Degli amici hanno insistito per viaggiare con la nostra macchina promettendo di dividere le spese. Una volta arrivati, hanno detto: «Tanto dovevate andarci comunque!»

Tutto è iniziato come la pianificazione più tranquilla delle vacanze estive. Io e mia moglie, la nostra fedele Fiat, il tragitto di più di mille chilometri fino alla Calabria e quella dolce sensazione di libertà che solo il viaggio in auto può dare: puoi decidere quando partire, fermarti dove ti va, fare una deviazione se scopri qualcosa di interessante. Niente orari ferroviari, bambini che piangono nella cuccetta accanto, nessun volo cancellato allultimo.

Ma questanno abbiamo commesso un errore fatale: abbiamo spifferato i nostri programmi.

Una sera, durante una cena con amici e conoscenti in una trattoria di Torino, per sbaglio ho raccontato che tra due settimane saremmo scesi verso Sud, proprio con la nostra macchina.

Ma davvero? In che giorni partite? subito si è intromessa la coppia seduta davanti.

Erano Luca e Martina. Non proprio amici stretti, ma ci si incontrava spesso nelle riunioni di gruppo.

Il quindici ho risposto senza pensarci troppo.

Ma guarda, anche noi! si è animato Luca. Le ferie ci iniziano il sedici, volevamo partire in treno ma sono rimasti solo i posti vicini al bagno! E poi, perché non venire con voi? Suddividiamo le spese della benzina, viene più economico e il viaggio è più allegro! Noi siamo tranquilli e senza pretese.

Ho guardato mia moglie. Il suo sguardo era eloquente: un “no” categorico. Ho provato a svicolare, dicendo che lauto era già piena e che amavamo viaggiare con calma e tante soste.

Ma dai, abbiamo solo una valigia in due! ha insistito Luca. Mica ingombreremo tanto. E pensa quanto si risparmia: la benzina adesso costa come loro! Fateci questo favore, non siamo mica degli sconosciuti.

Così abbiamo ceduto. Largomento del risparmio era convincente, e non ce la siamo sentita di dire di no in faccia. Una di quelle debolezze che poi ti fanno pentire a lungo.

Se non vuoi avere problemi, non fare favori inutili.

Abbiamo deciso di trovarci alle cinque del mattino sotto casa nostra. Io e mia moglie pronti, il bagagliaio sistemato: valigie, acqua fresca, coperte, attrezzi. Luca e Martina sono arrivati con quaranta minuti di ritardo.

Il taxi ci ha messo uneternità ha detto Martina senza nemmeno scusarsi, trascinando una valigia enorme e un paio di buste piene di spuntini.

Ma non avevamo detto valigie essenziali? Non ho resistito.

È una donna, un po di cambi non possono mancare! ha riso Luca.

Alla fine, ho fatto il Tetris nel bagagliaio per sistemare tutto.

Dopo neanche unora, il caos. Martina aveva caldo: aria condizionata al massimo. Dieci minuti dopo, Luca si lamentava per il gelo. La mia playlist non piaceva. Poi via a fermarci ogni mezzora: bagno, caffè, stretching, sigaretta.

Il mio itinerario, studiato per evitare traffico e imprevisti, è andato a monte. Invece che viaggiare come volevamo, sembrava una corsa in taxi collettivo.

Il clou alla prima area di servizio.

Faccio il pieno, 165 euro. Torno allauto: Luca assapora un panino.

Allora, dividiamo? chiedo.

Ma sì, dai, facciamo i conti alla fine, così non ci pensiamo minimizza lui.

A me non è piaciuto, ma mia moglie mormora: Lascia stare, sistemeranno tutto a destinazione. Pago anche tutti i pedaggi, senza che loro si informino di quanto sia costato.

Durante il viaggio, mangiano i loro panini, spargendo briciole ovunque. Quando gli faccio notare di fare attenzione, sorridono:

Tranquillo, è solo una macchina, poi dai una passata!

Arriviamo in Calabria a notte fonda, esausti più dalla compagnia che dal viaggio.

Ma tanto viaggiavate comunque.

La mattina dopo, riposati, ci rivediamo in cucina nella casa in affitto. Prendo il mio quaderno, dove avevo segnato tutte le spese.

