10 ottobre, Milano. Fuori gli aceri ancora mostrano foglie gialle, mentre il suolo scricchiola sotto lultimo fruscio delle foglie cadute. Oggi ho aperto il vecchio baule di compensato al centro del salotto angusto. Il divano, il tavolino rotondo e una mensola stretta erano tutto lo spazio che la stanza poteva contenere. Ho sistemato sul tavolo pialle, scalpelli, squadre, come a fare la chiamata tra vecchi compagni. Il metallo scintillava ancora dopo lultima lucidatura, i manici di legno emettevano il profumo sottile dellolio di lino che li avevo impregnati ieri sera. Gli attrezzi e io conversavamo in silenzio, ma la conversazione era ricca di pause cariche di ricordi.
Il laboratorio dove ho lavorato per quarantatré anni è stato chiuso: il proprietario ha deciso di trasformare il locale in un magazzino di infissi in PVC. Da venerdì a lunedì dovevo svuotare tutto fino allultimo chiodo. Così ho salvato la mia ricchezza trentennale gli attrezzi che ho raccolto nei mercati e dalle mani di vecchi maestri. Nella mia bilocale non cè quasi spazio, ma ho infilato il baule sotto il letto e ho deciso di lasciarlo lì, sperando che il tempo mi mostrasse cosa farne. Un anno dopo, in autunno, lidea che le pialle rimangano inutilizzate mi assillava. Non riuscivo a dormire finché non ho trovato una soluzione semplice: far vedere ai vicini cosa significa avere il legno tra le mani.
Ho intagliato una targhetta in faggio con le parole «Attrezzi e persone». La stessa sera ho chiamato i vicini dei tre appartamenti sul piano e li ho invitati timidamente al mio «museo domestico». La pensionata dellappartamento di fronte ha sorriso, aggiustato gli occhiali e ha promesso di venire con il nipote. Il ragazzino del quinto piano era scettico: «È un museo senza biglietto?» «E senza lezioni noiose», gli ho risposto. Ho capito subito che dovevo rendere lincontro davvero interessante, altrimenti i bambini non sarebbero venuti.
Il giorno prima dellesposizione mi sono alzato presto, ho preparato un caffè e ho toccato il baule. Le dita hanno sentito la stoffa dellinterno leggermente screpolata gli anni lasciano il loro segno. Ho disposto gli oggetti per stanza: sul davanzale una pialla a mano, sul comò tre tipi di scalpelli, al muro il banco da lavoro che avevo costruito da giovane. A ciascuno ho associato una storia: dove lho comprato, chi lo ha usato. Raccontandole a voce alta mi sono accorto di ripetere non solo fatti, ma destini di persone che gli avevano affiancato. Uno strumento vive finché viene ricordato.
Sabato, la porta è esplosa: sono arrivati Lia dal quinto piano e suo fratello Luca. Lia ha accarezzato la lama della pialla e ha commentato che è «come uno specchio». Ho mostrato come una tavola levigata rimanga liscia se il coltello è ben impostato. Verso di loro si sono radunati altri vicini: il contabile del terzo piano, una studentessa di architettura, due ragazzini con monopattini. A ognuno ho trovato una breve narrazione. Lappartamento era affollato, ma laria rimaneva leggera: finestre socchiuse diffondevano il profumo di olio e trucioli. Gli ascoltatori parevano ricordare un sentimento ormai dimenticato il rispetto per il lavoro manuale.
Verso sera lesposizione si è chiusa, ma la porta era ancora gremita di domande. «Possiamo tornare, far vedere ai bambini?» «Organizzerete un laboratorio pratico?» «A casa mia il vecchio sgabello è traballante, mi insegnate a ripararlo?». Quelle parole scaldavano più di una stufa. Ho promesso a me stesso e a loro che avrei ritornato al banco, anche senza le pareti del vecchio laboratorio.
Lunedì sono andato a vedere un locale al seminterrato di un edificio di fronte, pensato per un laboratorio unico. Le luci tremolanti, il cemento impregnato di polvere, ma lo spazio sarebbe bastato. Il proprietario è stato brusco: non ha voluto concedere nemmeno un uso singolo e mi ha consegnato una lettera con lavviso di aumento dellaffitto, tre volte il normale, da primo ottobre. Il foglio frusciava come foglie morte sotto il passo. Il contratto citava il preavviso di un mese; tutto era formalmente corretto, non cera nulla da contestare.
La sera, seduto in cucina, guardavo le luci di strada tremolare al vento che spazzava le ultime foglie dontano. Nella mia mente compariva il banco vuoto e le persone che cominciano a dipendere da me. Un peso crescente mi opprimeva: se avessi esitato ancora, quellesposizione sarebbe rimasta lunico lampo, poi tutto sarebbe tornato sotto il letto.
La notte è stata agitata. Al mattino ho preso il foglio dellaumento e lho infilato in tasca. Il bidone del cortile era pieno di foglie bagnate, gli adolescenti della scuola trascinavano gli zaini su una spalla. Sulla panchina cera ancora Lia, che aspettava la mamma. Con le mani stringeva un piccolo listellino di legno: una superficie levigata perfettamente, scolpita con la lettera «L». Mi ha sorriso, raccontando di averla realizzata a casa con il seghetto del nonno, mostrando le schegge sui pollici di cui era fiera. In quel momento ho visto la linea diretta dal mio attrezzo al nuovo piccolo segno. Ho respirato laria fredda e ho osservato la semplicità del cortile: marciapiede liscio, una lunga mensola, un tavolo da domino. Non servono riscaldatori, linverno è ancora lontano.
