– Non sei affatto la moglie di cui ho bisogno, – dichiarò il marito. Il gesto di Vera lo lasciò senza parole

Tu non sei affatto la moglie che desidero dichiarò il marito. Il gesto di Vera lo sconcertò.

Vera Bianchi non si era mai considerata una donna infelice.

È importante chiarirlo subito. Non era il tipo di donna che piange la notte o che riempie un diario di lamenti. Nessun diario. Nessuna lacrima. Viveva semplicemente, silenziosamente, seguendo una routine precisa, senza troppe domande. La figlia era ormai adulta, sposata. La casa sempre in ordine, la cena pronta, tutto al proprio posto.

A vedersi da fuori, una vita da manuale.

Ma vista da dentro, era unaltra storia.

Se qualcuno avesse chiesto a Vera: Sei felice?, probabilmente si sarebbe sorpresa della domanda stessa. Felice? Ci sono cose da fare, doveri. La felicità è roba da riviste patinate, non da vita vera.

Ma quel venerdì suo marito le disse qualcosa. Del tutto sincero, senza cattiveria, semplicemente lo disse. A lui piaceva parlare senza filtri. Si vantava di questo.

Vera era sempre rimasta in silenzio.

Ma non quella volta.

La cena di quel venerdì era identica alle altre.

La televisione bisbigliava del cambio euro-dollaro.

Vera, disse Giulio poggiando la forchetta.

Cera qualcosa di strano, in quel Vera. Non tanto la voce, quanto la pausa dopo il nome.

È da un po che ci penso, lisciò la tovaglia con la mano, inseguendo una piega che non cera. In sostanza tu non sei la moglie di cui ho bisogno.

Vera lo guardò calma, quasi incuriosita, come chi osserva qualcuno che ha appena detto una sciocchezza senza accorgersene.

Pareva che Giulio si aspettasse altro. Lacrime, forse. Ma Vera taceva.

Hai sentito? chiese lui.

Sì, rispose Vera.

E si alzò per sparecchiare.

Giulio rimase seduto, osservando come portava i piatti al lavandino.

È tutto quello che hai da dire? alzò leggermente la voce.

Per ora sì, rispose lei.

Aprì il rubinetto. Lacqua iniziò a scorrere. Sembrava che, almeno per lei, il discorso fosse chiuso. Giulio invece era convinto che stesse solo per cominciare. Che Vera si sarebbe voltata, avrebbe protestato, chiesto scusa di non essere stata abbastanza.

Attese.

Ma Vera lavava i piatti in silenzio.

Quella notte non dormì.

Non la moglie giusta. Curioso.

Provò a ricordare quandera stata lultima volta che Giulio le aveva detto qualcosa di bello. Niente.

Ricordò altro. Era il 2004 a Giulio avevano offerto un posto a Bologna, un buon posto, pieno di prospettive; si era entusiasmato. Vera lavorava allora come capo-contabile in una ditta edile a Milano, aveva il suo ufficio, i suoi collaboratori, la sua tazza con scritto La Boss un regalo di compleanno. Buffa tazza, le piaceva.

Dai, lo capisci che è per il bene della famiglia, aveva detto Giulio.

Lo capiva. Diede le dimissioni. Si trasferì. La tazza si ruppe durante il trasloco il facchino fece cadere lo scatolone.

A Bologna ci mise sei mesi per trovare lavoro. Poi trovò semplice impiegata, stipendio nettamente più basso. Pazienza. Si adattò. Giulio intanto costruiva la sua carriera, Vera gestiva la casa. Cucinava, lavava, andava alle riunioni a scuola di Chiara, la portava a pianoforte, poi inglese. E poi a casa. Sempre lo stesso giro. Ogni giorno.

Dopo tre anni, rientrarono a Milano.

Di nuovo Vera cercava lavoro.

Poi si ammalò la suocera, Maria Grazia: una donna difficile, nel vero senso della parola. Il suo carattere come un mobile antico: monumentale, scuro, con una serratura che non si chiude mai davvero. Maria Grazia non aveva mai amato Vera, la chiamava quella lì facendo finta di scordarsi il suo nome.

Quando Maria Grazia rimase a letto, Giulio disse:

Ho una sola madre. Bisogna fare qualcosa.

Vera decise. Andava da lei tre volte a settimana. Portava cibo, medicine, cambiava le lenzuola. Maria Grazia la fissava come se le avessero servito il piatto sbagliato.

La minestra è troppo salata, diceva.

Va bene, la prossima volta metterò meno sale.

Sempre che ci arriviamo, alla prossima volta.

E ci arrivarono. Quattro anni dopo, Maria Grazia morì in ospedale, a novembre. Giulio pianse al funerale. Vera gli tenne il braccio pensando che il giorno dopo doveva ricordarsi le patate.

Non era insensibilità. Era semplicemente che, a quel punto, non aveva più energie per il dolore degli altri. Non sapeva più dove metterci il suo.

A Giulio, questo, non laveva mai detto.