Allora, benzina: 660 euro. Pedaggi: 110 euro. Totale: 770 euro. Dividiamo a metà, quindi da voi 385.

Luca quasi si strozza col caffè, Martina sgrana gli occhi.

Ma davvero quasi quattrocento euro? Seriamente? dice lei.

Certo. Abbiamo detto di dividere tutto a metà rispondo calmo.

Luca lascia la tazza e ribatte:

Ma tu tanto saresti venuto lo stesso! Li avresti comunque spesi quei soldi. Lauto è la tua, tu comunque avresti fatto il pieno! Noi abbiamo solo occupato due posti liberi.

Guarda che prima avevamo stabilito le regole. Mi sono adattato alle vostre esigenze, fatto più soste, caricato più roba, adesso compensate la metà delle spese.

Ma che fastidio ti abbiamo dato? ridacchia Martina. Alla fine ci siamo fatti compagnia! Se lavessi detto prima, prendevamo un BlaBlaCar e spendavamo meno.

Un altro vi avrebbe lasciato in autostrada per tutte le lamentele e le briciole! sbotta mia moglie.

Va bene conclude Luca. Ti diamo cento, massimo centocinquanta euro, giusto così, ma pagare la metà di una cosa che avresti comunque fatto impossibile. Noi ci siamo contati male con il budget.

Mi sono alzato.

Tenetevi i soldi. Offerta della casa. Ma il ritorno ve lo fate da soli.

Ma stai scherzando? Luca si è alzato in piedi. Non abbiamo i biglietti! Avevamo detto andata e ritorno insieme!

Avevamo stabilito il pagamento condiviso. Voi avete cambiato le regole. Buone vacanze.

Vacanza separati e ritorno in solitaria

Nei dieci giorni successivi non ci siamo praticamente mai visti, anche se eravamo nello stesso villaggio. Qualche volta ci si incrociava in spiaggia, loro si voltavano dallaltra parte.

Il giorno prima della partenza, Luca mi invia un messaggio: Dai, facciamo trecento euro a testa per landata e il ritorno. Vieni incontro, non abbiamo i biglietti e i pullman a Martina danno il voltastomaco.

Non ho risposto.

Il nostro rientro è stato una goduria: la nostra musica, le nostre soste, il silenzio. Una vera rinascita.

Poi ho saputo dai conoscenti quantero diventato un egoista, lo str che lascia gli amici nei guai per qualche euro. Luca e Martina si sono arrangiati con vari autobus e cambi, spendendo molto di più, e ora non perdono occasione per parlar male di noi.

Ma noi abbiamo imparato una lezione preziosa: appena qualcuno accenna Ehi, andate fuori città? Ci date un passaggio?, io rispondo cortese ma deciso: Scusa, ma preferiamo viaggiare da soli.Questanno, attraversando la stessa statale polverosa con la nostra Fiat, ho guardato mia moglie e ci siamo scambiati un sorriso complice di pura complicità. Le valigie erano leggere, la playlist solo nostra, la brezza entrava dal finestrino abbassato senza nessuna discussione sulla temperatura. Ogni sosta era una piccola avventura decisa insieme: un panorama improvviso, una gelateria sconosciuta, un vecchio paese che nessuno aveva suggerito su Instagram.

Mentre i chilometri scorrevano lenti e il sole calava, ho pensato che, dopotutto, certe regole le impari sbagliando. E ho capito che scegliere con chi condividere il viaggio è importante quanto la destinazione. Forse, proprio grazie a quellestate “affollata”, abbiamo ritrovato il vero senso del partire: sentirsi leggeri, liberi, padroni del proprio tempo.

Alle porte della città, con la sera che ricopriva di oro le colline, mia moglie mi ha stretto la mano. Che bello essere di nuovo solo noi due, ha detto. Ho annuito, pensando che per le prossime vacanze una cosa era certa: nessun passeggero improvvisato, nessuna compagnia di troppo. Solo chilometri di strada e la tranquillità di viaggiare insieme, sapendo che le migliori avventure sono quelle in cui scegli anche con chi condividerle il silenzio.

