Persone diverse La storia di Alluccia e dei suoi genitori, tra miracoli, sacrifici e sogni infranti…

Persone diverse

Antonella era una bambina insolita. Sia Simone che Marina sapevano di avere la colpa: la viziavano troppo. Ma come non viziarla? Era così bella, così delicata, ed era costata loro tanti anni di prove e fatiche. Marina non riusciva proprio a restare incinta. Avevano consultato tutti i medici possibili, perfino a Roma. Ogni dottore allargava le braccia: “Va tutto bene”, dicevano.

Ma se era tutto in regola, perché allora non arrivava un figlio? Un vecchio medico suggerì di provare la medicina popolare. Così trovarono una nonna in un paesino dell’Umbria, che diede a Marina una mistura maleodorante. Doveva berla ogni giorno, a gocce. Lei beveva, arricciando il naso. Poco dopo, rimase incinta. La felicità fu così grande che Simone urlò di gioia tanto che tutto il vicinato sentì.

La gravidanza fu difficilissima: Simone spesso temeva che Marina perdesse il bambino. Era nauseata sempre, non riusciva a mangiare nulla, gli odori la stancavano, mani e piedi le si gonfiavano come zamponi. Marina dormiva male, non usciva mai di casa. Quando iniziarono le doglie, Simone sospirò di sollievoma i problemi erano appena iniziati. Il parto fu così complicato che, dopo più di dieci ore di sofferenza, i medici decisero per il cesareo. La bambina nacque fragile, esausta; Marina perse moltissimo sangue, e restò per due giorni tra la vita e la morte. Ma tutto si risolse. Dopo quasi un mese in reparto pediatrico con la figlia, Marina tornò finalmente a casa. Simone era talmente impaziente di cullare la sua piccola che non stava nella pelle.

“Adesso sì”, pensava, “adesso avremo una vita felice. Siamo una vera famiglia. È così che ho sempre sognato.”

Quando Antonella compì cinque anni, Simone tornò a casa, si sedette davanti a Marina e disse:
Marina, dobbiamo costruire una casa. Non possiamo restare in questo bilocale. Ora Antonella è piccola, ma crescerà Una bambina deve avere la sua stanza.
Marina era sempre dalla parte del marito, ma stavolta rimase senza parole. Dove avrebbero trovato i soldi?
Ho pensato a tutto disse Simone. Non la finiamo subito, la facciamo piano piano. Senza fretta ci riusciremo.
Marina capì che aveva ragione. Possedere una casa, spaziosa e propria, era il massimo per una famiglia.

Ma il sogno rimase tale. Dopo sei mesi, Antonella si ammalò gravemente. Prima raffreddore, poi orecchie, poi altri problemi Marina e la figlia non uscivano più dagli ospedali. Da una clinica allaltra. La famiglia si indebitò terribilmente. Ma la bambina si riprese, ci volle quasi tre anni di cure.

Simone ormai non parlava più della casa. Il pensiero gli rimaneva dentro, ma non lo diceva. Marina sapeva che continuava a sognare un nido vero, ma adesso era più importante liberarsi dei debiti.

Quando Antonella era ormai cresciuta e abbastanza indipendente, Marina decise di lavorare in fabbrica: lì pagavano meglio. Se lavoravano sodo tutti e due, forse Simone avrebbe potuto vedere realizzato il suo sogno. Riuscirono a pagare i debiti soltanto quando Antonella aveva quattordici anni. E nel frattempo le esigenze della figlia crescevano: un vestito nuovo, un cappotto come quello di Annalisa… E poi cera il ballo di fine liceo: bisognava risparmiare un po alla volta. Appena Antonella fosse partita per studiare, pensavano, si poteva iniziare la casa.

Ma neanche stavolta le cose andarono come previsto. Antonella entrò davvero alluniversità e si trasferì. I genitori erano orgogliosi di lei. In due anni Simone riuscì a tirare su i muri della casa. Le finestre e le porte erano ancora tavole di legno, ma ormai era una casa.

Poi, un giorno di festa, Simone e Marina erano appena tornati dal cantiere, stanchi e felici: quel giorno avevano messo due finestre. Qualcuno suonò alla porta. Marina aprì, e gridò: cera Antonella. Con un pancione enorme. Dietro di lei, un ragazzo alto con i capelli lunghi, impacciato.

Antonella, che succede?
Marina guardava il pancione.
Mamma, sembri una bambina. Nel pancione ci siamo io e Ruggiero: tra poco saremo in tre. Ah, Presentati: lui è Ruggiero. Da oggi vivrà con noi, e ci sposeremo.
Ruggiero annuì masticando una gomma.

Simone si avvicinò. Tutti si sedettero a tavola.
Antonella, perché non ci hai detto niente? domandò Simone.
Per sentirmi fare la morale?
E luniversità?
Mi basta Ruggiero. Lui ha lasciato luniversità al primo anno e vive benissimo.
Simone guardò il ragazzo, che annuì di nuovo, pieno di sé.
E il lavoro, dovè che lavora Ruggiero?
Papà, dai! Al momento da nessuna parte. Deve solo capire cosa vuole fare nella vita.
Simone sbuffò.
Senti, come pensate di mantenervi se nessuno dei due lavora e aspettate un figlio?
Antonella lo fissò stupita.
Ho dei genitori, mi pare, o no?

