Persone diverse
Antonella era una bambina insolita. Sia Simone che Marina sapevano di avere la colpa: la viziavano troppo. Ma come non viziarla? Era così bella, così delicata, ed era costata loro tanti anni di prove e fatiche. Marina non riusciva proprio a restare incinta. Avevano consultato tutti i medici possibili, perfino a Roma. Ogni dottore allargava le braccia: “Va tutto bene”, dicevano.
Ma se era tutto in regola, perché allora non arrivava un figlio? Un vecchio medico suggerì di provare la medicina popolare. Così trovarono una nonna in un paesino dell’Umbria, che diede a Marina una mistura maleodorante. Doveva berla ogni giorno, a gocce. Lei beveva, arricciando il naso. Poco dopo, rimase incinta. La felicità fu così grande che Simone urlò di gioia tanto che tutto il vicinato sentì.
La gravidanza fu difficilissima: Simone spesso temeva che Marina perdesse il bambino. Era nauseata sempre, non riusciva a mangiare nulla, gli odori la stancavano, mani e piedi le si gonfiavano come zamponi. Marina dormiva male, non usciva mai di casa. Quando iniziarono le doglie, Simone sospirò di sollievoma i problemi erano appena iniziati. Il parto fu così complicato che, dopo più di dieci ore di sofferenza, i medici decisero per il cesareo. La bambina nacque fragile, esausta; Marina perse moltissimo sangue, e restò per due giorni tra la vita e la morte. Ma tutto si risolse. Dopo quasi un mese in reparto pediatrico con la figlia, Marina tornò finalmente a casa. Simone era talmente impaziente di cullare la sua piccola che non stava nella pelle.
“Adesso sì”, pensava, “adesso avremo una vita felice. Siamo una vera famiglia. È così che ho sempre sognato.”
Quando Antonella compì cinque anni, Simone tornò a casa, si sedette davanti a Marina e disse:
Marina, dobbiamo costruire una casa. Non possiamo restare in questo bilocale. Ora Antonella è piccola, ma crescerà Una bambina deve avere la sua stanza.
Marina era sempre dalla parte del marito, ma stavolta rimase senza parole. Dove avrebbero trovato i soldi?
Ho pensato a tutto disse Simone. Non la finiamo subito, la facciamo piano piano. Senza fretta ci riusciremo.
Marina capì che aveva ragione. Possedere una casa, spaziosa e propria, era il massimo per una famiglia.
Ma il sogno rimase tale. Dopo sei mesi, Antonella si ammalò gravemente. Prima raffreddore, poi orecchie, poi altri problemi Marina e la figlia non uscivano più dagli ospedali. Da una clinica allaltra. La famiglia si indebitò terribilmente. Ma la bambina si riprese, ci volle quasi tre anni di cure.
Simone ormai non parlava più della casa. Il pensiero gli rimaneva dentro, ma non lo diceva. Marina sapeva che continuava a sognare un nido vero, ma adesso era più importante liberarsi dei debiti.
Quando Antonella era ormai cresciuta e abbastanza indipendente, Marina decise di lavorare in fabbrica: lì pagavano meglio. Se lavoravano sodo tutti e due, forse Simone avrebbe potuto vedere realizzato il suo sogno. Riuscirono a pagare i debiti soltanto quando Antonella aveva quattordici anni. E nel frattempo le esigenze della figlia crescevano: un vestito nuovo, un cappotto come quello di Annalisa… E poi cera il ballo di fine liceo: bisognava risparmiare un po alla volta. Appena Antonella fosse partita per studiare, pensavano, si poteva iniziare la casa.
Ma neanche stavolta le cose andarono come previsto. Antonella entrò davvero alluniversità e si trasferì. I genitori erano orgogliosi di lei. In due anni Simone riuscì a tirare su i muri della casa. Le finestre e le porte erano ancora tavole di legno, ma ormai era una casa.
Poi, un giorno di festa, Simone e Marina erano appena tornati dal cantiere, stanchi e felici: quel giorno avevano messo due finestre. Qualcuno suonò alla porta. Marina aprì, e gridò: cera Antonella. Con un pancione enorme. Dietro di lei, un ragazzo alto con i capelli lunghi, impacciato.
