A casa sempre ospiti, sempre brindisi ma mai pane: la fiaba vera di Leoncino, il bambino napoletano …

In casa cerano ospiti, come quasi tutte le sere.
Tutti bevono, bevono, il tavolo è pieno di bottiglie, ma da mangiare niente. Nemmeno un pezzo di pane solo mozziconi di sigaretta e una scatola vuota di sgombro sottolio, osservò ancora una volta Attilio, scorrendo con lo sguardo il tavolo. Niente, davvero niente.

Va bene, mamma, io esco, disse il ragazzino, iniziando lentamente a infilare le sue scarpe rovinate, che parevano urlare miseria più di lui.

Sperava ancora che la mamma lo fermasse, che dicesse almeno,
Dove vuoi andare così, figliolo, senza aver mangiato? E poi fuori fa freddo. Resta, adesso preparo un po di minestrina e mando via tutti questi ospiti, pulisco e ti vengo a coccolare un po.

Attilio, in fondo, desiderava una parola dolce, qualcosa che la madre non diceva mai. Le sue parole invece sembravano spine, e il bambino ogni volta avrebbe voluto stringersi ancora di più nel suo maglione liso, come per proteggersi.

Ma quella volta decise: sarebbe andato via per sempre. Aveva sei anni, ma nel suo cuore si sentiva già grande. Prima di tutto doveva guadagnare qualche euro per comprare una rosetta, magari anche due, ché lo stomaco brontolava forte.

Non aveva idea di come guadagnare, Attilio, ma passando davanti ai chioschi in piazzetta, scorse una bottiglia vuota che sbucava dalla neve sporca. Se la mise in tasca, poi ne trovò unaltra, e ancora, con un vecchio sacchetto di plastica si mise a raccogliere bottiglie abbandonate per mezza giornata.

Ne aveva ormai un sacco che tintinnava a ogni passo. Si vedeva già col pane fragrante, magari con semini di papavero o uvetta, sogni di confetti zuccherati, anche se capì che per la glassa le bottiglie non sarebbero bastate. Meglio cercarne ancora.

Si spinse fino alla banchina dove i pendolari, aspettando i treni per Monza, bevevano birra. Mise il sacco pesante vicino a un baracchino, poi corse dietro a una bottiglia appena appoggiata. Ma mentre correva arrivò un uomo sporco e minaccioso, che gli portò via tutto. Lo guardò talmente storto che Attilio non osò protestare e si allontanò in silenzio.

Il suo sogno di pane svanì come la nebbia sui Navigli.
Anche raccogliere bottiglie è un mestiere duro, pensò Attilio mentre si trascinava tra i marciapiedi bagnati della città.

La neve era fangosa e appiccicosa. I piedi zuppi e freddi. Si fece buio fitto e, quasi senza rendersene conto, finì in un androne di un palazzo. Crollò su uno scalino, si strinse accanto a un calorifero e cadde in un sonno caldo, surreale.

Quando riaprì gli occhi, pensò di sognare ancora:aria calda, comfort, e nellaria un profumo buono, straordinario.

In sala arrivò una donna dal sorriso dolce.
Allora, piccolo? domandò, sfiorando le sue mani fredde Sei riuscito a scaldarti? Dormito bene? Vieni a fare colazione. Ti ho trovato che dormivi come un gattino nellandrone, stanotte tornando a casa. Ti ho preso con me.

Questa è casa mia adesso? fece Attilio, incredulo e stretto tra speranza e sogno.

Se non hai unaltra casa, questa ti accoglie, rispose la donna.

Da lì in poi tutto sembrava una fiaba: la sconosciuta cucinava per lui, lo vestiva meglio, ascoltava la sua storia. Attilio iniziò a raccontare della mamma, della fame, dellinfelicità.

La sua salvatrice si chiamava Giulia un nome che lui non aveva mai sentito e che gli sembrava incantato, come fosse quello di una fata gentile.
Ti piacerebbe se diventassi la tua mamma? gli propose lei, stringendolo forte, come solo le madri affettuose sanno fare.

Attilio avrebbe voluto dire di sì, sarebbe voluto restare lì per sempre Ma la felicità finì troppo presto. Dopo una settimana tornò sua madre biologica: quasi sobria, urlava contro Giulia, Non mi hanno tolto ancora la patria potestà, mio figlio è mio diritto!

