Detto nella paura

Detto per paura

Chiara stringeva nella mano il foglio con la lista degli esami e gli appuntamenti come se quella carta potesse contenere tutto quello che stava accadendo. Nel corridoio del reparto di chirurgia dellospedale SantOrsola di Bologna cerano sedie di plastica, un televisore appeso senza audio; solo le notizie scorrevano in basso, ma sembravano così lontane dalla loro vita. Si alzò quando vide comparire linfermiera dalla porta laterale.

I familiari di Giuseppe Ferri? Venite, per favore.

Chiara fu la prima a fare un passo avanti, sentendo subito vicino a sé il fratello Marco. Anche lui aveva ancora addosso il giubbotto con cui era arrivato nella notte precedente; teneva le mani in tasca come se temesse che tremassero troppo.

Il padre era disteso su un letto alto, le ginocchia leggermente piegate sotto il lenzuolo, come sempre faceva quando cercava un po di comodità. Sul comodino cerano una bottiglietta dacqua, la cartellina con i documenti e una maglietta piegata con cura. Li guardò come se volesse sorridere, ma stesse risparmiando le forze.

Allora, mormorò piano, come state?

Chiara si sedette sul bordo della sedia, per non incombere su di lui. Avrebbe voluto parlare veloce e sicura, ma la voce non la seguiva.

Siamo qui. Va tutto bene. Tra poco ti fanno non concluse la frase.

Marco si chinò, quasi a voler fare scudo al padre con la propria presenza.

Papà, tu tieni duro. Sistemiamo tutto noi. Se serve, io vengo ogni volta che cè bisogno.

Quel quando serve rimase sospeso, e Chiara ebbe la sensazione che entrambi cercassero in quelle parole qualcosa a cui aggrapparsi. Il medico, il giorno prima, era stato freddo e concreto, senza molti dettagli; ma in ogni pausa, Chiara sentiva il rischio. La paura li teneva insieme come una colla che poi sarà difficile togliere.

Marco, disse senza guardare il padre, parliamoci chiaro. Non è tempo di discutere. Qualunque cosa succeda ci mettiamo daccordo. Non sparisci tu, non sparisco io. Non lasciamo papà solo.

Marco annuì troppo in fretta.

Lo prometto. Io resto vicino. E se cè bisogno, vengo io. Capisci?

Parlava rivolto al padre, ma guardava Chiara, come a voler suggellare un patto tra loro due.

Il padre spostò lo sguardo dalluna allaltro; le sue dita, secche e calde, strinsero piano il lenzuolo.

Non fate promesse, sussurrò. Solo non litigate.

Chiara avrebbe voluto rispondere che non lavrebbero fatto, che erano adulti, che avevano capito, ma invece gli mise solo una mano sopra la sua. Sembrava che la frase giusta potesse rendere loperazione meno difficile.

Ce la faremo, disse. Faremo tutto quel che serve.

Quando portarono via il padre sulla barella, Chiara e Marco rimasero nel corridoio e il loro impegno silenzioso diventò quasi un talismano. Lo ripetevano in testa per non cedere. Chiara inviò un messaggio rapido al marito dicendo che si sarebbe fermata di più e mise il telefono in silenzioso. Marco chiamò il suo titolare e avvisò che avrebbe preso un giorno di permesso non retribuito, anche se Chiara sapeva che già la sua situazione lavorativa era precaria.

Loperazione durò più a lungo del previsto. Quando il medico uscì aveva la faccia stanca, si tolse la mascherina e spiegò che avevano fatto tutto ciò che potevano, che adesso le prime ventiquattro ore erano quelle decisive. Non disse va tutto bene, e Chiara si aggrappò a ogni è stabile.

La prognosi è cauta, aggiunse. Il recupero sarà lento. Serviranno assistenza, controllo delle medicine, attenzione.

Chiara annuiva come a scuola, quando non vuoi perderti nemmeno una parola. Marco chiese informazioni sulla riabilitazione, sulle tempistiche, su quando il padre sarebbe potuto tornare a casa. Il medico rispose che non sarebbe stato presto, e che anche a casa ci sarebbe stato da lavorare.