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Degli amici hanno insistito per viaggiare con la nostra macchina promettendo di dividere le spese. Una volta arrivati, hanno detto: «Tanto dovevate andarci comunque!»
Lettera a me stessa Spostò il piatto di pasta fredda dal bordo del tavolo e si raddrizzò sulla sedia. In soggiorno il televisore trasmetteva il concerto di Capodanno, tra lustrini e presentatori radiosi, ma l’audio era quasi muto. In cucina l’orologio ticchettava, la lancetta vicina alla mezzanotte. Anna Rossi posò davanti a sé un foglio a quadretti, sopra gli occhiali spessi con la montatura di plastica. Vicino, la penna che le aveva regalato il figlio lo scorso San Silvestro. Fece scattare il tappo, sentendo quella familiare stretta allo stomaco, come se stesse per sostenere un esame. Allora, vecchietta — pensò —, scrivi. Lo hai promesso a te stessa. L’idea era nata una settimana prima, seguendo in TV una psicologa che consigliava di scriversi una lettera al futuro. Le era sembrato quasi infantile, ma qualcosa l’aveva colpita. Ora, nel silenzio, non pareva più ridicolo. Si chinò, bloccò il foglio con la mano tremante e scrisse in alto: “31 dicembre 2024. Lettera a me stessa per il prossimo Capodanno”. La mano tremava, ma le lettere venivano fuori precise e ordinate. L’aveva imparato con trent’anni di contabilità. “Cara Anna, che oggi hai 73 anni”, scrisse, poi si fermò. Il numero “73” pungeva. Ne aveva ancora 72 e a volte la cifra la turbava. Nella testa girava ancora un numero più piccolo. Si ascoltò un istante. Lo stomaco bruciava per la fame e l’ansia, la schiena doleva dopo le pulizie, il cuore era regolare, ma dentro risaliva una vecchia paura: continuerà a battere così anche tra un anno? Si chinò ancora sul foglio. “Spero tanto che tu sia viva e stia leggendo queste righe. Che cammini ancora da sola, senza bastone. Che non ti si sia bloccata una mano o le gambe. Che non sia ricoverata, o di peso a nessuno…”. Rilesse ciò che aveva scritto e fece una smorfia. Troppo cupo. Ma non lo riscrisse. Era la verità. “Vorrei non essere mai un peso per i figli. Vorrei andare ancora da sola a fare la spesa, pagare le bollette, gestire le medicine. Vorrei non chiamarli dieci volte al giorno per cose da nulla”. Posò la penna, fissando il cellulare sul davanzale. La figlia aveva chiamato da Londra un’ora fa, di corsa, tra una cosa e l’altra, mostrando in video l’albero di Natale e la nipotina piena di brillantini. Il figlio aveva lasciato un messaggio: “Mamma, buon anno in anticipo, siamo da amici, domani ti chiamo”. Aveva risposto con uno smile e un cuore, come le avevano insegnato. “Vorrei non assillarli con la mia solitudine”, aggiunse ed espirò. La parola “solitudine” rimase sospesa, pesante. Diede un’occhiata alla cucina: la vestaglia sulla sedia, i calzettoni di lana sul termosifone, due piatti sulla tavola — uno messo di fronte per abitudine, anche se sapeva bene che nessuno sarebbe passato per un saluto. Così, però, era più tranquilla. Tornò al foglio. “In quest’anno devi — sotto questa parola calcò la penna — imparare a vivere bene. Camminare almeno mezz’ora ogni giorno. Smettere di mangiare di notte. Piantarla di lamentarti della pressione con tutti. Trovare un’attività. Magari ginnastica per anziani o andare al circolo. Parlare di più con le persone, non restare chiusa dentro. Essere serena, gentile, non brontolare, non dare troppi consigli ai figli. Diventare una vecchietta piacevole”. Rilesse il paragrafo, sentendo un nodo dentro. “Vecchietta piacevole” — sembrava lo slogan di uno spot pubblicitario. Ma era così che si immaginava: ordinata, sorridente, senza pesare su nessuno. Aggiuse: “E poi, per favore, non temere il futuro. Non stare lì