Portate pazienza con noi solo per un anno
Ah, guarda che regina! Nella mia stessa casa non posso girare in vestaglia! sbottò Sergio, sbattendo con forza la tazza di tè sul tavolo. Dovrebbe solo ringraziare che almeno me la metto la vestaglia, invece di andare in giro senza niente! E comunque, ne ho tutti i diritti. Ho sudato trentanni per questi metri quadri, mentre lei ancora sgambettava sotto il tavolo!
Nina fissò il marito con occhi stanchi e serrò le labbra, cercando di ascoltare i rumori oltre la parete sottile. Era mezzanotte passata. Quel che una volta era il loro rifugio accogliente, adesso sembrava una stazione affollata o un barbiere di periferia. Dallex soggiorno, ora trasformato in uno studio, arrivava la risata squillante dellennesima cliente, mescolata ai tipici suoni delle strisce di cera strappate via.
Sergio, dai, non ti agitare che poi ti sale la pressione sospirò Nina, poggiandosi la testa su una mano. Però hai ragione. Questo teatrino mi ha proprio stufata.
E allora bisogna rimetterla in riga! O buttarla fuori di casa, che pensasse a come cavarsela!
Un tempo Nina avrebbe ribattuto al marito. Avrebbe detto che, sì, così si sarebbero sbarazzati della nuora troppo intraprendente, ma avrebbero perso anche il figlio e il nipotino. Però, dopo quasi tre notti in bianco, ormai non le importava più. Voleva solo sopravvivere, salvare la propria serenità.
Cinque anni prima, quando Antonio aveva portato per la prima volta Marilena a casa, Nina era al settimo cielo. Le sembrava che finalmente il figlio avesse messo la testa a posto. E poi Marilena non era sola: il pancione già si notava.
Mamma, vi chiediamo solo un anno di pazienza aveva pregato allora Antonio. Non abbiamo dove andare, e io da solo non ce la faccio a mantenere tutti. Appena Marilena ricomincia a lavorare, sarà tutto più semplice…
Un anno… Adesso Nina quasi rideva, pensando a quanto erano stati ingenui.
Il primo anno dopo la nascita di Ilario, avevano sopportato senza lamentele. Una madre giovane, gli ormoni a mille, il recupero dal parto: tutto sacrosanto. I nonni aiutavano come potevano: Nina preparava pappe di verdure e minestrine, Sergio portava la carrozzina a passeggio, mentre Marilena dormiva abbracciata al cellulare.
Poi arrivò il secondo anno… Nina, scegliendo con cura le parole per non urtare la permalosità della nuora, provò a parlare del ritorno al lavoro. I nonni erano pronti a tenere il piccolo, e lasilo era ormai alle porte.
Ma che dite? aveva sbottato Marilena. Un bambino ha bisogno dell’energia materna per crescere bene!
Per quanto i nonni cercassero di convincerla, la risposta era sempre la stessa: il figlio aveva bisogno della madre. Eppure Marilena non passava poi così tanto tempo con Ilario, lasciando ben volentieri tutto ai suoceri.
Al terzo anno il bimbo andò allasilo, e allora le scuse di Marilena cambiarono.
Lì ci sono sempre epidemie. Ilario si ammala di continuo. Se lo porto ogni giorno, bisognerà spendere tutto in medicine e gli rovino pure le difese.
Quando il nipotino compì quattro anni, la pazienza di Nina era arrivata al limite. Pose un ultimatum: o entrambi si davano da fare per mettere via dei soldi e trovare casa, o sarebbero dovuti andare via.
E io ora dove la trovo una lavoro? replicò Marilena. Tra poco Ilario va a scuola, ci stiamo preparando insieme.
Ma Nina era irremovibile. Sapeva benissimo che la nuora si sedeva con il figlio sui quaderni solo quando la luna era piena. Alla fine, Marilena dovette arrendersi, ma alle proprie condizioni.
La nuora si inventò una soluzione furbetta: si iscrisse a un corso accelerato per la ceretta. Poche settimane e già sfoggiava il diploma incorniciato, autoproclamandosi estetista.
Da allora, lappartamento dei suoceri si era trasformato in un piccolo centro estetico improvvisato.
Solo per i primi tempi, aveva promesso Marilena. Poi, quando avrò più clienti, affitterò uno studio tutto mio.
Ma, come spesso accade, nulla è più definitivo delle soluzioni temporanee.
Allinizio Marilena si esercitava su amiche e conoscenti, riempiendo a mala pena le spese dei materiali. Dopo poco, però, aprì le porte a tutti, mettendo pure prezzi bassissimi. La clientela non mancava, ma i guadagni facevano ridere.
Invece, il suo orgoglio e le sue pretese crescevano come il lievito. In casa daltri, Marilena imponeva le sue regole.
Sergio, quante volte ve lo devo dire? Smettila di girare per casa con quella tuta. Imbarazzi le mie clienti lo rimproverava. E tu, Nina, sii gentile, non stare in bagno più di dieci minuti. Le ragazze devono fare la doccia prima della ceretta.
Un paio di settimane fa la nuora aveva persino fatto una scenata perché Nina aveva fritto del pesce per cena.
Mi fate scappare tutte le clienti con questa puzza! aveva protestato, spalancando tutte le finestre.
Così, Nina non poteva più cucinare come le pareva nella sua cucina. Ma questa era solo lanticamera dellinferno
Marilena era tornata alla sua abitudine di tirare tardi: dormiva fino a mezzogiorno, poi si trascinava in giro e solo la sera iniziava a ricevere le clienti. Per lei, così era perfetto: il figlio allasilo, e i nonni a occuparsene dopo. Ma i veri martiri erano proprio i nonni.
