La cantina e le scale musicali: il ritorno inaspettato di una vecchia violino tra dolci ricordi, insicurezze e la sfida di ricominciare a suonare a cinquantadue anni, tra una cena di famiglia, una corsa in metro, il sorriso di un figlio e la sincerità di una nipotina curiosa.

Ripostiglio e scale

Nel chiaroscuro della cucina, Anita si infilò nel ripostiglio non in cerca di ricordi, ma per una semplice confezione di cetrioli sottaceto, indispensabili per linsalata di questa sera. Sulla mensola più alta, dietro una scatola di lucine natalizie, spuntava un bordo di custodia che avrebbe dovuto essere altrove, dimenticata da anni. Il tessuto scurito dal tempo, la cerniera che stentava ad aprirsi. Tirò piano, come se potesse svegliare qualcosa, e dalla penombra sbucò il corpo lungo e sottile di una custodia per violino, simile a unombra allungata.

Appoggiò la confezione di cetrioli su uno sgabello accanto alla porta, per non dimenticarla, poi si mise a sedere sulle ginocchia, come per rimandare la scelta. La cerniera cedette al terzo tentativo. Dentro, il violino, con la vernice opaca a tratti, le corde flosce, larchetto che pareva una scopa consumata. Eppure, quella forma bastò a farle scattare qualcosa nel petto, come un interruttore.

Ricordò i pomeriggi da ragazza, in quarta superiore, quando attraversava in tram mezza Torino col violino in mano, sentendosi sempre fuori posto. Poi il conservatorio, il lavoro, il matrimonio, e piano piano la musica era scomparsa dietro il dovere di una vita diversa. Il violino passò prima dai suoi genitori, poi la seguì nel trasloco, finendo in questo ripostiglio, sommerso da sacchetti e scatole. Non abbandonato. Solo dimenticato.

Lo sollevò con delicatezza, come se potesse sbriciolarsi. Il legno era tiepido sotto la mano, nonostante il freddo del ripostiglio. Le dita trovarono subito la tastiera, ma la posizione era scomoda: la mano aveva dimenticato, come se tenesse in mano qualcosa che non le spettava.

In cucina lacqua iniziava a bollire. Anita si alzò, chiuse il ripostiglio, lasciando la custodia fuori. La poggiò in corridoio, contro il muro, e andò a spegnere il fornello. Linsalata si poteva fare anche senza cetrioli. Si accorse che già cercava scuse.

La sera, dopo aver lavato i piatti e lasciato solo una ciotola con le briciole di pane sul tavolo, Anita portò la custodia in salotto. Suo marito Sergio era davanti alla tv, cambiando canale distrattamente. Alzò lo sguardo.

Coshai lì?

Il violino disse Anita, sorpresa lei stessa dalla calma della voce.

Ancora vivo? sorrise lui, con quella bonaria ironia di chi sa la storia di ogni oggetto di casa.

Non so. Lo scopro subito.

Sul divano aprì la custodia, stendendo prima un vecchio asciugamano per non graffiare la stoffa. Prese il violino, larchetto, la scatolina della pece. La pece aveva crepe come il ghiaccio sul Po. Passò larchetto, i crini sfiorarono appena la superficie.

Accordare fu quasi una mortificazione. I piroli si bloccavano, le corde stridettero, una si spezzò e le colpì il dito. Anita imprecò sottovoce, sperando che i vicini non sentissero. Sergio sbuffò.

Forse sarebbe meglio portarlo da un liutaio.

Forse rispose Anita, sentendo crescere lamarezza. Non per lui, ma per sè stessa, incapace di far anche solo quello.

Scaricò unapp sul telefono per accordare: il display mostrava lettere e una freccia impazzita. Girava il pirolo, faticava; la spalla formicolava, i polpastrelli si stancavano.

Quando, infine, le corde smisero di lamentarsi come fili al vento, Anita appoggiò il violino sotto il mento. Il mentoniera era gelida, sentì la pelle assottigliarsi. Cercò una postura composta, come le avevano insegnato, ma la schiena non ne voleva sapere. Si lasciò andare a una risata di nervosismo.

Stai per darci un concerto? chiese Sergio, senza staccare gli occhi dallo schermo.

