Perché mai un ragazzo così bello e di successo come me dovrebbe sposarsi? – pensava lui. – Quando mai arriveranno i nipotini? – si chiedevano i genitori

Perché mai un ragazzo così bello e di successo come me dovrebbe sposarsi? pensava lui. Quando mai avremo dei nipotini? si domandavano i genitori.

Matteo aveva appena riaccompagnato la sua amica a casa e rincasava nel suo appartamento di Milano.

Prese delle uova, un po di prosciutto cotto, e si preparò una frittata. Sedette alla tavola e accese il telefono, rimasto spento per tutta la notte, iniziando a guardare le chiamate perse.

Mamma ha chiamato, mormorò Matteo. Scommetto che mi rimprovera unaltra volta di non essere combinato

Ma di certo, Matteo combinato lo era eccome. Un ottimo lavoro, un bilocale tutto suo, una Fiat parcheggiata sotto casa. Eppure, aveva già venticinque anni e ancora non si era sposato.

Perché mai un bel ragazzo come me dovrebbe sistemarsi? le sue riflessioni non lasciavano pace.

Quando avremo dei nipoti da coccolare? sospiravano i suoi.

Digitò il numero della madre:

Ciao mamma! Come stai? chiese.

Sto bene, rispose lei.

E papà?

Anche lui. Tu quando vieni a trovarci? Con la macchina da Milano ci metti mezzora a raggiungere Monza eppure non ti vediamo mai. Tuo padre deve vangare lorto, è ora di piantare le patate.

Mamma, oggi non ce la faccio proprio. Il prossimo weekend vengo, te lo prometto.

Quante volte ce lhai già promesso di venire con la tua ragazza?

Mamma, davvero, il prossimo fine settimana vengo con la mia ragazza. Promesso! se lo lasciò sfuggire di bocca, quasi senza pensarci.

Con la tua fidanzata?

Non proprio ancora.

Figlio mio, sono così felice per te! Ti aspettiamo sabato prossimo. Preparerò tutte le tue cose preferite.

Con la chiamata conclusa, Matteo rimase pensieroso:

Ma chi mi ha fatto parlare? E chi porto come fidanzata dai miei? Laura? Beh ora mi faccio un riposino e poi la chiamo. Anche se so già che non conquisterà certo i miei e dubito che a lei piaccia la campagna. Ma come ospite, magari va bene. Vabbè, dormiamo su

Lasciò la padella col resto della frittata sul tavolo e si diresse in camera.

Dopo un bel sonno, gli tornò in mente la promessa fatta alla madre e chiamò la sua amica.

Ciao bella! disse al telefono.

Ciao Matteo, rispose fredda Laura.

Laura, che cè, non hai dormito stanotte? Arrivo da te.

Matteo, penso che non sia il caso di vederci più. I miei programmi sono cambiati.

Che programmi? iniziò a perdere la pazienza.

Mi sposo.

Vengo subito da te, voglio vedere te e il tuo promesso sposo

La conversazione si chiuse allistante.

Matteo buttò il telefono sul divano, seccato. Di solito era lui a lasciare le ragazze, stavolta era successo il contrario.

Andò in bagno, poi in cucina. Si preparò un caffè e riprese a pensare:

Ora dove trovo una fidanzata per i miei? Tra le ex, qualcuna disponibile? Poi magari capiscono che sono solo scuse

Non fece in tempo a sorseggiare il caffè che scattò lallarme della macchina. Corse subito fuori. La sua auto stava nel cortile dietro, poco frequentato, ma sempre sotto controllo dalla finestra di casa, anche di notte. Accanto alla macchina cera un uomo sui quarantacinque, lo sguardo rivolto verso la sua finestra.

E tu chi sei? borbottò Matteo avvicinandosi.

Sentimi bene, ragazzo! rispose con spocchia lo sconosciuto. Se ti vedo ancora vicino a Laura, attento a te!

Ma vai via!

Di colpo spuntò un giovane robusto.

Matteo provò a parlare, poi tutto divenne buio

Matteo, Matteo!

Sopra di lui una ragazza dallaspetto semplice. Gli parve di averla già vista.

