Diario di Elena, 16 marzo Milano
«Torna subito a casa!» ha urlato quasi mio marito. «O forse non ti interessa tua figlia? Sono stufo di restare con lei!»
Ho alzato il bicchiere di prosecco, sorridendo a Chiara. La sua festa di compleanno era perfettauna ventina di amici, chiacchiere, risate continue, e finalmente, dopo mesi, mi sentivo di nuovo solo una donna e non solo la mamma di Martina, che ha compiuto un anno.
«Alla tua felicità!» ho scherzato, proprio quando il cellulare ha squillato rumorosamente.
«Elena, dove sei?» La voce di Davide era nervosa. «Martina urla da più di unora!»
«Te lavevo detto che sarei tornata tardi. Chiara fa gli anni una sola volta allanno. Avevamo accordi»
«Avevi promesso due ore! Sono già passate tre!»
Mi sono allontanata dal tavolo per non disturbare nessuno.
«Dai la sua acqua. Magari ha caldo.»
«Ho provato di tutto! Martina sta male, vuole sua madre!»
«Davide, stai tranquillo. Controlla se il pannolino la infastidisce. Arrivo tra unoretta.»
«No! Vieni subito! O non ti importa di tua figlia?»
«Ok, arriverò dieci minuti prima.»
«Elena, tu» chiamata interrotta.
Ho fatto ritorno al tavolo, il sorriso spezzato. Le mie amiche mi hanno guardata con preoccupazione.
«Che succede?» ha chiesto dolcemente Chiara.
«Martina piange e Davide non riesce a calmarla. Secondo lui è ammalata.»
«Ah, sono uomini!» ha commentato Silvia. «Il mio Marco allinizio pensava di spezzarla solo toccandola.»
«Mio marito ancora non sa perché nostra figlia pianga!» ha riso Laura. «Mi chiama per ogni sciocchezza.»
«Ragazze, forse è meglio se vado» ho titubato.
«Sono tre mesi che non esci!» Chiara ha detto decisa. «Può aspettare unora. Deve imparare a fare il papà.»
Stavo rientrando nella conversazione quando Davide è entrato trafelato nel bar, tenendo una Martina che singhiozzava.
«Eccola qui!» ha sbraitato. «La madre dellanno! Mentre tua figlia muore, tu ti diverti!»
Il silenzio era totale. Tutti si sono voltati a guardare. Io sono arrossita.
«Davide, cosa fai?» ho sussurrato.
«Quello che avrei dovuto fare unora fa! Porto la nostra figlia moribonda dalla madre irresponsabile!»
«Basta scenate,» ha ribattuto Chiara, alzandosi. «Non è degno, e Martina è figlia tua quanto di Elena.»
«Non ti impicciare!» ha sibilato Davide. «Sei tu che hai spinto Elena a staccarsi dalla bambina. Guardala!»
Un signore anziano al tavolo accanto ha commentato: «Giovanotto, moderati. La gente vuole mangiare.»
«Non sono affari vostri!» ha gridato Davide. «Mia moglie ha abbandonato la figlia malata!»
«Davide, ti prego,» mi sono alzata, prendendo in braccio Martina che si è calmata subito.
«Chiara, scusa, ma devo andare.»
«Certo!» ha ribattuto Davide con cattiveria. «Finalmente la madre si ricorda del suo dovere!»
«Non chiedere scusa,» Chiara mi ha abbracciata. «Non hai colpa.»
«Vai allinferno!» ha urlato Silvia. «Un uomo normale non fa così!»
Voleva controbattere, ma il gestore del locale si è avvicinato deciso.
«Mi dispiace, dobbiamo chiedervi di andare via. State disturbando gli altri.»
A casa ho spogliato Martina e ho trovato unetichetta sul colletto che le aveva arrossato la pelle.
«Ecco la malattia,» ho mostrato a mio marito. «Era solo letichetta.»
«Come facevo a saperlo?» ha detto sedendosi sul divano.
«Come? Spogliandola e guardando!»
«Senti, non sono una tata. Queste sono cose da donne.»
