Mio figlio trentenne è arrivato a casa alle otto di sera, trascinando due valigie lungo il marciapiede, come se tornasse da un viaggio molto lungo.

Guarda, ti devo raccontare cosa mi è successo. Ieri sera, verso le otto, mio figlio Marco che ormai ha trentanni si è presentato davanti a casa mia qui a Bologna, trascinando due valigie come se venisse da un viaggio di sei mesi in Patagonia. Appena è entrato, senza nemmeno darmi un abbraccio, mi ha detto che doveva fermarsi un po da me, che fuori non ce la faceva più a sostenere certi ritmi e quella pressione costante.

Gli ho chiesto cosa fosse successo e si è sfogato: aveva lasciato il lavoro da un giorno allaltro, mollando tutto, e che era sfinito non voleva più tornare a quella vita stressante. Ma il bello (anzi, il peggio) è stato che mi ha confessato daver venduto anche la macchina, così non ho più legami e lha detto con un certo orgoglio, come se fosse la scelta giusta del secolo. E pensa che per comprarsi quella Fiat si era fatto in quattro per anni! Io sono rimasta senza parole.

Gli ho chiesto dove pensasse di andare a stare finché non si rimetteva in piedi, e lui, bello tranquillo, mi fa: Da te, come una volta. Che aveva bisogno di riposarsi, che solo qui si sentiva veramente al sicuro. Io mi sono messa a ridere, pensavo scherzasse invece era serissimo. Voleva ritornare nella SUA stanza, quella che aveva lasciato quando aveva ventanni, come se non fosse passato un giorno.

Quando poi è salito, si è accorto che ormai quella stanza non esiste più: è diventata il mio studio da un bel po, lho sistemata come mi serve. Ci è rimasto male sul serio, ha iniziato a dirmi che dovevo tenere la stanza pronta per lui non si sa mai, che avrebbe sempre potuto tornare. Gli ho spiegato che vivo da sola da anni, che ognuno si è preso i suoi spazi, che non può semplicemente arrivare e far finta che tutto sia rimasto uguale. Si è offeso, come se volessi cacciarlo.

Nemmeno mezzora dopo ha iniziato a comportarsi come un ragazzino di quindici anni: ha lasciato i vestiti sparsi nel soggiorno, si apriva il frigo come fosse casa sua, mi ha chiesto di scaldargli la cena e pure di prestargli dei soldi, giusto per qualche giorno. Io lo guardavo e mi chiedevo dove fosse finito quelluomo adulto, indipendente da cui mi aspettavo tuttaltro.

Il mattino dopo mi sono alzata presto e lui ancora dormiva beato, senza aver raccolto nulla del disastro lasciato la sera prima: valigie buttate per il salotto, pantaloni sul divano, piatti sporchi dappertutto. Quando lho svegliato per parlarne, si è pure arrabbiato. Mi ha detto che questa è casa della mamma, che era venuto solo per riposare e che stavo esagerando.

Gli ho detto chiaro e tondo che poteva restare qualche giorno, ma che non poteva comportarsi come un ragazzino irresponsabile. A quel punto si è rimesso a fare le valigie tra mille lamentele e, borbottando che tanto nessuno lo capisce, se nè andato sbattendo la porta: Me la caverò da solo, ha detto.

Non ti nascondo che mi è dispiaciuto vederlo così, ma lho lasciato andare perché sì, una cosa è aiutare un figlio, ma un conto ben diverso è caricarsi sulle spalle un adulto che non vuole assumersi responsabilità per la propria vita.

Secondo te ho fatto bene? O ho sbagliato?

Lettera anonima di una mamma italiana.

Rate article
Add a comment

;-) :| :x :twisted: :smile: :shock: :sad: :roll: :razz: :oops: :o :mrgreen: :lol: :idea: :grin: :evil: :cry: :cool: :arrow: :???: :?: :!:

3 × five =

Mio figlio trentenne è arrivato a casa alle otto di sera, trascinando due valigie lungo il marciapiede, come se tornasse da un viaggio molto lungo.
Al ballo di beneficenza nel penthouse di un hotel a cinque stelle, uno sconosciuto mi ha lasciato un piccolo chiavino d’oro sul palmo della mano e ha sussurrato: — È vostro, vero?