Il mio tormento, la mia gioia: la storia di Emanuele e Anna tra amore, dipendenza e seconde possibilità nella Milano di oggi

IL MIO PROBLEMA, LA MIA FELICITÀ

Martina, fino a quando hai intenzione di bere? Sono stanco di salvarti sempre. Cosa devo fare perché tu dica addio per sempre al vino? Guardati, sembri un albero ormai essiccato, cercavo ancora una volta di convincere mia moglie a mettersi in riga, usando tutte le parole possibili.

Ma chi mai si è fermato davanti a parole del genere? Sapevo bene che i miei discorsi non servivano a nulla. Martina ora mi giurerà che non toccherà più una goccia. Ma tra una settimana sarà tutto da capo

Luca! Non cè bisogno che tu sia il mio salvatore. Non arrabbiarti. Ho solo bevuto un sorso. Mi ha chiamata unamica, ci siamo fatte due chiacchiere. Ci siamo incontrate rispondeva Martina con voce impastata.

Ma non riesci nemmeno a parlare, Martina! Vai a dormire, va, le dicevo.

Martina tentò senza forza di darmi un bacio. Sbagliò mira. Io mi scansai, infastidito dal suo alito pesante e stantio di giorni. Sospirando, si trascinò in camera. Non si tolse nemmeno i vestiti, si buttò stanca sul letto e iniziò subito a russare.

…A volte, lho portata a letto sollevandola da terra come una sirenetta senza vita. Una scena che non si dimentica.

Per una giornata giro solo per casa.

Martina, svegliandosi, con lo sguardo basso, mi si avvicina pian piano:

Perdonami, Luca. Ho sopravvalutato la mia resistenza. È stata lamica, ha inventato brindisi assurdi, mi costringeva a bere fino in fondo.

Io tacevo arrabbiato. A quel punto Martina si metteva freneticamente a pulire la casa, a lavare i piatti, a fare il bucato con estrema cura

Luca, cosa vuoi per pranzo? Dimmi pure, preparo quello che vuoi, ora Martina cinguettava, dolce e femminile.

Il pranzo passava tra battute, un sapore incredibile, abbondante. Dopo, passeggiavamo insieme, comprando dolcetti e prelibatezze. Cercavamo di goderci la vita. La notte era solo nostra: intensa, dolce, travolgente. Mi mancavano le carezze di mia moglie, il suo corpo malleabile, le sue parole dolci e rassicuranti…

Questa idillio durava una settimana, forse due. Poi Martina tornava nervosa, intrattabile, permalosa. Sapevo già che era vicina a ricadere e che avrebbe ricominciato a bere come una spugna. Seguivano scenate, accuse, lacrime.

Questo copione familiare è andato avanti per anni.

…Quando io e Martina ci siamo conosciuti avevamo sette anni. Siamo cresciuti insieme, andavamo a scuola nella stessa classe. In terza superiore le dichiarai un amore folle. Lei rispose di sì. Avremmo potuto avere un figlio, ma Martina preferì continuare gli studi allUniversità. E in fondo nemmeno io ero pronto a diventare padre così giovane. Tirai quasi un sospiro di sollievo quando Martina, tornata dallospedale, mi disse sorridendo:

È fatta. Non voglio imporre né a te né a me una vita di pannolini e bavaglini. La vita è tutta davanti a noi!

Poi le nostre strade si sono separate per dieci anni.

Martina si sposò, io pure. Ci siamo rivisti dopo tanto, a una cena di ex compagni di scuola. Ero impazzito per Martina. Una vera bambolina! Mi travolse unondata di ricordi dolcissimi. Volevo stringerla e non lasciarla più andare via. Ma la serata finì in fretta.

Scambiammo i numeri, poi passammo altri cinque anni senza vederci.

Non lho mai dimenticata. Geloso di suo marito, anche se non lo davo a vedere. Ma avevo mia moglie, una figlia, una vita ormai avviata.

Un giorno Martina mi chiamò sconvolta:

Luca, vediamoci, ti prego.

Non ho fatto domande. Sono corso da lei.

Martina mi aspettava seduta su una panchina al parco, si guardava intorno piena dansia. Mi sono avvicinato in punta di piedi e le ho coperto gli occhi con le mani.

Luca? Mi ha abbracciato forte le mani con le sue.

Esatto, le ho dato un mazzo di fiori, Martina, cosè successo? mi sembrava stesse piangendo.

Ho divorziato. Lui mi rimproverava di continuo perché non riuscivo ad avere figli. Mi diceva che ero sterile come il deserto. Aveva bisogno di un erede, la voce di Martina si spezzava dal pianto.

Ho cercato di consolarla come potevo. Se Martina fosse davvero deserta, un po era anche colpa mia

Poco dopo ci siamo sposati. Ho lasciato la mia vecchia famiglia. Anche lì non era tutto rose e fiori. Mio suocero era ricco e non perdeva occasione per umiliarmi, chiamandomi poveraccio. Mi diceva:

Luca, troveremo un altro per mia figlia. Non permetterò che la mia unica nipotina mangi un gelato da pochi euro o si vesta nei mercatini dellusato! Scegli una donna del tuo rango!

Brontolava come una mosca fastidiosa a fine estate. Non a caso dicono: Tieni lontano un suocero ricco come il diavolo cornuto!. Mia moglie prese le sue difese, non le bastava mai niente.