Antonella, che succede?
Marina guardava il pancione.
Mamma, sembri una bambina. Nel pancione ci siamo io e Ruggiero: tra poco saremo in tre. Ah, Presentati: lui è Ruggiero. Da oggi vivrà con noi, e ci sposeremo.
Ruggiero annuì masticando una gomma.
Simone si avvicinò. Tutti si sedettero a tavola.
Antonella, perché non ci hai detto niente? domandò Simone.
Per sentirmi fare la morale?
E luniversità?
Mi basta Ruggiero. Lui ha lasciato luniversità al primo anno e vive benissimo.
Simone guardò il ragazzo, che annuì di nuovo, pieno di sé.
E il lavoro, dovè che lavora Ruggiero?
Papà, dai! Al momento da nessuna parte. Deve solo capire cosa vuole fare nella vita.
Simone sbuffò.
Senti, come pensate di mantenervi se nessuno dei due lavora e aspettate un figlio?
Antonella lo fissò stupita.
Ho dei genitori, mi pare, o no?
Simone se ne andò in cucina per non dire cattiverie. Dopo poco lo raggiunse Marina. Stettero in silenzio davanti alla finestra. Poi andarono a dormire: giovani sul divano, loro sul materasso.
La mattina dopo Simone propose:
Marina, dobbiamo trasferirci in casa. Sistemeremo una stanza e ci arrangiamo. La vecchia casa può restare agli sposi: come regalo di nozze.
Marina accettò. Comunicarono la decisione ai ragazzi: furono contentissimi. Simone e Marina portarono con sé solo i mobili essenziali, lasciando ai giovani il necessario per non avere stanze vuote. Quando arrivò il trasloco Simone disse:
Antonella, questa è la tua casa ora. Sii una buona padrona di casa.
Nel nuovo casale mancava quasi tutto. Ma Marina era piena di energia. Tornava dal lavoro, cucinava per Simone, lavava nel catino, portava lacqua dalla fontana in fondo alla strada. Facevano tutto insieme, anche se Simone cercava di proteggerla dai lavori più pesanti. Antonella appariva ogni tanto, chiedeva soldi. I genitori, per quanto in difficoltà per la costruzione, aiutavano sempre.
Un giorno Simone non ce la fece più. Andarono a trovare Antonella e Ruggiero.
Ma Ruggiero, ancora senza lavoro?
Papà, che fretta? Non penserai che debba sacrificarsi al cantiere per due lire?
E allora chi mantiene la famiglia?
Lascia stare disse Simone , vorrei sentire cosa ne pensa Ruggiero.
Il ragazzo finalmente parlò: non pensava certo di spalmarsi di cemento e trasportare mattoni.
E cosa pensavi, allora? Che facendoti una famiglia tutto cadesse dal cielo? Devi imparare a preoccuparti dei tuoi cari. Noi non saremo sempre qui.
Quando se ne andarono, Antonella li accompagnò fuori.
Antonella, tuo marito tanto non lavora: potrebbe almeno venire ad aiutarci in casa, tanto poi la casa vostra sarà.
Ma perché dovrebbe? Lavete voluta voi questa casa. Nessuno riesce più a dormire per colpa vostra!
Simone non disse più nulla. Marina diede di nascosto qualche banconota alla figlia. Simone fece finta di non vedere.
Dopo una settimana, Ruggiero trovò lavoro, certo non in cantiere ma in un ufficio, come portaborse. Pagavano meno, ma lui sembrava contento. Meglio così, pensavano i genitori.
Intanto, Simone e Marina lavoravano la terra davanti la casa, e spesso li osservava un ragazzino, avrà avuto undici anni. Voleva dare una mano ma era timido. Viveva con la nonna, una vecchina in una casetta avvolta dai meli. Simone e Marina, la sera, si godevano un tè allaperto, stanchi ma soddisfatti: il loro casale stava prendendo forma.
Un giorno notarono di nuovo il ragazzo. Simone lo chiamò, Marina mise unaltra tazza di tè e riempì il piattino di biscotti. Il bambino si avvicinò, un po impacciato.
Ciao. Come ti chiami?