ad aspettare che cada una disgrazia. Vai dai dottori per tempo. Prendi le medicine come si deve. Ma basta leggere sui siti di malattie all’infinito. Non chiamare tua figlia ogni volta che hai un dolore. Sei adulta, puoi farcela da sola”. La mano si stancava. Si appoggiò allo schienale, chiuse gli occhi. Dal corridoio arrivava il ticchettio di un altro orologio, quello che le avevano regalato per la pensione. Il concerto in TV scorreva, silenzioso, bocche aperte su una canzone muta. Alla fine scrisse: “Spero che l’anno prossimo tu possa avere almeno un’amica con cui bere un tè e parlare. E che tu non ti senta sempre di troppo”. Sottolineò “di troppo“ due volte, poi ne cancellò una. Firmò: “Anna, 72”. Piegò il foglio in due, poi ancora. Trovò nella scrivania una vecchia busta con un disegno natalizio, infilò la lettera. Sulla busta scrisse: “Da aprire il 31.12.2025”, fissando la scritta come a controllare se davvero ci credeva di arrivarci. Poi si alzò, andò in soggiorno e nascose la busta nel cassetto del mobile tra vecchie cartoline e fotografie. Chiuse lo sportello, girò la chiave. Quando alla TV iniziarono il conto alla rovescia, era alla finestra, il bicchiere di spumante in mano, guardando i fuochi d’artificio nel cortile. Allungò la mano al petto, sentì il cuore battere e sussurrò nel buio: — Forza, anno nuovo. Ma non esagerare, eh? *** Un anno dopo, ritrovò la busta cercando vecchie bollette. Era metà dicembre, ancora niente aria di festa, ma in negozio già vendettero clementine a piramide e operai montavano la struttura per l’albero in cortile. Anna Rossi era seduta sul pavimento, accanto una scatola piena di carte. Sistemava cartelle con le scritte “Bollette”, “Medici”, “Documenti”, in vista dell’arrivo dell’assistente sociale che l’avrebbe aiutata con i rimborsi dei farmaci. La busta scivolò da una cartellina e cadde sulle ginocchia. Riconobbe subito la sua grafia. Il cuore perse un colpo. “Da aprire il 31.12.2025”. — Pensa te, — sussurrò. Mancavano ancora due settimane. Restò lì, guardando la data. Le venne in mente di rimetterla via, aspettare come programmato. Ma la curiosità ormai era superiore. — Che cambia… — disse. — Quindici giorni più, quindici meno. Si tirò su aiutandosi con il braccio sul divano e si sedette a tavola. Sistemò la busta davanti a sé. Le unghie ben tagliate, ma una macchia di iodio sul pollice: si era tagliata aprendo un vasetto di sottaceti. Strappò il bordo della busta, tirò fuori il foglio piegato. La carta si era ingiallita sulle pieghe. Lo aprì e lesse: “Cara Anna, che oggi hai 73”. — Settantatré, — ripeté ad alta voce, assaporando quel numero. In un anno era diventato più familiare. Lo diceva ormai anche ai medici senza imbarazzi. Ma ogni tanto ancora rimaneva stupita, vedendo i lineamenti segnati allo specchio. Iniziò a leggere. “Spero tanto che tu sia viva e stia leggendo queste righe. Che cammini ancora da sola, senza bastone…” Si girò verso il corridoio, dove appoggiato al muro c’era il bastone. Nero, col manicotto di gomma, comprato in primavera dopo una brutta caduta sulle scale della ASL. Era scivoloso, aveva fretta di andare dal cardiologo, portava in mano una busta d’analisi e, uscendo, inciampò. Cadde sul fianco, una gran botta. Al pronto soccorso l’avevano tenuta in osservazione per ore: niente fratture, ma il medico fu perentorio. — Signora Rossi, meglio il bastone. E stia più attenta sulle scale. Pianse in corridoio. Il bastone sembrava la bandiera della vecchiaia. Ma il dolore non passava e la gamba cedeva, così lo comprò. In farmacia, tra solette ortopediche e misuratori di pressione. Ora, rileggendo il suo “senza bastone”, provò vergogna. Come se avesse fallito un compito. “…che non ti si sia bloccata