Mi senti? Vuoi che chiamo unambulanza?

Non serve. Ho tutto quello che occorre in macchina, sorrise lui. Puoi arrangiarti?

Sì, ho fatto luniversità di infermieristica.

Matteo la guardò attentamente, ricordando che abitava alla scala accanto, spesso lo salutava in cortile, ma lui laveva sempre scambiata per una studentessa delle superiori. Cercò di ricostruire il nome. La ragazza intuì:

Mi chiamo Giulia. Abito accanto.

Sali, Giulia! aprì lui la portiera posteriore. Lì cè la cassetta del pronto soccorso.

Matteo si mise davanti, lei lo medicò con cura.

Nulla di grave, sentenziò la ragazza.

Grazie!

Nel retrovisore, Matteo notò i suoi occhi, che sembravano chiedere se poteva andare.

Ti va di prendere un caffè insieme? Stamattina non ho nemmeno fatto colazione

Così? Giulia si guardò addosso, coi pantaloni della tuta e la maglietta.

Siamo vestiti uguali, rise lui.

Meglio di no.

Dai, ci cambiamo e ci vediamo, le propose sorridendo.

Mezzora dopo, Giulia scese in abito semplice, un po di trucco da profumeria del quartiere. A Matteo, improvvisamente, venne voglia solo di passeggiare.

Giulia, che ne dici se andiamo a piedi?

Volentieri, rise prendendolo a braccetto.

Durante tutta la strada, Giulia chiacchierava. Entrarono in una trattoria accogliente, si accomodarono e lui le porse il menu.

Scegli quello che vuoi!

Lei guardò perlopiù i prezzi, più che le portate. Capendo che non era pratica di certi posti, Matteo cenno al cameriere.

Porti qualcosa di veramente buono per la signorina. E un caffè!

E per lei?

Solo un caffè, grazie.

Abbiamo una tortina al limone davvero soffice

Va bene!

Dopo la merenda tornarono a casa. Si salutarono davanti al suo portone

La settimana di lavoro volò. Arrivò venerdì, Matteo rincasò spossato.

Ho promesso a mamma che domani vado da lei con una ragazza. E adesso?

In cucina, mise su il bollitore, preparò un paio di panini, rimuginando sul viaggio del sabato.

Se vado da solo, la mamma ci rimane male di nuovo ci devo pensare.

E allora gli venne in mente unidea!

E se portassi Giulia? Daltronde, dopo domenica non ci siamo più visti dirò che ero preso dal lavoro.

Mangiò in fretta, si fece la barba, indossò qualcosa di elegante, ed uscì.

Conosceva il portone dove abitava Giulia, ma erano quindici appartamenti e a parte il suo nome, non sapeva nulla di altro.

Stette fuori qualche minuto, scrutando le finestre, quando la porta si aprì improvvisamente: era proprio lei.

Indossava ancora la maglietta di prima ed i pantaloni da ginnastica, evidentemente lo aveva visto dalla finestra.

Ciao Giulia!

Ciao Matteo! e il volto si illuminò.

Vorrei invitarti a fare una passeggiata.

Non sono vestita bene

Aspetterò qui, va bene mezzora?

Sì! e corse su.

Giulia, che succede? chiese la madre stupita.

Mamma, esco a camminare.

E come mai questa fretta improvvisa?

Ma la figlia già correva di qua e di là. La madre si affacciò alla finestra e sgranò gli occhi.

Ti prepari per uscire con Matteo?

Sì, mamma.

E a cosa pensi di aspirare con quel bel ragazzo?

Ho ventanni ormai rispose lei, un po colpevole.

Ma hai visto che ragazze frequenta di solito?

Dai mamma, non iniziare!

Eh, che bella idea che ti sei fatta.

Ma Giulia già correva via. Sapeva che il palazzo avrebbe sparlato, ma ormai non le importava più.

Tutti sapevano chi fosse Matteo e che lei fosse una ragazza discreta: ora le vecchiette avrebbero aggiunto ex. Ma a Giulia non pesava.

Uscì, cercando di non voltarsi, certa che la madre la osservasse dalla finestra. prese con decisione il braccio di Matteo.