Mi sono voltata verso di lui.
«Cosa hai detto?»
«Ho detto quello che penso. Io lavoro, mantengo la famiglia. I bambini sono affar tuo.»
«Davide, mi hai umiliata davanti a tutti per unetichetta!»
«Almeno ora hai capito che una madre deve stare a casa, non al bar con le amiche.»
«Davide, lavoro da casa, gestisco tre progetti, curo la bambina, cucino, pulisco Quando dovrei riposarmi?»
«Riposarti?» ha sbuffato Davide. «Stare a casa con una figlia è riposo. Prova a stare dieci ore in ufficio!»
«Prova a non dormire per una notte con una bimba che piange!» ho risposto esasperata.
«Ma dài, che ci vuole? La nutri, cambi il pannolino»
«Appunto! Che ci vuole? Eppure non sei riuscito a vedere letichetta.»
Davide ha afferrato le chiavi.
«Basta, sono stufo. Vado da Matteo, almeno mi rilasso.»
«Vai pure,» ho detto piano. «Come sempre.»
Ho guardato la porta chiudersi, tenendo Martina tra le braccia calma. In fretta ho preparato una borsa con le cose della piccola, lho vestita e siamo uscite.
Mezzora dopo ero davanti alla porta di mia suocera, con trolley e passeggino.
«Elena?» ha domandato sorpresa la signora Anna. «Che succede?»
«Sto lasciando Davide. Possiamo stare qui qualche giorno?»
«Certamente, entra. Raccontami cosha combinato quella testa calda stavolta.»
«Ha fatto scenate al bar davanti a tutti,» mi sono seduta sul divano, cullando Martina. «Gridava che ero una madre orribile, che nostra figlia stava morendo E invece era solo letichetta. Non ha nemmeno guardato davvero.»
«Madonna santa, che vergogna,» ha scosso la testa Anna. «Poi?»
«Poi mi ha detto che i figli sono faccenda di donne. Che lui non è una tata.»
«Ho capito,» Anna ha detto secca. «Martina non è figlia sua, quindi?»
«Esatto. E ciò che mi manda in bestia è che lui considera stare a casa una vacanza.»
«Sono stata cretina,» si è lamentata. «Lho viziato troppo. Pensavo che la famiglia lavrebbe cambiato, invece no.»
Il giorno dopo Davide arrivò arrabbiato.
«Mamma, dovè mia moglie? Deve tornare a casa!»
«Non va da nessuna parte,» Anna rispose tranquilla. «Ma tu spiegami perché hai fatto il pagliaccio al bar?»
«Pagliaccio? Difendevo mia figlia!»
«Da unetichetta?» chiese fredda la madre. «Elena mi ha raccontato tutto.»
«Non crederle! Esagera!» Davide passeggiava nervoso. «Cacciala da qui, deve tornare a casa!»
«Davide, siediti,» disse Anna severa. «Parliamo da persone serie.»
«Di che? La moglie deve stare a casa!»
«Elena ha più diritto di vivere in quellappartamento come madre di mia nipote. Tu mi hai delusa.»
«Mamma, sono io che porto i soldi!»
«Elena lavora anche lei, da casa, online, e intanto cresce la bambina e gestisce tutto. Tu cosa fai?»
«Mantengo la famiglia!»
«Allora fallo in silenzio! Ricordi quanto era dura per me, dopo la morte di tuo padre? Crescerti da sola mi sembrava impossibile.»
«Ma non è uguale. Io ho un lavoro stressante»
«E il suo è facile?» sarcasmo nella voce della madre. «Davide, quandè lultima volta che ti sei alzato tu la notte con Martina?»
«Perché dovrei? Lei ha il latte!»
«Quando hai giocato con tua figlia? Lhai portata al parco? Lhai lavata?»
Davide tacevanon aveva risposta.
«Mamma, io mi stanco!»
«Anche Elena! Ma non fa scenate pubbliche!»
Gli occhi di Davide accesero rabbia.
«Troverò unaltra donna! Così lei starà sola con la bambina!»