una mano, che tu non sia ricoverata, o di peso a nessuno…” Ricordò aprile. La pressione era schizzata alle stelle, nausea, capogiri. La vicina del piano di sotto, Rosa Bianchi, con cui si scambiava solo due parole in ascensore, chiamò l’ambulanza. Rimase in reparto cinque giorni. Letti vicini, storie di interventi e di nipoti. La figlia, impossibilitata a venire dall’estero, chiamava ogni giorno. Il figlio passò una volta, con la spesa e il carica-batterie, trafelato per il lavoro. Per la prima volta in anni, lasciò che le cose scorressero senza controllare ogni minimo dettaglio. Scoprì che il mondo non crollava se lei si arrendeva per un attimo. “Vorrei andare ancora da sola a fare la spesa, pagare le bollette, gestire le medicine…” Sorrise tra sé. D’estate il figlio le aveva installato l’app dei pagamenti sul telefono. All’inizio era titubante, poi si abituò. Ora premeva lei stessa i tasti e aveva pure aiutato il vicino che non sapeva usarla. Anche coi farmaci se la cavava da sola. Le scatole stazionavano in fila sullo scaffale in cucina, con la solita agendina dove segnava le dosi. Qualche pasticcio ogni tanto, ma sempre meno. “Vorrei non chiamarli dieci volte al giorno per cose da nulla…” Ricordò come in primavera si era imposta di non telefonare troppe volte. Un foglietto sul frigo: “Chiamare i figli, massimo una volta al dì”. Resse una settimana. Poi capì che in fondo non chiamava così spesso. La figlia spesso presa dal lavoro, ma sempre pronta a messaggiarle, mandare foto della nipote. Il figlio meno espressivo, ma più disposto a chiacchierare durante la telefonata. Andò avanti nella lettura. “Vorrei non assillarli con la mia solitudine”. Sentì tornare la vecchia colpa. Rammentò una sera di marzo: aveva chiamato la figlia e, sopraffatta, era scoppiata a piangere, dicendole che le pesava stare sola. Al telefono era calato il silenzio, poi la figlia aveva risposto, stanca: — Mamma, è pesante anche per me. Ma mica ti racconto quanto sto male ogni giorno. Per tre giorni non si erano sentite. Anna Rossi aveva trascinato i passi in casa, lontana dal telefono. In testa le parole: “non assillare”. Poi la figlia aveva scritto: “Scusa, ho perso la pazienza. Però proviamo così: tu dimmelo se stai male, ma senza farmi sentire in colpa, ok?” Avevano parlato di nuovo. Non era perfetto, ma era onesto. Anna Rossi imparava a dire diversamente. Non “mi hai abbandonato”, ma “oggi mi sento sola, se puoi parliamo”. Guardò la parte successiva della lettera. “In quest’anno devi imparare a vivere bene. Camminare almeno mezz’ora ogni giorno. Smettere di mangiare di notte…” Le venne da ridere. A maggio, dopo l’ospedale, il medico le aveva raccomandato la passeggiata quotidiana. Si era obbedita. Prima qualche giro sotto casa, contava i metri, appoggiandosi al bastone. Poi aveva conosciuto Carla, la signora col cane riccioluto. Iniziavano a chiamarsi per nome. Camminavano insieme. Parlavano di prezzi, pasticche, figli. Qualche volta finivano a ridere fino alle lacrime per una sciocchezza. Carla aveva portato il termos di tè, bevuto sulla panchina osservando i ragazzini giocare a calcio. Smettere di mangiare la sera non le era riuscito. Ma adesso cenava prima, e solo a volte cedeva al formaggio verso mezzanotte. E in quei casi, non si colpevolizzava più. “Basta lamentarsi sempre della pressione…” In ambulatorio, il solito parlatone sulle malattie. Ma ascoltare le storie degli altri era diventato più interessante che parlare delle proprie. “Trovare un’attività, magari ginnastica per anziani, andare al circolo, parlare di più, uscire…” Qui sorrise. Ad agosto, aveva notato in sala d’attesa della ASL un volantino: “Nordic walking, yoga in sedia, incontri di salute per anziani”. Ci aveva