Ripostiglio e scale
Nel chiaroscuro della cucina, Anita si infilò nel ripostiglio non in cerca di ricordi, ma per una semplice confezione di cetrioli sottaceto, indispensabili per linsalata di questa sera. Sulla mensola più alta, dietro una scatola di lucine natalizie, spuntava un bordo di custodia che avrebbe dovuto essere altrove, dimenticata da anni. Il tessuto scurito dal tempo, la cerniera che stentava ad aprirsi. Tirò piano, come se potesse svegliare qualcosa, e dalla penombra sbucò il corpo lungo e sottile di una custodia per violino, simile a unombra allungata.
Appoggiò la confezione di cetrioli su uno sgabello accanto alla porta, per non dimenticarla, poi si mise a sedere sulle ginocchia, come per rimandare la scelta. La cerniera cedette al terzo tentativo. Dentro, il violino, con la vernice opaca a tratti, le corde flosce, larchetto che pareva una scopa consumata. Eppure, quella forma bastò a farle scattare qualcosa nel petto, come un interruttore.
Ricordò i pomeriggi da ragazza, in quarta superiore, quando attraversava in tram mezza Torino col violino in mano, sentendosi sempre fuori posto. Poi il conservatorio, il lavoro, il matrimonio, e piano piano la musica era scomparsa dietro il dovere di una vita diversa. Il violino passò prima dai suoi genitori, poi la seguì nel trasloco, finendo in questo ripostiglio, sommerso da sacchetti e scatole. Non abbandonato. Solo dimenticato.
Lo sollevò con delicatezza, come se potesse sbriciolarsi. Il legno era tiepido sotto la mano, nonostante il freddo del ripostiglio. Le dita trovarono subito la tastiera, ma la posizione era scomoda: la mano aveva dimenticato, come se tenesse in mano qualcosa che non le spettava.
In cucina lacqua iniziava a bollire. Anita si alzò, chiuse il ripostiglio, lasciando la custodia fuori. La poggiò in corridoio, contro il muro, e andò a spegnere il fornello. Linsalata si poteva fare anche senza cetrioli. Si accorse che già cercava scuse.
La sera, dopo aver lavato i piatti e lasciato solo una ciotola con le briciole di pane sul tavolo, Anita portò la custodia in salotto. Suo marito Sergio era davanti alla tv, cambiando canale distrattamente. Alzò lo sguardo.
Coshai lì?
Il violino disse Anita, sorpresa lei stessa dalla calma della voce.
Ancora vivo? sorrise lui, con quella bonaria ironia di chi sa la storia di ogni oggetto di casa.
Non so. Lo scopro subito.
Sul divano aprì la custodia, stendendo prima un vecchio asciugamano per non graffiare la stoffa. Prese il violino, larchetto, la scatolina della pece. La pece aveva crepe come il ghiaccio sul Po. Passò larchetto, i crini sfiorarono appena la superficie.
Accordare fu quasi una mortificazione. I piroli si bloccavano, le corde stridettero, una si spezzò e le colpì il dito. Anita imprecò sottovoce, sperando che i vicini non sentissero. Sergio sbuffò.
Forse sarebbe meglio portarlo da un liutaio.
Forse rispose Anita, sentendo crescere lamarezza. Non per lui, ma per sè stessa, incapace di far anche solo quello.
Scaricò unapp sul telefono per accordare: il display mostrava lettere e una freccia impazzita. Girava il pirolo, faticava; la spalla formicolava, i polpastrelli si stancavano.
Quando, infine, le corde smisero di lamentarsi come fili al vento, Anita appoggiò il violino sotto il mento. Il mentoniera era gelida, sentì la pelle assottigliarsi. Cercò una postura composta, come le avevano insegnato, ma la schiena non ne voleva sapere. Si lasciò andare a una risata di nervosismo.
Stai per darci un concerto? chiese Sergio, senza staccare gli occhi dallo schermo.
Per te, rispose Anita. Preparati.
Il primo suono fu più un lamento che una nota. Larchetto tremava, la mano non seguiva la linea. Si fermò, respirò e ritentò. Andò un po meglio, ma il rossore sulle guance la faceva sentire piccola.
La vergogna era diversa, adulta. Non come da ragazzina, quando temeva gli occhi del mondo; qui cerano solo i muri, Sergio, e quelle mani che non riconosceva più.
Provò le corde a vuoto, lentamente, contando. Poi tentò la scala di Re maggiore: le dita si confondevano, non ricordava quale fosse il secondo, quale il terzo. Le dita più grosse di allora, i polpastrelli incerti. Non cera più dolore sui polpastrelli, solo la sensazione che la pelle fosse troppo morbida e inesperta.
