Ho settantanni ormai. Tutta la mia vita è stata scandita dalla routine, come una vecchia canzone che suona sempre uguale. Per quarantadue anni ho lavorato in banca a Milano: stesso ufficio, stessa scrivania, stessa sedia. Alla fine sono andato in pensione. Non mi sono mai sposato, né ho avuto figli. Vivo ancora da solo nello stesso appartamento che avevo affittato quando avevo ventinove anni, allombra dei Navigli.
La gente mi chiedeva spesso:
Quando ti sposi, Giuseppe?
Non ti senti solo, a stare sempre da solo?
Che farai quando sarai anziano?
A queste domande rispondevo sempre nello stesso modo:
Un giorno, quando troverò la persona giusta.
Quando avrò più tempo.
Quando avrò messo da parte qualche euro in più.
Sì, sì… quando…
Sempre quel quando.
Quando mi sono ritirato dal lavoro, mi sono detto: adesso viaggio, imparo qualcosa di nuovo, comincio a vivere davvero. Ma i giorni scorrevano tutti uguali: sveglia, colazione, il Corriere, un salto al mercato del quartiere, ritorno a casa, un po di televisione, poi a letto.
Tre mesi fa ho avuto un piccolo problema di salute. Nulla di grave, per fortuna, ma il medico mi ha detto:
Va tutto bene, Giuseppe, ma ha settantanni. Si prenda cura di sé. Esca a camminare di più, viva un po di più.
Uscire… e dove?
Con chi?
La settimana scorsa mentre camminavo vicino ai Giardini Pubblici, a pochi passi da casa mia, mi sono fermato davanti al parco. Non ci ero mai entrato prima, solo passato davanti. Ho visto un uomo, più o meno della mia età, intento a dipingere su una tela appoggiata a un cavalletto. Mi sono avvicinato per curiosità.
Disegnava gli alberi, il laghetto, le anatre. Non era perfetto, ma cera bellezza in quei colori imperfetti.
Le piace? mi chiese senza staccare gli occhi dal quadro.
Molto, dipinge bene, risposi.
Non sono bravo, rispose ridendo. Sto imparando da circa un anno. Ma mi piace. Mi fa sentire vivo.
Ha iniziato a dipingere a questa età? chiesi, sorpreso.
A settantuno, rispose. Una vita passata a dire mi piacerebbe disegnare. Poi un giorno mi sono chiesto: perché non adesso? Ho già perso settantun anni dietro a un un giorno. Non sprecherò quelli che mi rimangono.
Ho pensato a quelle parole tutta la settimana.
Ieri mattina mi sono guardato allo specchio: un uomo di settantanni che aveva aspettato quarantanni per vivere, aspettando il momento giusto, la compagnia giusta, chissà che cosa.
Così ieri sono andato in un piccolo negozio in via Torino e ho comprato una chitarra. Avevo sempre sognato di suonare, ma rimandavo sempre con il solito un giorno. Mi sono anche iscritto a un corso di cucina tipica italiana: da giovane sognavo di viaggiare in Sicilia, ma poi pensavo: Che senso ha andare da solo?
Ma ieri, per la prima volta, ho comprato anche un biglietto del treno per Palermo: tra quattro mesi, solo andata. Andrò da solo. E va benissimo così.
Questo pomeriggio ho dedicato unora a pizzicare la chitarra. Un disastro. Le dita non mi seguono come vorrei. Eppure ridevo da solo nel mio appartamento per quei suoni stonati.
Improvvisamente ho capito qualcosa: per settantanni ho aspettato il permesso o le condizioni ideali per iniziare a vivere; ho aspettato la persona perfetta, il momento perfetto, le situazioni perfette.
Ma nessuno verrà a bussare alla mia porta per dirmi: Adesso puoi essere felice.
Ho settantanni. Forse vivrò altri dieci anni, forse venti, forse meno. Ma questi anni li voglio vivere sul serio. Suonerò la chitarra male, parlerò un dialetto siciliano improbabile, dipingerò quadri brutti, viaggerò da solo e magari mi perderò tra i vicoli di Palermo.
Ed è proprio questo che sarà meraviglioso.
Perché alla fine non voglio ricordare tutte le cose che non ho fatto, aspettando il momento perfetto. Voglio ricordare di aver provato. Di aver vissuto. Di essere stato felice a modo mio.
Non serve compagnia per iniziare a vivere.
Non bisogna essere giovani.
Non bisogna essere bravi per divertirsi.
Bisogna solo decidere che oggi è il giorno.