Dove andiamo?

Facciamo un giro al parco, due chiacchiere in un bar, poi sotto la luna

Passeggiarono nel parco, si fermarono a un bar, si abbracciarono a lungo al chiarore della luna. Poi squillò il telefono.

Giulia, è già luna!

Arrivo, mamma! abbassò lo sguardo, imbarazzata. Matteo, io devo andare

Ti accompagno!

Davanti al portone si strinsero ancora, poi Matteo propose. Non fu nemmeno una proposta, fu una decisione, detta con voce sicura:

Domani vieni dai miei

Antonio! chiamò la moglie, vedendo la macchina del figlio entrare.

Matteo sta arrivando!

Sarà venuto a trovare i suoi, finalmente?

Ma guarda, è insieme a una ragazza! esclamò la madre, e corse in cortile.

Lucia si avvicinò al figlio, lo salutò, ma lo sguardo era tutto per la ragazza che lo accompagnava.

Si rivolse a lei:

Come ti chiami, cara?

Giulia, rispose timida.

Piacere, io sono la zia Lucia. Vieni, entra pure!

Grazie, arrossì Giulia.

Dalla casa uscì anche il padre, si avvicinò a Giulia contento.

Finalmente una ragazza seria per nostro figlio! Come ti chiami, bellezza?

Giulia.

Io sono Antonio, puoi chiamarmi zio Antonio.

Unaccoglienza così calorosa, Giulia non se laspettava. Si era preparata a dei visi severi e diffidenti accanto a un ragazzo così in vista come Matteo. E invece, loro erano sinceramente contenti, ed era visibile.

Entrarono in casa e Giulia rimase di stucco.

La tavola era apparecchiata come per un gran convito!

Partirono le domande e le chiacchiere.

La famiglia di Giulia era gente semplice e lei pensava che i genitori del fidanzato fossero diversi, boriosi. E invece erano semplici come i suoi.

Anzi, dagli sguardi, sembrava fossero felici proprio di questo.

Dopo pranzo, Matteo e il padre andarono ad arare lorto. Giulia si rivolse alla padrona di casa:

Zia Lucia, la aiuto a sparecchiare e a lavare i piatti?

Certo, facciamo insieme! sorrise la donna.

Finito lorto, nonni e bambini piantarono le patate tutti assieme.

Finito anche quello, Giulia disse sottovoce:

Devo andare a casa, mia madre si preoccuperà.

Giulia, ma come parli? Mangiamo, passi la notte qui da noi, domani vi accompagniamo.

Non so si intuiva che voleva restare.

Dai, chiamala! la esortò la donna.

Giulia tirò fuori il cellulare e compose il numero:

Mamma, posso fermarmi a dormire qui?

Figlia mia, sei sicura? Mi hai assicurato che rientravi stasera.

Giulia, come si chiama la tua mamma? Lucia prese il telefono.

Ornella.

Salve Ornella, sono la mamma di Matteo.

Salve!

Giulia può dormire qui da noi, la tengo docchio io. Abbiamo tanto spazio, li metto in camere separate.

Mah, non so che dire

Ornella, sua figlia è proprio una brava ragazza

Mezzora dopo, stavano ancora al telefono a chiacchierare.

Solo la sera della domenica si misero in viaggio per tornare. Lucia sistemò un sacco di prodotti della campagna, rivolgendosi a Giulia:

Questa borsa è per Matteo, queste due sono per voi.

Zia Lucia, è troppo!

In città chissà cosa mangiate, guarda come sei magrolina.

Poi, Lucia si avvicinò a Matteo che chiacchierava col padre.

Avete fatto la promessa in Comune?

Mamma, quale promessa!? Non abbiamo nemmeno affrontato largomento!

Allora parlatene!

Vedremo, mamma.

Guarda che ti perdi una brava ragazza, scosse il dito. Di portarne altre non si parla neanche!

Appena la macchina si mosse, Lucia prese il telefono:

Ornella, li abbiamo spediti via, va tutto bene. Ti ho mandato con loro un po di roba buona.

Lucia, ma davvero?! Non dovevi

Tutto bene! Dai che ci sposeranno presto i ragazzi.