Per te, rispose Anita. Preparati.

Il primo suono fu più un lamento che una nota. Larchetto tremava, la mano non seguiva la linea. Si fermò, respirò e ritentò. Andò un po meglio, ma il rossore sulle guance la faceva sentire piccola.

La vergogna era diversa, adulta. Non come da ragazzina, quando temeva gli occhi del mondo; qui cerano solo i muri, Sergio, e quelle mani che non riconosceva più.

Provò le corde a vuoto, lentamente, contando. Poi tentò la scala di Re maggiore: le dita si confondevano, non ricordava quale fosse il secondo, quale il terzo. Le dita più grosse di allora, i polpastrelli incerti. Non cera più dolore sui polpastrelli, solo la sensazione che la pelle fosse troppo morbida e inesperta.

Non preoccuparti, disse Sergio, a sorpresa. Dai non si torna subito come prima.

Anita annuì, anche se non sapeva a chi fosse quel non preoccuparti. A lui? A sè stessa? Al violino?

Il giorno dopo andò al laboratorio di liuteria vicino Piazza Bernini. Non era certo romantico: porta a vetri, bancone pieno di strumenti, odore di vernice e polvere. Il liutaio, un ragazzo con un orecchino dargento e mani esperte, prese il violino come fosse un attrezzo da lavoro.

Le corde vanno cambiate sicuro, disse. I piroli vanno oliati, il ponticello sistemato. Larchetto bisognerebbe ritensionarlo, ma costa di più.

Al suono di costa di più, Anita sentì la mente correre alle bollette, alle medicine, al regalo di compleanno per la nipotina. Stava per dire Lasci stare, invece replicò:

Se per ora facciamo solo corde e ponticello?

Si può fare. Suonerà.

Lasciò il violino, ricevette una ricevuta, che piegò e mise nel portafoglio accanto alle cento euro che non voleva toccare. Uscendo, ebbe la sensazione di aver lasciato lì una parte di sè: da riparare, in attesa che potesse tornare funzionante.

A casa accese il portatile e scrisse su Google lezioni di violino per adulti Torino. Le fece sorridere la definizione. Per adulti, come se ci fosse una specie a parte, a cui bisogna spiegare tutto piano e senza fretta.

Trovò vari annunci, alcuni promettevano risultati in trenta giorni, altri metodo su misura. Li chiuse uno dopo laltro, le parole la mettevano in ansia. Ma poi riaprì, e scrisse a una signora insegnante del quartiere: Buongiorno, ho 52 anni. Vorrei recuperare le competenze. È possibile?

Subito se ne pentì: avrebbe voluto cancellare, come se quel messaggio fosse una confessione di debolezza. Ma ormai era partito.

La sera passò il figlio, Luca. Diede un bacio ad Anita, chiese del lavoro. Lei mise su il bollitore, portò i biscotti. Luca notò la custodia in salotto.

È un violino quello? chiese, sinceramente stupito.

Sì. Lho ritrovato. Pensavo di riprovarci.

Davvero, mamma? sorrise. Ma non era scherno, piuttosto smarrimento. Ma tu quanto tempo è passato?

Tanto. Sorrise Anita. Proprio per questo ci tengo.

Luca girò tra le mani un biscotto, pensieroso.

Ma a cosa ti serve? Ti stanchi già abbastanza.

Anita sentì dentro sollevarsi la solita difesa: spiegare, giustificare, dimostrare che aveva diritto anche lei. Eppure, le spiegazioni suonavano misere.

Non lo so. Solo perché mi va.

Luca la guardò meglio, come se scoprisse che non era solo una madre instancabile, ma anche una donna che desiderava qualcosa per sé.

Va bene disse. Ma non strafare. E pensa ai poveri vicini, eh.

Lei rise.

Sopravviveranno. Suono solo di giorno.

Quando Luca se ne andò, Anita si sentì più leggera. Non per il permesso, ma per non essersi giustificata.

Due giorni dopo, ritirò il violino dal liutaio. Le corde luccicavano, il ponticello era dritto. Il ragazzo le mostrò come tendere e riporre lo strumento.

Mai vicino al termosifone, raccomandò. Sempre in custodia.