Nei primi giorni dopo loperazione, Chiara viveva in modalità: arrivare, chiedere, portare, andare via. Aveva imparato gli orari delle visite, i nomi delle due inservienti, il numero dellufficio dove facevano le ricette. Sul cellulare aveva lelenco dei farmaci con le dosi, ma lo trascrisse anche su unagenda, per sicurezza: il telefono poteva scaricarsi, lagenda no.

Marco arrivava a giorni alterni, spesso la sera, quando ormai fuori faceva buio. Portava frutta, acqua, traverse usa e getta che Chiara gli chiedeva di comprare. Si sforzava di essere allegro, ma poi si zittiva in stanza, come se temesse di dire qualcosa di sbagliato.

Il padre si comportava con dignità. Non si lamentava, chiedeva solo a volte di sistemare il cuscino o passare la tazza. Quando aveva dolore, chiudeva gli occhi e respirava con calma, come gli avevano insegnato al centro fisioterapico anni prima, dopo linfarto. Chiara lo guardava e pensava che anche la dignità è fatica.

Dopo due settimane trasferirono il padre in una stanza di degenza ordinaria e, una settimana dopo, si iniziò a parlare di dimissioni. Chiara provò sollievo e paura insieme: in ospedale tutto era organizzato, a casa lorganizzazione spettava a loro.

Il giorno delle dimissioni Chiara arrivò con il marito Gianluca in macchina, portò un bastone pieghevole che la vicina di casa le aveva prestato e una busta con vestiti puliti. Marco aveva promesso di arrivare sotto casa per aiutare a salire il padre al terzo piano senza ascensore. Ma non arrivò.

Chiara attese davanti al portone con le chiavi e i documenti. Il padre, seduto su una panchina, provava a non mostrare quanto fosse stanco dopo il viaggio. Gianluca controllava lorologio tutto agitato.

Sta arrivando, disse Chiara, anche se neanche lei ci credeva più.

Marco rispose al telefono solo dopo diversi squilli.

Sono bloccato in tangenziale, disse. Non faccio in tempo. Magari riuscite in qualche modo?

Chiara sentì montare dentro una rabbia calda.

In qualche modo? ripeté. Marco, ma tu…

Vengo stasera, la interruppe. Veramente. Ora proprio non riesco.

Chiara non rispose davanti al padre. A portarlo su furono in tre: il marito, il vicino che Chiara intercettò allingresso, e lei, sorreggendo il padre sotto il braccio. Lui respirava affannato ma non disse nulla. Sul pianerottolo, Chiara aprì la porta, accese la luce dellingresso, posò la busta delle medicine sul comodino e pensò subito che doveva togliere il tappetino, per non farlo inciampare.

La sera, Marco arrivò con la faccia contrita e una busta di arance.

Come va? chiese, come se la mattina non fosse mai esistita.

Chiara gli mostrò la lista: medicine la mattina, medicine a pranzo, punture a giorni alterni, medicazioni, pressione da controllare. Parlava con tono piatto, perché se avesse lasciato andare la voce, si sarebbe spezzata.

Posso venire nel weekend, disse Marco. In settimana proprio non riesco, lo sai.

Chiara lo sapeva. Anche lui aveva un lavoro dalla paga incerta, una moglie, un bimbo piccolo, il mutuo e la paura di non farcela. Anche Chiara aveva tutto questo, ma in altra forma: due figli alle medie, un marito stanco della sua assenza e una caposala che aveva già iniziato a storcere il naso.

Le prime settimane trascorsero come in una nebbia densa di cose da fare. Chiara si svegliava prima di tutti per dare le medicine al padre, misurare la pressione, preparare la crema senza sale che lui poteva mangiare. Poi svegliava i figli, li accompagnava a scuola, lasciava una lista al marito per la spesa e volava al lavoro. Allora di pranzo chiamava il padre, chiedeva se avesse mangiato, se si sentisse stordito. Dopo il lavoro passava in farmacia, dove spesso mancava il farmaco giusto e il farmacista proponeva un sostituto, ma Chiara temeva di cambiare.