Eh, vedremo, ma nella voce di Ornella cera una nota di approvazione.

Matteo ha venticinque anni, casa sua, auto sua che gli manca? Certo, non so che passi per la testa della tua Giulia.

La testa? Mi sa che lha persa per amore!

Se non li aiutiamo noi, chi li fa svegliare e Lucia sembrò decisa a combinare il matrimonio per davvero.

Tuo figlio è proprio un bel giovanotto

Anche la tua Giulia è una brava ragazza, e di buona volontà!

È vero. Mi aiuta in casa, rigoverna, cucina bene

Matteo guidava, sorridendo misteriosamente. Giulia non resisté:

Perché sorridi così?

Sei piaciuta ai miei.

Ma dai!

Mia madre mi ha detto di non perderti per niente al mondo.

E tu?

Non ti perdo!

Si scambiarono uno sguardo, gli occhi brillanti damore, uguali e pieni di speranzaGiulia rise, il suo sorriso limpido riflesso nel finestrino della macchina. Guardò fuori, oltre le luci che si spegnevano alle spalle verso la campagna, poi tornò a fissare Matteo, poggiò la mano sulla sua, intrecciando le dita. Nessuno dei due sentiva il bisogno di parlare: la strada davanti a loro era sgombra, il cielo era rosa nelle ultime luci della sera, e tutto sembrava facilissimo.

Quando arrivarono sotto casa, Matteo spense il motore e rimase fermo. Giulia si voltò, aspettando una parola, una formula, un promemoria del tempo che si era già fermato.

Allora domani? bisbigliò Matteo.

Domani, e dopodomani, rispose Giulia, con una promessa che sapeva di futuro.

Scese dalla macchina, e lui la guardò salire le scale. Si voltò a salutarlo, e nel sorriso cera la certezza che i grandi cambiamenti, a volte, si presentano camminando semplicemente a braccetto, con un cestino pieno di patate da piantare e una famiglia felice in attesa dietro una porta.

Matteo la guardò entrare nel portone e si sentì, per la prima volta, davvero a casa. Senza smartphone spenti, senza domande di genitori preoccupati, senza ansie di perfezione: solo la curiosità di domani e un presente che non aveva più paura di vivere.

E mentre il portone si richiudeva dietro Giulia, capì che la cosa più bella da mostrare ai suoi non erano successi e macchine, ma la fiducia che, dopotutto, anche chi non voleva sistemarsi poteva essere sorpreso dalla felicità.

Rate article
Add a comment

;-) :| :x :twisted: :smile: :shock: :sad: :roll: :razz: :oops: :o :mrgreen: :lol: :idea: :grin: :evil: :cry: :cool: :arrow: :???: :?: :!:

20 − sixteen =

Perché mai un ragazzo così bello e di successo come me dovrebbe sposarsi? – pensava lui. – Quando mai arriveranno i nipotini? – si chiedevano i genitori
Di lei si sussurrava Nel loro cortile tutto era sotto gli occhi di tutti: la panchina davanti al primo ingresso dove al mattino si discuteva di prezzi e pressione, la sabbiera con il funghetto storto, le altalene di ferro che scricchiolavano anche col vento fermo. Tra i palazzi passava uno stretto vialetto e le auto, facendo retromarcia, suonavano sempre il clacson, quasi a chiedere scusa. Qualcuno lasciava i sacchetti dell’immondizia vicino al cestino, senza fare quei due passi in più, e il portinaio si lamentava, ma poi li raccoglieva comunque. E poi c’era lei, nel cortile: la signora del terzo ingresso, sui sessant’anni, capelli corti, e l’abitudine di camminare svelta, come se dovesse sempre fare in tempo prima che qualcuno la chiamasse. Si chiamava Valentina Sereni. Ma nel cortile il nome si pronunciava di rado. Si diceva più semplicemente: “quella del terzo”, “ecco che arriva”, “ancora con le sue borse”. Effettivamente aveva quasi sempre una borsa: la rete con le patate, il sacchetto della farmacia, la scatola del mangime. Salutava con un cenno, non si fermava, non si sedeva mai in panchina. Così l’avevano classificata tra le “strane”, come si annota in un quaderno qualcosa di cui non si ha voglia di discutere. Valentina Sereni sapeva che si parlava di lei. Non perché qualcuno glielo avesse detto in faccia, ma perché il cortile bisbigliava anche nel silenzio. Le parole arrivavano a sprazzi dalle finestre aperte: “non si mischia”, “sta sempre per conto suo”, “lo sguardo come se ti guardasse attraverso”. Nel gruppo WhatsApp del palazzo, dove si discuteva di citofoni e infiltrazioni, il suo nome spuntava se spariva lo zerbino di qualcuno o se trovavi scatoloni davanti all’ascensore. Non la accusavano mai apertamente, ma non la difendevano nemmeno. Lei leggeva i messaggi, non rispondeva, non per orgoglio, ma per prudenza. Da tempo aveva capito: ogni parola detta ad alta voce, diventa di tutti. Viveva da sola in un bilocale al terzo piano. Le finestre davano sul cortile, e la sera, quando la camera era al buio, il cortile si rifletteva sui vetri: il lampione, le altalene, le sagome nere delle persone. Valentina Sereni amava il silenzio di casa sua. In quel silenzio si sentiva il click dell’interruttore sul pianerottolo, il vicino di sopra che spostava la sedia, la porta che sbatteva al piano di sotto. Questi suoni la tenevano ancorata al presente, come un filo sottile. I vicini sapevano poco di lei. Qualcuno ricordava che aveva lavorato in ambulatorio, “magari in segreteria o giù di lì”. Qualcuno, che aveva avuto un marito, “ma è finito male”. Altri, che “sta sempre dietro ai gatti”. In realtà era stata per molti anni infermiera in una sala prelievi, poi era andata in pensione e arrotondava come badante da conoscenti. Il marito non le piaceva ricordarlo, perché i ricordi le facevano stringere la gola. I gatti — quelli sì, era vero. Ma non era “sempre”: uno si era fermato sotto al portone, poi un altro. Li nutriva, curava, sistemava quando poteva. Quando non ci riusciva — faceva quel che poteva. La mattina usciva presto, quando la panchina era ancora vuota. Passava davanti alla sabbiera e controllava con lo sguardo che non ci fossero vetri. Al cassonetto ogni tanto trovava la gatta rossa con l’orecchio spaccato e le lasciava un po’ di cibo in un contenitore di plastica. Poi toglieva il contenitore, per non dar fastidio a nessuno. Non le piaceva che la sua gentilezza offrisse ad altri il pretesto per innervosirsi. Una volta, all’inizio di maggio, quando il cortile odorava già di terra e di vernice fresca dai cordoli appena dipinti, vide un bimbo di quattro anni davanti al portone. Era in calzini, con una macchinina in mano, e guardava la porta come se dovesse aprirsi da sola. Il bambino non piangeva, ma aveva le labbra tremanti. — Di chi sei? — chiese Valentina