Anita annuì come una scolara. A casa appoggiò la custodia su una sedia, la aprì e la fissò a lungo, timorosa di rovinare di nuovo tutto.

Come primo esercizio, scelse il più semplice: lunghe arcate sulle corde vuote. Da bambina era una punizione. Ora era salvezza. Nessuna melodia, nessun giudizio. Solo suono, e il tentativo di renderlo dritto.

Dopo dieci minuti le faceva male la spalla. Dopo quindici, il collo intorpidito. Si fermò, ripose il violino, chiuse la custodia. Dentro sentì salire una rabbia: contro il corpo, contro letà, contro la fatica di ogni gesto.

Andò in cucina, versò un bicchiere dacqua e rimase a guardare fuori. Nel cortile alcuni ragazzini sfrecciavano col monopattino, chiassosi. Provò invidia non per la giovinezza, ma per la sfacciataggine. Cadevano, si rialzavano, nessuno pensava che fosse troppo tardi per imparare a restare in equilibrio.

Rientrò in salotto, aprì di nuovo la custodia. Non per dovere, ma per non chiudere la giornata nella rabbia.

La risposta dellinsegnante arrivò la sera: Buongiorno. Certamente, è possibile. Venga, cominciamo dalla postura e dagli esercizi semplici. Letà non è un ostacolo, ma serve pazienza. Lessi due volte la parola pazienza, onesta e rassicurante.

Alla prima lezione, Anita percorse il tragitto in metro con la custodia stretta. Sul treno, alcuni la guardarono, qualcuno le sorrise. Anita incrociò quegli sguardi, pensò: che vedano pure.

Linsegnante, la signora Marzia, era minuta, sui quarantanni, capelli corti e sguardo gentile. La stanza odorava di carta, cera un pianoforte, sullo scaffale spartiti, sulla sedia, un violino da bambino.

Vediamo un po, disse Marzia. Lo prenda.

Appena lo sollevò, fu evidente che lo teneva male: la spalla tesa, il mento rigido, la mano sinistra impacciata.

Nessun problema, disse Marzia. Non ha suonato da tempo. Per ora, stiamo ferme. Sentiamo che il violino non è un nemico.

Anita sorrise, imbarazzata ma sollevata: a cinquantadue anni, imparare a tenere un violino. Eppure, cera un senso di libertà. Nessuno pretendeva il talento. Solo presenza.

Dopo la lezione, le mani tremavano come dopo la ginnastica. Marzia le diede una lista: ogni giorno dieci minuti di corde vuote, poi tante scale, non di più. Meglio poco ma sempre, consigliò.

A casa, Sergio chiese:

Allora, come è andata?

Faticoso. Ma bene.

Sei felice?

Anita ci pensò. Felice non era la parola. Era nervosa, divertita, vergognosa e, per qualche ragione, luminosa.

Sì, disse. È bello sentire che faccio qualcosa con le mani, non solo lavorare e cucinare.

Dopo una settimana, osò provare una melodia che ricordava dallinfanzia. Trovò le note online, le stampò in ufficio di nascosto, le infilò nella cartella sotto le fatture. A casa, posò i fogli su un leggio improvvisato con un libro e una scatola.

Il suono era irregolare, larchetto toccava altre corde, le dita sbagliavano. Ripeteva, ricominciava. A un certo punto Sergio sbucò sulla porta.

Sai che è bello, disse, cauto. Sul serio.

Non prenderci in giro.

No. È familiare.

Anita sorrise. Familiare: quasi un complimento.

Nel week-end arrivò la nipotina, Giulia, sei anni. Notò subito la custodia.

Nonna, cosè?

Il violino.

Sai suonare?

Avrebbe voluto dire Una volta, ma per Giulia non esisteva una volta. Solo adesso.

Sto imparando, rispose.

Giulia si sedette sul divano, le mani in grembo, pronta come a una recita.

Suona!

Anita sentì il cuore stringersi. Suonare davanti a una bambina era più difficile: i bambini ascoltano veramente.

Va bene disse, e prese il violino.

Suonò la melodia che aveva provato per giorni. Al terzo passaggio, larchetto scivolò, il suono stridette. Giulia non si scompose. Inclinò la testa.