Ho messo insieme le mie cose e sono andato a vivere in un appartamento in affitto. Dentro: un armadio, un letto, un tavolo e una sedia. Mi bastava.

Quando Martina è tornata nella mia vita, ho voluto vestirla e calzarla da regina. Una donna amata va coccolata. Per fortuna mi era capitato un ottimo lavoro. Nel tempo sono riuscito ad avere una posizione solida.

Insieme a Martina abbiamo comprato una bella casa, arredata con tutti i comfort. Abbiamo preso anche unauto straniera.

Andavo spesso da mia figlia del primo matrimonio, portandole abiti firmati, giocattoli incredibili dallestero. Mio ex suocero sorrideva sarcastico:

Guarda chi ce lha fatta

La mia prima moglie non si è mai più risposata. Gli uomini in circolazione devono essere finiti

Non ho voluto che Martina lavorasse. La casa era sotto la sua cura: cucinare, tenere tutto in ordine. Sapeva preparare piatti deliziosi, decorandoli con arte. Amava prendersi cura di se stessa: parrucchiere, manicure, estetista. Approvavo sempre queste attenzioni. Mi piaceva che gli uomini si girassero a guardarla per strada. Ero orgoglioso di mia moglie sempre in ordine. Le stendevo la vita ai piedi.

Ma la felicità senza ombre è durata poco. Martina aveva iniziato a bere troppo spesso. Sembravano piccoli cambiamenti, ma io lo percepivo: cera qualcosa che non andava.

Per distrarla dai pensieri tristi, la feci assumere al lavoro. Dopo un mese la invitarono a dimettersi. Nessuno voleva una collega sempre alticcia.

Martina non aveva neanche bisogno di compagnia per bere. Si ubriacava da sola. Esagerava, fino a perdere i sensi. Suo fratello più giovane era morto sulla soglia di casa per abuso.

Tornavo dal lavoro malvolentieri, non volevo vedere Martina in quegli stati. Cercare di convincerla era inutile.

Rifiutava ogni tipo di cura:

Non farmi passare per una fallita! Non capisci, Luca! Vivo in una prigione dellanima! Non avrò mai figli! Tu almeno una figlia ce lhai

Mi si stringeva il cuore. Ero esausto da questa commedia chiamata alcolismo, così mi sono ritrovato una giovane amante. Non volevo niente di serio. Era una ragazza di venticinque anni: allegra, fresca, bellissima. Mi adorava. Ho lasciato Martina per lei. Per due anni ho seguito Martina da lontano. Sempre più in basso cadeva. Si avvicinava soltanto il baratro. Chi potrà proteggerla, se non io? Come si dice, i parenti sono tanti, ma quando affoghi non cè nessuno che ti tenda una mano. Il mio percorso è con Martina. Che questa strada sia diritta o tortuosa, nessuno può saperlo.

Durante la separazione morivo di nostalgia per Martina, mi sentivo colpevole. Perché, in fondo, amo ancora questa donna così smarrita.

Dando un bacio daddio alla mia splendida ragazza, tornai dalla mia Martina abbandonata.

Lei è il mio tormento, la mia felicitàQuando riaprii la porta di casa, trovai Martina sdraiata sul divano, la luce spenta e la televisione accesa sul muto. Si voltò verso di me, occhi gonfi ma lucidi, come se mi stesse aspettando da giorni.

Non ci fu bisogno di parole. Mi sedetti accanto a lei e le presi la mano. Sentii il tremore che le attraversava le dita, ma per la prima volta non distolse lo sguardo.

Sei tornato davvero, Luca? sussurrò, la voce minuti come una piuma, ma carica di speranza.

Sono qui, risposi, stringendole la mano più forte. Resto con te. Qualunque cosa succeda, la affronteremo insieme.

Allora Martina, in un gesto improvviso, poggiò la testa sulla mia spalla. Sentii il suo respiro agitato diventare piano piano più regolare, come se dentro di lei una tempesta si fosse finalmente placata almeno per quella notte.

Passarono ore senza che nessuno dicesse niente. Sembrava che il tempo si fosse fermato, che il dolore si fosse sciolto nella reciproca presenza. Poi, lentamente, Martina si alzò e andò in cucina. Tornò con due tazzine di caffè, le mani ancora incerte ma decise. Me ne porse una.

Non so se ce la farò, bisbigliò, sorridendo tra le lacrime. Ma voglio provarci. Voglio tornare a vivere.

Lo faremo insieme promisi. Non sarai mai più sola, Martina. E io non sarò più il tuo salvatore, ma il tuo compagno.

Quel giorno segnò linizio di una nuova danza: fatta di passi avanti e piccoli ritorni, di cadute e di sorrisi ritrovati. Avevamo entrambi molte ombre, ma insieme imparavamo a condividerle, e la luce sembrava ogni giorno un po più forte.

E così, tra i pezzi rotti e le promesse rinnovate al mattino, capii finalmente che il mio problema era anche la mia felicità: restare accanto alla persona che amavo, nonostante tutto, e con lei costruire non la perfezione, ma una fragile, autentica speranza.

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Una giovane in difficoltà vende un dipinto in un hotel per sbarcare il lunario con la madre malata, ma viene cacciata in strada.