Aveva raccolto i bambini e se nera andata da sua madre due ore prima della mezzanotte, esasperata dallennesima scena di suo marito.
Sei sicura che questa quantità dinsalata sia sufficiente? Sembra poca cosa, sul fondo, la voce di Giorgio rimbombava, carica di pretese e una velata irritazione, sovrastando il rumore della cappa aspirante.
Francesca non si raddrizzò nemmeno: continuava a tagliare la carota bollita in piccoli cubetti, le mani che odoravano ormai indelebilmente di cipolla e barbabietola. Mancavano poco meno di quattro ore al brindisi di Capodanno. Le gambe le facevano male come se avesse corso una maratona, le dita erano ferme solo per miracolo. Posò lentamente il coltello sul tagliere e alzò lo sguardo verso il marito.
Giorgio era appoggiato nello stipite della cucina, già in abito da festa: camicia appena stirata (da lei, quella mattina, sottraendo minuti preziosi al sonno) e pantaloni ben stirati. In mano il bicchiere di brandy, nonostante gli ospiti non fossero ancora arrivati, e uno sguardo critico rivolto alla ciotola di cristallo.
Giorgio, è linsalata russa. Praticamente una vasca dinsalata russa: tre chili, eh. Hai visto solo il fondino? Francesca cercò di parlare piano, senza urlare. Faresti meglio a tagliare il pane o a controllare i bambini. Matteo litiga di nuovo con la sorella per il tablet. Li sento gridare dalla cameretta.
Dai, Fra, lo sai che io coi coltelli sono negato, non ho le mani adatte, si compiaceva lui, sorseggiando il brandy. E i bambini si sfogano, è festa. Liberano energie. Piuttosto, sei sicura che loca venga cotta bene? Mi vergognerei con i De Santis se la serviamo cruda. Loro sono signori abituati a mangiare bene.
Francesca si voltò verso la finestra: fuori i fiocchi di neve roteavano nella luce dei lampioni. Sentiva crescere in petto un nodo di rabbia e amarezza. Questo doveva essere un Capodanno tranquillo, solo per loro: lei, Giorgio, e i bambini Matteo, sette anni, e Giulia, cinque. Sognava mandarini, qualche vecchia commedia italiana, e andare a letto subito dopo i fuochi. Era stato un anno durissimo: licenziamento, lavoretti, la ristrutturazione nellappartamento della madre. Era stanca, svuotata.
Ma una settimana prima, Giorgio laveva spiazzata: Vengono Giuseppe, il mio amico dinfanzia, con la moglie Mara e le due figlie adolescenti. Sono di passaggio, devono fermarsi, non possiamo lasciarli in albergo! aveva detto usando quel tono che non ammetteva repliche. Francesca non aveva discusso, aveva inghiottito il boccone. Lospitalità si rispetta così era stata cresciuta. Da quel momento, però, le pretese del marito si erano moltiplicate: il menù era cambiato tre volte, lalcol comprato a casse, le pulizie tutte a carico suo, un peso doppio.
Loca è a posto, borbottò, spingendo la carota nella scodella. Piuttosto, potresti preparare la tavola in salotto. La tovaglia che ho stirato è sul comò.
Ci penso io, tempo ce nè, Giorgio la liquidò con un gesto della mano. Ah, Mara mi ha chiesto se abbiamo pane senza glutine per la figlia. Sta seguendo questa dieta nuova.
Francesca si pietrificò. Il coltello tintinnò sul piatto di ceramica.
Giorgio, scherzi? Sono le otto di sera il trentuno dicembre. I negozi sono già vuoti. In coda si aspetta mezzora. Pane senza glutine, adesso? Perché non me lhai detto stamattina?
Me ne sono dimenticato, scrollò le spalle lui, come fosse nulla. Ma non ti agitare, puoi fare un salto al supermercato sotto casa, magari trovi qualcosa. Tanto devi ancora comprare la maionese, no?
Io non ci vado, scandì Francesca. Sono in piedi dalle sei. Sono sfinita, Giorgio. Se ai tuoi ospiti serve il pane speciale, che se lo portino. O vacci tu.
Giorgio cambiò espressione. Il sorriso sparì, gli occhi si fecero stretti. Poggiò il bicchiere sul bancone con uno schiocco.
Vuoi farmi fare brutta figura davanti agli altri? Bella padrona di casa! Io porto i soldi, ho preso pure la tredicesima apposta per questa festa. Non vuoi andare giù un attimo?
Anche io porto soldi! sbottò Francesca. E la casa pesa tutta su di me. E i bambini! Tu passi a dare ordini!