Sereni, accovacciandosi. Il bimbo scrollò le spalle. — La mamma è lì — disse, indicando il cortile. Valentina si guardò attorno. Panchina vuota, sabbiera vuota. Porta chiusa. Non si agitò. Il panico è un lusso quando c’è chi può aiutare. Prese il bambino in braccio. Era leggero, caldo, profumava di crema. — Andiamo, — disse. — Cerchiamo la mamma. Camminarono lungo il palazzo. Dietro l’angolo, nel parcheggio, una donna in tuta correva tra le macchine, guardava sotto e chiamava a voce roca. Quando vide Valentina con il bambino, si fermò di colpo. — Dio mio… — ansimò, strinse il bambino a sé con tanta forza che lui quasi pianse. — Era davanti al portone — disse Valentina serenamente. — Aveva lasciato la porta chiusa? — Eh… Sono uscita a buttare la spazzatura, — farfugliava la donna. — Era con me, poi… mi sono girata un attimo. Valentina Sereni annuì. Non le fece la predica. Vide che la donna tremava. — Controlli che il catenaccio chiuda — disse. — E quella porta la tenga sempre chiusa. I bambini corrono veloci. La donna la guardava come si guarda qualcuno che, all’improvviso, sembra venire da un posto più sicuro del proprio cortile. — Grazie… come dice che si chiama? — Valentina Sereni. — Scrivo sul gruppo — disse la donna, ancora stringendo il bambino. — Non serve — rispose Valentina e si allontanò. Non voleva che il suo nome fosse oggetto di discussione. Ogni cosa, nel loro cortile, diventava subito un’etichetta. Due giorni dopo, comunque, sul gruppo apparve: “Grazie alla vicina del terzo ingresso che ha aiutato a ritrovare il bambino.” Senza nome. Subito dopo qualcuno commentò: “Almeno per una volta è stata utile.” Valentina lesse e spense il telefono. Non fu amarezza, ma un vuoto. Sapeva che la gente scriveva così non per cattiveria, ma per abitudine a tenere i confini con l’ironia. Un’altra volta, tornando dalla farmacia, vide davanti al secondo portone una ragazzina di dieci anni seduta sui gradini che piangeva. Vicino, un gatto grigio respirava affannosamente, bocca aperta. La bambina lo accarezzava: “Dai, alzati…”. — Cos’è successo? — chiese Valentina. — Una macchina l’ha colpito… L’ho portato io qua. La mamma lavora, la nonna non sa cosa fare. Valentina si piegò, guardò il gatto. Respirava in fretta, mucose pallide. Non era veterinaria, ma capì che bisognava agire. — Avete un trasportino? — No. — Allora troviamo una scatola e un asciugamano. Salì a casa, prese una vecchia scatola, la rivestì con un asciugamano, tornò giù. La bimba la guardava come si guarda un adulto che sa fare, non solo parlare. — Tieni il gatto fermo — disse Valentina. — Chiamo un taxi. Conosceva una clinica veterinaria ventiquattr’ore su Via Leopardi, dove una volta avevano già salvato un gatto del cortile. Il tassista si lamentò che “con gli animali non si potrebbe”, ma Valentina mostrò la scatola: “Non sporca.” Lui sbuffò e li fece salire. Alla clinica compilò moduli, lasciò il numero. La bambina telefonava alla nonna: “Siamo con la signora Vale…”. Valentina sentì quel “signora Vale” e provò un calore strano, come se il suo nome fosse diventato meno distante. Il gatto fu ricoverato. Diagnosi aperta, forse operazione. La bimba diceva: “I soldi noi…”, ma Valentina la interruppe: “Ci pensiamo dopo. Ora che viva.” Pagò lei. Era una cifra importante, ma era abituata a risparmiare “per ogni evenienza”. Ecco, era arrivata. Tornando a casa era già buio. Alla panchina due donne parlavano di chi aveva lasciato il passeggino nell’androne. Guardarono Valentina e la ragazzina con la scatola vuota. — E voi dove siete state? — chiese una. — In clinica — rispose Valentina. — Con il gatto? — e c’era stupore nella voce. — Sì. Le donne si scambiarono uno sguardo. Valentina si allontanò, percependo sulla schiena un’attenzione più confusa che ostile. In cortile cominciarono ad affiorare dettagli che prima nessuno collegava. A qualcuno mancavano le pillole per la pressione, e poi le ritrovava in un sacchetto alla porta con un biglietto: “Controlla la scadenza”. Qualcuno aveva