«Prova pure,» replicò Anna pacata. «Ma prima paga il mantenimento. Ci penso io.»
«Mamma, ma tu di chi sei madre?»
«Di un uomo che dovrebbe prendersi le sue responsabilità. Ma adesso vedo solo un egoista infantile.»
Un mese dopo il divorzio fu ufficiale. Davide esultavalibero! Invitò persino una nuova collega, Stefania, bionda dellufficio accanto.
«Davide, che bello il tuo appartamento!» esclamò ammirata.
«Aspetta che lo rinnovo! Niente più palla al piede, ora penso a me stesso!»
«La tua ex?» domandò Stefania.
«Vivrà da mia madre con la bimba. Che ci pensi lei.»
«E lassegno?»
«Quale assegno?» Davide sorvolò. «Mia madre sta bene, non moriranno certo di fame.»
Seduti in cucina, la porta si aprì con la chiave. Entrarono Anna e dietro Elena con Martina.
«Che ci fa qui?» Davide domandò preoccupato, vedendo Elena con la figlia.
«Riporto casa ai legittimi proprietari,» dichiarò Anna. «Lappartamento è di mia nipote Martina. E tu, ragazza, sei libera di andartene.»
«Mamma, cosa fai?» Davide gridò.
«Quello che avrei dovuto fare prima. Prepara le valigie, vieni a stare da me.»
«Cosa sta succedendo?» chiese spaesata Stefania.
«Niente,» rispose Anna fredda. «Mio figlio ha dimenticato che lappartamento è stato intestato alla nipote sei mesi fa. Lavevo previsto.»
«Mamma, non puoi!» supplicò Davide.
«Eccome. Elena, accontentati pure.»
Stefania afferrò la borsa e scappò senza salutare.
«Stefi, aspetta!» urlò Davide, ma la porta si era già chiusa.
Due anni dopo Davide si rese conto che gli amici lo evitavano, stufi delle sue lamentele. Sua madre parlava fredda e vietava categoricamente di portare una nuova donna in casa.
Compose il numero di Elena.
«Lenuccia, parliamo. Magari torniamo insieme?»
«Non cè più niente da tornare, Davide. Sono già a casa.»
«Ma siamo una famiglia! Martina ha bisogno di suo papà!»
«Puoi essere padre anche dopo il divorzio. Nessuno ti vieta di vederla.»
«Posso aiutare con la cameretta?»
«Grazie, è già fatto. Mi ha aiutato Lorenzo.»
«Cosa? Chi è Lorenzo?» domandò rigido.
«Un collega. Una brava persona. Mi ha invitata al bar domani.»
«Vai?»
«Credo di sì. È ora di cominciare a vivere senza di te.»
«Chi è questo tizio? Un altro qualsiasi?»
«No. Mi aiuta da tre mesi. Gioca con Martina, fa la spesa quando sono malata.»
«Ti dà i soldi?» chiese acido Davide.
«No, lo fa perché gli va. Senza scenate né rimproveri.»
Davide fissava il soffitto. Tutto era crollato per colpa di una stupida etichetta. No, per non aver saputo spogliare e guardare sua figlia.
Squillò il telefono. Era Elena.
«Davide, non sapevo se dirtelo, ma dovresti sapere. Lorenzo mi ha chiesto di sposarlo.»
«Cosa?!» Davide urlò. «E tu cosa hai risposto?»
«Ci penserò. Ma non fa scenate, ama stare con Martina. Non ho deciso, ma»
«Lenuccia, aspetta Non puoi! Siamo stati insieme cinque anni!»
«E allora? Quei cinque anni ti danno il diritto di urlarmi contro davanti a tutti?»
«Non volevo! Mi fai impazzire quando ti credi sempre nel giusto!»
«Vedi? Nemmeno ora sai parlare normalmente.»
«Elena, riproviamoci ancora!»
«No, Davide. Lorenzo mi ha fatto vedere come dovrebbe essere un uomo con una donna. Legge storie a Martina, e non si sente sminuito.»
«Le posso leggere anchio queste stupide storie!»