Basta! ringhiò, e i vetri parvero vibrare. Non alzare la voce con me. Vai a comprare il pane. E fatti trovare sorridente quando arrivano gli ospiti. Non voglio che Giuseppe ti veda con quellaria da funerale. Sua moglie è sempre impeccabile. Prendi esempio.
Francesca lo fissava, straniera in casa sua. O forse, pensò, finalmente lo vedeva davvero. Negli ultimi tempi era diventato proprio così: duro, sprezzante, sempre a confrontarla con altre donne, sempre a trovarla carente. Ma oggi, alla vigilia, era una ferita aperta.
Si asciugò le mani nel grembiule. Lo tolse.
Va bene, sussurrò.
Giorgio annuì, sicuro daver vinto, come sempre.
Ecco, brava. Sbrigati.
Raggiunse il corridoio. Giulia, in vestito da fatina che la madre le aveva cucito con due notti insonni, la raggiunse.
Mamma, dove vai? Dobbiamo accendere lalbero!
Torno subito, tesoro. Vado al negozio, si inginocchiò. Tieni docchio Matteo! E niente dispetti.
Indossò il piumino, gli stivali, uscì nellandrone. Il gelo le morse la faccia, però fu quasi sollievo. Sentiva le guance ardere dagli insulti di prima. Al supermercato comprò un pane normale (il senza glutine, ovvio, non cera) e una maionese. Ma tornare a casa le pesava. Passò più lenta a passo dellingresso.
Salendo, sentì le voci già da fuori. Risate, musica alta. Possibile? Gli ospiti erano già arrivati! Aprì la porta.
Lingresso era un caos: giacche e cappotti di sconosciuti, scarponi, odore di neve e profumi troppo costosi. Dal salotto arrivavano le risate di Giorgio e un chiacchiericcio di donna, acuto come uno squillo di campanello.
Francesca entrò ancora col sacchetto. Rimase di sasso.
Attorno al tavolo, che Giorgio aveva effettivamente allungato, cera la compagnia al completo: Giuseppe, corpulento con faccia da babbo natale accaldata, Mara, bionda e snella, due ragazzine immerse nei cellulari. Ma anche unaltra. Accanto a Giorgio, quasi appoggiata a lui, una ragazza dai capelli rosso fuoco. La riconobbe: era Elisa, la collega anima dellufficio di cui Giorgio parlava spesso.
Oh, finalmente la padrona di casa! tuonò Giuseppe, alzando il bicchiere. Siamo già qui a salutare lanno vecchio, non ce ne voglia! Giorgio diceva che eri uscita a rifornire la dispensa.
Giorgio, festoso e arrossato, nemmeno si alzò, ma le fece cenno a una sedia allangolo, accanto al piattino di Giulia.
Dai, Fra, unisciti! Ti presento Elisa, la nostra contabile. Era sola per Capodanno, lho invitata. Dove sta bene in cinque, ci sta anche il sesto, no?
Elisa la guardò con finto imbarazzo, sbattendo le ciglia lunghe.
Ciao Francesca mi auguro di non essere di troppo. Giorgio insisteva Diceva che qui la festa non finisce, cè posto per tutti. Ho anche portato una torta.
Francesca guardò il tavolo: un disastro. Le sue insalate curate erano già mezzo spazzate, cucchiai abbandonati là dentro. Loca, che aveva marinato per ore, faceva bella mostra di sé tutta ridotta a pezzi, ben prima di mezzanotte. Matteo e Giulia erano abbandonati sul divano con i tablet, dimenticati.
Giorgio la voce di Francesca tremava, ma tenne il volto fermo. Vieni in cucina, ora.
Dai, Fra, basta scenate, Giorgio roteò gli occhi. Qui la gente festeggia. Mettiti a tavola. Hai preso il pane?
In cucina. Adesso.
Cala un silenzio improvviso. Mara arricciò il naso, Giuseppe versò altro vino, Elisa si sistemò la scollatura.
Giorgio si alzò con plateale lentezza e la raggiunse, lasciando trapelare tutta la fatica dellassecondarla.
Che succede? Chi è quella? Perché gli ospiti sono qui due ore prima e già si mangia? E perché la presenza di Elisa mi viene detta adesso?
Devi render conto di tutto? Giorgio si fece minaccioso, odorava di brandy e profumo dolciastro. Elisa è una collega, è sola, mi faceva pena. E i ragazzi sono arrivati prima, zero traffico. Dovevo lasciarli fuori fino al tuo ritorno? Poi tu, quanto ci hai messo? Al telefono con lamante?
Ti ascolti? sussurrò lei. Hai invitato una sconosciuta, senza avvisarmi, durante la nostra festa con i bambini? E i figli? Hai dato loro qualcosa da mangiare?