Perché fa quel rumore acuto?

Perché la nonna non tiene dritto larchetto. Anita rise.

Giulia rise anche lei.

Ancora! chiese.

Anita la accontentò. Non migliorò, ma Anita continuò, senza fermarsi per la vergogna. Portò il pezzo a termine.

La sera, con la casa di nuovo calma, Anita rimase da sola in salotto. Le note stampate sul tavolo, vicino una matita per segnare i punti critici. Il violino nella custodia, la custodia chiusa e appoggiata, non nel ripostiglio ma accanto al muro. Un promemoria che ormai faceva parte delle sue giornate.

Impostò sul telefono dieci minuti di timer. Non per obbligo, per non sfiancarsi. Aprì la custodia, prese il violino, controllò la pece, tese larchetto. Sollevò lo strumento sotto il mento, inspirò.

Il suono fu più morbido di stamattina. Poi si perse di nuovo, ma non si disperò. Solo aggiustò la presa e tirò ancora larchetto, ascoltando la nota che stava e tremava.

Quando il timer suonò, non smise subito. Finì larco, rimise il violino nella custodia, chiuse la cerniera. Poi lo sistemò vicino al muro, lontano dal ripostiglio.

Sapeva che domani sarebbe stato uguale: un po di vergogna, un po di fatica, qualche secondo limpido, abbastanza per riaprire la custodia. E questo bastava per andare avanti.