Non preoccuparti, disse Sergio, a sorpresa. Dai non si torna subito come prima.
Anita annuì, anche se non sapeva a chi fosse quel non preoccuparti. A lui? A sè stessa? Al violino?
Il giorno dopo andò al laboratorio di liuteria vicino Piazza Bernini. Non era certo romantico: porta a vetri, bancone pieno di strumenti, odore di vernice e polvere. Il liutaio, un ragazzo con un orecchino dargento e mani esperte, prese il violino come fosse un attrezzo da lavoro.
Le corde vanno cambiate sicuro, disse. I piroli vanno oliati, il ponticello sistemato. Larchetto bisognerebbe ritensionarlo, ma costa di più.
Al suono di costa di più, Anita sentì la mente correre alle bollette, alle medicine, al regalo di compleanno per la nipotina. Stava per dire Lasci stare, invece replicò:
Se per ora facciamo solo corde e ponticello?
Si può fare. Suonerà.
Lasciò il violino, ricevette una ricevuta, che piegò e mise nel portafoglio accanto alle cento euro che non voleva toccare. Uscendo, ebbe la sensazione di aver lasciato lì una parte di sè: da riparare, in attesa che potesse tornare funzionante.
A casa accese il portatile e scrisse su Google lezioni di violino per adulti Torino. Le fece sorridere la definizione. Per adulti, come se ci fosse una specie a parte, a cui bisogna spiegare tutto piano e senza fretta.
Trovò vari annunci, alcuni promettevano risultati in trenta giorni, altri metodo su misura. Li chiuse uno dopo laltro, le parole la mettevano in ansia. Ma poi riaprì, e scrisse a una signora insegnante del quartiere: Buongiorno, ho 52 anni. Vorrei recuperare le competenze. È possibile?
Subito se ne pentì: avrebbe voluto cancellare, come se quel messaggio fosse una confessione di debolezza. Ma ormai era partito.
La sera passò il figlio, Luca. Diede un bacio ad Anita, chiese del lavoro. Lei mise su il bollitore, portò i biscotti. Luca notò la custodia in salotto.
È un violino quello? chiese, sinceramente stupito.
Sì. Lho ritrovato. Pensavo di riprovarci.
Davvero, mamma? sorrise. Ma non era scherno, piuttosto smarrimento. Ma tu quanto tempo è passato?
Tanto. Sorrise Anita. Proprio per questo ci tengo.
Luca girò tra le mani un biscotto, pensieroso.
Ma a cosa ti serve? Ti stanchi già abbastanza.
Anita sentì dentro sollevarsi la solita difesa: spiegare, giustificare, dimostrare che aveva diritto anche lei. Eppure, le spiegazioni suonavano misere.
Non lo so. Solo perché mi va.
Luca la guardò meglio, come se scoprisse che non era solo una madre instancabile, ma anche una donna che desiderava qualcosa per sé.
Va bene disse. Ma non strafare. E pensa ai poveri vicini, eh.
Lei rise.
Sopravviveranno. Suono solo di giorno.
Quando Luca se ne andò, Anita si sentì più leggera. Non per il permesso, ma per non essersi giustificata.
Due giorni dopo, ritirò il violino dal liutaio. Le corde luccicavano, il ponticello era dritto. Il ragazzo le mostrò come tendere e riporre lo strumento.
Mai vicino al termosifone, raccomandò. Sempre in custodia.
Anita annuì come una scolara. A casa appoggiò la custodia su una sedia, la aprì e la fissò a lungo, timorosa di rovinare di nuovo tutto.
Come primo esercizio, scelse il più semplice: lunghe arcate sulle corde vuote. Da bambina era una punizione. Ora era salvezza. Nessuna melodia, nessun giudizio. Solo suono, e il tentativo di renderlo dritto.
Dopo dieci minuti le faceva male la spalla. Dopo quindici, il collo intorpidito. Si fermò, ripose il violino, chiuse la custodia. Dentro sentì salire una rabbia: contro il corpo, contro letà, contro la fatica di ogni gesto.
Andò in cucina, versò un bicchiere dacqua e rimase a guardare fuori. Nel cortile alcuni ragazzini sfrecciavano col monopattino, chiassosi. Provò invidia non per la giovinezza, ma per la sfacciataggine. Cadevano, si rialzavano, nessuno pensava che fosse troppo tardi per imparare a restare in equilibrio.
