subito il ragazzo robusto che sbucò dal vicolo, iniziando a molestarla. Presi coraggio, intervenni, e il ricordo di Arturo mi diede sintomi di forza. In un attimo lo misi a terra. Nemmeno il tempo di capire, che due carabinieri mi ammanettarono sul posto. Cristina piangeva, urlando che ero io ad averla aggredita. Era tutta una trappola. Non poteva esserci dubbio su chi fosse lartefice.
Non ebbi nemmeno modo di spiegarmi con Anna. Appena seppe dellarresto, entrò in travaglio e partorì. Nasceva nostro figlio, ma io non lo vidi mai. In carcere ricevetti soltanto le carte del divorzio: Anna, adesso, era la moglie di Arturo. E lui si era preso anche mio figlio.
Quando, dopo due anni, uscii da Sollicciano, non sapevo dove andare. Fantasie di vendetta si affacciavano in testa, ma la stanchezza era più forte. Alla fine, presi un treno locale verso Pontassieve, da mia madre. Quella casa portava con sé echi di dolore: ricordi del padre suicida, della madre risposata con un patrigno che usava le mani. Anche stavolta, il passato tornò subito a galla: una sera in cui il patrigno aveva bevuto, finì tutto a mani e urla. Mia madre, tra lacrime, si ostinava a restare con lui, incapace di lasciarlo.
Non posso, tesoro singhiozzava. In fondo è buono, quando non beve
Non potei restare. Mia madre mi diede lindirizzo della cugina Gianna a Bologna, ma non avevo nessun desiderio di chiedere ospitalità.
Da lì in poi, mi persi in anni anonimi: lavori in nero, notti fra le panchine della Stazione Centrale, le spalle sempre cariche di pioggia. Mi sentivo come schiacciato dal gigantesco ingranaggio indifferente del mondo. Eppure, proprio allora incontrai Vera.
Era la segretaria di una piccola ditta di trasporti. Forte, occhi indagatori, mani decise. Mi osservò con interesse mentre scorreva il mio curriculum rovinato.
Siete uno che non si tira indietro, lo vedo. La vita vi ha solo messo alla prova disse quasi sentenziando.
Si impegnò a farmi assumere, mi trovò anche una stanza in una casa di accoglienza. Era un aiuto che non avevo mai ricevuto. Con la prima paga comprai a Vera una scatola di Baci Perugina e un mazzolino di viole, per ringraziare. Per lei il gesto significò altro, e prima di capire, mi ritrovai a sposarla.
Non aveva la bellezza di Anna, e pensai che forse era meglio così. Vera aveva già un figlio di cinque anni, Stefano. Mi affezionai profondamente a quel bambino: pesca sul fiume, pallone sotto i lecci, bici aggiustata insieme. Vera, però, era dominatrice e severa, spesso crudele con il piccolo: io mi schieravo sempre al fianco di Stefano, rendendo la convivenza ancora più tesa.
In quel contesto difficile, durante un turno notturno, conobbi Elena. Di Anna aveva i lineamenti dolci, e negli occhi la stessa placida serenità. Dolcemente, qualcosa in me si sciolse e trovai conforto nel suo abbraccio. Non avevo previsto niente, ma Elena rimase incinta. Lo confessai a Vera, che passò dalle urla alle minacce di farsi del male. Restai, anche per proteggere Stefano, sentendomi incatenato al passato che non avevo scelto.
Elena, con sua eleganza dolce, accettò tutto con dignità e non mi fece pesare nulla. Ma Vera, appena seppe che avrei voluto aiutare Elena, mi portò via: cambiò città e spezzò ogni contatto tra me e quel nuovo figlio. Tempo dopo, le lettere si fecero rade e infine sparirono. Crescevo il figlio di unaltra, mentre i miei figli crescevano con padri che non ero io.
I miei giorni si fecero grigi come le pareti di una corsia dospedale. Un medico dal sorriso gentile, dopo lennesimo ricovero, mi disse:
Ha ancora tanta vita davanti. Perché buttarla via?
Era una domanda che bruciava. Per cosa vivere, ormai? Poi uno squarcio: i miei figli. Dovevano essere la mia ragione. Cominciai a cercarli.
Con laiuto del medico, mi rivolsi a una trasmissione televisiva che ritrova persone scomparse. Così scoprii che mio figlio maggiore, Marco, era a Milano e accettò di vedermi.
Era uguale ad Arturo: stesso modo superbo di guardare. Scese da unAlfa Romeo lucente:
Cosa vuoi? Soldi? chiese gelido.
Non trovai le parole.
Voglio solo sapere come stai vederti
Non cè nulla da dire. Io ho un padre: Arturo. È lui il mio esempio. Di te mamma mi ha raccontato tutto. Meglio lasciarci così.
Mi porse alcune banconote. Le rifiutai, schiacciato da una pena sorda. Poi pensai a Stefano: sicuramente ormai era alluniversità. Telefonai, ma la voce dallaltro lato era dura, offesa:
Ci hai abbandonati. Sei solo uno sconosciuto per me, non chiamare più.
Lultimo filo derba era Elena. Non osavo disturbarla, ma dovevo sapere almeno se mio figlio esisteva e come stava.
Andai davanti a quella casa nella periferia di Bologna, tremando. Bussai. Mi aprì un bambino di dieci anni circa, occhi grigi che parevano i miei.
Chi cerca? chiese in modo educato.
Dalla cucina arrivò un profumo di crostata, e una voce che sentivo ancora nel cuore:
Lello, chi è?
Il ragazzo si girò a chiamare. Poi Elena comparve nel vano della cucina, un barattolo di marmellata di ciliegie tra le mani. Mi vide, sgranò gli occhi, il vasetto cadde, tingendo il pavimento di rosso.
Leone sussurrò, la voce spezzata.
Lei non esitò: ignorando i cocci, si gettò tra le mie braccia, avvolgendomi come se non esistesse né passato né futuro, solo quellistante.
Ti ho cercato per anni Non parlarmi ora. Hai fame? Guarda, lui è il nostro figlio. Lello sa tutto di te, gli ho sempre mostrato la tua foto. Vero, amore?
Il bambino annuì solennemente, tenendo lo sguardo dentro il mio. Avvolsi entrambi. La voce mi tremava, ma finalmente era gioia pura:
Ciao, figlio mio. Scusami per il ritardo.
Tra schegge di vetro, profumo di crostata e le braccia di Elena, trovai quello che per tutta la vita avevo cercato: non perdono o spiegazioni, ma solo casa. Una casa che mi aspettava, un luogo reale dove tornare. E il cuore, finalmente, mi sembrò di carne e non più di cenere.