Buonasera, mi chiamo Antonio.
Sorrise, prese la tazza, ringraziò.
Allora, ora siamo vicini di casa?
Sì, siamo vicini.
Chiacchierarono. Antonio non aveva genitori, erano morti quando era piccolo, viveva con una nonna malata. Voleva bene alla nonna, la aiutava in tutto.
Posso almeno, ogni tanto, darvi una mano? In estate mi annoio a non andare a scuola.
Simone scambiò uno sguardo con Marina.
Certo, ogni aiuto è gradito. E la nonna, non si arrabbierà?
Ma no, è molto buona.
Il giorno dopo Antonio già aspettava Simone dallofficina. Era così entusiasta, imparava in fretta che Simone mandò Marina in casa:
Adesso che lavoro con uno sveglio e non con una donna che non distingue un mattone da un sasso! Tra poco finiamo davvero!
Marina sorrise, poi notò la nonna di Antonio seduta sulla panchina. Si avvicinò. La nonna si chiamava Petronilla, una vecchina simpaticissima, intelligente e gentile.
Non cè nulla di male, signora disse Petronilla , anzi è meglio insegnargli qualcosa che farlo girare senza fare niente. Suo marito è in gamba.
Lo so rispose Marina, guardando Simone. Laveva sempre amato, e aveva sperato che anche sua figlia incontrasse un uomo così, ma le cose erano andate diversamente.
Sapete che cè? disse poi Marina Venite la sera a prendere il tè con noi, lo prendiamo sempre fuori.
Lo vedo, lo vedo! Verrò, volentieri. Meglio essere amici tra vicini.
Quella sera si sedettero a lungo, mentre Simone e Antonio discutevano della futura tubatura, e le donne parlavano delle loro cose.
Il giorno dopo Antonella partorì. Simone e Marina corsero a portare regali di cibo e vestitini. Perfino Ruggiero si fece vedere con dei fiori. Tornando a casa, festeggiarono con i vicini, Petronilla li abbracciò calorosamente: “I bambini sono la gioia della casa!”
A casa di Antonella, un po alla volta, Ruggiero sembrava svegliarsi dal torpore: la culla cera, la voglia di rendersi utile cresceva. Almeno non beveva, e tanto bastava. Marina andò spesso ad aiutare la figlia, ma un giorno sentì Ruggiero dire:
Che viene sempre tua madre? Non riesci a gestire il bambino da sola? Abbiamo la nostra famiglia, non serve che ci dicano come vivere.
Marina ci rimase malissimo. Raccontò tutto a Simone. Lui fu secco:
Basta, Marina. Se avranno bisogno, chiameranno.
Se ne fece una ragione e smise di andare. A volte lasciava qualcosa sul pianerottolo se cera Ruggiero in casa.
Simone si affezionò molto ad Antonio, e anche Marina e Petronilla divennero come sorelle. Prima di riiniziare la scuola, Simone portò Antonio in città e gli comprò un bel vestito e un nuovo zaino. Petronilla piangeva dalla gratitudine, ma Simone gli disse:
Sciocchezze, Antonio è come un figlio!
Venne poi un inverno freddo, anni dopo il trasloco. Tardi una sera arrivò Antonio, pallido. Marina capì subito: Petronilla era molto vecchia, sempre malata. Andò subito da lei, che giaceva nel letto. Marina capì immediatamente che era morta. Tornò a casa, fece segno con lo sguardo a Simone. Antonio capì e si mise a piangere. Simone lo strinse, senza dire nulla. Marina organizzò il funerale. Antonio aveva solo 14 anni: temevano finisse in istituto, ma Simone si mise di mezzo e riuscì a ottenere la tutela. Antonio restò a vivere con loro.
Nella famiglia di Antonella arrivarono altri cambiamenti: la sorella di Ruggiero, lasciata dal marito, si trasferì da loro con un bambino. Caos.
Antonella non si lamentava. Antonio, invece, era diventato ancora più figlio. Sempre pronto ad aiutare, non lasciava mai che Marina portasse borse pesanti. Quando andarono in pensione, decisero di investire sul futuro di Antonio, di dargli una buona istruzione. Ma anche lì, Antonio li sorprese: appena iniziati gli studi universitari, trovò un lavoro serale. Volevano aiutarlo, ma lui assicurava che la borsa di studio e la paga bastavano. Rientrava ogni fine settimana, con dolci e abbracci.