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La cantina e le scale musicali: il ritorno inaspettato di una vecchia violino tra dolci ricordi, insicurezze e la sfida di ricominciare a suonare a cinquantadue anni, tra una cena di famiglia, una corsa in metro, il sorriso di un figlio e la sincerità di una nipotina curiosa.
Dammi, per favore, un motivo – Buona giornata, – Denis si chinò e le sfiorò la guancia con un bacio. Anastasia annuì meccanicamente. La guancia rimase fredda e asciutta: nessun calore, nessun fastidio. Solo pelle, solo un contatto. La porta si chiuse e l’appartamento si riempì di silenzio. Rimase ancora dieci secondi nel corridoio, ascoltando se stessa. Quando era successo, esattamente? Quando si era spento tutto dentro? Anastasia ricordava di aver pianto in bagno due anni prima, perché Denis aveva dimenticato il loro anniversario. Un anno fa tremava dalla rabbia perché lui, per l’ennesima volta, non era andato a prendere Vasiliya all’asilo. Sei mesi fa ancora provava a parlare, spiegare, chiedere. Ora – il vuoto. Pulito e liscio, come un campo bruciato. Anastasia andò in cucina, si versò un caffè e si sedette al tavolo. Ventinove anni. Sette di matrimonio. E ora si ritrovava in un appartamento vuoto con una tazza che si raffreddava, a pensare che aveva smesso di amare suo marito così piano e con così tanta normalità che nemmeno aveva capito quando fosse successo. Denis continuava a vivere secondo abitudini consolidate. Prometteva di andare a prendere la figlia all’asilo – non lo faceva. Diceva che avrebbe riparato il rubinetto in bagno – il rubinetto perdeva da tre mesi. Giurava che nel fine settimana sarebbero finalmente andati allo zoo – ma il sabato spuntavano improvvisi impegni con gli amici e la domenica restava sul divano tutto il giorno. Vasiliya aveva smesso di chiedere quando il papà avrebbe giocato con lei. A cinque anni la bambina aveva già imparato: la mamma è affidabile. Il papà è uno che, ogni tanto, compare la sera e guarda la tv. Anastasia non faceva più scenate. Non piangeva sul cuscino. Non elaborava piani per rimediare. Aveva semplicemente cancellato Denis dall’equazione della sua vita. Bisognava portare l’auto al tagliando? Si organizzava da sola. Si rompeva la serratura del balcone? Chiamava il tecnico. Vasiliya aveva bisogno di un costume da fiocco di neve per lo spettacolo? Anastasia lo cuciva la notte, mentre il marito russava nella stanza accanto. La famiglia era diventata una strana struttura formata da due adulti che vivevano vite parallele sotto lo stesso tetto. Una notte, Denis cercò di avvicinarsi a lei a letto. Anastasia si spostò delicatamente, accampando scuse di mal di testa. Poi fu la stanchezza. Poi acciacchi che nemmeno esistevano. Era una costruzione metodica di un muro tra i loro corpi: ad ogni rifiuto il muro cresceva. “Che si trovi qualcuna a parte,” pensava fredda. “Che mi dia un motivo. Un motivo vero, semplice, che capiscano i genitori e la suocera. Che non si debba nemmeno spiegare.” Perché come dire a sua madre che voleva lasciare il marito solo perché lui… non era nulla? Non picchiava, non beveva, portava soldi a casa. Magari non aiutava in casa – come tutti gli uomini. Magari non giocava con la figlia – gli uomini non sanno gestire i bambini. Anastasia aprì un conto separato e iniziò a metterci una parte dello stipendio. Si iscrisse in palestra — non per Denis, ma per se stessa. Per quella vita nuova che intravedeva dopo il divorzio inevitabile. La sera, quando Vasiliya dormiva, Anastasia indossava le cuffie e ascoltava podcast in inglese. Frasi di conversazione, corrispondenza di lavoro. La sua compagnia aveva clienti stranieri, e una lingua fluida poteva aprirle nuove porte. I corsi di aggiornamento le occupavano due sere a settimana. Denis brontolava perché doveva stare con Vasiliya, anche se per lui “stare con lei” significava accendere i cartoni e fissare il cellulare. I weekend Anastasia li passava con la figlia: parchi, playground, bar con frappè, cinema per cartoni animati. Vasiliya era abituata; quello era il loro tempo. Il papà esisteva ai margini, come un mobile. “Nemmeno se ne accorgerà,” si diceva Anastasia. “Quando divorzieremo, non cambierà quasi niente per lei.” Era un pensiero comodo. Anastasia ci si aggrappava come a un salvagente. Poi qualcosa cambiò. Non capì subito cosa. Un giorno Denis si offrì di mettere a letto Vasiliya. Poi si propose di andarla a prendere all’asilo. Poi cucinò la cena, anche se semplice, pasta al formaggio, ma l’aveva fatta lui, senza richieste. Anastasia lo osservava sospettosa. Cosa significava? Colpa? Un momento di follia? Forse tentava di nascondere una colpa che lei ancora non conosceva? Ma i giorni passavano e Denis non tornava ai vecchi schemi. Si svegliava presto per portare Vasiliya all’asilo. Riparò il rubinetto. Iscrisse la bimba al nuoto e la portava agli allenamenti il sabato. – Papà, papà, guarda! Ora so nuotare! – Vasiliya correva per casa, fingendo di essere una nuotatrice. Denis