Sono grandi, mangeranno se hanno fame. Smettila di fare la tragica! le azzannò la spalla. Ora rientri, sorridi, versi il vino a Elisa e ti comporti come una vera moglie italiana, non da mercato. Voglio rilassarmi! Ho lavorato tutto lanno! Me lo merito!
Una buona compagnia, eh? ripeté Francesca, amara. Io e i figli, invece, accessori?
Non distorcere. Non rovinarmi la festa. O
O cosa? stavolta lo fissò negli occhi.
O niente soldi il prossimo mese. Vedi come campi coi tuoi centesimi.
In quellistante, Elisa spuntò sulla porta.
Giorgio, abbiamo iniziato il brindisi senza di te Francesca, scusa, ti interrompo cè maionese? Linsalata è un po secca.
Giorgio, di colpo, tornò docile e sorridente, strizzò locchio a Elisa.
Arrivo, Ely! Francesca vi porta tutto, poca pazienza, eh? È solo un po nervosa, tanta fatica
Sparì. Francesca rimase pietrificata, con la maionese in mano. Dentro sentì rompersi qualcosa, come una corda che cede di schianto. Anni a sopportare; risparmiando su di sé per regalargli orologi da uomo al compleanno, chiudendo un occhio sulle sue riunioni serali, costruendo questo nido. E lui aveva semplicemente calpestato tutto. Portando unaltra in casa, schiaffeggiando la sua dignità in pubblico.
Appoggiò la maionese sul tavolo. Guardò lorologio: 22:15. Mancavano meno di due ore allanno nuovo.
La decisione fu gelida, lucida, più nitida dellaria di gennaio.
Francesca entrò di corsa dai bambini. Matteo stava mostrando a Giulia una macchinina.
Amori, sussurrò, ci prepariamo: si parte per un viaggio.
Ora? chiese Matteo. E papà? E i fuochi?
Li guardiamo da unaltra parte. Papà è impegnato. Forza, vestitevi pesante, prendete il peluche preferito.
Giulia, sentendo la determinazione materna, si infilò le calze senza fiatare. Francesca gettava nel suo zaino vestiti, caricatori, documenti. Le mani le tremavano, ma andava spedita.
Dopo dieci minuti erano pronti. In corridoio la musica, in salotto karaoke e schiamazzi. Lei si vestì, mise il cappello.
Dove credi di andare? la voce di Giorgio dallarco, forchetta e cetriolino in mano, un braccio su Elisa. Incredulo.
Ce ne andiamo, disse Francesca, prendendo Giulia.
Dove? È notte!
Da mamma.
Da tua madre? Sei impazzita? A due ore dalla mezzanotte! Chi serve a tavola? Chi fa da padrona di casa?
Tocca a Elisa, guardò la ragazza, che sbiancò. È lei lanima della festa, giusto? Io mi sono stancata.
Non ti azzardare! urlò Giorgio. Se esci ora, non tornare! Chi ti prenderà, divorziata con due figli? Mi rincorri, eh? Ma io
Non voglio che tu venga dietro, lo interruppe lei. Resta pure coi tuoi amici. Matteo, vieni.
Ciao, papà, sussurrò Matteo, il naso che cola. Si guardava le scarpe.
Giorgio trattenne a stento lira.
Andate, andate! Isterica Salutami la suocera! Domattina strisci qui a chiedere scusa, quando i soldi ti finiranno!
Francesca chiuse la porta, tagliando via insulti, risate sguaiate.
Fuori, la bora sferzava la via. Neve in faccia, ma era indifferente. Con mani che tremavano, prenotò un taxi. Il prezzo altissimo, tripla tariffa, ma non le importava. I suoi risparmi per le vacanze? Beh, le vacanze cominciavano ora.
Mamma, papà è cattivo? chiese Giulia, aspettando il taxi, stretta a lei.
No, tesoro. Papà ha solo dimenticato cosa significa famiglia. Ma noi non ce lo ricordiamo benissimo, vero?
Il taxi arrivò subito, unauto grigia guidata da un uomo baffuto di mezza età che la osservò stupito, ma senza fare domande. Alzò solo il riscaldamento.
Preferisce la radio bassa? chiese.
No, lasci pure, rispose Francesca, fissando i lampioni che scorrevano.
Il viaggio fu lungo, quasi quaranta minuti. Nessuno in giro, Roma guardava al nuovo anno aspettando un miracolo. Inviò un messaggio alla madre: Arrivo. Con i bambini. Ti spiego tutto. Sei sveglia?. Risposta immediata: Ti aspetto. Ho appena sfornato la crostata. Sorrise e le scivolò la prima lacrima.