Rientrò in salotto, aprì di nuovo la custodia. Non per dovere, ma per non chiudere la giornata nella rabbia.
La risposta dellinsegnante arrivò la sera: Buongiorno. Certamente, è possibile. Venga, cominciamo dalla postura e dagli esercizi semplici. Letà non è un ostacolo, ma serve pazienza. Lessi due volte la parola pazienza, onesta e rassicurante.
Alla prima lezione, Anita percorse il tragitto in metro con la custodia stretta. Sul treno, alcuni la guardarono, qualcuno le sorrise. Anita incrociò quegli sguardi, pensò: che vedano pure.
Linsegnante, la signora Marzia, era minuta, sui quarantanni, capelli corti e sguardo gentile. La stanza odorava di carta, cera un pianoforte, sullo scaffale spartiti, sulla sedia, un violino da bambino.
Vediamo un po, disse Marzia. Lo prenda.
Appena lo sollevò, fu evidente che lo teneva male: la spalla tesa, il mento rigido, la mano sinistra impacciata.
Nessun problema, disse Marzia. Non ha suonato da tempo. Per ora, stiamo ferme. Sentiamo che il violino non è un nemico.
Anita sorrise, imbarazzata ma sollevata: a cinquantadue anni, imparare a tenere un violino. Eppure, cera un senso di libertà. Nessuno pretendeva il talento. Solo presenza.
Dopo la lezione, le mani tremavano come dopo la ginnastica. Marzia le diede una lista: ogni giorno dieci minuti di corde vuote, poi tante scale, non di più. Meglio poco ma sempre, consigliò.
A casa, Sergio chiese:
Allora, come è andata?
Faticoso. Ma bene.
Sei felice?
Anita ci pensò. Felice non era la parola. Era nervosa, divertita, vergognosa e, per qualche ragione, luminosa.
Sì, disse. È bello sentire che faccio qualcosa con le mani, non solo lavorare e cucinare.
Dopo una settimana, osò provare una melodia che ricordava dallinfanzia. Trovò le note online, le stampò in ufficio di nascosto, le infilò nella cartella sotto le fatture. A casa, posò i fogli su un leggio improvvisato con un libro e una scatola.
Il suono era irregolare, larchetto toccava altre corde, le dita sbagliavano. Ripeteva, ricominciava. A un certo punto Sergio sbucò sulla porta.
Sai che è bello, disse, cauto. Sul serio.
Non prenderci in giro.
No. È familiare.
Anita sorrise. Familiare: quasi un complimento.
Nel week-end arrivò la nipotina, Giulia, sei anni. Notò subito la custodia.
Nonna, cosè?
Il violino.
Sai suonare?
Avrebbe voluto dire Una volta, ma per Giulia non esisteva una volta. Solo adesso.
Sto imparando, rispose.
Giulia si sedette sul divano, le mani in grembo, pronta come a una recita.
Suona!
Anita sentì il cuore stringersi. Suonare davanti a una bambina era più difficile: i bambini ascoltano veramente.
Va bene disse, e prese il violino.
Suonò la melodia che aveva provato per giorni. Al terzo passaggio, larchetto scivolò, il suono stridette. Giulia non si scompose. Inclinò la testa.
Perché fa quel rumore acuto?
Perché la nonna non tiene dritto larchetto. Anita rise.
Giulia rise anche lei.
Ancora! chiese.
Anita la accontentò. Non migliorò, ma Anita continuò, senza fermarsi per la vergogna. Portò il pezzo a termine.
La sera, con la casa di nuovo calma, Anita rimase da sola in salotto. Le note stampate sul tavolo, vicino una matita per segnare i punti critici. Il violino nella custodia, la custodia chiusa e appoggiata, non nel ripostiglio ma accanto al muro. Un promemoria che ormai faceva parte delle sue giornate.
Impostò sul telefono dieci minuti di timer. Non per obbligo, per non sfiancarsi. Aprì la custodia, prese il violino, controllò la pece, tese larchetto. Sollevò lo strumento sotto il mento, inspirò.
Il suono fu più morbido di stamattina. Poi si perse di nuovo, ma non si disperò. Solo aggiustò la presa e tirò ancora larchetto, ascoltando la nota che stava e tremava.
Quando il timer suonò, non smise subito. Finì larco, rimise il violino nella custodia, chiuse la cerniera. Poi lo sistemò vicino al muro, lontano dal ripostiglio.
Sapeva che domani sarebbe stato uguale: un po di vergogna, un po di fatica, qualche secondo limpido, abbastanza per riaprire la custodia. E questo bastava per andare avanti.







