Quando la chiave scattò nella serratura, il cuore gli balzò in gola e l’anima corse incontro a lei… 🤔 — Quante volte ti devo ripetere?! Fai sempre errori stupidi! Ma guarda qua! Che roba è questa? — Alice Edoardovna piantò il dito sul report mensile con una tale forza che rischiò di rovinarsi la manicure appena fatta. — Vai! Rifallo! E comunque, se non ce la fai, licenziati! — La capa, pur essendo una donna curata e attraente, quando si arrabbiava sembrava un demonio. Lisa uscì dall’ufficio senza fiatare. Mancava appena più di un’ora alla fine della giornata. Doveva farcela. Anche se il premio ormai l’aveva già perso. Sembrava una vera e propria sfilza di sfortune. Una settimana fa aveva chiamato sua madre, che come spesso capitava, l’aveva accolta con un litigio per futili motivi, accusandola di ogni male e buttandole il telefono in faccia. E a questo non riusciva proprio ad abituarsi, ci stava sempre male. Ora temeva persino di chiamarla di nuovo. Due giorni prima aveva perso la carta bancomat, l’aveva dovuta bloccare e ordinare una nuova. E ieri, l’unico essere vivente che le restava, Penelope (Fenyka per gli amici), la sua gatta tricolore di un anno, era caduta dal terzo piano mentre inseguiva un uccellino sul balcone. Lisa aveva visto la micia rialzarsi dalla siepe un po’ ammaccata e andarsene tranquilla. Ma, una volta scesa in cortile, non era più riuscita a trovarla. Era passato quasi un giorno e Penelope non rispondeva ai richiami, né si faceva vedere. A stento, consegnò quel maledetto report e si avviò verso casa, senza neanche fermarsi al supermercato. Sul divano, scoppiò in un pianto senza freni. Ma anche dopo mezz’ora di lacrime, non si sentiva meglio. Anzi, pensieri sempre più neri le si annidavano nella mente. Per chi vivere? Non serviva a nessuno, nemmeno a sua madre. Famiglia non ne aveva. La gatta era sparita. E preso una decisione estrema, si sentì quasi sollevata. “Che si arrangino pure dopo, sarà troppo tardi” — pensava con un groppo alla gola. Sentiva quasi gioia all’idea di non dover più andare al lavoro, di non dover chiedere scusa a sua madre per cose che non aveva fatto. La colpì un’allegria improvvisa e incontenibile. Ma, proprio all’ultimo passo, squillò il telefono. Numero sconosciuto. Non voleva rispondere, ma le balenò in mente: e se fosse l’ultima voce umana che avrebbe sentito nella sua vita? — Pronto… — Dall’altra parte silenzio. — Se ha chiamato, almeno parli… — la irritava quel silenzio. — Buonasera… — Una voce maschile, profonda, finalmente uscì dal telefono. — Per favore, non chiuda… — Chi è? Cosa vuole? — Lisa aveva fretta, ma l’interrompevano da quello che considerava ormai questione di vita o di morte. — Volevo solo sentire una voce… Sono una settimana che non parlo con nessuno. Ho pensato: se non mi risponde nessuno, è finita… — sospirò lui, disperato. — Com’è possibile? Non può uscire a fare una passeggiata in un parco? È semplice… — Lisa si era arrampicata con le gambe sul davanzale. — Non posso. Abito al quinto piano. Una settimana fa se n’è andata mia moglie… — La voce si spense. — Anch’io sarei scappata! Ma che uomo sei?! — Non capiva i problemi del ragazzo. — Sono su una sedia a rotelle. Da meno di un anno. Cinque piani senza ascensore, non me la sento. — Ora la voce era più sicura. — Ma… non hai le gambe? — domandò Lisa, terrorizzata, poi si pentì. Ma ormai le parole erano uscite. — No… una lesione alla spina dorsale. Non posso più camminare. — Le sembrò di sentirlo sospirare e sorridere. Rimasero al telefono più di mezz’ora. Lisa si fece dare l’indirizzo, e dopo un’ora, suonava a quella porta con due sacchetti pieni di spesa. Le aprì un ragazzo giovane, bello. Ma in sedia a rotelle. — Sono Lisa! — Solo allora realizzò di non conoscere neppure il suo nome. — Arsenio! — Sorrise con uno slancio tale che sembrava l’avesse aspettata da sempre. Abitavano non così lontani. Lisa andava a trovarlo ogni giorno. Le sue disgrazie, confronto ai problemi di Arsenio, sembravano sciocchezze. Sciocchezze che quasi le avevano tolto la voglia di vivere. Il suo carattere stava cambiando. Si prendeva cura di lui, diventando più forte, decisa, tenace. Quasi per magia, si ritrovò anche la gatta Penelope: semplicemente era seduta sullo zerbino ad aspettare Lisa al suo ritorno. La capa, come sempre, tentò di scaricarsi su di lei la mattina dopo. Ma Lisa stavolta non ci stette: — Alice Edoardovna, che diritto ha di urlare e umiliarmi? Non posso lavorare in questo clima. Se mi viene un attacco di emicrania, prendo malattia, e poi dove le trova una sostituta? — le colleghe trattennero a stento le risate. La capa girò i tacchi e se ne andò, muta. Sua madre chiamò, non resistendo al lungo silenzio: — Pronto, figlia! Come mai non chiami, non parli? Non ti importa di tua madre? Sei senza cuore! Ingrata! Elisabetta, mi ascolti o no? — Ora urlava. — Ciao mamma. Non voglio più parlarti se usi questo tono. — Lisa rispose calma, pacata. — Come osi!? Metto giù! — la madre ormai in piena crisi. — Fa’ pure… — disse Lisa, pacifica. Dopo due giorni la madre richiamò. Chiedere scusa non era nel suo stile, ma almeno si mantenne garbata. Un mese dopo, Lisa si trasferì da Arsenio, affittando il suo appartamento. L’amicizia si trasformò presto in qualcosa di più: tenerezza, fiducia, gratitudine. Forse era proprio questo l’amore. Lisa, con i soldi dell’affitto, assunse un fisioterapista per Arsenio e lo iscrisse in piscina nei weekend. E miracolosamente, la sensibilità cominciò a tornare: Arsenio riusciva già a muovere le dita dei piedi. Lisa ricevette la notizia che la mamma stava male. Chiese due giorni di permesso e partì per assisterla. Arsenio la aspettava con ansia, come un cagnolino fedele, steso sul divano giorno e notte. Era febbraio. Quella sera c’era una bufera di neve pazzesca. Lui sapeva a che ora sarebbe arrivato il pullman, calcolava minuti per minuti: quanto per il tragitto, quanto per salire in casa. Tutti i tempi passarono, ma di Lisa nemmeno l’ombra. Arsenio si mise vicino alla finestra, in carrozzina. Fuori si vedeva solo un muro bianco di neve. Il telefono era irraggiungibile da ore. Passò un’ora, due, tre… Quando finalmente la chiave scattò nella serratura, il suo cuore quasi uscì dal petto e l’anima gli corse incontro. — Arsenio, il pullman è rimasto bloccato nella neve, abbiamo dovuto aspettare i soccorsi… Il cellulare era scarico. — urlò lei dall’ingresso, togliendosi il cappotto. — Arsenio! — corse in sala e rimase immobile. Lui era in piedi, a due passi dalla carrozzina, e sorrideva.