Marco veniva nei fine settimana, a volte per un paio dore. Aiutava a portare fuori la spazzatura, faceva la spesa, restava con il padre mentre Chiara cucinava. Ma ogni volta guardava lorologio.

Devo andare, diceva. Ho delle cose da fare.

Chiara annuiva, ma dentro sentiva un nodo stringersi. Provava a non contare chi faceva di più. Ma il conto si formava da solo.

Una sera, mentre il padre dormiva, Chiara era in cucina a lavare i piatti. Lacqua era troppo calda e le dita le bruciavano. Il marito sedeva in silenzio al tavolo.

Capisci che così non può durare? disse finalmente. Stai bruciando. I ragazzi quasi non ti vedono più.

Chiara spense il rubinetto.

Cosa proponi? chiese.

Una badante, almeno qualche ora al giorno. O Marco prende qualche giornata in settimana.

Chiara pensò di dirlo a Marco e già si immaginava la sua risposta: “Non abbiamo soldi”. Neanche lei lo sapeva davvero se li avevano: i risparmi cerano, ma ogni euro era già programmato.

Il giorno dopo, il padre le chiese una mano per arrivare fino al bagno. Si teneva al muro e faceva piccoli passi; Chiara sentiva le mani tremare dallo sforzo. Quando si sedette sullo sgabello del bagno, la guardò dal basso.

Sei stanca, disse.

Va bene così, rispose lei.

Va bene è quando sorridi senza fatica.

Chiara si voltò per non farsi notare gli occhi lucidi. Si vergognava della propria stanchezza, come se tradisse il padre solo per non reggere.

Un mese dopo le dimissioni fu chiaro che il recupero era più lento del previsto. Il padre riusciva a camminare per casa, ma si stancava subito. Bisognava aiutarlo con la doccia, ricordargli di bere, fare attenzione che non saltasse le medicine. Provava a fare da solo, ma a volte si confondeva tra le confezioni.

Chiara chiese a Marco di venire il mercoledì sera per poter partecipare alla riunione dei genitori a scuola di suo figlio. Marco accettò.

Ma mercoledì non si presentò.

Mandò un messaggio: Non posso, il bambino ha la febbre. Chiara lo lesse e sentì qualcosa rompersi dentro. Non si poteva arrabbiare con un bimbo malato, ma la rabbia trovava comunque una via.

Non andò alla riunione. Restò in cucina guardando il quaderno del figlio dove doveva firmare la verifica, pensando che la sua vita fosse fatta di richieste altrui, dove le proprie erano ormai scomparse.

Il sabato, Marco arrivò come nulla fosse e iniziò subito a raccontare la notte insonne con il piccolo e la stanchezza della moglie.

Capisco, disse Chiara. Davvero capisco.

Marco la guardò diffidente.

Ma? domandò.

Chiara prese lagenda dove segnava farmaci e date.

Ma tu hai promesso. In ospedale. Avevi detto che saresti stato presente e che ti saresti preso la tua parte. Ricordi?

Quelle parole suonarono come uno schiaffo. Neanche Chiara si aspettava che le sarebbero uscite così nettamente. Vide Marco irrigidirsi.

Io vengo, no? disse. Non sto aiutando abbastanza?

Vieni quando puoi tu, rispose lei. Ma io ho bisogno che tu venga quando serve a me. Capisci la differenza?

Marco arrossì.

Ma credi sia facile? chiese. Pensi che non mi importi? Anche io ho la mia famiglia. Anche io lavoro. Non posso mollare tutto.

E io posso? la voce di Chiara divenne più acuta. Posso lasciare i miei figli, il mio lavoro, mio marito? Posso non dormire la notte per papà e la mattina sorridere alla mia capa? Posso, sì?

Dal salotto si sentì tossire il padre. Chiara si zittì, ma era troppo tardi. Marco si avvicinò.