«Stupide? No, sono importanti per nostra figlia. Ma tu non lo capisci.»
«Lo capisco! Ero solo stanco di lavorare per voi!»
«Appunto. Per voi. Lorenzo dice con voi, non su di voi. Lo cogli?»
«Lenuccia, aspetta»
«Basta. Mi dispiace, ma la nostra famiglia è finita quel giorno al bar. Per sempre.»
Tono occupato. Davide appoggiò il telefono e capì di aver ottenuto proprio quello che volevalibertà totale dai doveri familiari. Ma senza nessuna gioia.
Nella stanza accanto sentiva sua madre telefonare:
«Certo, Elena, verrò al tuo matrimonio. È la tua scelta, e mia nipote»
Davide entrò di scatto.
«Mamma! Cosa stai facendo?»
«Parlo con Elena. Mi ha invitata al matrimonio.»
«Non puoi andarci! Sono tuo figlio!»
«E? Questo ti autorizza a rovinare la vita a una brava ragazza?»
«Brava? Mi ha lasciato!»
«Ha fatto bene. Al suo posto, avrei lasciato molto prima.»
«Grazie del sostegno, mamma!»
«Il sostegno va dato quando lo meriti. Ora meriti solo la verità.»
«Quale verità?»
«Sei egoista, Davide. Pensi solo a te stesso.»
«Ho lavorato! Ho portato i soldi!»
«E pensavi bastasse. Mentre tua moglie doveva stare zitta e sopportare.»
«Quali scenate? Non bevuto, non ho tradito!»
«Hai urlato sempre. Lhai sminuita. Ti vergognavi di tua figlia.»
«Non mi vergognavo! Non sapevo gestirla!»
«Dovevi amarla, Davide. Solo amare.»
Una settimana dopo ho incontrato Elena fuori dallasilo. Prendeva Martina, con accanto un uomo alto con gli occhiali.
«Elena!»
Si è voltata, cauta.
«Ciao, Davide.»
«È lui?» ho chiesto indicando Lorenzo.
«Lorenzo, questo è Davide, il padre di Martina.»
Lorenzo mi ha stretto la mano.
«Piacere.»
«Non posso dire lo stesso,» ho borbottato, ignorando la mano.
«Davide, non ricominciare,» mi ha ammonito Elena.
«Non ricominciare cosa? È mia figlia!»
«Nessuno discute. Puoi vederla nei weekend.»
«Sotto la sua supervisione, vero?»
«No. Ma se vuoi portarla via, avvertimi prima.»
«Quindi devo chiedere il permesso?»
«Non solo devi, è tuo dovere. Sono il tutore legale, tu sei solo il padre biologico.»
«Papà!» ha gridato Martina dal cancello dellasilo.
Mi è corsa incontro. Lho sollevata.
«Ciao tesoro. Mi sei mancata.»
«Anche tu! E lo zio Lorenzo ha detto che domani andiamo allo zoo!»
«Zio Lorenzo?» mi sono irrigidito.
«Sì! È gentile. Compra il gelato e legge le storie!»
«Ah. Compra mia figlia con il gelato. Ma chi ti credi di essere! Stai rovinando la mia vita!»
«Non la tua la loro,» ha ribattuto Lorenzo. «Sei stato tu a uscire dalla loro vita.»
«Non sono uscito! Sono stato cacciato!»
«Andiamo, Martina,» Elena è intervenuta. «Dobbiamo rientrare.»
«Elena, aspetta!» ho chiamato. «Non andare!»
«Perché dovrei restare? Per altre scenate?»
«Non faccio scenate!»
«Sì che le fai, papà,» ha detto piano Martina. «Urli sempre con la mamma.»
Mi sono bloccato. Le parole della mia bimba di tre anni erano più dure di qualsiasi rimprovero.
«Martina, io»
«Ho paura quando urli.»
«Basta così,» Elena ha detto. «Martina, andiamo.»
Se ne sono andate. Sono rimasto solo davanti allasilo, capendo che avevo perso non solo mia moglie ma forse anche mia figlia. E che la colpa era solo mia.






