Mamma: Un Legame Profondo e Infinito

Mamma

Era una donna comune, quasi invisibile agli occhi di chi la incontrava: bassa, esile, con i primi capelli dargento che si facevano strada tra le ciocche scure. Lavorava come addetta alle pulizie in un ambulatorio di periferia a Napoli, guadagnava qualche euro al giorno, ma non lamentava mai. Si alzava allalba, verso le cinque, per finire di spazzare le scale delledificio accanto, lavoro di seconda stanza, e poi preparare la colazione per il figlio.

Lui aveva quindici anni, alto, magro, con i capelli eternamente spettinati e uno sguardo che tradiva una già radicata indifferenza verso tutto. Credeva che la madre non lo comprendesse, che fosse rimasta indietro nella vita, che fosse vergognoso passeggiare per la città con la sua giacca usurata, la sciarpa strappata, le mani screpolate dai prodotti chimici economici.

Spesso gli urlava:
«Perché non abbiamo mai soldi?! Perché non ti vesti decente?! Perché viviamo in questo buco?!»

Lei, con gli occhi abbassati, rispondeva a voce bassa:
«Scusami, figlio sto facendo del mio meglio».

Lui alzava gli occhi al cielo e sbatteva contro la porta.

Quando compì diciotto anni, prese un treno per la capitale. In una notte ammassò le sue poche cose, lasciò un biglietto sul tavolo: «Non cercarmi. Farò tutto da solo. Non telefonare, non scrivere».

Mamma piangeva per tre giorni. Poi asciugò le lacrime, trovò altri due lavori saltuari e continuò a vivere. Ogni mese trasferiva sul suo conto qualche euro, il poco che riusciva a mettere da parte. Lui non ringraziava, prelevava e spendereva.

Presto trovò soldi facili. Prima come fattorino, poi aiutando un trafficante, poi avviò da solo la sua attività. I soldi arrivavano. Scarpe di marca, un nuovo smartphone, ragazze, locali notturni. Pensava alla madre raramente, sempre con irritazione: «Ancora una volta ha scaricato i suoi pochi spiccioli. Come un mendicante».

Lei lo chiamava una volta al mese. O lui non rispondeva, o alzava la voce: «Tutto va bene. Non serve controllare».

Lultima chiamata fu a novembre. La voce era flebile, rauca.
«Figlio ho il cancro. Stadio quattro. Il dottore dice trequattro mesi Vieni, per favore».

Lui rispose: «Non posso ora. Ho affari. Dopo vedremo».

E chiuse il telefono.

Morì il 28 gennaio, sola, nella terapia intensiva dellospedale di Salerno. Una vicina la trovò a casa, incosciente. Lha chiamata più volte, ma lui ha sempre ignorato le sue chiamate.

La seppellì lo Stato, con una semplice croce di legno e una lapide con il nome.

Un mese dopo tornò, quando i soldi finirono e i patti si sciolsero, quando la polizia aveva già cominciato a sospirare alle sue spalle e non cera più dove nascondersi.

Scese e cadde in ginocchio davanti alla tomba. Urlò, colpì il terreno freddo con i pugni, implorò perdono, baciò la croce gelata.

I vicini raccontarono che veniva ogni giorno, sedeva ore intere, portava fiori costosi, che lei non aveva mai ricevuto in vita sua. Spazzava la neve immaginaria, parlava con lei, piangeva come un bambino.

Una volta tornò con una bottiglia. Bevve mezza bottiglia sulla tomba, versò il resto sulla terra.
«Mamma ho capito tutto ma troppo tardi»

Poi si alzò, si pulì il viso con la manica del cappotto costoso che aveva comprato con gli ultimi suoi trasferimenti, e se ne andò. Nessuno lo rivedette più in città.

Nel frattempo, sul sepolcro, per tutto lanno, crescevano fiori vivi. Qualcuno li curava, li cambiava, anche se non rimaneva più nessun parente o conoscente.

La gente dice: è lui, che manda fiori da lontano, ogni settimana, chiedendo scusa. E chiede che lei attenda.

Perché ora sa bene che la madre è lunica cosa che non si può mai perdere.
Mai.
Per nessun soldo.
Per nessuna migliore fortuna.

Tardò a capire.
Ma alla fine lha capito.

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