la maniglia del portone rotta e il giorno dopo era già sistemata, anche se l’amministratore aveva promesso “settimana prossima”. Un’anziana del primo portone ricevette una sporta di spesa pur non uscendo di casa. Si diceva: “Sarà l’assistente sociale.” O: “Saranno i figli.” Nessuno pensava a Valentina Sereni: non rientrava nell’idea di “aiuto”. Aiutare, credevano, dovesse fare rumore. In casa c’era anche un uomo del quarto ingresso, Pietro Nicolai, circa quarantaquattro anni, robusto, sempre pronto a dire la sua. Lavorava al magazzino, tornava tardi, fumava di fronte al portone, rideva forte. Di Valentina diceva con sarcasmo: “Ancora questa, che gira come un’ombra.” Sul gruppo WhatsApp scriveva: “Tenetevi i gatti, poi ci troviamo le pulci nel palazzo.” Non era cattivo, ma aveva bisogno di ordine, e lei quell’ordine lo spiazzava col suo silenzio. A metà giugno accadde qualcosa che rimasero a ricordare a lungo. Faceva caldissimo, l’aria era immobile, l’asfalto bolliva. I bambini giocavano a pallone, qualcuno sparava musica dall’auto. Valentina tornava dal mercato quando sentì gridare. — Aiuto! — urlavano dal quarto ingresso. Accelerò il passo. Sulle scale c’era Pietro Nicolai, il volto cenerino, le labbra strette. Accanto, la moglie con il telefono in mano, smarrita. — Non riesce a respirare — disse vedendo Valentina. — Ho chiamato il 118, ma… Valentina Sereni lasciò le borse, si sedette vicino. Vide le dita di Pietro tremare, le parole che non uscivano. — L’ambulanza è in arrivo? — Hanno detto di aspettare. Valentina appoggiò una mano sulla sua spalla. — Guardi me — disse piano. — Respiriamo insieme. Inspira dal naso, espira dalla bocca. Provò, ma ansimava. — Dolore al petto? — chiese. Lui annuì. Valentina si volse alla donna. — Avete la nitroglicerina in casa? O nei vicini? — Non so… — Allora vai da signora Galina al primo ingresso, lei la prende per il cuore. Dille che è urgente. Porta anche un po’ d’acqua, non fredda. La donna corse. Valentina chiamò di nuovo il 118. Parlava chiaro, come all’ambulatorio: indirizzo, sintomi, uomo, dolore intenso, corto respiro. La voce calma, così, funzionò: le dissero che l’ambulanza era vicina. Si avvicinava gente. Qualcuno dalla panchina, qualcuno dal portone. I bambini tacevano. Valentina sentiva gli sguardi ma non vi badava. — Non si sdrai — disse a Pietro. — Resti seduto, si appoggi così. Mise sotto la schiena la sua borsa. Pietro le fissava gli occhi, ma senza né sorriso né fastidio: solo paura. La donna tornò con acqua e una scatolina di pastiglie. — Ecco, — ansimò. Valentina controllò la confezione, prese una compressa. — Sotto la lingua, non ingoiare — disse. Aspettando l’ambulanza, qualcuno sussurrò: — È lei quella che aveva ritrovato il bambino… — E portato il gatto alla clinica — aggiunse un altro. — A me portò le medicine quest’inverno — ammise la signora del primo ingresso. — Manco la ringraziai davvero. Le parole passavano, come se tutti finalmente unissero i puntini tra le storie. Valentina sentiva e si imbarazzava, non desiderava essere oggetto di discussioni, neppure così. L’ambulanza arrivò dopo dieci minuti che a lei sembrarono eterni. Il soccorritore valutò, attaccò l’ossigeno. Valentina si fece da parte. Il dottore la scrutò. — Lei è un sanitario? — Lo ero, sì. — Grazie di non essersi confusa. Portarono via Pietro. La moglie montò in auto, la portiera sbatté. Il cortile restò fermo nel silenzio. Valentina raccolse le sue borse. Le mani le tremavano, e questo la irritava: non era paura, era la tensione accumulata finché aveva agito. — Signora Sereni — la chiamò una delle donne della panchina, la stessa che discuteva sempre di passeggini e rifiuti. — Si fermi un attimo. Valentina si bloccò. — Ci… ci scusi — disse la donna, senza guardare. — Qui si chiacchiera troppo, a volte. — Si chiacchiera, — confermò qualcuno, con un tono carico più di vergogna che di giustificazioni. Valentina sentì salire una stanchezza strana. Avrebbe voluto dire: “Fa niente,” ma sapeva che sarebbe