pensato, aveva preso il telefono della signora di riferimento. La prima volta a yoga, le gambe tremavano per l’emozione più che per l’artrosi. Una giovane insegnante, dolce e pratica. Esercizi semplici, stretching, respiro. Un piacere sentirsi viva con il corpo, e non solo un fardello. Dopo la lezione, il tè in compagnia. Conobbe Maria, dirimpettaia, e Pina, l’ex-maestra. Da allora si chiamavano spesso, per le camminate o l’andare insieme in farmacia. “Essere serena, gentile, non brontolare, non dare troppi consigli. Diventare una vecchietta piacevole”. Rilesse il passaggio con un nodo in gola. Pensò a giugno, quando il figlio era venuto un weekend con la famiglia. Il nipote al cellulare a tavola; sbottò lei: — Ma leggi almeno un libro, la vista ti si rovina! Il figlio si innervosì: — Mamma, basta. Ha studiato tutto l’anno, lascialo riposare! Lei si era offesa, rifugiandosi in cucina. Poi ascoltò le risate dall’altra stanza, sentendosi esclusa. Quando partirono, per giorni si rimproverò le sue parole. Il figlio poi la chiamò: — Mamma, a volte sembri critica su tutto. Non siamo tuoi nemici. Aveva taciuto, poi risposto: — Ho solo paura per voi. E per me. Dirlo era stato liberatorio. Le telefonate si erano fatte più leggere da allora. Quando voleva correggere, spesso si mordeva la lingua. “E poi, per favore, non temere il futuro. Non aspettare disgrazie…” A novembre aveva avuto dolori al fianco per una settimana. Quasi stava per chiamare la figlia, ma si era frenata. Si era prenotata dal medico, da sola. Nulla di grave, solo uno stiramento a yoga. Il dottore le aveva fatto i complimenti: “Lei sì che si tiene in forma”. Fuori dalla ASL, sentì calare il peso dalla schiena. Aveva risolto da sola. Poi lo raccontò anche alla figlia — ma come cosa buffa. “Niente più navigare senza sosta tra articoli di malattie su Internet…” In estate si era imposta il timer: mezz’ora massimo al cellulare. Occhio alle ricadute, ma niente più panico. “Spero che l’anno prossimo tu possa avere almeno un’amica con cui bere un tè e parlare…” Alzò lo sguardo verso la cucina. Una tazza di tè avanzata. Ieri era passata Carla: avevano mangiato insieme una torta salata, parlato di scale difficili da salire — e riso, di gusto. Quando Carla era uscita, la casa non era più vuota, ma calda. “E che tu non ti senta sempre di troppo”. Anna Rossi lesse e rilesse. Di troppo. Un anno prima era una condanna. Si chiese quanto spesso si fosse sentita così. Sì, c’erano stati pomeriggi davanti alla finestra, a guardare i palazzi accendersi e spegnersi. Giorni senza chiamate, la paura che se fosse successo qualcosa nessuno se ne sarebbe accorto subito. Ma c’erano stati anche altri momenti. Quando la nipotina le mandava messaggi audio con le poesie. Quando Maria chiamava per uscire insieme al supermercato. Rosa del piano di sotto che bussava per chiedere aiuto col computer: “Lei è la più esperta, signora Anna!”. Posò la lettera e si lasciò andare sulla sedia. Sentì un miscuglio di vergogna per ciò che non aveva fatto e una dolce gratitudine per quanto invece era riuscita a conquistare. Si guardò la mano. Le vene in rilievo, la pelle più morbida e segnata. Quella mano aveva stretto il bastone, aperto porte, lavato i piatti, accarezzato la nipote in agosto. Volevo essere comoda, — pensò. — E invece… è come è venuto. Riprese la lettera e rilesse l’inizio. Il punto in cui diceva di “non essere un peso”. Rammentò l’estate, la figlia che era riuscita a tornare per una settimana: spesa insieme, la panchina al sole. Un giorno, una stanchezza improvvisa: la figlia insistette per il taxi, pagò la corsa, la sostenne sulle scale. — Sono un peso per te, — le scappò ad Anna Rossi. La figlia si fermò, la fissò e rispose, con calma: — Mamma, non sei una valigia. Sei una persona. Ognuno ha bisogno di una mano, a volte. È normale. Quelle parole le erano rimaste in mente più di ogni altra. Da allora qualcosa dentro si era smosso, piano. Ora, rileggendo la vecchia lettera, vedeva solo una serie di imperativi. “Devi”, “non devi”, “smetti”. Era come parlarsi da capoufficio. Si alzò, prese dal mobile una nuova agenda con la copertina rigida. Era un regalo di Maria, a settembre: “Scrivici ricette o pensieri. Non lasciare tutto in testa!”