È ora che tu cresca, dissi una sera a mio marito, Mario. La sua reazione mi lasciò senza parole.
Cosa direste voi del vivere con un eterno adolescente nel corpo di un uomo di quarantanni?
Era quella storia in cui chiedi: «Mario, per favore vai tu alla riunione dei genitori a scuola», e lui risponde: «Non posso, domani ho il torneo di calcio virtuale».
O ancora, quando gli ricordavi di pagare le bollette lui annuiva sempre, sorrideva, e dopo una settimana ci staccavano lacqua calda. Perché si era dimenticato. Troppo preso dalla sua FIFA.
Oppure, nostro figlio di dodici anni che mi chiedeva spiegazioni di scienze, mentre il padre nella stanza accanto urlava in cuffia: «Passala! Dai, che fai?!», tutto preso dalla partita.
Ho vissuto così per diciassette anni. Immaginatelo.
Ci eravamo conosciuti alluniversità Mario era il ragazzo divertente, simpatico, sempre con la chitarra in mano, che faceva ridere tutti con le sue storie. Io, Fiorenza, fissata con i libri e i voti. È a quella leggerezza che mi ero affezionata: lui sapeva davvero vivere e non lasciarsi schiacciare dal mondo.
Credevo fosse questo lequilibrio: io la responsabile, lui la spensieratezza. Yin e yang.
Ma è andata in un altro modo: io tiravo la carretta e lui restava sopra, a ciondolare i piedi.
Dopo il matrimonio, Mario qualche lavoro lo trovava. Un po di qua, un po di là. Commercialista, receptionist, commesso: ruoli in cui non si doveva faticare troppo. Lo stipendio? Così così. E ogni volta la scusa: È solo un periodo, Fio. Presto sistemiamo tutto.
Non cambiava mai nulla, però.
Io invece lavoravo in Agenzia delle Entrate. Sicura, affidabile, noiosa. Pagavo il mutuo, andavo a fare la spesa, portavo Luca dal dottore, gli controllavo i compiti. Mario nel frattempo recuperava dalla fatica lavorativa.
Davanti al computer. Fino alle tre di notte.
Mario, gli dicevo stremata, qualche volta dovresti andare tu alle riunioni con i professori. Io non posso sempre chiedere permessi.
Non posso, Fio. Ho un incontro importantissimo.
Incontro era la birra con lex compagno di corso al bar.
Mario, ricordati di pagare Internet. Altrimenti ce lo tagliano.
Sì, sì, certo.
Chiaramente, poi toccava sempre a me.
Alla fine, non ero più la moglie, ma la madre. O la sua segretaria.
Fino al giorno in cui la pazienza finì.
Luca era sui libri, aveva gli occhi rossi.
Mamma, questo problema non lo capisco. Papà, mi aiuti?
Mario stava in poltrona, le cuffie nelle orecchie, lo sguardo fisso allo schermo.
Papà! ripeté Luca, più forte.
Mi avvicinai e gli tolsi le cuffie.
Non senti tuo figlio?
Mario si voltò, scocciato. Dai Fio, adesso sono impegnato.
Impegnato? guardai lo schermo: palloni, giocatori, bestemmie in chat. Questo sarebbe essere impegnato?
Non ricominciare.
Tuo figlio ti sta chiedendo aiuto per i compiti! E tu da ore sei attaccato a questa… sciocchezza!
È FIFA, precisò lui, calmo. E comunque ho una classifica importante.
Sai che mi importa della tua classifica!
Luca se ne andò piano in camera sua. Era abituato: se mamma e papà alzavano la voce, meglio non restare.
Restai lì davanti a mio marito: un omone con il pancione, ma lo sguardo da ragazzino.
Mario, dissi con un tono che nemmeno io riconobbi, è ora che tu cresca.
Si alzò di scatto, facendo indietreggiare la sedia.
Cosa?!
Trasalì.
Crescere?! Mi sono stufato di essere comandato! Di sentirmi sempre criticare, dire che sono irresponsabile!
Mario.
Basta! afferrò la giacca. Me ne vado. Fai pure come ti pare!
Sbatté la porta.
Io restai immobile al centro del soggiorno.
Capita che tuo figlio capisca prima di te
Passai la notte in cucina, guardando fuori dalla finestra.
Mario non tornò. Non mi rispose al telefono né ai messaggi.
Per la prima volta in diciassette anni, non andai a cercarlo. Non chiamai nessuno. Non mi agitai.
Al mattino arrivò Luca, ancora assonnato e spettinato.
Mamma, dovè papà?
Se nè andato, risposi.
Ancora litigate?
Non proprio.
Si preparò un tè, si sedette. Lungamente in silenzio.
Poi, quasi sottovoce:
Mamma, lo sapevi che papà vuole vendere la macchina?
