Volevamo solo il tuo meglio – Ma quale conservatorio? – La mamma scagliò sul tavolo il dépliant che…

Ma quale conservatorio? mia madre lanciò sul tavolo il dépliant che avevo portato da scuola. Non se ne parla nemmeno. Non ci pensare proprio.

Ero ferma sulla soglia della cucina, stringendo lo zaino al petto. Un nodo alla gola mi impediva di parlare.

Mamma, però io vorrei
Vorrebbe lei mi fece il verso. Quante ne capisci tu. Farai ragioneria. Un lavoro rispettabile, sicuro. Non ti mancheranno mai i soldi.

Mio padre sedeva al tavolo in silenzio, ma sapevo che il suo tacere era un assenso. Sempre.

Papà mi rivolsi a lui, aggrappandomi allultima speranza. Papà, dì qualcosa anche tu. Dicevi che avevo talento.

Lui alzò gli occhi, guardò mamma, poi tornò a fissare il piatto.

Ha ragione tua madre, Chiara. La musica non è una professione. È un passatempo, niente più.

Le lacrime mi scesero senza controllo, calde e rabbiose. Me le asciugai con la manica della divisa, spargendole.

Ecco, di nuovo a piangere, sospirò mia madre. Guarda tua cugina Giulia. Ragioniera, e allora? Si è comprata casa, ha un marito in gamba, una vita regolare. E tu? Vorresti passare i giorni a strimpellare la chitarra per strada?

Giulia. Sempre lei. Figlia della zia Clara, la prediletta di mamma, lesempio perfetto. Giulia sì, Giulia no. A venticinque già sposata, mentre io, secondo mamma, non sapevo neppure pulire bene i piatti.

Non voglio essere come Giulia, sussurrai. Vorrei occuparmi di musica.
Basta, fece mio padre spingendo via il piatto e alzandosi pesantemente. È deciso: ti iscrivi a economia, e basta. Io e tua madre vogliamo solo il meglio.

Li guardavo, mia madre con la sua eterna aria insoddisfatta e mio padre che ormai era già uscito dalla cucina. Uniti, impenetrabili: contro di loro non avevo chance. Nessun soldo, nessuna voce, soltanto un sogno appena calpestato assieme al colorato dépliant.

Annuii. Raccolsi il dépliant da terra, lisciai le pagine sgualcite e lo buttai nel bidone della spazzatura

Cinque anni duniversità passarono in un grigio anonimo. Andavo a lezione, imparavo a memoria bilanci e detti contabili, superavo gli esami. Nessuna passione vera, nessuna materia che accendesse qualcosa dentro. Dare, avere, partitari: parole che mi si schiantavano in testa, pesanti come macigni.

Alla cerimonia di laurea, mamma era raggiante, come se il titolo fosse tutto suo. Mi fotografava davanti alle colonne delluniversità, telefonava a zia Clara, tutta orgogliosa.

Hai già trovato lavoro? chiese zia al telefono, e mamma sorrise trionfante.
Certo! Ha già il posto in una buona azienda. Vedrete che la nostra Chiaretta farà strada.

La nostra Chiaretta. Più un progetto familiare che una persona.

Il primo giorno di lavoro fu esattamente come temevo. Ufficio stretto senza finestre, schermo del computer, pile di documenti, odore di caffè solubile. Le colleghe due donne sulla cinquantina chiacchieravano di offerte allEsselunga e del divorzio della cugina.

Restai otto ore con gli occhi sulle tabelle. I numeri si confondevano uno nell’altro. Alla sera avevo mal di testa e solo voglia di piangere.

Il primo stipendio arrivò il ventotto. Guardai il totale sul conto: bastava. Se affittavo una stanza in periferia, risparmiando su tutto il resto, ce l’avrei fatta.

Quella sera misi in valigia quanto avevo. Mamma entrò mentre chiudevo la zip.

Che succede?
Me ne vado.

Per un attimo rimase a fissarmi, incredula. Poi il suo volto si fece scuro.

Dove pensi di andare? Sei impazzita?
No, presi la valigia. Lho deciso io.
E la casa? E la macchina? si aggrappò allo stipite, come per non cadere. Avevamo tutto pianificato! Avresti messo i soldi da parte, firmato un mutuo, poi trovato un marito come si deve
Avete pianificato voi, le passai accanto, uscendo. Ma questa è la mia vita. Non la vostra.

Papà intervenne.

Chiaretta, non fare sciocchezze. Dove andrai?
Da qualche parte.

Aprii la porta. Passai la soglia e la richiusi con decisione. La valigia sbatteva sulle gambe mentre scendevo le scale. Giù abbaiava un cane, dal quinto piano arrivava la musica di una radio. Una sera qualunque in un palazzo qualunque.
Uscii nel cortile, respirai laria e mi avviai verso la fermata dellautobus. In tasca lo stipendio, in valigia la mia vita, davanti a me il vuoto, incerto e solo mio.

Nei mesi successivi il telefono squillava in continuazione. Mamma mandava messaggi lunghi pieni di minacce e suppliche. Mio padre chiamava la sera, quando rientravo nella stanza piccola che affittavo.

Torna a casa, diceva. Ormai basta. Siamo famiglia.

Io ascoltavo la sua voce stanca, scuotendo la testa anche se lui non poteva vedermi.

No, papà. Non torno.
Allora non sei più nostra figlia, scandì mamma quando strappò il telefono di mano a papà. Hai capito? Non tornare. Non abbiamo più una figlia.

