Il figlio e la nuora cacciano l’anziano padre dalla sua stessa casa: il freddo lo sta quasi uccidendo, quando all’improvviso una carezza dolce sul volto lo risveglia. Aprendo gli occhi, resta pietrificato dalla paura…

Diario di Giovanni Bianchi, 17 novembre
Non avrei mai pensato che un giorno avrei scritto questo, ma mi ritrovo solo, seduto su una panchina del Parco Sempione a Milano, con il cuore appesantito dal dolore e dal freddo. Questa sera, il vento gelido attraversa ogni mio indumento, mentre una sottile coltre di neve cade piano sulle mie spalle già curve dalletà. Le mani e i piedi li sento sempre più lontani dal mio corpo.
Mi rimbombano ancora nelle orecchie le parole di mio figlio, Luca, e di sua moglie, Francesca. Oggi, dopo più di quarantanni vissuti sotto lo stesso tetto, hanno deciso che per me non cera più posto.
Papà, io e Francesca proprio non ce la facciamo più. La casa è piccola e tu hai bisogno di troppe attenzioni. Spero tu possa capire.
Ho annuito, senza voce, mentre dentro di me urlavo di dolore. Come poteva mio figlio, il bambino al quale ho dedicato tutta la vita, dirmi una cosa simile? Ricordo la vergogna, la mia sacca consumata stretta nella mano, il capo chino e una lacrima che lottavo per non far scendere.
Non sapevo dove andare. I vicini abbassavano lo sguardo, e lidea di finire in una casa di riposo mi faceva tremare più del freddo stesso. Milano, la mia città di sempre, dimprovviso mi appariva estranea, fredda, distante.
Seduto su quella panchina, ho riavvolto nella mente la mia vita con Anna, la mia amata moglie. Insieme avevamo costruito casa, cresciuto Luca, sognato un futuro pieno di calore familiare. Lei mi diceva spesso:
Quando saremo vecchi, ci siederemo accanto al camino a raccontarci la nostra giovinezza.
Anna non c’era più da due anni, e da quel momento, per mio figlio e sua moglie sono diventato solo un peso da sopportare.
Ho chiuso gli occhi, sentendo il corpo assopirsi sempre più e il respiro che si faceva flebile. È così che si muore?, mi sono chiesto. Poi, allimprovviso, un tocco caldo e leggero mi ha sfiorato la guancia. Ho aperto lentamente gli occhi e sono rimasto senza fiato.
Davanti a me cera Bianca, la vecchia cagnolina randagia che nutrivo nei pressi di casa fin da quando era cucciola. Mi guardava con occhi pieni di fedeltà e preoccupazione. Ha leccato la mia mano, gemendo piano, come a pregarmi di non lasciarmi andare.
Sei venuta davvero, vecchietta? ho sussurrato, forzando un sorriso.
Lei ci è subito seduta vicino, si è accoccolata sulle mie gambe gelate, nel tentativo di scaldarmi col suo corpo. Ho sentito salire le lacrime: nessuno si ricordava più di me. Nessuno, tranne lei.
Con una fatica immensa, mi sono aggrappato al bordo della panchina e mi sono rimesso in piedi. Bianca mi seguiva passo passo, voltandosi spesso verso di me, quasi a dirmi: Andiamo, fidati.
Dove mi porti, piccola? ho chiesto, la voce strozzata.
Rispondeva solo agitando la coda, contenta di avermi trovato. Dopo vari minuti a camminare fra le strade silenziose di notte, mi ha guidato vicino ai Navigli, davanti a una vecchia baracca abbandonata. Ha spinto la porta con il naso e siamo entrati.
Dentro cera della paglia umida e laria sapeva forte di muffa, ma era meglio di niente. Mi sono seduto per terra, ho attirato Bianca accanto a me, accarezzando il suo pelo sporco ma familiare.
Grazie Almeno tu non mi hai mai abbandonato.
Chiudendo gli occhi, ho lasciato che il suo calore mi raggiungesse, mentre i ricordi della mia vita svanivano adagio. Una piccola speranza, quasi una preghiera, ha attraversato la mia mente: forse Dio mi vede ancora.
La mattina seguente, un signore che passava di lì ha notato la scena: io tremavo tra le braccia di Bianca, che non mi aveva lasciato solo nemmeno una notte. Il gentiluomo ha subito chiamato unambulanza. Mi hanno portato in ospedale; la prima cosa che ho chiesto, appena riaperti gli occhi, è stata:
Dovè la mia cagnolina?
Linfermiera mi ha sorriso:
È lì fuori che la aspetta, non si è spostata un attimo.
Quella mattina mi è apparso tutto più chiaro: la vera fedeltà non ha nulla a che vedere col legame di sangue. A volte chi consideri la tua famiglia ti volta le spalle, e chi invece pensavi estraneo si scopre essere lamico più vero.
A casa non sono più tornato. Luca e Francesca hanno venduto tutto poco dopo. Io ora vivo in una piccola casa di riposo vicino al Parco Lambro, dove mi trattano con dignità e rispetto. Ma ciò che conta di più è che Bianca continua a essere al mio fianco, fedele come il primo giorno in cui mi ha salvato in quella notte di freddo e dolore.

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Il figlio e la nuora cacciano l’anziano padre dalla sua stessa casa: il freddo lo sta quasi uccidendo, quando all’improvviso una carezza dolce sul volto lo risveglia. Aprendo gli occhi, resta pietrificato dalla paura…
Sei la mia felicità?