Mi si gelò il sangue.
Cosa hai detto?
Sì, mi aveva detto di non dirlo a nessuno ma visto che vi siete arrabbiati Lho visto prendere dei documenti. Fotocopiava i nostri passaporti, il certificato di matrimonio, e altre carte.
Senti un brivido scendere giù per la schiena.
Quando è successo?
Una settimana fa. Disse che era solo per sicurezza. Che noi non dovevamo preoccuparci.
Andai nella stanza dove Mario ormai dormiva da mesi diceva così mi fa bene la schiena.
Aperto il suo cassetto: carte, scontrini, cianfrusaglie.
Nel fondo trovai una cartellina.
Allinterno: il contratto di fideiussione.
Nero su bianco: Mario Bianchi si impegna come garante per un prestito di centomila euro.
Richiedente: Giampiero Bianchi.
Suo fratello. Quello sfortunato, che anni prima aveva mandato la famiglia in rovina e fatto star male i genitori.
Centomila euro.
Mi accasciai sulla poltrona. Lessi anche il resto.
Come garanzia, la nostra macchina di famiglia, appena finito di pagarla. E alcuni fogli che parlavano di una possibile ipoteca del nostro appartamento quel bilocale per cui pagavamo il mutuo con fatica.
Santo cielo, sussurrai.
Tutto ora aveva senso: la sua rabbia, lo sfogo su chi comanda. Sapeva che tutto stava per venire a galla. E se nera andato, pur di non affrontare la verità e, magari, fingersi vittima.
Non si trattava più di pigrizia o irresponsabilità. Era paura. Fuga. Si rifugiava nei giochi e nella birra pur di non pensare.
Presi il telefono. Chiamai Mario.
Rifiutò la chiamata.
Ancora.
Che cè? mi disse infuriato.
Torna a casa subito.
Non torno. Non ho nulla da dirti.
Io invece sì. Di Giampiero, del prestito, di come vuoi rovinare la nostra famiglia per colpa di tuo fratello, che nemmeno si ricorda di te.
Hai trovato i documenti?
Sì. Torna subito. O andrò da tuo fratello e gli dirò io tutto.
Arrivò dopo unora.
Quando linfantilismo è solo vigliaccheria
Entrò: stropicciato, amareggiato, sapeva di birra.
Chiesi a Luca di non uscire dalla sua stanza.
Siediti, dissi pacata.
Si sedette, sguardo basso.
Centomila euro, cominciai. A garanzia della nostra macchina e della casa. Per tuo fratello, che già una volta vi aveva messo nei guai.
Non capisci nulla, borbottò.
Allora spiegami.
Giampiero si è cacciato in un casino! Gli hanno chiuso lattività, lo minacciano di fargli causa. È mio FRATELLO! Non potevo dirgli di no!
Sorrisi amara.
Non potevi. Ma a me hai pensato?
Avresti rifiutato.
E avrei fatto bene! Questa è follia! Mario, abbiamo un figlio. Un mutuo per dieci anni ancora. Ce la facciamo a malapena. E tu vuoi prenderti la responsabilità di centomila euro?!?
Li restituirà.
Come laltra volta? mi alzai. Hai già dimenticato che successe ai tuoi genitori? Tu stesso avevi giurato mai più aiuti a Giampiero!
Le persone cambiano.
Le persone non cambiano. Giampiero vive sulle spalle degli altri, sempre. E tu hai deciso di farti usare, di nuovo.
Restò in silenzio, come un ragazzino colto a marachella.
Quando devi scegliere tra fratello e famiglia
Si alzò di scatto.
Io… io non potevo negargli aiuto! È mio fratello!
E io cosa sono? mi misi in piedi anche io. E Luca, per te chi è? Siamo degli estranei?
Siete la mia famiglia. Ma anche Giampiero, lo è!
No, scossi il capo. La famiglia è chi ti assume una responsabilità. Giampiero è un adulto di quarantatré anni che vive sulle spalle degli altri. E tu hai deciso di regalargli lennesima occasione.
Mario abbassò lo sguardo.
Aprii il portatile, accesi la banca online.
Che stai facendo? scattò lui, ansioso.
Cambio gli accessi del nostro conto comune. Quello dove mi arriva lo stipendio. Da cui volevi far partire i pagamenti per tuo fratello.
Non puoi!
Invece sì. I soldi li guadagno io. E tu, Mario, in questi anni hai solo cambiato lavori e portato briciole.
Un colpo duro, ma necessario.
Si fece pallido.
Fiorenza.
Domani vado da un avvocato, continuai. Voglio capire come proteggere casa da qualsiasi ipoteca tu possa firmare per Garanzia. E se serve, chiedo la separazione. Divisione dei beni. Limitazione dei tuoi diritti.