Ho stampato una decina di volantini: «Martedì, ore 17, nel nostro cortile, lezione di giunzioni in legno. Età da 7 a 70». Li ho attaccati al pannello di avvisi del palazzo con del nastro adesivo blu.
Martedì ho portato fuori dal ripostiglio un banco da lavoro pieghevole con morsa, lho fissato con la cinghia di trasporto e lho trasportato in giardino. Accanto alla panchina ho steso un telo di juta, ho disposto due pialle, una riga, una scatola di scalpelli e della carta vetrata. Ho appeso una targhetta fatta a mano su un ramo: «Lezione oggi alle 17». I passanti si fermavano, sorpresi, chiedendo se sarebbe stato rumoroso. Rispondevo: «Solo il suono del martello, dei trucioli e delle storie. Rumore è vita». Ho lasciato il foglio dellavviso di affitto a casa, premuto da un libro, come a cancellarlo dal giorno.
Il primo incontro allaperto è iniziato sotto un cielo grigio. La luce se ne andava presto, ma avevamo ancora unora di luce prima del buio. Erano quattro bambini, due adulti e il custode del cortile, che non lasciava andare la scopa. Ho mostrato come giudicare la secchezza del legno dal suono, come scegliere la zona giusta con lo scalpello, perché nella giunzione «coda duccello» la pazienza è cruciale. Ho lasciato che i bambini provassero, correggendo le mani, scherzando, raccontando le storie dei maestri che un tempo costruivano scenari, scale, telai per finestre. Il vento trasportava foglie secche sullasfalto, mentre i trucioli formavano curve ordinate accanto a noi.
Quando i lampioni si sono accesi, ho richiuso il baule e ho guardato i volti dei ragazzi: arrossiti dal freddo ma entusiasti. Lia mi ha chiesto se tornerò domani. «Ci sarò, finché non ci sarà chi si opponga», le ho risposto. Gli adulti si sono scambiati sguardi e hanno offerto una thermos di tè per scaldare i bambini. Qualcuno ha suggerito di creare un gruppo WhatsApp per invitare altri. In quel istante ho capito che non sarei più tornato alla solitudine.
Il custode ha battuto la scopa sullasfalto, sbattendo via le foglie incollate. «Maestro», ha detto, «potrei limare la maniglia di una pala?». Ho annuito: «Domani lo facciamo». Quella decisione, presa poche ore prima, aveva preso vita propria. Quando ho sollevato il banco, è diventato chiaro: anche senza una stanza, lartigianato non si può chiudere a chiave.
Il tramonto avanza, le ombre delle case si allungano, laria si fa più fredda. Cammino verso lingresso, gli attrezzi stretti nelle mani, sentendo il peso piacevole. La luce del corridoio si accende. Guardo indietro al cortile, dove le foglie girano ancora e il profumo di trucioli freschi aleggia nellaria. Non cè più via di ritorno.
Dopo pochi giorni ho organizzato il terzo laboratorio allaperto. Il tempo non è stato generoso: un soffio di freddo invernale, ma bambini e adulti continuavano a venire. Sul tavolo giaceva uno strato sottile di neve, che spariva subito sotto le dita che afferravano gli attrezzi. I partecipanti avvolgevano i loro lavori con sciarpe calde, e il calore dei sgabelli e delle scatole finiti riempiva di duplice gioia latmosfera.
I partecipanti del gruppo di casa hanno scritto al municipio, raccontando dei laboratori popolari guidati da me e chiedendo supporto. Le autorità hanno accolto la proposta con benevolenza e hanno promesso di valutare un finanziamento.
Una mattina, mentre sistemavo il banco al solito posto, sono arrivati due rappresentanti della cultura del quartiere. Dopo aver osservato la piccola folla che iniziava a lavorare al legno, mi hanno chiesto se fosse possibile organizzare incontri regolari in un locale più stabile. Ho annuito, li ho invitati a prendere un caffè più tardi. Il loro interesse ha alimentato speranza: hanno discusso di spazi e sovvenzioni potenziali per un progetto tanto significativo.
Quando le lezioni allaperto si sono trasformate in incontri accoglienti nelle cucine, a dicembre è arrivata la notizia: il municipio assegna un edificio storico per la ricostruzione della bottega. Limmobile era vuoto, ma io ero pronto a infondergli nuova vita. Visitare quel luogo ha rinvigorito la convinzione che potessi tornare a lavorare sotto un vero tetto.
Ho condiviso la buona notizia con i miei allievi: presto continueremo le lezioni in un ambiente confortevole. Per i bambini quella promessa è stata una generosa apertura verso nuove scoperte.
Lanno nuovo è iniziato, e sono entrato nel nuovo edificio con una valigia piena di attrezzi. Luce abbondante, pareti che sembrano invitare a essere impregnate dellodore di trucioli freschi e dellolio di lino.
So che queste mura saranno testimoni di innumerevoli storie di lavoro e di creatività non solo la mia. Il futuro si apre davanti a me come una tavola levigata, pronta a ricevere la mano ferma del carpentiere e la sua pialla.