Cadde la linea. Guardai il display, posai il telefono sul davanzale e rimasi a lungo al buio, contemplando i fari lontani di un quartiere estraneo. Né lacrime né rabbia, solo un vuoto ronzante che col tempo si sarebbe colmato.

Dieci anni passarono in un attimo. Cambiai tre case, cinque lavori, notti insonni tra spartiti e software musicali. Studiavo da sola, dopo mezzanotte, quando Milano dormiva. Accettavo commissioni per pochi euro: spot pubblicitari, corti di studenti, qualsiasi cosa. Avanti a piccoli passi, mi feci strada.

Ora il mio nome scorreva nei titoli di tre film e due serie della RAI. La mia casa aveva una sala-studio tutta dedicata, e da tre mesi portavo al dito la fede.

Matteo entrò nella stanza mentre montavo una traccia e posò una tazzina di caffè fumante accanto al piano digitale.

Suonano al citofono, mi disse baciandomi tra i capelli.
Noi non aspettiamo nessuno. Avranno sbagliato.

Invece il campanello insistette. Ancora e ancora, con urgenza, come se chiunque fosse giù sapesse che dentro cera vita.

Misi via le cuffie e andai al videocitofono. Sullo schermo apparvero due persone anziane una donna col cappotto fuori moda, un uomo con la giacca lisa. Li riconobbi allistante, anche se in dieci anni erano cambiati. Mamma curva e coi capelli bianchi, papà ingrassato e stanco.

Premetti il tasto della voce.

Che volete?
Chiaretta mamma savvicinò alla telecamera tesoro, siamo noi. Apri, per favore.

Rimasi immobile. Matteo si avvicinò, mi posò la mano sulla spalla.

Sono i tuoi?
Sì.

Schiacciai di nuovo.

Come avete trovato lindirizzo?
Tramite amici mamma rispose in fretta. Giulia ha visto le foto del matrimonio online, cera scritto il quartiere, poi abbiamo

Capito.

Rimasi a guardarli attraverso il monitor. Dieci anni senza una telefonata, una lettera, nemmeno un messaggio se fossi viva o morta. Ora stavano lì, esitanti, spiando nel videocitofono.

Scendo io, dissi a Matteo. Aspettami su.

Sul pianerottolo del primo piano, presi fiato qualche istante, poi aprii la porta senza invitarli ad entrare.

Chiaretta le mani di mamma presero a tremare sei diventata bellissima! Siamo contenti per te. Il matrimonio, una favola, abbiamo visto le foto; tuo marito elegante, vieni da una buona famiglia

Perché siete venuti?

Mamma si bloccò, cercò lo sguardo di papà. Lui tossì, si infilò le mani nelle tasche.

Siamo sempre i tuoi genitori, Chiara. Tutto quello che è successo ormai è passato. Adesso ti sei sistemata bene. Potresti darci una mano.
Una mano?
Sì fece spallucce Ci sarebbe da sistemare il bagno, da rifare la cucina. E vorremmo andare al mare, per una volta. Ora che hai uno stipendio buono, un marito così

Mamma lo tirò per la manica, sussurrava fra i denti, ma papà la zittì.

E allora? È nostra figlia, ne ha il dovere.

Mi appoggiai allo stipite e incrociai le braccia. Le labbra si piegarono in un sorriso amaro.

Il dovere, dici Bella questa. Per voi, dieci anni non ero più figlia, dimentica la strada di casa, così dicevate. Ma ora che posso aiutarvi, vi ricordate.

Volevamo solo che capissi il tuo errore! incalzò mamma Volevamo il meglio
Il meglio, annuii. E invece io ce lho fatta perché ho seguito il mio sogno. Non sono diventata ragioniera. Non ho sprecato la vita in un ufficio spoglio dietro a una scrivania. Ho seguito la mia strada, e guardate cosho ora.

Feci un gesto verso landrone illuminato.

Quindi cosa volete? Soldi per rifare il bagno? Per una vacanza? Serio? Dopo dieci anni di silenzio, venite qui a chiedere?

Dai, basta rinfacciare, borbottò papà. È il passato.

Non è rinfacciare. Dico solo la verità. Mi avete buttato fuori quando ho smesso di seguire i vostri piani. Adesso che il mio destino è stato migliore di quanto avevate stabilito, tornate qui. Comodo, vero?

Mamma si asciugò rapidamente gli occhi.

Ti abbiamo cresciuta con amore, Chiara
Volevate il meglio? la interruppi, e tacque. Allora fate come allora: andatevene. Dimenticate questa casa, dimenticate me. Vivete come se vostra figlia non esistesse, come avete scelto dieci anni fa.

Feci un passo indietro e chiusi la porta mentre papà tentava di avanzare, ma si fermò sotto il mio sguardo.

Chiara
Arrivederci.

La porta si chiuse con un soffio lieve.

Risalì le scale ed entrai in casa. Matteo mi aspettava nellingresso, in ansia.

Tutto apposto?
Sì, sospirai, appoggiandomi a lui con la fronte sulla sua spalla adesso sì.

Mi abbracciò forte, senza chiedere. E pensai che avevo davvero superato Giulia. Avevo una casa, un marito, una carriera di cui essere orgogliosa. Ma non era questo il punto.

Cerano voluti dieci anni per arrivare fin qui. Tra cadute e risalite, notti di fatica. Ora ero felice, sul serio, fino in fondo. E questo valeva più di qualsiasi paragone.

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