Poi Marina si ammalò. Dimagriva, si stancava. Simone era disperato: Marina aveva solo 60 anni, una vita ancora davanti. La convinse a ricoverarsi. Il medico lo chiamò:
Sua moglie ha un tumore avanzato. Le resta poco, si prepari.
Per Simone fu la fine del mondo. Chiamò Antonella.
Antonella, tua madre sta male.
Capisco. Ma io che posso fare?
Ha il cancro, le resta poco.
Va bene, papà, domani vengo.
Ma a Simone restò un brutto presentimento.
Antonella andò in ospedale una volta sola. Quando dimisero Marina, il medico avvisò che avrebbe avuto bisogno di aiuto: non sarebbe più stata autonoma. Simone era pronto a tutto, sperando in un aiuto dalla figlia. Ma dopo un mese, quando fu chiaro che da solo non ce la faceva a lavare la moglie, chiamò Antonella:
Figlia, puoi venire?
Papà, che altro cè? Devo venire ogni giorno? Proverò, ma non garantisco niente.
Simone la aspettò tutto il giorno. Alla sera capì: nessuno sarebbe venuto. Si arrangiò come poteva, piangendo insieme a Marina.
Che peccato, diceva lei, tanto dolore Vorrei andarmene presto.
Marina, cosa dici? Senza di te non saprei cosa fare.
E Antonio? Devi almeno trovargli una moglie
Dopo un mese, Marina se ne andò. Antonio pianse a lungo. Aveva 22 anni, si era appena laureato, e quello fu un colpo terribile. Simone non gli aveva detto subito della malattia, ma Antonio lo capì da solo.
Antonio tornò in città, prese casa e lavoro. Simone sapeva quanto lo stimassero i superiori, e si augurava un buon futuro. Tuttavia, si sentiva solo. Il casale era diventato bellissimo. Un impianto di riscaldamento unico nel suo genere, acqua calda, le mani di Marina avevano reso tutto accogliente.
Antonio tornava spesso, qualche volta solo per il tè. Simone gli suggeriva più volta di trasferirsi da lui, ma Antonio rispondeva sempre che voleva farcela da solo. Antonella lo chiamava di rado, solo per chiedere soldi o prendersi qualcosa dalla casa. Passeggiava guardando ogni stanza, sognando di viverci lei. Ma non si erano mai trasferiti per via di Ruggiero, che non andava daccordo col padre: tutti stipati in un piccolo appartamento a Roma.
Simone invecchiava, la morte di Marina lo aveva fiaccato. Il cuore faceva male, arrivava laffanno. Prendeva pillole consigliate da vicine. Antonio si arrabbiava, gli diceva di farsi visitare, ma Simone si ostinava: ormai, era solo letà.
Una sera il dolore lo bloccò. Si mise il nitroglicerina sotto la lingua, altre pillole, nulla. Chiamò Antonella:
Antonella, sento che il cuore mi tradisce
Prendi una pastiglia o chiama lambulanza, papà. Non posso venire, ho da fare.
Al che Simone chiamò Antonio:
Scusa, Antonio, sto davvero male.
Antonio non fece domande.
Arrivo subito! Aspetta, tieni duro.
Antonio si presentò con una ragazza, Elena, che lavorava in ambulanza. Visitò Simone e ordinò subito il ricovero. I due lo seguirono in ospedale. Andarono a trovarlo ogni giorno: insieme o Antonio da solo. Simone diceva:
Antonio, la tua ragazza è davvero brava, devi sposarla.
Ci stiamo pensando, prima vogliamo risparmiare un po.
Quando uscì dallospedale vennero a prenderlo Elena e Antonio. Antonella consigliò di chiamare un taxi, troppo occupata. Tornarono a casa, Antonio aiutò il padre a sedersi. Elena si mise a cucinare:
Le preparo da mangiare per due giorni, così può riposare.
Non serve, posso cavarmela.
Ma io lo faccio volentieri. Lei pensi a riposare.