Quando la chiave gira nella serratura, il suo cuore prende a martellare furiosamente, e sente lanima volare incontro a chi sta per entrare

Quante volte devo ripetertelo?! Hai commesso errori davvero banali! Guarda qua! Cos’è questo?! Alessia Edoarda punta il suo unghione curato sul report mensile, rischiando quasi di spezzarlo.
Vai, rifai tutto da capo! E, anzi se non riesci, licenziati pure! La direttrice, solitamente elegante e attraente, quando si arrabbia sembra trasformarsi in una strega.

Elisabetta esce senza dire una parola dallufficio. Manca poco più di un’ora al termine della giornata lavorativa. Deve farcela, nonostante ormai sia sicura che il bonus le sia già stato tolto.
È da tempo un susseguirsi di disgrazie. Giusto una settimana fa aveva chiamato sua madre. Come spesso capita, la trova di malumore: le fa una scenata ingiustificata, accusandola di ogni errore possibile e chiudendo bruscamente la chiamata. Elisabetta non si abitua a tutto questo, le pesa, ora ha quasi paura di chiamare di nuovo.
Due giorni fa ha perso la sua carta di credito: ha dovuto bloccarla e ordinarne una nuova.
E, come se non bastasse, ieri lunica anima viva che le sta vicino Minerva, giovane gatta tricolore si è lanciata dal balcone dietro a un uccellino ed è precipitata dal terzo piano. Lha vista rialzarsi subito dalla terra del giardino, scuotersi e allontanarsi. Ma, scesa di corsa, la micia era già sparita. È passato quasi un giorno e Minerva non risponde e di lei nessuna traccia.