Simone se ne andò in cucina per non dire cattiverie. Dopo poco lo raggiunse Marina. Stettero in silenzio davanti alla finestra. Poi andarono a dormire: giovani sul divano, loro sul materasso.

La mattina dopo Simone propose:
Marina, dobbiamo trasferirci in casa. Sistemeremo una stanza e ci arrangiamo. La vecchia casa può restare agli sposi: come regalo di nozze.
Marina accettò. Comunicarono la decisione ai ragazzi: furono contentissimi. Simone e Marina portarono con sé solo i mobili essenziali, lasciando ai giovani il necessario per non avere stanze vuote. Quando arrivò il trasloco Simone disse:
Antonella, questa è la tua casa ora. Sii una buona padrona di casa.

Nel nuovo casale mancava quasi tutto. Ma Marina era piena di energia. Tornava dal lavoro, cucinava per Simone, lavava nel catino, portava lacqua dalla fontana in fondo alla strada. Facevano tutto insieme, anche se Simone cercava di proteggerla dai lavori più pesanti. Antonella appariva ogni tanto, chiedeva soldi. I genitori, per quanto in difficoltà per la costruzione, aiutavano sempre.

Un giorno Simone non ce la fece più. Andarono a trovare Antonella e Ruggiero.
Ma Ruggiero, ancora senza lavoro?
Papà, che fretta? Non penserai che debba sacrificarsi al cantiere per due lire?
E allora chi mantiene la famiglia?
Lascia stare disse Simone , vorrei sentire cosa ne pensa Ruggiero.
Il ragazzo finalmente parlò: non pensava certo di spalmarsi di cemento e trasportare mattoni.
E cosa pensavi, allora? Che facendoti una famiglia tutto cadesse dal cielo? Devi imparare a preoccuparti dei tuoi cari. Noi non saremo sempre qui.
Quando se ne andarono, Antonella li accompagnò fuori.
Antonella, tuo marito tanto non lavora: potrebbe almeno venire ad aiutarci in casa, tanto poi la casa vostra sarà.
Ma perché dovrebbe? Lavete voluta voi questa casa. Nessuno riesce più a dormire per colpa vostra!
Simone non disse più nulla. Marina diede di nascosto qualche banconota alla figlia. Simone fece finta di non vedere.

Dopo una settimana, Ruggiero trovò lavoro, certo non in cantiere ma in un ufficio, come portaborse. Pagavano meno, ma lui sembrava contento. Meglio così, pensavano i genitori.

Intanto, Simone e Marina lavoravano la terra davanti la casa, e spesso li osservava un ragazzino, avrà avuto undici anni. Voleva dare una mano ma era timido. Viveva con la nonna, una vecchina in una casetta avvolta dai meli. Simone e Marina, la sera, si godevano un tè allaperto, stanchi ma soddisfatti: il loro casale stava prendendo forma.

Un giorno notarono di nuovo il ragazzo. Simone lo chiamò, Marina mise unaltra tazza di tè e riempì il piattino di biscotti. Il bambino si avvicinò, un po impacciato.
Ciao. Come ti chiami?
Buonasera, mi chiamo Antonio.
Sorrise, prese la tazza, ringraziò.
Allora, ora siamo vicini di casa?
Sì, siamo vicini.

Chiacchierarono. Antonio non aveva genitori, erano morti quando era piccolo, viveva con una nonna malata. Voleva bene alla nonna, la aiutava in tutto.
Posso almeno, ogni tanto, darvi una mano? In estate mi annoio a non andare a scuola.
Simone scambiò uno sguardo con Marina.
Certo, ogni aiuto è gradito. E la nonna, non si arrabbierà?
Ma no, è molto buona.

Il giorno dopo Antonio già aspettava Simone dallofficina. Era così entusiasta, imparava in fretta che Simone mandò Marina in casa:
Adesso che lavoro con uno sveglio e non con una donna che non distingue un mattone da un sasso! Tra poco finiamo davvero!

Marina sorrise, poi notò la nonna di Antonio seduta sulla panchina. Si avvicinò. La nonna si chiamava Petronilla, una vecchina simpaticissima, intelligente e gentile.
Non cè nulla di male, signora disse Petronilla , anzi è meglio insegnargli qualcosa che farlo girare senza fare niente. Suo marito è in gamba.
Lo so rispose Marina, guardando Simone. Laveva sempre amato, e aveva sperato che anche sua figlia incontrasse un uomo così, ma le cose erano andate diversamente.
Sapete che cè? disse poi Marina Venite la sera a prendere il tè con noi, lo prendiamo sempre fuori.
Lo vedo, lo vedo! Verrò, volentieri. Meglio essere amici tra vicini.
Quella sera si sedettero a lungo, mentre Simone e Antonio discutevano della futura tubatura, e le donne parlavano delle loro cose.

Il giorno dopo Antonella partorì. Simone e Marina corsero a portare regali di cibo e vestitini. Perfino Ruggiero si fece vedere con dei fiori. Tornando a casa, festeggiarono con i vicini, Petronilla li abbracciò calorosamente: “I bambini sono la gioia della casa!”