Tutto il carosello finiva a mezzanotte e oltre. Ad Antonio e al piccolo Ilario il chiasso non dava fastidio: dormivano in fondo alla casa come sassi. Ma per i suoceri, con la camera attaccata allo studio, il sonno era diventato un miraggio.
Eppure una soluzione ci sarebbe: Nina aveva proposto più volte a Marilena di prendersi uno studio, visto che aveva tutta quella clientela. Ma la nuora non voleva saperne.
Sarebbe una perdita, rispondeva. E se aumento i prezzi, nessuno verrà più da me.
Marilena, e noi? Non riusciamo più a dormire. Hai clienti fino a notte fonda.
Ma mica lo faccio per divertimento, abbiamo bisogno di soldi! Prima mettiamo via per la casa, prima vi lasciamo in pace.
Marilena era irremovibile. Ormai per Nina era chiaro che la nuora non voleva tanto aiutare in famiglia quanto schiacciare tutti coi suoi capricci. Pareva anzi aspettarsi che i suoceri si arrendessero e la implorassero di smettere.
Ma questa volta non ci fu scampo.
Hai ragione, disse Nina al marito. Questa è stata lultima cliente in casa nostra.
Quella notte, verso luna, Marilena chiuse baracca. In quel momento i suoceri entrarono in salotto, interrompendole il conteggio degli incassi.
Adesso basta, questo salone improvvisato chiude qui tuonò Sergio. Da domani, nessuno estraneo in questa casa.
In che senso? Marilena sgranò gli occhi. E come sfamo mio figlio?
Te la caverai. Di lavoro ce nè, basta volerlo.
Volete che vada a fare la commessa per due lire, con il mio titolo di studio?!
Dalla camera in fondo arrivò Antonio, spettinato e mezzo addormentato.
Papà, mamma, ma cosa urliamo a questora? sbiascicò strizzando gli occhi. Fatemi dormire, domattina lavoro presto.
Il sonno è sacro, figliolo, intervenne Nina. Però anche noi vorremmo dormire in santa pace.
Allora ascolta, cara estetista, riprese Sergio. O ti affitti uno studio, o trovi un lavoro serio, oppure te ne vai. Decidi tu.
Marilena arrossì furiosa. Partì con una scenata: pianti, mani tra i capelli, accuse. Quando Ilario si svegliò per le sue urla, se la prese coi nonni, dichiarando che tanto loro al nipote non ci tengono proprio.
Ma i nonni non cedevano. Pochi giorni dopo, la giovane famiglia si trasferì in un bilocale nellultimo quartiere popolare della città.
Passarono due anni. Due anni di pace e silenzio. Nina e Sergio finalmente dormivano come si deve, cucinavano ciò che volevano e stavano in pantofole senza dover rendere conto a nessuno. Certo, con il figlio i rapporti si erano sfumati, e Ilario lo vedevano solo quando faceva comodo a Marilena.
Poi, un giorno, Antonio comparve sulla soglia. Più magro, le occhiaie profonde, una borsa da ginnastica in mano.
Mamma, papà posso fermarmi a dormire? chiese, abbassando lo sguardo.
Naturalmente, non lo mandarono via. Dopo mezzora erano già seduti a tavola, tè e panini, ad ascoltare il suo racconto.
Quando ci siamo trasferiti, il lavoro di Marilena è svanito nel nulla disse Antonio. La padrona di casa non voleva traffico, e lavorare in un centro estetico a percentuale a Marilena non interessava: sarebbe come lavorare gratis. Su di me ricadeva tutto.
Si scoprì che sei mesi prima avevano licenziato Antonio. Per i primi tempi erano andati avanti con qualche risparmio e con i soldi che mandavano i genitori di Marilena. Poi Antonio trovò lavoro come magazziniere, giusto per sbarcare il lunario.
Era ovvio che adesso Marilena dovesse davvero rimboccarsi le maniche, ma invece… niente.
A un certo punto non avevamo più nemmeno i soldi per laffitto, continuò Antonio, gli occhi bassi. Ho provato a parlarle, le ho chiesto di andare a lavorare, anche come cassiera o corriere. Da solo non ce la facevo più. Sapete cosa mi ha risposto?
Nina gli strinse la mano con affetto.
Mi ha solo suggerito di prendere un prestito in banca! Diceva che vivevamo con quello qualche mese, intanto trovavo un lavoro vero, poi si sarebbe visto.
In quel momento, raccontò Antonio, era come se le fossero cadute le bende dagli occhi. Guardò il frigo vuoto, le bollette, la donna con cui aveva vissuto tanti anni e non vide una compagna pronta ad affrontare la vita insieme, ma solo un buco nero senza fondo. Marilena era disposta a farlo indebitare, pur di continuare a non fare nulla.
Non ce lho fatta più. Ho preso la borsa e me ne sono andato. Domani inizio le pratiche per il divorzio… sospirò Antonio. Non so come andrà, ma così non posso più vivere. O si riprende, o affida Ilario a me. Altrimenti pure lui crescerà pensando che la vita sia aspettare che gli altri facciano tutto.
Parlarono ancora a lungo quella sera. Senza giudizi, senza accusare, solo a condividere progetti e godersi la compagnia. Certo, ci sarebbero stati altri ostacoli, ma nulla dinsormontabile.
Gli errori della gioventù hanno il loro prezzo, ma sono proprio loro a tirarci fuori dallillusione. Quanto a Marilena… ora era rimasta sola davanti a un mondo che non avrebbe più tollerato i suoi comodi.