Con fatica consegna il maledetto report e si dirige a casa. Neanche lo stomaco la spinge a entrare al supermercato.
Appena a casa, si sdraia sul divano e piange. Un pianto silenzioso e amaro. Dopo mezzora le lacrime finiscono, ma non si sente per nulla sollevata. I pensieri cupi si insinuano come serpenti: Per chi vivo? Non servo a mamma, non ho una famiglia. Perfino la mia gatta è sparita. E, paradossalmente, questa decisione improvvisa la fa sentire levissima.
Che si arrangino, dopo! pensa amaramente. Sarà troppo tardi.
Le sembra liberatorio lidea di non dover affrontare unaltra giornata in quellufficio, di non doversi più mortificare al telefono con la madre, di non dover chiedere scusa per colpe mai commesse. Un senso di leggerezza la invade.

Quando ormai manca davvero solo un attimo, il telefono squilla. Numero sconosciuto. Vorrebbe non rispondere, ma si chiede: e se fosse lultima voce umana che sento nella vita?
Pronto… non risponde nessuno allaltro capo. Perché chiamate se poi non parlate? si irrita.
Buonasera… una voce maschile bassa attraversa il telefono. La prego, non chiuda.
Chi è lei? Cosa vuole? Elisabetta è impaziente, distratta da pensieri che le sembrano ormai risolutivi.
Volevo solo ascoltare la voce di qualcuno… Da una settimana non parlo con anima viva. Ho pensato: se nessuno mi risponde, basta, allora… respira affannato.
Come sarebbe a dire? Non può parlare con nessuno? Esca, si faccia una passeggiata nei giardini pubblici. È facile! Elisabetta si rannicchia sul davanzale largo della finestra.
Non posso. Vivo al quinto piano. Una settimana fa mia moglie mi ha lasciato… la voce si spegne.
Anchio sarei scappata! Sei uomo o no?! la ragazza non capisce davvero cosa ci sia di così difficile.
Sono in sedia a rotelle. Da meno di un anno. Ho paura, cinque piani senza ascensore non riesco a farli. la voce ora è più decisa.
Non hai le gambe?! domanda Elisabetta, scioccata. Poi si rende conto della gaffe, ma ormai la frase è partita.
No, sai… Lesione spinale. Non posso camminare. sembra che, nonostante tutto, lui sorrida.
Continuano a parlare ancora mezzora buona. Elisabetta si segna lindirizzo. Dopo appena unora si trova davanti alla sua porta, con due buste della spesa enormi.

Ad aprire è un giovane, davvero bello, sulla sedia a rotelle.
Piacere, sono Elisabetta, solo adesso si rende conto che nemmeno il suo nome sapeva.
Marcello! lui le sorride così luminoso e sincero come se lavesse aspettata da sempre.
Scoprono che abitano piuttosto vicini. Elisabetta inizia a passare da lui ogni giorno. Presto capisce che, in confronto alle sue difficoltà, le proprie sono quisquilie. Piccolezze, eppure lei si era arresa. Il carattere della ragazza cambia: ora si prende cura di lui, si scopre più forte, decisa, testarda.
Poi, come per magia, anche Minerva torna: la trova seduta sullo zerbino, ad aspettarla.

La direttrice, come al solito, la assale la mattina dopo. Stavolta Elisabetta la interrompe:
Signora Alessia, con che diritto crede di gridare e umiliarmi? Non posso lavorare in questa atmosfera. Se ora mi viene lemicrania, vado in malattia. Come farà con tutto il lavoro? Le colleghe dietro la ascoltano e scoppiano a ridere. La capa se ne va senza dire niente.

Mamma chiama, rompendo finalmente due settimane di silenzio:
Elisabetta, perché non chiami? Non ti importa di tua madre? Quanto sei fredda! Sei ingrata! Elisabetta, con chi credi di parlare? grida ormai isterica.
Ciao mamma. Non voglio più parlare con te a questi toni. Elisabetta mantiene un tono calmo e pacato.
Ma come ti permetti!? Metto giù! urla la madre.
Fai pure… risponde senza emozione la figlia.
Due giorni dopo, mamma richiama. Niente scuse non è da lei ma il tono è finalmente civile.