A casa di Antonella, un po alla volta, Ruggiero sembrava svegliarsi dal torpore: la culla cera, la voglia di rendersi utile cresceva. Almeno non beveva, e tanto bastava. Marina andò spesso ad aiutare la figlia, ma un giorno sentì Ruggiero dire:
Che viene sempre tua madre? Non riesci a gestire il bambino da sola? Abbiamo la nostra famiglia, non serve che ci dicano come vivere.
Marina ci rimase malissimo. Raccontò tutto a Simone. Lui fu secco:
Basta, Marina. Se avranno bisogno, chiameranno.
Se ne fece una ragione e smise di andare. A volte lasciava qualcosa sul pianerottolo se cera Ruggiero in casa.

Simone si affezionò molto ad Antonio, e anche Marina e Petronilla divennero come sorelle. Prima di riiniziare la scuola, Simone portò Antonio in città e gli comprò un bel vestito e un nuovo zaino. Petronilla piangeva dalla gratitudine, ma Simone gli disse:
Sciocchezze, Antonio è come un figlio!

Venne poi un inverno freddo, anni dopo il trasloco. Tardi una sera arrivò Antonio, pallido. Marina capì subito: Petronilla era molto vecchia, sempre malata. Andò subito da lei, che giaceva nel letto. Marina capì immediatamente che era morta. Tornò a casa, fece segno con lo sguardo a Simone. Antonio capì e si mise a piangere. Simone lo strinse, senza dire nulla. Marina organizzò il funerale. Antonio aveva solo 14 anni: temevano finisse in istituto, ma Simone si mise di mezzo e riuscì a ottenere la tutela. Antonio restò a vivere con loro.

Nella famiglia di Antonella arrivarono altri cambiamenti: la sorella di Ruggiero, lasciata dal marito, si trasferì da loro con un bambino. Caos.

Antonella non si lamentava. Antonio, invece, era diventato ancora più figlio. Sempre pronto ad aiutare, non lasciava mai che Marina portasse borse pesanti. Quando andarono in pensione, decisero di investire sul futuro di Antonio, di dargli una buona istruzione. Ma anche lì, Antonio li sorprese: appena iniziati gli studi universitari, trovò un lavoro serale. Volevano aiutarlo, ma lui assicurava che la borsa di studio e la paga bastavano. Rientrava ogni fine settimana, con dolci e abbracci.

Poi Marina si ammalò. Dimagriva, si stancava. Simone era disperato: Marina aveva solo 60 anni, una vita ancora davanti. La convinse a ricoverarsi. Il medico lo chiamò:
Sua moglie ha un tumore avanzato. Le resta poco, si prepari.
Per Simone fu la fine del mondo. Chiamò Antonella.
Antonella, tua madre sta male.
Capisco. Ma io che posso fare?
Ha il cancro, le resta poco.
Va bene, papà, domani vengo.
Ma a Simone restò un brutto presentimento.

Antonella andò in ospedale una volta sola. Quando dimisero Marina, il medico avvisò che avrebbe avuto bisogno di aiuto: non sarebbe più stata autonoma. Simone era pronto a tutto, sperando in un aiuto dalla figlia. Ma dopo un mese, quando fu chiaro che da solo non ce la faceva a lavare la moglie, chiamò Antonella:
Figlia, puoi venire?
Papà, che altro cè? Devo venire ogni giorno? Proverò, ma non garantisco niente.
Simone la aspettò tutto il giorno. Alla sera capì: nessuno sarebbe venuto. Si arrangiò come poteva, piangendo insieme a Marina.
Che peccato, diceva lei, tanto dolore Vorrei andarmene presto.
Marina, cosa dici? Senza di te non saprei cosa fare.
E Antonio? Devi almeno trovargli una moglie

Dopo un mese, Marina se ne andò. Antonio pianse a lungo. Aveva 22 anni, si era appena laureato, e quello fu un colpo terribile. Simone non gli aveva detto subito della malattia, ma Antonio lo capì da solo.

Antonio tornò in città, prese casa e lavoro. Simone sapeva quanto lo stimassero i superiori, e si augurava un buon futuro. Tuttavia, si sentiva solo. Il casale era diventato bellissimo. Un impianto di riscaldamento unico nel suo genere, acqua calda, le mani di Marina avevano reso tutto accogliente.

Antonio tornava spesso, qualche volta solo per il tè. Simone gli suggeriva più volta di trasferirsi da lui, ma Antonio rispondeva sempre che voleva farcela da solo. Antonella lo chiamava di rado, solo per chiedere soldi o prendersi qualcosa dalla casa. Passeggiava guardando ogni stanza, sognando di viverci lei. Ma non si erano mai trasferiti per via di Ruggiero, che non andava daccordo col padre: tutti stipati in un piccolo appartamento a Roma.

Simone invecchiava, la morte di Marina lo aveva fiaccato. Il cuore faceva male, arrivava laffanno. Prendeva pillole consigliate da vicine. Antonio si arrabbiava, gli diceva di farsi visitare, ma Simone si ostinava: ormai, era solo letà.

Una sera il dolore lo bloccò. Si mise il nitroglicerina sotto la lingua, altre pillole, nulla. Chiamò Antonella:
Antonella, sento che il cuore mi tradisce
Prendi una pastiglia o chiama lambulanza, papà. Non posso venire, ho da fare.
Al che Simone chiamò Antonio:
Scusa, Antonio, sto davvero male.
Antonio non fece domande.
Arrivo subito! Aspetta, tieni duro.