Sei stata tu a dire Non lo lasciamo, sussurrò, con un tono che suonava daccusa. Sei sempre tu a prenderti tutto sulle spalle. Tu sei forte. Ma poi vuoi che tutti ti seguano nella tua forza.

Chiara sentì un vuoto in petto. Allimprovviso si vide dallesterno: sempre a caricare di più per paura che altrimenti tutto si rompesse; poi furiosa con chi non reggeva.

Non sono forte, ammise. Non so fare diversamente.

Marco abbassò lo sguardo.

Nemmeno io, disse. In ospedale ho detto che mi prendevo io tutto perché temevo temevo per papà. Non finì la frase.

Chiara si sedette, le mani tremanti.

Quelle parole le abbiamo dette per paura, sussurrò. E ora con questa paura ci facciamo del male.

Marco rimase in silenzio. Dal salotto giunse ancora un colpo di tosse; Chiara si alzò e andò dal padre. Lui era disteso, guardava il soffitto.

Non litigate per colpa mia, disse senza girarsi.

Non stiamo litigando, mentì Chiara.

Il padre si voltò e la guardò fisso.

Lo so che vi sento. Non sono sordo. Non voglio essere la ragione per cui vi rovinate la vita.

Chiara si sedette vicino.

Papà, non è così.

Allora trovate un accordo, rispose. Non a parole, ma coi fatti. E che sia fattibile per tutti.

La settimana dopo Chiara prese appuntamento alla ASL per il controllo post-operatorio. Prenotò online, stampò tutti i documenti, li mise in una cartellina. Marco stavolta si offrì di venire con loro, perché Chiara, in settimana, non ce la faceva più da sola.

In ambulatorio, la dottoressa guardava i referti, faceva domande con calma. Non prometteva miracoli, ma rassicurava senza spaventare. Alla fine chiese:

Chi si occupa dellassistenza?

Chiara e Marco si guardarono.

Io, rispose Chiara.

Anche io aiuto, aggiunse Marco.

La dottoressa annuì.

Vi serve un piano. Non sacrifici. Potete richiedere lassistenza domiciliare, i servizi sociali, la badante per alcune ore, parte dei costi possono essere rimborsati. Ricordatevi: anche chi assiste ha bisogno di pause, altrimenti alla fine diventerete voi pazienti.

Chiara sentì nelle sue parole un permesso. Non una giustificazione, ma finalmente il permesso di non essere sempre di ferro.

Dopo la visita andarono al CAF, perché la dottoressa aveva dato una lista di aiuti a cui si poteva accedere. In fila, Chiara era accanto a Marco, stringeva la cartellina, e finalmente sentiva che stavano facendo qualcosa insieme, senza rinfacciarsi nulla. Marco chiese quanto costava una badante per poche ore e per la prima volta aprì lui il calcolatore sul cellulare.

La sera, riunirono tutti in cucina. Il padre seduto, avvolto nel gilet di lana. Ascoltava senza interrompere. Il marito di Chiara riempì le tazze di tè e si sedette vicino, come a voler siglare anche lui il patto familiare.

Chiara aprì lagenda.

Facciamo così, disse. Niente sempre o mai. Serve un calendario, dei soldi, e chiarezza nei ruoli.

Marco annuì.

Io posso due sere a settimana: martedì e giovedì. Vengo dopo il lavoro, sto con papà, faccio quello che serve. Tu in quei momenti puoi riposare, uscire coi ragazzi, fare altro.

Chiara sentì una stanchezza dolce sciogliersi dentro.

Perfetto, disse. In quei giorni non mi occuperò di altro che di me stessa o dei figli. E poi: nel weekend scegli un giorno e lo dedichi tu totalmente. Io me ne vado per tutto il giorno, anche solo a camminare. Niente chiamate ogni due per tre.

Marco sorrise.

Daccordo.

Gianluca, il marito di Chiara, aggiunse:

Per i soldi: possiamo dividere le spese per una badante almeno tre ore al giorno nei giorni lavorativi. Io posso coprire una parte, ma serve sapere la cifra esatta.