La madre la accolse sulla soglia, nel suo camice di flanella che odorava di vaniglia e cannella. Nella casina regnava pace e tepore, un piccolo abete lampeggiava in un angolo.
Entrate, miei cari, entrate che siete gelati! diceva aiutando i nipoti a spogliarsi. Francesca, sei pallida. Ti preparo una tisana con la melissa. Passerà tutto.
Si sedettero in cucina. La mamma mise in tavola la sua torta salata alle verdure, tagliò il pecorino, aprì un barattolo di carciofini. Fu la cena più buona della vita di Francesca. I bambini seduti, tranquilli, scapparono poi a vedere i cartoni nel letto.
Raccontami, disse la madre, versandole la camomilla. Ti ha fatta scoppiare?
Francesca annuì e raccontò tutto. Del pane senza glutine, di Elisa, delle urla. La madre le prese la mano.
Hai fatto bene, tesoro, disse sicura. Certo, la pazienza serve, ma il rispetto è tutto. Senza rispetto, crolla la casa, per quanto cemento ci metti. Giorgio ha perso un tesoro.
Al televisore era partito il discorso del Presidente. Francesca versò il prosecco, anche per la mamma. I bambini tornarono con le stelline.
Buon anno! gridarono insieme mentre le campane suonavano.
Francesca espresse un desiderio. Non sul marito, non sui soldi. Che avesse la forza di ricominciare, e che i figli non lasciassero mai che qualcuno li trattasse come aveva permesso a lungo a sé stessa.
Il cellulare vibrò. Giorgio chiamava. Due, tre volte. Poi messaggi su messaggi. Francesca ignorò tutto, girò il telefono a faccia in giù.
Non rispondi? chiese la mamma.
No. Avrei risposto, un anno fa. Ora no. È anno nuovo, e nellanno nuovo ai mariti passati non si risponde.
I tre giorni seguenti furono di pura pace. Parco, discese sullo slittino, pupazzi di neve. Solo il tre gennaio accese il cellulare: quaranta chiamate perse da Giorgio, dieci vocali. Prima furibonde: Dove sei? Riporta i figli!. Poi lamentose: Francesca, forse hai esagerato. Infine disperate: Qui è una fogna, piatti ovunque, non so come si avvia la lavatrice, dovè il giubbotto di Matteo?.
Li ascoltò divertita, come uno sceneggiato radiofonico su qualcun altro.
Quella sera bussarono alla porta. Era Giorgio: sfatto, occhi gonfi, giacca stropicciata, un mazzo di tre rose appassite.
Francesca, dobbiamo parlare, iniziò impacciato. Buonasera signora Maria.
La suocera lo fronteggiava in silenzio, a braccia conserte.
Francesca uscì in corridoio.
Parla, Giorgio. Più piano, i bambini dormono.
Dai, torniamo a casa. Basta scenate. Le feste finiscono, devo lavorare. Camicie non stirate, niente da mangiare. Gli ospiti Elisa un disastro, ha quasi bruciato la tovaglia. Mara e Giuseppe hanno litigato. Senza di te è linferno. Lho capito. Ho sbagliato. Dai, capita a tutti
Le porse i fiori, tentando la vecchia arma del sorriso smagliante.
Senza di me stai male o senza la domestica? domandò calma Francesca.
Dai, non dire così ti amo. Siamo una famiglia!
Una famiglia non manda la moglie di notte a comprare il pane per unestranea. Una famiglia si protegge. Quello che eravamo era comodo solo per te.
E quindi? Che vuoi fare, divorziare? Per delle sciocchezze?
Per mancanza di rispetto, Giorgio. Non è sciocchezza. Dopo le feste vado dallavvocato. I bambini restano con me. I beni si dividono.
Giorgio allibì. Non si aspettava una risposta simile.
Ti pentirai! A quarantanni, con due figli, che futuro credi davere?
Ne ho uno con loro, con mia madre. E mi basta, sorrise lei.
Prese i fiori, li posò sullarmadietto nellandrone.
Vai, Giorgio. Impara a fare i tortellini e a far partire la lavatrice. Ti servirà.
Chiuse la porta e girò la chiave due volte. Il click fu come la parola fine a un lungo romanzo.
Tornò dalla madre e labbracciò.
È andato? chiese lei.
È andato.
Meglio così. Tisana? E un po di marmellata.
Sì, mamma. Quella ai lamponi.
Francesca si accomodò vicino alla finestra. Fuori nevicava ancora, Roma si copriva di bianco. Davanti, incertezza, tribunali, nuova vita, forse un nuovo lavoro. Ma non provava paura. Solo unenorme leggerezza, come se finalmente si fosse tolta delle scarpe troppo strette, pronta a camminare leggera per la sua strada.
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