Antonio si presentò con una ragazza, Elena, che lavorava in ambulanza. Visitò Simone e ordinò subito il ricovero. I due lo seguirono in ospedale. Andarono a trovarlo ogni giorno: insieme o Antonio da solo. Simone diceva:
Antonio, la tua ragazza è davvero brava, devi sposarla.
Ci stiamo pensando, prima vogliamo risparmiare un po.
Quando uscì dallospedale vennero a prenderlo Elena e Antonio. Antonella consigliò di chiamare un taxi, troppo occupata. Tornarono a casa, Antonio aiutò il padre a sedersi. Elena si mise a cucinare:
Le preparo da mangiare per due giorni, così può riposare.
Non serve, posso cavarmela.
Ma io lo faccio volentieri. Lei pensi a riposare.

Restarono fino a tardi. Il giorno dopo si presentò Antonella. Girò per casa, chiese come stava. Allora Simone non resistette:
Figlia mia… neppure una volta mi sei venuta a trovare in ospedale…
Ma aveva i medici, papà. Credi che la mia presenza avrebbe cambiato qualcosa?
Certo che sì. Sei mia figlia.
Basta piagnucolare! Sempre lamenti!
Non permetterti. Quando madre era malata, non sei venuta mai, e neanche adesso. A volte mi chiedo se sei davvero mia figlia.
Antonella sbottò:
E basta! Quando finalmente crepi, la smetterai? Vivi solo in questa villa e noi in un buco. Non ti vergogni? Non vivi più, sei un vegetale, e ci togli la possibilità di vivere meglio…
Ah, ecco. Non ti interessa tuo padre, ma la casa. Peccato che a costruirla non hai mai aiutato, e tuo marito sempre sdraiato, mentre noi con tua madre spaccavamo la schiena. E adesso la vuoi tutta per te!

Antonella uscì sbattendo la porta. Simone non si turbò più di tanto. Se lo aspettava, ma non pensava che la figlia gli desiderasse tanto apertamente la morte. Decise che avrebbe preso una decisione importante e attese la notte per “parlare” con Marina nei sogni; era certo sarebbe arrivata a consigliarlo.

La notte fu serena, si svegliò riposato. Chiamò Antonio:
Antonio, oggi mi sento che potrei arruolarmi! Tua fidanzata è una cuoca bravissima!
Grazie, Simone, è proprio speciale.
Antonio, mi serve una cortesia. Mi puoi trovare un notaio che venga a casa?
Sì, certo. Ok, ti chiamo appena trovo qualcosa.
Poco dopo Antonio richiamò:
Viene alle tre. Non dormire, aspettalo. Domani io e Elena passiamo.
Il notaio arrivò puntuale. Titubò per ciò che Simone voleva fare, ma il lavoro era suo. In unora fu tutto fatto. Quando se ne andò, Simone sentì di aver fatto la cosa giusta.

Prese carta e penna e cominciò a scrivere:
Antonio, se leggi questa lettera io non ci sono più. Non ti rattristare, sono già insieme a Marina. A te voglio bene come a un figlio: ti auguro felicità, una bella famiglia. Sposati, Antonio, non aspettare; come regalo di nozze ti lascio la mia casa. È tua, per portare qui tua moglie. Non accettare repliche, io so che te la sei meritata: ci sono le tue mani in ogni pietra e mi hai curato come un figlio. Abbiamo deciso così, io e Marina.

Simone sapeva che gli restava poco. Sentiva la pressione sul petto, il corpo leggero. Aveva già visto più volte Marina in quella stanza, non proprio vista, ma la percepiva. Sentiva che lo stava aspettando, che gli lasciava il tempo di finire le ultime cose.

Conclusa la lettera, mise tutto in una busta, scelse una vecchia foto con Marina, si sdraiò sul divano e si abbandonò ai ricordi: il loro incontro, il matrimonio, tutta una vita.

Antonio aiutò Elena a scendere dallauto, con una borsa di frutta e pane fresco. Entrarono nel cortile: silenzio insolito. Di solito Simone usciva fuori o li salutava dalla finestra. Antonio spinse la portaera apertae guardò Elena, preoccupato. Corse nella stanza e lo vide: Simone, sdraiato sul divano, stringeva la foto. I sacchetti di mele e arance gli caddero dalle mani.
Papà
Elena si inginocchiò vicino a Simone e fece cenno di no col capo. Antonio scese in ginocchio e pianse: lei lo lasciò fare, sapeva che era come un padre per lui.

Quando portarono via Simone e Antonella arrivò con il marito, Antonio trovò la lettera. La lesse, e poi la mostrò a Elena. Lei fece cenno verso Antonella.
Antonella, cè una lettera di tuo padre, è per me ma può interessarti
Antonella la lesse, diventò rossa, esplose:
Vecchio rimbambito! Doveva morire prima, quando ragionava! Ma tanto, vedremo!
E uscì furiosa, piena di rabbia per tutti.

