Un Capodanno da Ricordare: Un Episodio Indimenticabile nella Notte di San Silvestro

UN CAPODANNO PARTICOLARE

Oggi proprio non avevo voglia di tornare a casa. Il turno del trentuno dicembre era più corto del solito e tutte le colleghe erano già scappate verso i figli, i mariti e linsalata russa. Gioiose, raggianti, entusiaste, cariche di enormi borse di clementine e una bottiglia di spumante regalo di ogni anno da parte di Nicola Ilici, il nostro capo.
A me, invece, nessuno mi aspettava. E linsalata russa non avevo nessuno per cui prepararla. Ho guardato con un sospiro la montagnola di clementine nella busta trasparente sulla scrivania.
No, davvero a casa non mi andava proprio. Ho deciso di dedicarmi al report che avevo ancora da finire.
Poco dopo, si è affacciato Nicola con il cappello ancora in testa e il montone slacciato lunico uomo dellufficio e, ovviamente, il direttore.
Ma tu sei ancora qua? Immagina, mi sono dimenticato il regalo per mia moglie! ha sbottato, sparendo subito nel suo studio.
Dopo cinque minuti era di nuovo davanti alla porta.
Ma che ci fai tutta sola? Perché non vai a casa?
Ma tanto a casa ci sono da sola, Nicola
Lui, che già si stava preparando a correre dalla moglie, si è fermato. Ha camminato verso la mia scrivania, si è seduto accanto a me e mi ha fissata con unaria seria.
Allora, Olga, basta così. È Capodanno, si deve essere felici! Ma come fai a festeggiare col muso lungo? Così rischi che resti sola a lungo. Le donne devono sorridere, su, su! ha ripetuto, cominciando a raccogliere i fogli davanti a me.
Nicola, non ti preoccupare Vado a casa tra poco. Vai pure da tua moglie, chiudo io lufficio.
Sei sicura? ha chiesto sospettoso.
Certo che sì!
Va bene allora Buon Capodanno!
Ho sospirato di nuovo. Davvero, che ci sto a fare qua dentro? Meglio andare.
«Quasi quasi mi ordino una pizza» pensai. «Chissà se le pizzerie sono ancora aperte.»

Il primo numero non ha risposto. Al secondo, una voce allegra mi ha detto che chiudevano alle diciotto e mi ha fatto gli auguri. Ho guardato lorologio: diciotto e cinque. Ho provato un altro numero, giurando che era lultimo tentativo. Con mia sorpresa, lordine me lhanno preso.
Mentre raccoglievo i fogli e mettevo il cappotto, ho infilato nella borsa le clementine e la bottiglia dello spumante. Appena uscita, sono stata avvolta da unaria cristallina di inverno; il freddo mi pizzicava le guance e la neve scricchiolava sotto i piedi. Ovunque lampioni accesi e luci colorate che lampeggiavano. Tutti erano di fretta, carichi di pacchetti e scatole verso le proprie famiglie. I negozi erano ancora aperti; in giro cera chi comprava regali allultimo secondo.
Ho iniziato a sentire anche io quellagitazione allegra tipica delle feste.

«Ma che sto facendo!» mi sono detta, e con un passo deciso sono entrata nel supermercato.
Poco dopo, rovistavo i miei acquisti in cucina:
«Spero almeno che le patate cuociano in tempo.»
Ho acceso la tv, appeso la ghirlanda nuova alla finestra e infilato la spina. Le luci hanno iniziato a correre lungo la cornice come un piccolo serpente colorato. Mi sono lasciata andare a un corto passo di danza, mani alzate, e mi sono dedicata alla preparazione del cenone.
«Per chi, se non per me stessa?»
Mentre le patate si raffreddavano fuori sul balcone, il pane al salmone e le tartine con la bottarga decoravano già la tavola. I salumi appena tagliati erano disposti su un piatto grande con riccioli di lattuga; cubetti di formaggio, ananas, una ciotola di clementine di Nicola.
Dopo mezzora, anche linsalata russa era pronta, le cosce di pollo sfrigolavano in padella. Ho tirato il tavolino vicino al divano, steso sopra un centrino traforato e iniziato a portarci i piatti, un bicchiere da vino e uno per il succo, il coltello e la forchetta tutto sistemato come per qualche ospite importante.