. Tornò in cucina, si sedette, aprì la prima pagina. Guardò la vecchia lettera. Prese la penna. Restò a pensare a lungo. Dentro tiravano due abitudini. Una voleva ancora assegnare compiti: camminare, non lamentarsi, non disturbare. L’altra, più quieta, suggeriva di provare diversamente. Alla fine, si chinò e scrisse: “31 dicembre 2025. Lettera a me per l’anno prossimo”. Ci pensò, e cancellò la data. Scrisse: “Dicembre 2025. Appunto per me”. “Anna, ciao. Ora hai 73 anni. Sei seduta in cucina, sulla tavola c’è la tua lettera dell’anno passato. L’hai riletta e hai visto che tante cose non le hai fatte. Ancora mangi a notte fonda. Ancora a volte ti lamenti della pressione. Ti sei comprata il bastone. Hai pianto al telefono con tua figlia. Hai litigato con tuo figlio. Non sei diventata la vecchietta ideale delle pubblicità. Ma quest’anno hai imparato a chiamare il medico da sola. Sei stata in ospedale e non sei morta di paura. Hai incontrato Carla e Maria. Vai agli incontri, anche se a volte ti pesa. Ridi. Una volta hai ceduto il posto sul bus, perché un ragazzo stava peggio di te. A volte ti senti ancora di troppo, ma a volte ti senti anche indispensabile. Non è poco. Non ti scriverò che cosa devi fare. Spero solo che l’anno prossimo tu sappia trattarti un po’ meglio. Se vuoi camminare di più, fallo. Se sei stanca, riposati. Se hai paura, chiama qualcuno. Non è una colpa. Spero tu abbia sempre qualcuno con cui bere un tè. Che tu non abbia vergogna del tuo bastone. Che non pensi a te stessa solo come a un problema. Non sei la lista delle cose da fare. Sei tu”. Rilesse tutto e sentì che le venivano le lacrime agli occhi. Ma stavolta non per pena di sé stessa, piuttosto di sollievo. Dalla strada arrivava il rumore dei lavori all’albero di Natale. Il TG in salotto diceva che sarebbe arrivata la neve per le feste. Anna Rossi chiuse l’agenda e vi posò sopra la vecchia lettera. Restò a lungo con una mano su entrambi i fogli, come a unire le due Anne. Poi si alzò e andò alla finestra. Sul muretto c’era Carla, infagottata nel piumino, con il cane che saltava. Anna Rossi infilò il piumone, prese il bastone. Sulla porta si fermò, tornò indietro, aprì di nuovo l’agenda e scrisse in fondo: “Oggi vado a passeggiare con Carla. Solo perché mi va. Stasera chiamerò mia figlia, ma solo per chiederle come sta lei”. Richiuse l’agenda, stavolta non nel mobile tra i ricordi, ma nel cassetto accanto alle penne e ai foglietti. Senza appuntare quando riaprirla. Se vorrà, potrà leggere ogni giorno. Chiuse la porta, scese le scale attenta a ogni gradino col bastone. Ogni tanto la gamba doleva, ma si sopportava. Fuori l’aria era frizzante e pizzicava le guance. Carla, vedendola, fece un cenno. — Anna, facciamo il nostro giro? — gridò. — Volentieri, — rispose Anna Rossi, sentendo qualcosa raddrizzarsi dentro. Si incamminarono nel cortile, lente, con il loro ritmo. Il cane saltellava, lasciando tracce sui marciapiedi. Anna ascoltava i racconti di Carla sulla nipote e pensava che tra poco sarebbe di nuovo Capodanno. Senza promesse roboanti, senza ordini inflessibili. Solo un altro anno, da vivere come viene. Con rispetto per le forze, e per le fragilità. E forse, questo era già abbastanza.