Rate article
Add a comment

;-) :| :x :twisted: :smile: :shock: :sad: :roll: :razz: :oops: :o :mrgreen: :lol: :idea: :grin: :evil: :cry: :cool: :arrow: :???: :?: :!:

13 − 8 =

Persone diverse La storia di Alluccia e dei suoi genitori, tra miracoli, sacrifici e sogni infranti…
Il timer sul tavolo — Hai rimesso il sale nel posto sbagliato di nuovo, — disse lei senza staccare gli occhi dalla pentola. Lui rimase fermo con il barattolo in mano, fissando la mensola. Il sale era sempre lì, accanto alla zuccheriera. — Dove dovrei metterlo, allora? — domandò cautamente. — Non “dove dovrei”, ma dove lo cerco io. Te l’ho già detto. — Ti sarebbe più facile dirlo tu, che farmi indovinare ogni volta, — rispose lui, sentendo nascere il solito fastidio dentro. Lei spense il fornello, appoggiò il coperchio con un colpo e si voltò verso di lui. — Sono stanca di ripetere sempre le stesse cose. A volte, vorrei solo che… stesse nel posto giusto. — Vuol dire che non va mai bene niente di ciò che faccio, — concluse lui, appoggiando il sale sulla stessa mensola, solo leggermente più a destra. Lei aveva già aperto la bocca per ribattere, ma chiuse con forza lo sportello della credenza e uscì dalla cucina. Lui restò immobile con il cucchiaio in mano, ascoltando i suoi passi nel corridoio. Poi sospirò, assaggiò la minestra e aggiunse ancora un pizzico di sale, quasi senza pensarci. Un’ora dopo mangiavano in silenzio. In soggiorno la televisione trasmetteva il telegiornale, lo schermo rifletteva nelle vetrinette del mobile. Lei mangiava piano, quasi senza guardarlo. Lui armeggiava con la forchetta sulla cotoletta, ripensando a come tutto fosse andato secondo copione: una sciocchezza, una critica, la sua risposta, il suo silenzio. — Vuoi davvero che viviamo così? — chiese lei tutto a un tratto. Lui alzò lo sguardo. — Cioè? — Cioè, — posò la forchetta, — tu fai qualcosa, io mi innervosisco, tu te la prendi. In loop. — E cos’altro possiamo fare? — provò a scherzare lui. — È la nostra tradizione ormai. Non sorrise. — Ho letto una cosa, — disse lei. — Una tecnica di dialogo. Una volta a settimana. Col timer. Lui sbatté le palpebre. — Col… timer? — Sì, dieci minuti parlo io, dieci tu. Niente “tu sempre”, niente “tu mai”. Solo “io sento”, “mi importa”, “vorrei”. E l’altro ascolta, senza interrompere né giudicare. — L’hai trovata su Internet? — domandò lui. — In un libro. Ma non importa. Vorrei provare. Lui prese il bicchiere, bevve per prendere tempo. — E se non voglio? — chiese, cercando di non suonare troppo aspro. — Allora continueremo a litigare per il sale, — rispose lei tranquilla. — Io non voglio più. La guardò in volto. Le rughe intorno alle labbra erano più profonde rispetto a qualche anno prima, ma lui non saprebbe dire da quando. Sembrava stanca non solo della giornata, ma di tutta una vita. — Va bene, — rispose. — Ma ti avverto, non sono bravo con queste… tecniche. — Non devi essere bravo, — sorrise lei, stanca. — Devi solo essere onesto. Quella sera, giovedì, lui stava sul divano, il telefono in mano, fingendo di leggere le notizie. Una fastidiosa sensazione d’attesa gli metteva ansia, come quando devi andare dal dentista. Sul tavolino c’era un timer da cucina, bianco, rotondo, con i numeri tutto intorno. Di solito lei lo usava per le crostate. Ora stava lì tra loro, come un oggetto estraneo. Lei portò due tazze di tè, le appoggiò, poi si mise seduta di fronte. Addosso aveva un vecchio maglione sformato sui gomiti. I capelli raccolti in una coda disordinata. — Allora, — disse. — Iniziamo? — C’è pure un regolamento? — cercò di fare l’ironia lui. — Sì. Prima io, dieci minuti. Poi tu. Se resta qualcosa, si rimanda alla prossima volta. Annuì e posò il telefono sul bracciolo. Lei prese il timer, lo regolò su “10”, premette il tasto. Si sentì un lieve ticchettio. — Io sento che… — iniziò, poi si bloccò. Lui si accorse di aspettarsi il solito “tu mai…” o “tu sempre…”, già pronto a irrigidirsi. Ma lei, stringendo le mani, continuò: — Mi sento come… uno sfondo. Che la casa, il cibo, le tue camicie, i nostri giorni vadano avanti per inerzia. E se smettessi io, tutto crollerebbe, ma forse nessuno se ne accorgerebbe, almeno fino a quando non sarebbe troppo tardi. Avrebbe voluto dire che lui si accorgeva. Che solo non lo diceva. Che forse era lei a non lasciargli spazio per fare niente. Ma ricordò la regola e si morse le labbra. — Mi importa, — lo guardò un istante e distolse subito lo sguardo, — che quello che faccio si veda. Non voglio lodi né ringraziamenti quotidiani. Ma almeno ogni tanto, vorrei sentirmi dire che capisci quanto sforzo ci sia dietro, che non è tutto “ovvio”. Lui deglutì. Il timer ticchettava. Avrebbe voluto obiettare che