Alle undici e mezza stavo per aprire lo spumante, quando improvvisamente è suonato il citofono.
Aveva ordinato una pizza? mi ha detto una voce maschile, energica.
«Oddio! Me ne ero completamente dimenticata!»
Certo! Sali pure, ho risposto, premendo il tasto.
Quanti euro le devo? ho chiesto al giovane sorridente con la scatola quadrata tra le mani.
Niente, è un regalo.
Aveva un sorriso autentico e simpatico.
Ma non posso, balbettai, poi le scalano dal suo stipendio
No, tranquilla. È una compensazione per la consegna così tardi. Prenda, è per lei.
Mi accorsi che tenevo ancora in mano la bottiglia di spumante.
Tenga un attimo, dissi, porgendogli lo spumante mentre prendevo la pizza, la porto in cucina.
Sa, lei non ha affatto laria di un fattorino, dissi quando tornai.
Infatti non lo sono! Sono il proprietario della pizzeria. Ho lasciato andare tutti a casa prima, è Capodanno. Poi ho visto che il suo ordine era rimasto lì, senza risposta. Così sono venuto io. Tanto nessuno mi aspettava. A differenza della pizza. Mi sono solo attardato per strada.
Mancano dieci minuti! esclamai Apra lo spumante, dobbiamo brindare allanno vecchio!
Ma certo I bicchieri ci sono?
Mentre andavo a prenderli, sentii il botto del tappo.
Allanno che se ne va!
Allanno che se ne va!
Abbiamo brindato di slancio, ridendo.
Oddio, che abbiamo fatto!
Che cè? chiese lui preoccupato.
Lei sta guidando! Ha bevuto spumante!
Ah, è vero! rise forte.
E adesso come fa?
Non lo so, non posso guidare!
E trovare un taxi?
Impossibile
Allora facciamo così: si tolga le scarpe e venga dentro, altrimenti passiamo Capodanno in corridoio!
Che calduccio qui, notò entrando.
Su, verso lo spumante, che il presidente ha già finito il discorso!
Auguri, ehm
Olga, lo aiutai.
Auguri, Olga! Io sono Orazio.
Buon Anno, Orazio! Assaggi linsalata russa, lho preparata io. Però ho solo una forchetta Aspetti, ora ne porto unaltra. Ma intanto mangi pure dalla ciotola! dicevo senza fermarmi, mi sentivo stranamente felice.
Orazio mi piaceva, e la sua compagnia era così spontanea e leggera.
Sa che dalla ciotola è ancora più buona? Olga, del pane nero ce lha? Sono affamato come un lupo.
Certo che sì!
Quando tornai col pane, Orazio aveva già due cosce di pollo in mano.
Scusi, non ho resistito È tutto buonissimo! Olga, lei sa davvero cucinare.
Grazie, Orazio. Temevo che tutta questa roba andasse buttata. Da sola non lavrei mai finita.
Ma che da sola? Ora ci sono io ad aiutare!
Forza allora!
Avevo scoperto di avere appetito anchio.
Ci mettemmo a mangiare linsalata russa direttamente dalla ciotola, a bere lo spumante, guardare lo show di Capodanno e a chiacchierare di tutto e di niente con una leggerezza nuova.
Mi sa che lo spumante è finito!
Nellauto ne ho unaltra bottiglia, vado a prenderla!
Noo, vengo anchio!
Che aria meravigliosa, dissi spalancando le braccia fuori dalla porta.
I fuochi dartificio illuminavano il cielo qua e là.
Sai una cosa, Olga? Sposami! Non ora, tra un anno! Così hai tempo di conoscermi.
Ma dai, stai scherzando
Neanche per sogno!
Allora prometto che ci penserò.
E intanto continuiamo a festeggiare?
Annuii felice, Orazio prese un sacchetto dallauto e rientrammo insieme in casa, pronti a vivere la notte più lunga dellanno.