servito più a loro che a lei. — Ho sentito — disse piano. — Non ho bisogno che mi vogliate bene. Ho bisogno che non vi lasciate mai soli. Se lo sentì uscire quasi per caso. Non voleva dirlo ad alta voce, ma forse la giornata aveva aggiunto peso a ciò che restava dentro. Il giorno dopo sul gruppo comparve: “Pietro Nicolai è in ospedale, serve aiuto per la moglie: chi può stare coi bambini la sera?” E quasi subito le risposte. Qualcuno offriva la spesa, altri di portare le cose, altri di prendere i figli all’asilo. Valentina leggeva e non interveniva, ma coglieva che il tono cambiava. Non scrivevano più solo del citofono. Dopo due giorni bussarono alla sua porta. Era la ragazzina del gatto, con una busta. — È per lei, — disse. — La nonna dice che si deve restituire. Dentro ci sono… i soldi per il gatto. E… il gatto vive. L’hanno operato. Sta a casa. Valentina prese la busta, non la aprì. — Grazie — disse. — Possiamo… — la ragazzina esitò. — Possiamo chiederle aiuto ogni tanto? Se serve. Valentina avrebbe voluto dire: “Chiedete al dottore.” Ma negli occhi della bambina non c’era richiesta di salvezza, piuttosto il desiderio di avere un adulto accanto che non scacciasse via. — Chiedete pure, — disse. — Ma solo per cose serie. La bambina annuì e scese di corsa. Valentina chiuse la porta, si appoggiò. Nell’atrio odorava ancora di vernice, qualcuno aveva pitturato la ringhiera. Pensò che forse non l’aveva fatta una ditta, ma un vicino. Prima non ci avrebbe nemmeno fatto caso. A fine settimana decisero di organizzare una pulizia del cortile. Non perché arrivasse un’ordinanza, ma perché “ci voleva”. Sul gruppo scrissero: “Alle dieci tutti, chi ha guanti, chi buste.” Qualcuno propose: “Poi tè nel cortile.” Valentina pensò di non andarci. Non amava le riunioni. Troppa gente, troppi occhi, troppe parole. Ma sabato mattina uscì. Guanti vecchi, sacco in mano. Già c’erano persone: chi con il rastrello, chi con la scopa, bambini che giocavano coi rami come fossero costruttori. Qualcuno portò un tavolino pieghevole. Pietro era ancora in ospedale, ma la moglie uscì solo un attimo; ringraziò e si mise subito a lavorare, come se l’impegno lavasse via i pensieri. Vide Valentina e si avvicinò. — Non so come ringraziarla — disse bassa. Valentina guardò la scopa nelle sue mani. — Non serve il grazie — disse. — Solo, quando torna, non fate finta di niente. Che si faccia controllare, che prenda le pillole. La donna annuì, e quell’annuire era d’intesa. Al lavoro Valentina non parlava. Puliva dietro i cespugli, tirava fuori tappi e sacchetti. All’inizio la guardavano di nascosto, poi più nessuno. Sentiva sciogliersi la tensione, come se il cortile stesse imparando a starle vicino senza difese. Quando finirono, posero sul tavolo i thermos, i biscotti, il limone a fette. Qualcuno portò le focaccine fatte in casa. Valentina avrebbe voluto tornare subito, ma la chiamarono. — Signora Sereni, venga qui, — invitò la signora del primo ingresso. — Sieda, almeno un attimo. Valentina sedette sull’orlo della panchina, calda di sole. Le porsero una tazza di tè. La tenne tra le mani, assaporando il tepore che le scioglieva le dita. Le chiacchiere erano semplici: dove si andrà d’estate, chi aspetta i nipoti, come si fa con il condominio. Ma c’era qualcosa di nuovo: la gente si ascoltava davvero. Non interrompeva bruscamente. Non irridiva la sofferenza altrui. Valentina guardava il cortile: la sabbiera dove i bambini scavavano tranquilli, gli ingressi con persone che entravano e uscivano, il tavolino del tè. Si sentiva ancora un po’ in disparte, come chi ha imparato a stare vicino al muro. Ma quel muro, ormai, non era più freddo. Solo familiare. Bevve un sorso e sentì qualcuno che diceva: — Bello sapere a chi si può bussare. Valentina non rispose. Solo strinse la tazza, per non mostrare che le tremava la mano, e guardò gli altri. Non la guardavano più come fosse “strana”. La guardavano da vicina. E questa non era felicità, ma una forza silenziosa, nata piano senza promesse.