Dopo un mese, la ragazza si trasferisce da Marcello. Affitta il suo appartamento.
La loro amicizia si trasforma: tenerezza, fiducia, gratitudine. Forse è proprio linizio dellamore.
Con i soldi dellaffitto, Elisabetta paga un fisioterapista, iscrive Marcello alla piscina la domenica. E, con grande gioia di entrambi, la sensibilità nelle gambe di Marcello lentamente torna: può già muovere le dita dei piedi.

Si ammala la mamma di Elisabetta. Lei ottiene due giorni di permesso e corre a trovarla.
Marcello aspetta, si sente solo come un cane fedele: passa intere giornate disteso sul divano a controllare lorologio.
È febbraio. Quel giorno fuori infuria una bufera. Lui conosce lorario dellautobus, ha calcolato tutti i tempi, ma Elisabetta tarda. Si mette davanti alla finestra con la carrozzina.
Fuori non si vede niente, solo vento e neve. Il telefono è staccato da ore. Passa così unora, poi due, poi tre
Quando la chiave ruota nella serratura, il cuore di Marcello quasi esce dal petto e lanima gli corre incontro.

Marcellino, l’autobus ha sbandato a causa della neve, abbiamo aspettato i soccorsi Il cellulare era scarico, non ho potuto avvisarti! urla lei togliendosi il cappotto nellingresso. Marcello! entra in salotto e si blocca.
Lui è in piedi, a due passi dalla sua sedia. E sorride.