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Un Capodanno da Ricordare: Un Episodio Indimenticabile nella Notte di San Silvestro
Le tue cose sono davanti all’ascensore. Prendile e vattene — Dasha, perché ti sei chiusa dentro? — lui sorrideva, ma nei suoi occhi c’era un’ombra d’inquietudine. — Ho cambiato la serratura, Romano. — Perché? — il sorriso gli scivolò via dal volto. — Perché ho imparato la lezione. Le tue cose sono davanti all’ascensore. Prendile e vattene. Dasha ha quarantasei anni, il suo “Romeo” ne ha cinquantuno. Sembrava la differenza perfetta: entrambi adulti, cresciuti, senza più illusioni. Dasha si è lasciata alle spalle un divorzio già archiviato, Romano due tragedie… Sembravano una coppia perfetta. Romano la elogiava sempre: — Che profumo delizioso, — diceva assaggiando la torta. — Sei una maga, Dasha. — È solo una semplice torta di mele, — si schermiva lei arrossendo. — Mangia finché è calda. L’unica cosa che infastidiva Dasha del suo convivente era la sua abitudine di parlare sempre del passato. — Sai che anche a Lucia cucinavo tanto. Nei weekend. Le facevo le crêpes. E lei mi diceva che sprecavo la farina. Immagina? “Romano, — mi faceva, — rovini solo il cibo”, e poi, quando abbiamo divorziato, si è tenuta persino tutte le padelle. Ha detto: “È un regalo di mia madre, non lo toccare”. — Che taccagna, — scuoteva la testa Dasha. — Litigare per delle padelle… — Eh, magari solo per le padelle! — rise amaramente Romano. — Si è presa tutto quanto. Si è intestata la casa mentre io ero in trasferta per portare soldi alla famiglia. Ha dato l’auto a nostro figlio, che ha appena compiuto diciotto anni e non ha nemmeno la patente. Sono uscito di casa con una borsa da palestra. Letteralmente. Solo mutande, calzini e uno spazzolino da denti. In quei momenti Dasha lo compativa molto. Com’è possibile? Vivere anni con una persona e poi buttarlo fuori come un cane randagio. — E la seconda? — gli aveva chiesto piano, anche se conosceva già la storia. — Con la seconda abbiamo capito subito che non era cosa. Quattro anni persi. Anche lì… La suocera si è messa in mezzo. Abbiamo dovuto dividere i beni, anche se non c’era niente da spartire, solo debiti e un figlio. Ho lasciato tutto. Non faccio causa a una donna. Non sono così. Sono un uomo, mi rifaccio. “Un uomo”, — pensava Dasha con rispetto. Nobile. Un altro si sarebbe attaccato a ogni forchetta, lui invece se n’è andato a testa alta! — Io ho una casa grande, c’è posto, — gli aveva detto lei all’inizio della loro relazione, tre mesi fa. — E ho anche la casa in campagna. Lì servono mani forti. — Dasha, mi sento a disagio, — abbassò lo sguardo Romano. — Non sono mica un parassita. Cerco lavoro, appena mi sistemo… — Non dire sciocchezze. In due è più facile. Alla fine lui si trasferì davvero. Di roba ne aveva poca: una valigia vecchia, un paio di abiti vissuti e il portatile. Dasha l’aveva circondato di attenzioni. Voleva scaldarlo, fargli capire che non tutte le donne sono delle iene. *** Il primo campanello d’allarme arrivò dopo un mese di convivenza. Una sciocchezza, ma… Romano disse che doveva andare a comprare delle cerniere per l’armadio in ingresso — lo sportello era penzolante. — Faccio in fretta, — urlò dal corridoio. — Vado e torno. Tornò dopo quattro ore. Le cerniere non le aveva. — Puoi crederci? Chiusi! — raccontava indignato, togliendosi le scarpe. — C’era l’inventario o qualcosa del genere. Ho girato tutta la città, non ho trovato la misura giusta. Dasha fu sorpresa: — Allo “BricoMaster” inventario? Di sabato? Sono sempre aperti! — Appunto! Che casino. Sulla porta c’era un cartello. — Strano, — Dasha scrollò le spalle. — Vabbè, le prendiamo un’altra volta. Quella sera, uscendo per buttare la