Marco fece una smorfia.

Non riesco a prendere metà spese, ammise. Ma posso versare una quota fissa. E occuparmi regolarmente dei farmaci fuori convenzione.

Chiara prese nota. Avrebbe voluto dire: “Dovresti fare di più”, ma frenò la lingua.

Facciamo così, disse. Io penso allorganizzazione, alle chiamate, agli appuntamenti. Tu ti prendi due sere, un weekend completo al mese, compri i farmaci e contribuisci alle spese per la badante. Niente paragoni fra chi fa di più o meno. Seguiamo il piano.

Il padre tossì e alzò la mano.

E io prendo il mio pezzo, disse. Farò gli esercizi fisici come detto. Controllerò le medicine se voi mi preparate la scatolina per i giorni. E se sto male ve lo dico subito, non aspetto la notte.

Chiara lo guardò, e finalmente non vide solo il malato, ma anche luomo che voleva riprendere in mano la sua vita. Era importante.

Il giorno dopo comprò in farmacia un organizer di plastica per i farmaci della settimana. A casa dispose le medicine per mattina e sera, scrivendo con il pennarello sulle caselle. Mise lorganizer sul comodino accanto allacqua. Il padre toccò le scatoline come a verificare che fosse una vera mano tesa.

Il martedì sera arrivò Marco. Si tolse le scarpe, si lavò le mani, entrò nella stanza del padre. Chiara gli spiegò dove stavano le traverse pulite, il termometro, i numeri di dottori e del pronto soccorso. Non cera rimprovero nella voce; stava solo passando il testimone, come si fa con le chiavi.

Io esco, disse, restando un attimo in corridoio. Dalla stanza si sentivano le voci: Marco chiedeva delle notizie, il padre rispondeva rapido, persino ridacchiando.

Chiara uscì e camminò senza meta per il cortile, superando il parco giochi. Sentiva il corpo ancora teso, come se qualcuno potesse richiamarla da un momento allaltro. Ma nessuno la chiamò.

Dopo unora tornò. In casa cera silenzio. Marco era in cucina, beveva un tè che si era preparato da solo. Sul tavolo, lagenda di Chiara con la pagina del calendario bene aperta.

Tutto a posto, disse. Papà ha dormito. Gli ho fatto il tè, ne ha bevuto metà. Le medicine le ha prese da solo, ho solo ricordato.

Chiara annuì.

Grazie.

Marco la osservò.

Senti, disse. Riguardo la promessa Non voglio che sia una condanna tra noi. Vorrei solo che ognuno faccia quello che può. E che tu non pensi mai che io che ti stia abbandonando.

Chiara sentì sciogliersi un altro nodo.

Non voglio promesse neppure io, rispose. Voglio chiarezza. Voglio che si possa vivere, non solo sopravvivere.

Marco chiuse lagenda con cura.

Allora rispettiamo questo piano. Se qualcosa cambia, ce lo diciamo subito. Senza battaglia.

Chiara lo accompagnò alla porta, chiuse la serratura e controllò la luce dellingresso. Poi andò dal padre. Dormiva, il volto più sereno di quanto non fosse mai stato in ospedale. Sul comodino acqua e organizer chiusi, i coperchi ben sistemati.

Chiara si sedette piano sul bordo del letto e sistemò la coperta. Non sentiva di aver vinto nulla. Sentiva solo che avevano trovato un modo per non disfarsi reciprocamente, mentre aiutavano il padre.

Sul tavolo della cucina, accanto allagenda, cera il foglio del calendario: martedì, giovedì, sabato. Vicino, la quota che ognuno avrebbe versato, e il numero della badante che avevano trovato tramite la ASL. Non era una promessa di tutto. Era quello che si può fare e rifare domani.

Rate article
Add a comment

;-) :| :x :twisted: :smile: :shock: :sad: :roll: :razz: :oops: :o :mrgreen: :lol: :idea: :grin: :evil: :cry: :cool: :arrow: :???: :?: :!:

2 × three =