Restarono fino a tardi. Il giorno dopo si presentò Antonella. Girò per casa, chiese come stava. Allora Simone non resistette:
Figlia mia… neppure una volta mi sei venuta a trovare in ospedale…
Ma aveva i medici, papà. Credi che la mia presenza avrebbe cambiato qualcosa?
Certo che sì. Sei mia figlia.
Basta piagnucolare! Sempre lamenti!
Non permetterti. Quando madre era malata, non sei venuta mai, e neanche adesso. A volte mi chiedo se sei davvero mia figlia.
Antonella sbottò:
E basta! Quando finalmente crepi, la smetterai? Vivi solo in questa villa e noi in un buco. Non ti vergogni? Non vivi più, sei un vegetale, e ci togli la possibilità di vivere meglio…
Ah, ecco. Non ti interessa tuo padre, ma la casa. Peccato che a costruirla non hai mai aiutato, e tuo marito sempre sdraiato, mentre noi con tua madre spaccavamo la schiena. E adesso la vuoi tutta per te!
Antonella uscì sbattendo la porta. Simone non si turbò più di tanto. Se lo aspettava, ma non pensava che la figlia gli desiderasse tanto apertamente la morte. Decise che avrebbe preso una decisione importante e attese la notte per “parlare” con Marina nei sogni; era certo sarebbe arrivata a consigliarlo.
La notte fu serena, si svegliò riposato. Chiamò Antonio:
Antonio, oggi mi sento che potrei arruolarmi! Tua fidanzata è una cuoca bravissima!
Grazie, Simone, è proprio speciale.
Antonio, mi serve una cortesia. Mi puoi trovare un notaio che venga a casa?
Sì, certo. Ok, ti chiamo appena trovo qualcosa.
Poco dopo Antonio richiamò:
Viene alle tre. Non dormire, aspettalo. Domani io e Elena passiamo.
Il notaio arrivò puntuale. Titubò per ciò che Simone voleva fare, ma il lavoro era suo. In unora fu tutto fatto. Quando se ne andò, Simone sentì di aver fatto la cosa giusta.
Prese carta e penna e cominciò a scrivere:
Antonio, se leggi questa lettera io non ci sono più. Non ti rattristare, sono già insieme a Marina. A te voglio bene come a un figlio: ti auguro felicità, una bella famiglia. Sposati, Antonio, non aspettare; come regalo di nozze ti lascio la mia casa. È tua, per portare qui tua moglie. Non accettare repliche, io so che te la sei meritata: ci sono le tue mani in ogni pietra e mi hai curato come un figlio. Abbiamo deciso così, io e Marina.
Simone sapeva che gli restava poco. Sentiva la pressione sul petto, il corpo leggero. Aveva già visto più volte Marina in quella stanza, non proprio vista, ma la percepiva. Sentiva che lo stava aspettando, che gli lasciava il tempo di finire le ultime cose.
Conclusa la lettera, mise tutto in una busta, scelse una vecchia foto con Marina, si sdraiò sul divano e si abbandonò ai ricordi: il loro incontro, il matrimonio, tutta una vita.
Antonio aiutò Elena a scendere dallauto, con una borsa di frutta e pane fresco. Entrarono nel cortile: silenzio insolito. Di solito Simone usciva fuori o li salutava dalla finestra. Antonio spinse la portaera apertae guardò Elena, preoccupato. Corse nella stanza e lo vide: Simone, sdraiato sul divano, stringeva la foto. I sacchetti di mele e arance gli caddero dalle mani.
Papà
Elena si inginocchiò vicino a Simone e fece cenno di no col capo. Antonio scese in ginocchio e pianse: lei lo lasciò fare, sapeva che era come un padre per lui.
Quando portarono via Simone e Antonella arrivò con il marito, Antonio trovò la lettera. La lesse, e poi la mostrò a Elena. Lei fece cenno verso Antonella.
Antonella, cè una lettera di tuo padre, è per me ma può interessarti
Antonella la lesse, diventò rossa, esplose:
Vecchio rimbambito! Doveva morire prima, quando ragionava! Ma tanto, vedremo!
E uscì furiosa, piena di rabbia per tutti.