spazzatura, Dasha incontrò la vicina, la signora Valentina. Portava una busta gigante di materiali proprio dallo “BricoMaster”. — Dev’essere pesante, eh? — le tenne la porta Dasha. — Eh, non dirlo a me! Ma almeno oggi ci sono gli sconti, una folla! Ci ho messo una vita a pagare in cassa. Dasha rimase di pietra. — In che senso c’era la folla? Non era chiuso per inventario? La signora la guardò come una marziana: — Quale inventario? Sono aperti, sempre. Eh! Ci sono stata un’ora fa. Dasha rincasò col cuore in gola. Perché aveva mentito? Se fosse andato da un amico, a prendere un caffè, a farsi un giro, poteva dirlo! Perché inventarsi un negozio chiuso? Romano era davanti alla TV, a cambiare canale. — Romano, — tentò di restare calma. — Ho incontrato la vicina. Viene proprio dal Brico, dice che è tutto aperto. Romano nemmeno si girò. Volto impassibile. — Eh? Allora hanno riaperto. Quando sono passato io c’era scritto “Pausa tecnica 15 minuti”. Ho aspettato mezz’ora, non aprivano. Sono andato al mercato, anche lì niente. — Hai detto “inventario”. E che hai girato tutta la città. Finalmente si voltò. Sguardo sinceramente sorpreso. — Dasha, perché ti attacchi alle parole? Inventario, pausa — che importa? Non l’ho trovato, pazienza. Domani lo prendo. Che sarà mai? Dasha si sentì in colpa. In fondo perché andare a fondo? Avrà sbagliato, confuso… Gli uomini non badano ai dettagli… La settimana dopo la scena si ripeté. Romano disse che l’aveva chiamato il vecchio capo per un colloquio. — Azienda seria, Dasha! Stipendio top. Se mi prendono, altro che vacanze… Ti compro una pelliccia. La sera tornò imbronciato. — Com’è andata? — lo accolse Dasha. — Lascia stare! Una fregatura. Promettono oro e danno due spicci e turni da schiavi. Gli ho detto: trovatevi qualcun altro! — Peccato, — sospirò lei. — Troverai altro. Era Ivan Petrovič a chiamare? — Quale Ivan Petrovič? — Romano si rabbuiò. — Il tuo ex capo, no? L’avevi detto tu. — Ah sì… No, era Sergio, il vicedirettore. Con lui ho sempre avuto un buon rapporto. Ivan Petrovič è già in pensione da un pezzo, — abbassò subito lo sguardo andando a lavarsi le mani. Eppure Dasha ricordava benissimo: tre giorni prima lui le aveva raccontato che Ivan Petrovič l’aveva salutato di persona quando si era licenziato, promettendo di richiamarlo. “Forse sono io a ricordare male?”, pensò. La sera, quando Romano si addormentò, il telefono sul comodino trillò. Dasha non era tipo da controllare il cellulare degli altri — le sembrava indegno. Ma lo schermo si illuminò con un messaggio in bella vista: “Amore, quando mi restituisci i soldi? È passato un mese. Non si fa così, ignorarmi” Numero non salvato. *** A colazione Dasha chiese: — Romano, hai ricevuto un sms questa notte. Qualcuno vuole indietro dei soldi. Romano si strozzò col panino. Si fece rosso in volto. — Avranno sbagliato persona. Sarà spam. Ormai i truffatori sono dappertutto… — Ma ti ha chiamato “amore”. Lui scoppiò a ridere, ma con un tono forzato. — Ancora meglio la truffa! Sanno come accalappiare i clienti. Non pensarci, Dasha. Afferrò il telefono e velocemente cancellò qualcosa con mani nervose. — Senti, — cambiò subito discorso. — A proposito. Mia figlia del primo matrimonio, Caterina, ha dei problemi. Il nipotino è malato, servono medicine costose. Mi ha chiamato in lacrime. Come faccio a dirle di no? È sangue del mio sangue. — Certo, — si irrigidì Dasha. — E quanto ti serve? — Quindicimila euro. Non so a chi chiedere. Mi puoi aiutare? Appena trovo lavoro te li restituisco, fino all’ultimo centesimo. Dasha lo fissò. — Quindicimila… e che malattia ha? — Be’, una… forte allergia. Aveva edema di Quincke, ora fa riabilitazione. — Capisco. Si alzò, prese i soldi dal comò. — Tieni. — Grazie, tesoro! — Romano