A dirla tutta, molte cose non le aveva mai dette. Era più facile così. Parlare avrebbe imposto spiegazioni, giustificazioni, e poi sarebbe partita la solita litania della stanchezza, del fatto che Giulio ci provava sempre. E lei non aveva né energia né voglia di spiegare.

Vera si girò a pancia in su.

Le venne in mente Nina. Non la suocera, unaltra Nina, Nina Gaviglio, conosciuta cinque anni prima a un corso di aggiornamento. Nina era divorziata, viveva da sola in un bilocale in Lambrate, aveva un gatto e il giovedì andava a dipingere acquarelli. Sembrava in forma, come appena tornata da una vacanza di lusso.

Non capisco, aveva detto Vera una volta. Non è pesante stare da sola?

Da sola è semplice, le aveva risposto Nina. Pesante è stare con qualcuno ma sentirsi comunque sola.

Allora Vera non aveva compreso. O non aveva voluto capire. Rimase zitta, cambiò discorso.

Ora era sdraiata, e ripensandoci, le sembrava giusto.

Proprio così. Pesante è sentirsi soli pur essendo insieme.

Si erano viste a settembre, per caso, in un bar vicino alla metro. Un caffè, unora di chiacchiere. Nina parlava degli acquarelli, del gatto che aveva fatto cadere un vaso e si era comportato come se nulla fosse. Aveva riso di gusto. Poi, dimprovviso, senza preavviso, aveva detto:

Vera, sai, a volte le donne fanno di tutto per essere delle brave mogli. E poi si dimenticano di essere persone felici. Come se la felicità fosse altrove e non trovassero mai la fila giusta.

Poi si erano salutate, ognuna verso la propria metro.

Ma quella frase era rimasta. Girava nella testa, a volte sottovoce, altre volte forte. Soprattutto di notte, quando Giulio dormiva e Vera fissava il soffitto.

Come adesso.

Non era la moglie giusta.

Pensò: e qual è, la moglie giusta? Quella che non fa domande? Che non si stanca mai? Che trasloca senza protestare, accudisce la madre altrui senza un grazie, lascia un lavoro per la carriera di qualcun altro sorridendo sempre?

Forse.

La mattina dopo Giulio entrò in cucina alle sei e quaranta. Come sempre. Vera era già ai fornelli uova, pane tostato, caffè. Il solito giro.

Buongiorno, lui disse.

Buongiorno, rispose lei.

Si sedette. Guardò il telefono. Mangiò luovo, bevve il caffè. Si alzò.

Stasera torno tardi, disse nellingresso. Riunione.

Va bene, rispose Vera.

La porta si chiuse.

Vera si avvicinò alla finestra. Ottobre fuori era grigio, bagnato. In cortile, una vecchia cagnolina fulva, spelacchiata, sedeva su una panchina guardando il nulla con aria da chi ha già capito tutto e non si stupisce più di niente.

Poi si alzò e sparì dietro langolo.

Vera ricordò che aveva nascosto i documenti tre settimane prima in alto, sopra una pila di vecchie riviste. Così nessuno li avrebbe trovati.

Andò a prenderli dal mobile.

Erano tutti in ordine: contratto daffitto, lettera del nuovo datore di lavoro, estratto conto. Tre fascicoli con la graffetta. Vera li aveva raccolti in cinque mesi.

Pose i fogli sul tavolo. Giulio rincasò verso le sette e mezza. Si tolse le scarpe, appese il giubbotto, sbirciò in cucina.

La cena è pronta?

No, disse Vera.

La guardò. Poi vide i documenti.

Cosè?

Siediti, Giulio.

Si sedette, lentamente, con la cautela di chi non capisce ma sente che qualcosa non va.

Devo dirti una cosa, iniziò Vera. La voce era liscia, insolitamente calma. Ieri hai detto che non sono la moglie che vuoi.

Vera, non volevo dire

Ma hai ragione, lo interruppe lei. Non sono la moglie che ti serve. Quella moglie avrebbe dovuto sopportare. Sempre. In silenzio. Lho fatto per tanto tempo, ma non è stato abbastanza.

Giulio la fissava, sconcertato.

E quelli? indicò le carte.

Vera mise il contratto davanti a lui.

Ho affittato un appartamento, disse. In Bicocca. Un bilocale, mi trasferisco dal primo novembre.

Giulio prese il foglio, lo guardò, lo posò.

Poi la lettera dal nuovo lavoro. Aveva trovato il posto ad aprile. Capo contabile in una piccola impresa edile. Di meno rispetto a prima, ma più che sufficiente. Anche un ufficio suo, tra laltro.

Te ne vai, disse Giulio. Non una domanda, solo una constatazione.

Sì.

Per quello che ho detto ieri?

La fissò.

No, disse Vera. Non per ieri. Ieri hai solo detto ad alta voce quello che io avevo già capito da tempo. Anzi, mi hai pure facilitato le cose.

Giulio tacque. Insolito: aveva sempre una risposta, una spiegazione, un modo per cambiare discorso. Ora nulla.