Mi stai ricattando?!
Mi sto difendendo. E difendo anche Luca. Da te.
Mario prese la giacca.
Sai cosa? Fa come vuoi! Vado da Giampiero, firmo tutto e basta! Tu tieniti il tuo controllo, i tuoi calcoli!
Se firmi, io chiedo la separazione. Subito.
Si fermò alla porta.
Dici sul serio?
Sì. Sono diciassette anni che faccio tutto da sola: lavorare, crescere Luca, pagare ogni spesa. Tu solo videogiochi. Ho sopportato pensando: Almeno non beve, non mi tradisce, non mi picchia. Ora vuoi farci affondare nei debiti per tuo fratello? È la goccia che fa traboccare il vaso.
Ma lui mi ha chiesto aiuto!
E allora? sghignazzai. Ha sempre chiesto. Sei anni fa, dieci anni fa Giampiero vive così da una vita. E tu ci caschi ogni volta.
Promette di restituire.
Mario, mi avvicinai. Apri gli occhi. Giampiero non restituisce. Prende e basta. Sparisce. Poi ricompare, a mani vuote.
Stavolta sarà diverso.
Diverso?! gridai dun tratto. Diverso per cosa? Stavolta rischiamo noi, non i tuoi genitori?!
Quando la verità fa male più dellamore
Entrò Luca.
Mamma papà Che succede?
Ci zittimmo.
Lui aveva lo sguardo impaurito, quello dei bambini quando sentono che la famiglia si sta sgretolando.
Papà, chiese sommesso, vuoi davvero fare il prestito per zio Giampiero?
Mario trasalì.
Hai sentito tutto?
Tutto. Luca si asciugò il naso. Se lui non paga, restiamo senza casa?
No, mentì Mario. Non succederà.
Sì che succede, dissi io secca. Luca, vai in camera.
Ma mamma
Vai!
Se ne andò.
Mi voltai a mio marito.
Hai visto? Tuo figlio ha paura. Ha dodici anni: dovrebbe pensare solo ai compiti e alle amicizie. E invece si preoccupa se avrà ancora una casa.
Mario si lasciò cadere sul divano, la faccia tra le mani.
Non so che devo fare.
Lo sai benissimo, risposi netta. Scegli: fratello o famiglia. Ora.
Fio, non è semplice
Invece sì. Chiami Giampiero e dici: Mi dispiace, non posso. Ho mia moglie e mio figlio. Tutto qui.
Ma se poi gli succede qualcosa?
Qualcosa succederà comunque, alzai le spalle. Giampiero è così. Si caccerà sempre nei guai. Tu vuoi affondare con lui?
Lui tacque.
Presi il telefono.
Hai ventiquattrore. Domani sera, o chiami tuo fratello e rifiuti, o io chiedo il divorzio. Non ci sono alternative.
Mario chiamò la sera dopo.
Io ero a tavola con il legale, una donna sui cinquantanni, che mi spiegava come tutelare la casa da fideiussioni.
Il telefono vibrò. Mario.
Pronto? risposi.
Ho chiamato Giampiero.
Silenzio.
E?
Ho detto di no.
Chiusi gli occhi. Tirai un sospiro.
Come lha presa?
Mi ha insultato. Ha detto che sono un traditore. Che non mi chiederà mai più nulla. Che ormai non abbiamo più nulla da condividere. La voce tremava. Fiorenza, io ho paura per lui. Magari stavolta finisce male.
Non succederà. Troverà qualcun altro. Lha sempre fatto.
Mario tornò dopo unora. Lavvocata era già andata via, lasciandomi una busta con dei documenti.
Entrò Mario e per la prima volta era un uomo, non più il ragazzino irresponsabile.
Luca dorme? chiese.
Sì.
Ci sedemmo.
Misi davanti a lui i fogli scritti dallavvocato.
Ora si ricomincia, dissi. Cerchi un lavoro vero. Non provvisorio: stabile. Dividiamo le spese, i compiti, le riunioni a scuola, le attività di Luca. Tutto a metà. Nessun segreto, nessuna decisione presa da solo.
Non disse nulla. Poi annuì.
Va bene. Ci proverò.
Tre mesi dopo
Mario era stato assunto in una società di costruzioni come impiegato amministrativo.
Io smisi di controllare tutto. Lasciai andare un po. E fu una sorpresa: Mario sapeva cucinare la cena, aiutare Luca a studiare, andare alle riunioni a scuola di sua iniziativa.
Di Giampiero non abbiamo più avuto notizie. Numero cambiato, nessuna chiamata.
E per la prima volta in diciassette anni, mi sono sentita viva. Non ero più a trainare la famiglia da sola. Semplicemente, vivevo.
Con un marito che, finalmente, era cresciuto.