si gettò ad abbracciarla, la baciò sulla guancia. — Sei d’oro. Caterina ti sarà grata a vita. Quella giornata, però, Dasha non riuscì a scrollarsi di dosso un senso di disgusto. Non per i soldi. I soldi vanno e vengono. Era la sensazione, sotto la pelle, che Romano la stesse prendendo in giro. Le venne in mente che Romano aveva lasciato il suo vecchio tablet in carica in salotto. Usava solo il cellulare, quasi mai il tablet. Dasha conosceva il codice: quattro uno. Gliel’aveva detto lui stesso, tempo prima. Apre i social, va a vedere i messaggi. Trova subito la chat con Ekaterina Romanova. La figlia. Messaggi brevissimi: “Papà, salve. Quando ci restituisci gli alimenti arretrati? Mamma dice che passerà agli avvocati. Non abbiamo da mangiare, e tu racconti sempre bugie!” Data: ieri. Risposta di Romano: “Cate, abbi pazienza. Sto spillando soldi a una credulona, appena riesco ti sistemo. Non stressarmi.” Dasha crollò sul divano: le gambe di gelatina. Una credulona… Lei. Era lei la credulona. Scorre ancora avanti. Chat con certa Tania. “Amore, dove sei? Ti aspetto. Hai promesso oggi di portare i soldi” Risposta di Romano: “Arrivo, piccola. Ho appena spillato un po’ di grana alla mia gallina con la scusa del nipote. Dieci minuti e sono da te” Dasha lasciò giù il tablet. Non le tremavano le mani. Era calma come il ghiaccio. Tutto era chiaro. Le “ex malvagie” che lo avevano rovinato. I “matrimoni sfortunati”… Non erano streghe. Erano donne normali che, probabilmente, non ne potevano più delle sue bugie. L’unica vera sanguisuga era lui. Raccolse sacchi neri della spazzatura e svuotò tutto: valige, vestiti, giacche, camicie. Il suo spazzolino, il rasoio, i caricabatterie: tutto davanti alla porta. E cambiò la serratura. Aveva imparato, negli anni, a fare tutto da sola. *** Romano tornò dopo tre ore, provò ad aprire. Niente. Suona al citofono. Dasha aprì, con la catena inserita. — Dasha, perché ti sei chiusa? E la serratura non va… — sorrideva, ma negli occhi, stavolta, c’era paura. — Ho cambiato la serratura, Romano. — Perché? — il sorriso gli si spense. — Perché la credulona ha capito chi sei. Le tue cose sono davanti all’ascensore. Prendile e vattene. — Ma che dici? Quale credulona? — Quella che spacchi per soldi. Prendi la roba e vattene. — Stai male? Chi ti ha messo in testa queste stupidaggini? Sono stato da mia figlia a portare le medicine! — Ho letto le chat. Con Caterina. Con Tania. Lui si bloccò. Per un attimo paura negli occhi, poi rabbia. — Ah! Ti sei messa a ficcare il naso nel mio tablet? Che diritto credi di avere? È la mia privacy! — La mia privacy è la mia casa. Il mio portafoglio. Tu sei solo un bugiardo e un ladro. — Ma va’ al diavolo! — urlò. — Non mi servi, vecchia gallina! Ho vissuto con te per pietà! Pensavo almeno cucinassi bene, invece pure il brodo è immangiabile! — Prendi la roba, Romano. E considera i quindicimila euro un compenso per la tua recita. È anche poco. Lui disse ancora qualcosa, ma Dasha chiuse la porta in faccia a Romano. Lei entrò in cucina. Sul tavolo la sua tazza, il tè ormai freddo con il fondo sporco. Dasha svuotò la tazza nel lavandino. La buttò nel sacco. Seguita dal piatto preferito di Romano. Il telefono squillò: era il suo ex marito. “Ciao! Nostra figlia dice che perde acqua il rubinetto in campagna. Sabato passo di lì, vuoi che lo riparo? Vieni anche tu?” Dasha sorrise. “Certo. Fermati, ti preparo la torta di mele. Sto bene, davvero. Più di quanto pensavo.” * * * L’alfiere tornò a infastidirla, per settimane. Ogni sera saliva sotto casa: piangeva, implorava, oppure urlava insulti e prendeva a calci la porta. Denunciò tutto alla polizia — e Romano smise di tormentarla. A Dasha non serviva altro. Solo silenzio, pace e… la libertà.