Non sono arrabbiata, disse Vera. È solo che sono stanca. Da tanto tempo.

Di me?

Di me stessa. Di quella che ho dovuto essere. Stanca di adattarmi sempre e rendermi comoda a costo della mia vita.

Giulio si alzò, andò verso la finestra, restò qualche secondo. Poi si voltò:

Dopo tanti anni insieme questa è la vita, Vera.

Sì, assentì lei. Ma è la mia vita. E vorrei viverla almeno un po a modo mio.

Hai incontrato qualcuno?

No.

Allora perché?

Perché tra due anni ne compio cinquanta e voglio spegnere le candeline in una casa dove tutto è al suo posto perché ce lho messo io. Dove posso andare a letto alle undici o alle due e a nessuno importa. Dove nel frigorifero cè solo quello che decido io.

Suona strano.

Forse.

Giulio tornò al tavolo. Prese in mano lestratto conto, lo lesse.

Quando hai lasciò la frase sospesa.

Da marzo. Piano piano.

Cinque mesi, disse, scosso. Cinque mesi e io niente.

Anche tu niente, rispose lei. Cinque mesi, silenzio.

Pensavo andasse tutto bene, disse.

Lo so. Vera rimise i documenti insieme. Probabilmente questo è il problema.

Giulio la guardava.

Vera, disse, e cera un tono nuovo, mai sentito. Non voglio che te ne vada.

Lei lo guardò.

Lo so. Ma tu non ti sei accorto che io cero, Giulio. Si alzò. Sono cose diverse.

Rimase seduto, fissando lei che andava verso lingresso a prendere il cappotto.

Dove vai ora?

Da Chiara. Le ho telefonato oggi, sa tutto. Si mise il cappotto. Trasloco il primo. Fino ad allora posso restare qui, se non ti disturba.

Restaci pure, sussurrò lui.

Bene.

Raccolse le chiavi. Sulla soglia si fermò non per ripensamento, ma per un ricordo.

Giulio. In frigo ci sono le polpette. Riscaldale.

Chiuse la porta.

Giulio rimase ancora un po in cucina. Poi si alzò, aprì il frigo.

Le polpette erano sul secondo ripiano, coperte da un piatto.

Non le scaldò. Le mise sul tavolo, si sedette, prese la forchetta.

Mangiò fredde.

Fuori era ormai buio. Nellappartamento accanto avevano acceso la televisione un brusio basso attraverso il muro, nessuna parola comprensibile.

Quando le polpette finirono, Giulio passò ancora qualche minuto nel silenzio, dove restava solo la televisione altrui e il proprio respiro.

Poi lavò il piatto.

Andò in salotto. Accese la TV notizie, cambio euro-dollaro. Guardò tre minuti, poi spense.

In casa cera una quiete mai sentita prima. Non che non ci fosse stata, solo che lui non laveva mai notata.

Il primo novembre Vera traslocò.

Non molta roba: vestiti, libri, qualcosa di cucina, il macinacaffè ché Giulio non usava. Due scatoloni e una borsa. Il tassista la aiutò a portarli su.

Lappartamento era piccolo, luminoso. Quarto piano, vista sul cortile, sotto la finestra un sorbo ormai spoglio. Vera lasciò le scatole al centro della stanza e osservò.

Chiara telefonò la sera.

Come va?

Tutto bene, rispose Vera. In realtà, bene davvero Chiara.

Papà ti ha chiamata. Breve pausa. Chiedeva come stavi.

E tu?

Ho detto che non lo sapevo. È rimasto in silenzio e poi ha riattaccato.

Vera annuì nella stanza vuota.

Giusto.

Giulio la chiamò dopo una settimana. Voce curiosamente spenta, senza la sua solita aria sapiente.

Possiamo parlare?

Sì, disse Vera.

Si incontrarono in un bar vicino alla metro. Sedettero unora. Giulio parlò dei venticinque anni insieme, di non essersi accorto, che ora era pronto pronto a cambiare tutto. Vera ascoltava. Bevve il suo caffè, mai una interruzione.

Quando ebbe finito, disse:

Ti ascolto, Giulio. Ma non voglio tornare indietro.

Perché?

Perché qui sto bene.

Lui la guardò a lungo, scrutandola come fosse la prima volta. Forse era davvero così.

Poi annuì. Pagò il conto, uscirono.

Ognuno per la propria metro.

Venticinque anni non sono una ragione per restare. Sono solo un tempo sufficiente a imparare bene a stare zitti. Ma il silenzio, prima o poi, finisce. E allora si scopre che vivere davvero per sé non fa poi così paura. La paura vera era stata credere il contrario, tutto il tempo.

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– Non sei affatto la moglie di cui ho bisogno, – dichiarò il marito. Il gesto di Vera lo lasciò senza parole
Mio fratello mi ha ferito profondamente, ma ora ha bisogno di aiuto. Nonostante le obiezioni della mia famiglia, sento che devo aiutarlo, perché è pur sempre mio fratello.