anche lui si stanca, che non è più facile al lavoro. Ma non c’era una regola che permettesse interventi “a metà”. — Vorrei, — sospirò lei, — non essere “responsabile di default” di tutto: la tua salute, le feste, i figli, la famiglia. Vorrei poter essere debole, ogni tanto, invece che dover sempre “tenere botta”. Lui guardava le sue mani. Al dito destro l’anello che lui le aveva regalato per il decimo anniversario: ora scavava un po’ nella pelle. Ricordava ancora quanto aveva sudato per scegliere la misura giusta. Il timer trillò. Lei scattò, poi rise nervosa. — Finito, — disse. — I miei dieci minuti. — E io… — tossì lui. — Ora tocca a me. Lei annuì e girò nuovamente il timer su “10”, lo avvicinò a lui. Si sentiva come uno scolaretto interrogato alla lavagna. — Io sento… — iniziò, sentendosi subito ridicolo. — Sento che a casa spesso vorrei solo nascondermi. Perché se sbaglio qualcosa, lo noti subito. Se invece va tutto bene, è solo normale routine. Lei annuì appena, senza interrompere. — Mi importa, — proseguì lui concentrandosi, — che quando torno dal lavoro e mi siedo in poltrona, non sia considerato un reato. Non sono seduto tutto il giorno, anche io… insomma, sono stanco. Lei lo guardò davvero, lo sguardo stanco ma attento. — Vorrei, — esitò lui, — che quando ti arrabbi tu non dica che “non capisco niente”. Capisco. Non tutto, ma non niente. Quando lo dici mi viene voglia di chiudermi e stare zitto, tanto rispondere sarebbe sbagliato. Il timer trillò di nuovo. Lui trasalì, come distratto da profondità oscure. Rimasero in silenzio. La TV era spenta, dalla stanza accanto veniva un ronzio ovattato: il frigo o forse i termosifoni. — È strano, — disse lei. — Sembra una prova generale. — Sembra di non essere marito e moglie, — lui cercò la parola giusta, — ma… pazienti. Lei rise di nuovo. — Pazienti sia. Promettiamoci almeno un mese di prova. Una volta a settimana. Lui scrollò le spalle. — Un mese non è una condanna. Lei annuì e prese il timer, portandolo in cucina. Lui la seguì con lo sguardo e pensò improvvisamente che avevano un nuovo oggetto d’arredo. Sabato andarono al supermercato. Lei spingeva il carrello, lui dietro leggeva dalla lista: latte, petto di pollo, pasta e riso. — Prendi i pomodori, — disse lei, senza voltarsi. Lui si avvicinò alla cassetta, ne scelse alcuni, li mise nel sacchetto. Gli venne quasi da dire “sento che sono pesanti”, e diede una risatina. — Che hai? — lei si girò. — Mi esercito, — rispose. — Nelle nuove formule. Lei alzò gli occhi al cielo, ma la bocca accennò un sorriso. — Non serve “in pubblico”, — disse. — Ma… forse ogni tanto sì. Passarono davanti allo scaffale dei biscotti. Lui prese automaticamente i suoi preferiti, poi si ricordò del discorso sullo zucchero e la pressione. La mano si fermò. — Prendili pure, — commentò lei, intuindo il dubbio. — Non sono una bambina. Se non li mangio, li porto al lavoro. Li mise nel carrello. — Io… — cominciò, poi si fermò. — Sì? — chiese lei. — So che fai tanto, — disse, guardando il prezzo. — Questo per giovedì. Lei lo guardò più attentamente e annuì. — Segno, — disse. La seconda conversazione andò peggio. Lui arrivò tardi, di quindici minuti: era rimasto al lavoro, traffico, poi una telefonata del figlio. Lei era già lì, col timer sul tavolo e il suo quaderno a quadretti vicino. — Sei pronto? — domandò lei senza saluti. — Un attimo, — lui si tolse la giacca, la appese sulla sedia, andò in cucina a prendersi un bicchiere d’acqua. Tornò, sentendo su di sé lo sguardo di lei. — Non sei obbligato a farlo, — disse lei. — Se non ti interessa, basta dirlo. — Mi interessa, — rispose lui, anche se qualcosa dentro di lui si ribellava. — È stata solo una giornata pesante. — Anche la mia, — rispose secca. — Ma sono qui puntuale. Lui strinse il bicchiere. — Va bene, — disse. — Cominciamo. Lei girò il timer su “10”. — Io sento che viviamo come coinquilini. Parliamo solo di spese, cibo, salute, ma mai di ciò che desideriamo. Non ricordo l’ultima volta che abbiamo pianificato una vacanza da soli, non perché “ci hanno invitato”. Lui pensò alla casa della sorella di lei, alla vacanza dell’anno scorso al lago, pagata dal sindacato. — Mi importa che abbiamo non solo doveri, ma anche sogni e piani insieme. Non un generico “un giorno andremo al mare”, ma: qui, in quel periodo, per tot giorni. E che sia un progetto nostro, non solo mio. Lui annuì, anche se lei non lo guardava. — Vorrei che parlassimo di sesso non solo quando manca. Mi vergogno, ma mi manca sentire attenzione. Abbracci, carezze. Non per protocollo. Lui sentì le orecchie accendersi. Avrebbe voluto sciogliere la tensione con una battuta (“alla nostra età…”), ma non ce la fece. — Quando ti giri