Fu così che la donna lo riprese per mano e lo riportò via, mentre fuori cadevano fiocchi di neve e Attilio guardava quella casa lasciata, che nella sua memoria diventò un castello bianco.

Poi fu solo miseria. La mamma ricominciò a bere, lui a scappare di casa, dormendo nelle sale dattesa delle stazioni di Milano e raccogliendo bottiglie per comprarsi pane. Non parlava con nessuno, non chiedeva nulla a nessuno.

Col tempo la madre perse laffidamento e il Tribunale dei minori lo collocò in un istituto.

La cosa che più gli stringeva il cuore era il non riuscire a ricordare dove fosse quel castello bianco con la donna gentile dal bellissimo nome.

Passarono tre anni.

Attilio era ancora chiuso in sé stesso, silenzioso. Lunico suo rifugio era il disegno, sempre la stessa scena: una casa bianca, neve che cade lieve.

Un giorno in istituto arrivò una giornalista. Leducatrice la portava in giro tra i bambini. Arrivarono davanti ad Attilio.

Lui è Attilio, è sveglio e curioso, ma ha grossi problemi di inserimento, anche dopo tre anni. Stiamo cercando una famiglia per lui, spiegava leducatrice.

Piacere, io sono Giulia, si presentò la giornalista.

Attilio, sentendo quel nome, si destò, animandosi dun tratto. Raccontò tutto della sua altra Giulia, con parole che sembravano sciogliersi al sole. Gli occhi brillavano, le gote si coloravano, leducatrice rimase sorpresa nel vedere quella trasformazione.

Il nome Giulia si rivelò il filo doro del suo cuore.

La giornalista si commosse fino alle lacrime ascoltando il racconto, e gli promise che avrebbe pubblicato la storia sul Corriere della Città: magari, chissà, la donna buona avrebbe letto e capito che Attilio la cercava.

La donna però non comprava il giornale; ma proprio il giorno del suo compleanno, i colleghi dellufficio le regalarono dei fiori, avvolti in una vecchia pagina di giornale. Tornata a casa e aprendo il mazzo, vide il titolo: Cara Giulia, ti cerca un bambino di nome Attilio. Rispondi!

Lessela e comprese subito che quello era proprio il suo piccolo Attilio, quello che aveva raccolto una notte sulle scale.

Attilio la riconobbe subito. Le corse incontro, si abbracciarono stretti. Piansero lui, lei, e anche le educatrici che assistevano a quellincontro.
Ti ho aspettata tanto, le disse.

Fu difficile convincerlo a lasciarla andare via quella sera, ma lei preparò i documenti per ladozione e, in attesa, promise che sarebbe tornata a trovarlo ogni giorno.

P.S.
Da allora Attilio ha conosciuto la felicità. Ora ha ventisei anni. Si è diplomato al Politecnico, si sta per sposare con una brava ragazza. È solare, socievole e la sua mamma Giulia è tutto per lui.

Da grande, Giulia gli ha raccontato che il marito laveva lasciata perché non poteva avere figli e si sentiva inutile al mondo, finché una notte non trovò lui su quelle scale e lo colmò del suo amore.

Quando Attilio era tornato dalla vera madre, Giulia era rimasta a lungo a pensarlo con malinconia, Non doveva essere destino, si diceva. Ma fu immensamente felice il giorno in cui lo ritrovò.

Attilio, ormai uomo, chiese di sua madre naturale. Scoprì solo che affittavano una camera a Milano, che poi lei era partita anni prima con un uomo appena uscito di galera, e di lei non seppe più nulla. Non volle cercarla oltre. Non serviva più.

Rate article
Add a comment

;-) :| :x :twisted: :smile: :shock: :sad: :roll: :razz: :oops: :o :mrgreen: :lol: :idea: :grin: :evil: :cry: :cool: :arrow: :???: :?: :!:

2 + 10 =

A casa sempre ospiti, sempre brindisi ma mai pane: la fiaba vera di Leoncino, il bambino napoletano …
COME HO IMPARATO A ODIARLA… UN VIAGGIO TRA PASSIONE E RABBIA