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Quando la chiave scattò nella serratura, il cuore gli balzò in gola e l’anima corse incontro a lei… 🤔 — Quante volte ti devo ripetere?! Fai sempre errori stupidi! Ma guarda qua! Che roba è questa? — Alice Edoardovna piantò il dito sul report mensile con una tale forza che rischiò di rovinarsi la manicure appena fatta. — Vai! Rifallo! E comunque, se non ce la fai, licenziati! — La capa, pur essendo una donna curata e attraente, quando si arrabbiava sembrava un demonio. Lisa uscì dall’ufficio senza fiatare. Mancava appena più di un’ora alla fine della giornata. Doveva farcela. Anche se il premio ormai l’aveva già perso. Sembrava una vera e propria sfilza di sfortune. Una settimana fa aveva chiamato sua madre, che come spesso capitava, l’aveva accolta con un litigio per futili motivi, accusandola di ogni male e buttandole il telefono in faccia. E a questo non riusciva proprio ad abituarsi, ci stava sempre male. Ora temeva persino di chiamarla di nuovo. Due giorni prima aveva perso la carta bancomat, l’aveva dovuta bloccare e ordinare una nuova. E ieri, l’unico essere vivente che le restava, Penelope (Fenyka per gli amici), la sua gatta tricolore di un anno, era caduta dal terzo piano mentre inseguiva un uccellino sul balcone. Lisa aveva visto la micia rialzarsi dalla siepe un po’ ammaccata e andarsene tranquilla. Ma, una volta scesa in cortile, non era più riuscita a trovarla. Era passato quasi un giorno e Penelope non rispondeva ai richiami, né si faceva vedere. A stento, consegnò quel maledetto report e si avviò verso casa, senza neanche fermarsi al supermercato. Sul divano, scoppiò in un pianto senza freni. Ma anche dopo mezz’ora di lacrime, non si sentiva meglio. Anzi, pensieri sempre più neri le si annidavano nella mente. Per chi vivere? Non serviva a nessuno, nemmeno a sua madre. Famiglia non ne aveva. La gatta era sparita. E preso una decisione estrema, si sentì quasi sollevata. “Che si arrangino pure dopo, sarà troppo tardi” — pensava con un groppo alla gola. Sentiva quasi gioia all’idea di non dover più andare al lavoro, di non dover chiedere scusa a sua madre per cose che non aveva fatto. La colpì un’allegria improvvisa e incontenibile. Ma, proprio all’ultimo passo, squillò il telefono. Numero sconosciuto. Non voleva rispondere, ma le balenò in mente: e se fosse l’ultima voce umana che avrebbe sentito nella sua vita? — Pronto… — Dall’altra parte silenzio. — Se ha chiamato, almeno parli… — la irritava quel silenzio. — Buonasera… — Una voce maschile, profonda, finalmente uscì dal telefono. — Per favore, non chiuda… — Chi è? Cosa vuole? — Lisa aveva fretta, ma l’interrompevano da quello che considerava ormai questione di vita o di morte. — Volevo solo sentire una voce… Sono una settimana che non parlo con nessuno. Ho pensato: se non mi risponde nessuno, è finita… — sospirò lui, disperato. — Com’è possibile? Non può uscire a fare una passeggiata in un parco? È semplice… — Lisa si era arrampicata con le gambe sul davanzale. — Non posso. Abito al quinto piano. Una settimana fa se n’è andata mia moglie… — La voce si spense. — Anch’io sarei scappata! Ma che uomo sei?! — Non capiva i problemi del ragazzo. — Sono su una sedia a rotelle. Da meno di un anno. Cinque piani senza ascensore, non me la sento. — Ora la voce era più sicura. — Ma… non hai le gambe? — domandò Lisa, terrorizzata, poi si pentì. Ma ormai le parole erano uscite. — No… una lesione alla spina dorsale. Non posso più camminare. — Le sembrò di sentirlo sospirare e sorridere. Rimasero al telefono più di mezz’ora. Lisa si fece dare l’indirizzo, e dopo un’ora, suonava a quella porta con due sacchetti pieni di spesa. Le aprì un ragazzo giovane, bello. Ma in sedia a rotelle. — Sono Lisa! — Solo allora realizzò di non conoscere neppure il suo nome. — Arsenio! — Sorrise con uno slancio tale che sembrava l’avesse aspettata da sempre. Abitavano non così lontani. Lisa andava a trovarlo ogni giorno. Le sue disgrazie, confronto ai problemi di Arsenio, sembravano sciocchezze. Sciocchezze che quasi le avevano tolto la voglia di vivere. Il suo carattere stava cambiando. Si prendeva cura di lui, diventando più forte, decisa, tenace. Quasi per magia, si ritrovò anche la gatta Penelope: semplicemente era seduta sullo zerbino ad aspettare Lisa al suo ritorno. La capa, come sempre, tentò di scaricarsi su di lei la mattina dopo. Ma Lisa stavolta non ci stette: — Alice Edoardovna, che diritto ha di urlare e umiliarmi? Non posso lavorare in questo clima. Se mi viene un attacco di emicrania, prendo malattia, e poi dove le trova una sostituta? — le colleghe trattennero a stento le risate. La capa girò i tacchi e se ne andò, muta. Sua madre chiamò, non resistendo al lungo silenzio: — Pronto, figlia! Come mai non chiami, non parli? Non ti importa di tua madre? Sei senza cuore! Ingrata! Elisabetta, mi ascolti o no? — Ora urlava. — Ciao mamma. Non voglio più parlarti se usi questo tono. — Lisa rispose calma, pacata. — Come osi!? Metto giù! — la madre ormai in piena crisi. — Fa’ pure… — disse Lisa, pacifica. Dopo due giorni la madre richiamò. Chiedere scusa non era nel suo stile, ma almeno si mantenne garbata. Un mese dopo, Lisa si trasferì da Arsenio, affittando il suo appartamento. L’amicizia si trasformò presto in qualcosa di più: tenerezza, fiducia, gratitudine. Forse era proprio questo l’amore. Lisa, con i soldi dell’affitto, assunse un fisioterapista per Arsenio e lo iscrisse in piscina nei weekend. E miracolosamente, la sensibilità cominciò a tornare: Arsenio riusciva già a muovere le dita dei piedi. Lisa ricevette la notizia che la mamma stava male. Chiese due giorni di permesso e partì per assisterla. Arsenio la aspettava con ansia, come un cagnolino fedele, steso sul divano giorno e notte. Era febbraio. Quella sera c’era una bufera di neve pazzesca. Lui sapeva a che ora sarebbe arrivato il pullman, calcolava minuti per minuti: quanto per il tragitto, quanto per salire in casa. Tutti i tempi passarono, ma di Lisa nemmeno l’ombra. Arsenio si mise vicino alla finestra, in carrozzina. Fuori si vedeva solo un muro bianco di neve. Il telefono era irraggiungibile da ore. Passò un’ora, due, tre… Quando finalmente la chiave scattò nella serratura, il suo cuore quasi uscì dal petto e l’anima gli corse incontro. — Arsenio, il pullman è rimasto bloccato nella neve, abbiamo dovuto aspettare i soccorsi… Il cellulare era scarico. — urlò lei dall’ingresso, togliendosi il cappotto. — Arsenio! — corse in sala e rimase immobile. Lui era in piedi, a due passi dalla carrozzina, e sorrideva.
Mi ha lasciata mentre ero incinta per un’altra donna… Ed è allora che la mia vera vita è cominciata