l’afferrava, la sollevava verso il soffitto e la bambina rideva di cuore. Anastasia guardava questa scena dalla cucina e non riconosceva suo marito. – Posso stare con lei domenica, – disse Denis una sera. – Tanto tu hai una serata con le amiche, giusto? Anastasia annuì piano. Non doveva vedere nessuno, voleva semplicemente stare da sola al bar con un libro. Ma come faceva a sapere delle amiche? Ascoltava davvero le sue telefonate? Le settimane diventarono mesi. E Denis non tornò indietro, non riemerse la vecchia indifferenza. – Ho prenotato un tavolo in quel ristorante italiano, – disse una volta. – Venerdì. Mia madre si è offerta di stare con Vasiliya. Anastasia sollevò gli occhi dal portatile. – Per quale motivo, questa volta? – Nessuno. Voglio cenare con te. Accettò. Per curiosità, si diceva. Voleva solo vedere dove voleva arrivare. Il ristorante era accogliente, luci soffuse, musica dal vivo. Denis ordinò il vino preferito di Anastasia – e lei capì incredula che lui ricordava la marca giusta. – Sei cambiato, – disse lei, diretta. Denis girava il calice tra le mani. – Ero cieco. Il classico cretino, totale. – Non è una novità. – Lo so. – Sorrise storto, per niente allegro. – Pensavo di lavorare per la famiglia. Che servivano soldi, casa più grande, macchina migliore. In realtà… scappavo. Da responsabilità, dalla routine, da tutto. Anastasia tacque, per lasciargli spazio. – Ho notato che sei cambiata. Che non ti importava più. Ed è stato più spaventoso di una lite, capisci? Prima urlavi, piangevi, pretendevi – e andava bene. Poi hai smesso. Come se non esistessi più. Posò il calice. – Ho rischiato di perdervi. Te e Vasya. E solo allora ho capito che facevo tutto male. Anastasia lo guardò a lungo. Lui era lì davanti, a dire quello che lei aveva aspettato per anni. Troppo tardi? O forse no? – Stavo per chiedere il divorzio, – mormorò piano. – Aspettavo che tu mi dessi un motivo. Denis impallidì. – Oddio, Nastya… – Stavo mettendo da parte i soldi. Cercavo casa. – Non pensavo fosse così grave… – Dovevi capirlo, – lo interruppe lei. – Era la tua famiglia. Dovevi vedere quello che succedeva. Il silenzio, denso, calò sul tavolo. Il cameriere, intuendo il clima, li evitò. – Voglio provarci, – disse Denis. – A lavorare su di noi. Se mi dai una possibilità. – Una sola. – Una sola è più di quanto meriti. Restarono lì fino a chiusura. Parlarono di tutto: Vasiliya, soldi, compiti, cosa aspettarsi l’uno dall’altra. Per la prima volta dopo anni, era una vera conversazione, senza lamentele o frasi di circostanza. La ricostruzione fu lenta. Anastasia non corse fra le braccia del marito la mattina seguente. Lo osservava, aspettava il passo falso. Ma Denis resisteva. Prese in mano la cucina nei weekend. Si cimentò nella chat dei genitori all’asilo. Impare a intrecciare le trecce a Vasiliya – storte, buffe, ma fatte da lui. – Mamma, guarda! Papà mi ha fatto un drago! – Vasiliya entrò correndo, mostrando una costruzione di scatole e carta colorata. Anastasia guardò quel “drago” – storto, con un’ala più grande dell’altra – e sorrise… …Mezzo anno passò senza che se ne accorgesse. Era dicembre, e decisero di andare dai genitori di Anastasia in campagna. La vecchia casa di legno profuma di dolci, il giardino coperto di neve, la veranda che cigola. Anastasia seduta alla finestra, col tè, osservava Denis e Vasiliya che facevano un pupazzo di neve. La piccola dirigeva: il naso qui, gli occhi su, la sciarpa è storta! – e Denis eseguiva, prendendola e sollevandola in aria. Il grido di Vasiliya si sentiva in tutta la zona. – Mamma! Vieni qua! – la bimba la chiamava agitando le braccia. Anastasia indossò il giubbotto e uscì. La neve brillava al sole basso, il gelo pizzicava le guance, e da un lato arrivò una palla di neve. – È stato papà! – Vasiliya tradì subito il padre. – Traditrice, – Denis sbuffò. Anastasia raccolse neve e la lanciò al marito. Sbagliò la mira. Lui rise, lei pure – e in pochi minuti tutti e tre rotolavano nei cumuli, dimenticando il pupazzo, il freddo, tutto quanto. La sera, quando Vasiliya si addormentò sul divano prima della fine del cartone, Denis la portò delicatamente a letto. Anastasia guardava lui che la copriva, sistemava il cuscino, le scostava i capelli dalla fronte. Si sedette davanti al camino, riscaldandosi la tazza tra le mani. Fuori, la neve continuava a cadere, soffice, a coprire tutto di bianco. Denis si sedette accanto. – A cosa pensi? – A quanto è stato importante che non abbia fatto in tempo. Non chiese cosa intendesse. Aveva capito. Le relazioni chiedono impegno ogni giorno. Non grandi gesti, ma piccole cose quotidiane: ascoltare, aiutare, notare, sostenere. Anastasia sapeva che ci sarebbero stati altri giorni difficili, incomprensioni, litigi per sciocchezze. Ma ora, in quel momento, aveva il marito e la figlia vicini. Vivi, veri, amati. Vasiliya si svegliò, raggiunse i genitori sul divano, si infilò tra loro. Denis le abbracciò entrambe, e Anastasia pensò che certi legami valgono la pena di essere salvati…