dall’altra parte nel letto, penso che non ti interessi più. Non solo come donna, ma… in generale. Il timer ticchettava. Lui cercava di ignorare il tempo. — Finito, — disse lei al segnale. — Tocca a te. Fece per regolare il timer, ma la mano tremò. Lo fece lei per lui. — Io sento che quando parliamo di soldi sembra… che io sia un bancomat. Se dico di no a qualcosa, sembra tirchieria, non paura. Lei serrò le labbra, ma non replicò. — Mi importa che tu sappia che ho paura di restare senza sicurezza. Mi ricordo quando negli anni Novanta contavamo ogni soldo. E quando dici “vabbè, che sarà mai”, mi si chiude lo stomaco. Inspirò profondamente. — Vorrei che, quando prevedi grandi spese, ne parlassimo prima. Non che mi metti davanti al fatto compiuto. Non sono contrario agli acquisti, sono contrario alle sorprese. Il timer suonò. Provò sollievo. — Posso rispondere? — chiese lei, senza resistere. — Non è nelle regole, ma non ce la faccio a tacere. Lui si bloccò. — Prego, — disse. — Quando dici “bancomat”, — le tremava la voce, — mi sembra che tu creda che io faccia solo quello, spendere. Ma anche io ho paura. Ho paura di ammalarmi, che tu te ne vada, di restare da sola. E a volte compro qualcosa solo per sentire che abbiamo… ancora un futuro. Che stiamo ancora progettando. Stava per rispondere, ma si fermò in tempo. Rimasero a fissarsi attraverso il tavolino, come se fossero su due confini diversi. — Questo è fuori timer, — disse piano lui. — Lo so, — rispose lei. — Ma non sono un robot. Lui abbozzò un sorriso amaro. — Forse questa tecnica non è per persone in carne e ossa, — borbottò. — È per chi vuole riprovarci, — disse lei. Si accasciò sullo schienale del divano, esausto. — Direi basta per oggi, — propose. Lei guardò timer e poi lui. — Va bene, — acconsentì. — Ma non chiamiamolo fallimento. Solo… una nota a margine. Lui annuì. Lei prese il timer, ma invece di portarlo via lo lasciò vicino al bordo del tavolo, quasi a dire che era pronto per essere ripreso. Quella notte lui fece fatica ad addormentarsi. Lei era al suo fianco, di spalle. Allungò la mano per posarla sulla sua spalla, ma si fermò a pochi centimetri. Continuavano a girargli in testa le sue parole sul sentirsi “una vicina di casa”. Tirò indietro la mano, si girò sulla schiena e fissò il soffitto nel buio. Il terzo incontro fu una settimana dopo, ma iniziò prima, sull’autobus. Andavano in ambulatorio: lui doveva fare l’elettrocardiogramma, lei delle analisi. L’autobus pieno, stavano in piedi aggrappati alla barra. Lei guardava fuori dal finestrino, lui il suo profilo. — Sei arrabbiata? — chiese lui. — No, — rispose. — Sto pensando. — A cosa? — Che stiamo invecchiando, — rispose lei, senza distogliere lo sguardo dalla strada. — E che se ora non impariamo a parlare, poi non avremo più le forze. Avrebbe voluto rispondere di sentirsi ancora in forze, ma non ci riuscì. Si ricordò dell’affanno dell’altra sera facendo le scale. — Ho paura, — disse d’istinto. — Che mi ricoverino e tu venga a trovarmi arrabbiata e in silenzio. Lei si voltò. — Non sarò arrabbiata, — disse. — Sarò preoccupata. Lui annuì. La sera, quando si sedettero sul divano, il timer era già lì. Lei portò due tazze di tè, sedendosi di fronte. — Oggi inizi tu, — propose. — Io ho già parlato sull’autobus. Lui sospirò, girò il disco su “10”. — Io sento che quando tu parli della tua stanchezza io mi sento subito accusato. Anche se non dici niente. E inizio ad auto-difendermi ancora prima che tu finisca. Lei annuì. — Mi importa imparare ad ascoltarti, non solo a giustificarmi. Ma non so come. Da piccolo mi hanno insegnato che se sbagli vieni punito, e quando dici che stai male, dentro di me sento: “sei tu quello sbagliato”. Lo diceva a voce alta per la prima volta. — Vorrei che ci mettessimo d’accordo: quando tu parli delle tue emozioni, non significa che io sono il colpevole. E se ho sbagliato, ditemelo chiaro: “ieri”, “ora”. Il timer ticchettava. Lei lo lasciò parlare. — Finito, — sospirò quando suonò il timer. — Tocca a te. Lei girò il disco. — Io sento… che da tempo vivo in modalità “tenere duro”. Per tutti. I figli, te, i miei, i tuoi. E quando tu entri nel tuo silenzio, mi sembra di dover tirare tutto io, da sola. Lui pensò all’anno scorso, al funerale della madre di lei. In effetti era stato quasi sempre muto. — Mi importa che ogni tanto inizi tu la conversazione. Non aspettare che scoppi io, ma venire e chiedermi come sto, o suggerire di parlarne. Perché se parte sempre da me, mi sento… invadente. Lui annuì. — Vorrei che ci mettessimo d’accordo su due cose. Primo: niente discussioni serie quando uno dei due è già stanco o nervoso. Non al volo, non fra la porta e l’ascensore. Se serve, si sposta il confronto. Lui la scrutava attentamente. — Secondo: non alziamo mai la voce davanti ai figli. So che a volte non mi trattengo, ma non voglio che ci vedano urlare. Il timer suonò, ma lei aggiunse subito: — Fine. Lui sorrise di lato. — Fuori regolamento, — notò. — Ma in vita reale, — rispose lei. Spense il timer. — Sono d’accordo, — disse. — Con entrambi i punti. Lei si rilassò un poco. — E io, — aggiunse lui dopo una pausa, — vorrei aggiungere una regola. Una sola. — Quale? — lei era cauta. — Se non finiamo i dieci minuti, — spiegò lui, — la discussione non si trascina tutta la notte. Si rimanda a giovedì prossimo. Per evitare di tenere aperto il fronte per giorni. Lei ci pensò. — Proviamo, — disse. — Ma se è urgente? — Se scotta, si spegne, — annuì. — Ma non con la benzina. Lei rispose con un mezzo sorriso. — D’accordo, — sancì. Fra un dialogo e l’altro la vita scorreva sempre uguale. La mattina lui si preparava il caffè, lei friggeva l’uovo. A volte lavava i piatti senza farsi chiedere. Lei notava, ma non sempre lo diceva. La sera guardavano insieme le serie TV, litigavano per i personaggi. Lei spesso iniziava a fare paragoni (“ecco, anche noi così…”), ma poi si ricordava la regola e rimandava a giovedì. Un giorno lei era ai fornelli a girare la minestra e sentì lui avvicinarsi e abbracciarla per la vita. Così, senza motivo. — Cos’hai? — domandò lei, senza girarsi. — Niente, — rispose. — Mi sto esercitando. — A cosa? — Alle carezze, — disse lui. — Non solo a orario. Lei sorrise, ma non si scostò. — Metto in conto, — disse. Dopo un mese erano ancora lì, sul divano, col timer tra loro. — Andiamo avanti? — chiese lui. — Tu che dici? — rispose lei. Lui guardò il timer bianco, le sue mani, le ginocchia di sé stesso. — Sì, secondo me sì, — disse. — Non abbiamo ancora imparato. — E non impareremo mai, — scosse le spalle lei. — Non è un esame. È… come lavarsi i denti. Lui ridacchiò. — Romanticismo allo stato puro. — Almeno è chiaro, — ribatté lei. Girò il disco su “10” e lo posò di nuovo. — Oggi senza rigidità, — propose. — Se divaghiamo, torniamo in tema. — Senza esagerare, — lui approvò. Lei inspirò. — Io sento… che mi sento più leggera. Non in tutto, ma come se non fossi più invisibile. Ora cominci tu a chiedere, a parlare. E io ci faccio caso. Lui si fece un po’ rosso. — Mi importa solo che non smettiamo quando le cose vanno meglio. Che non si ricada nelle solite abitudini di tacere fino a scoppiare. Lui annuì. — Vorrei che, fra un anno, potessimo dire: “Siamo più onesti”. Non perfetti, non senza litigi, ma… più sinceri. Il timer ticchettava. Lui ascoltava senza più voglia di scherzare. — Finito, — concluse lei. — Ora tocca a te. Lui prese il timer, lo girò. — Io sento che ora ho più paura. Prima potevo nascondermi nel silenzio. Adesso tocca parlare. E ho paura di dire la cosa sbagliata e ferire. Lei ascoltava, leggermente inclinata in avanti. — Mi importa che tu ricordi che non sono tuo nemico. Se parlo delle mie paure, non è contro di te. È… solo di me. Pause. — Vorrei che tenessimo fede a questa regola. Settimanalmente, con onestà e senza accuse. Anche se ricadremo ogni tanto. Che sia il nostro contratto. Il timer trillò. Lui lo spense prima del secondo segnale. Restarono in silenzio. In cucina il bollitore fece un clic. Dal pianerottolo si sentì ridere dei vicini, uno sbattere di porta d’ingresso. — Sai, — disse lei, — pensavo ci fosse bisogno di una grande rivelazione. Come nei film. Invece… — Invece lavoriamo poco a poco, — completò lui. — Già, — lei annuì. — Un poco ogni settimana. Lui la guardò in viso. Le rughe c’erano ancora, la stanchezza anche. Ma nello sguardo ora c’era altro: forse attenzione. — Andiamo a bere il tè? — propose. — Andiamo, — disse lei. Lei prese il timer e lo portò in cucina. Lo posò vicino alla zuccheriera, senza nasconderlo. Lui versava l’acqua nel bollitore, accendeva il gas. — Giovedì prossimo ho il medico dopo il lavoro, — disse lei, con le mani sul tavolo. — Potrei fare tardi. — Allora spostiamo a venerdì, — rispose. — Non ha senso parlare di cose importanti quando sei già stanca. Lei lo guardò e sorrise. — Va bene. Lui aprì la credenza, prese due tazze e le mise sul tavolo. Il bollitore cominciò a gorgogliare. — Dove metto il sale? — chiese lui all’improvviso, ricordando il primo dialogo. Lei si voltò, vide il barattolo nella mano di lui. — Dove lo cerco io, — disse d’istinto, poi aggiunse: — Secondo ripiano, a sinistra. Lui posò il barattolo dov’era stato indicato. — Ricevuto, — rispose. Lei si avvicinò e gli sfiorò la spalla. — Grazie di aver chiesto, — disse piano. Lui annuì. Il bollitore accelerava. Il timer silenzioso sul tavolo, in attesa del prossimo giovedì.