Sette Giorni a Capodanno: Storie di Coincidenze, Incontri Sbagliati e Piccoli Miracoli in un Piccolo Comune Italiano, tra Acqua Mancante, Marito in Marcia, Maglioni Sciupati, Biblioteche, Telefonate Sbagliate e Mandarini, con la Neve che Arriva all’Improvviso e la Città che si Prepara alla Notte di San Silvestro

Sette giorni a Capodanno

Lunedì sera, in una piccola città della Lombardia, avevano di nuovo staccato lacqua calda. Non in tutto il paese, solo in qualche palazzina nei pressi del mercato centrale, ma le chiacchiere si erano scatenate come se avessero deviato il Po. Alla panetteria la gente discuteva animatamente, in fila per le arance si commentava la cosa, sullautobus si gareggiava a chi aveva i tubi più vecchi. Neve ancora non se nera vista, lasfalto era un mosaico di chiazze umide e le luminarie sopra via Garibaldi sembravano appese troppo presto.

Tiziana Bernardi chiuse la porta del suo reparto dopo che lultimo cliente era uscito e si massaggiò la schiena con il palmo della mano. Al Maglificio laria era pesante, anche se da una fessura tra finestra e davanzale entrava un filo di freddo. Sulle grucce pendevano maglioni con renne, calzettoni di lana, pigiami con scritto Buon Anno e altre frasi in inglese dal significato ignoto. Sopra il banco la lampada lampeggiava come se mormorasse piano da un angolo nascosto.

Mancavano venti minuti alla chiusura. Tiziana già pensava agli incassi e immaginava di tornare a casa, mettere su lacqua per la tisana, sedersi alla finestra e chiamare il figlio. Era quasi due settimane che tra loro non volava parola, dal giorno della lite per i soldi e il nuovo lavoro di lui. Aveva detto che non poteva più aiutarla, cera il mutuo, e che lei doveva pensare al futuro. Lei aveva risposto dura, e poi ancora peggio. Adesso il suo numero sembrava quello di un estraneo.

La porta si aprì di nuovo con un cigolio e entrò una donna con un piumino da cui penzolava una bottone col cagnolino scucito.

Avrei bisogno di calzini disse, scrollandosi le gocce dalla spalla. Per mio marito. Porta sempre gli stessi.

Ah, gli uomini sono sempre così, rispose Tiziana con il sorriso abituato. Ecco qui, lana in offerta.

Mentre la cliente guardava le confezioni, in tasca il cellulare iniziò a vibrare. Tiziana lo tirò fuori, guardò lo schermo, e restò immobile. Numero sconosciuto ma prefisso della zona.

Prenda questi disse automaticamente alla donna. Van per la maggiore.

Quella annuì e allungò la mano al portafogli. Il telefono insisteva.

Mi scusi un attimo, mormorò Tiziana. Si ritirò vicino alla parete e rispose.

Pronto?

Buonasera, la voce delluomo sembrava incerta. È… il maglificio al mercato?

Sì, rispose, sempre più sorpresa. Mi dica pure.

Ecco, una settimana fa ho comprato un maglione blu, con i rombi. Mi dissero che se non andava bene, si poteva cambiare. E… mi sa che ho sbagliato una cifra del numero. Siete voi?

Tiziana guardò i maglioni blu ordinati sul banco.

Sì, li abbiamo ancora. Forse ha chiamato giusto, dopo tutto.

Davvero? La voce si fece più allegra. Avevo trovato il numero sullo scontrino, cera una macchia, sembrava un uno o un sette.

Passi domani disse lei. Fino alle sei siamo aperti. Vediamo cosa si può fare.

Grazie, sospirò luomo. A mia moglie spiace dirlo, ma ha sbagliato taglia.

Tiziana tornò al banco e concluse la vendita. Quando rimase sola, fissò a lungo il telefono, compose il numero di suo figlio: dito sospeso sul verde. Poi lo rimise in tasca. Domani, pensò. Domani ci sarà tempo.

Nel frattempo, davanti al mercato, lautobus numero tre avanzava a fatica. Lautista, Nicola Rinaldi, borbottava sottovoce: unauto parcheggiata male davanti alla farmacia non gli faceva passare. I passeggeri si lamentavano, qualcuno leggeva ad alta voce lorario come se potesse cambiare la situazione.

Sì, vedo, sbottò lui nel microfono, innestando la frizione. Non è la prima volta che guido.

Aveva cinquantasette anni, e ormai conosceva ogni buca della linea meglio delle rughe sulle sue mani. Sapeva dove lautobus sobbalzava, dove lasfalto cedeva, dove dinverno si formava ghiaccio. Quellanno la neve non si decideva a cadere, e Nicola si scopriva a pensare che un po gli mancava: non tanto i disagi, quanto la luce dei lampioni riflessa nei cumuli bianchi al crepuscolo.

Alla fermata successiva salì una signora con il berretto di lana e un sacchetto Alimentari da Silvia, seguita da un ragazzino con le cuffiette e da un anziano col bastone.

Il biglietto, per favore, disse Nicola come sempre.

Monete e banconote passarono di mano in mano, qualcuno appoggiò la carta sul terminale. Nellaria si sentivano mandarini e tessuto bagnato. La radio cercava una canzone natalizia tra i fruscii.

Signore, va fino alla stazione? chiese una voce dietro.

Arriviamo fino in fondo, rispose lui.

Ripeté quella frase che sentiva ancora nella voce del suo vecchio collega, mancato per un infarto due anni prima. Da allora, Nicola era diventato più silenzioso. A casa lo aspettava una moglie divenuta presenza, i rapporti più da coinquilini che da sposi. La figlia chiamava da Milano una volta al mese, parlava in fretta, e lui annuiva come se lei potesse vedere il suo gesto dallaltro capo della linea.

Al semaforo della posta lampeggiò il telefono sul cruscotto: messaggio della centrale. Nuovo orario da domani alle sette. Passa a prenderlo. Un sospiro: questo voleva dire sveglia ancora prima, e il sonno già era spezzato. Spesso si svegliava la notte e pensava che tutto fosse provvisorio, che presto avrebbe fatto altro. Ma poi si ricordava delletà, delle rate, delle medicine di sua moglie. E il pensiero si addolciva.

Alla fermata Biblioteca salì una donna con una borsa a tracolla. Nicola riconobbe il volto ma non capì subito da dove.

Nicola? chiese lei sottovoce.

Lui sgranò gli occhi.

Tiziana? e subito si pentì daverla chiamata per nome; suonava troppo stupito.

È tanto che non ci vediamo, sorrise lei, tendendo una banconota. Credevo lavorassi in un altro quartiere.

Mi hanno spostato, rispose lui, ritirando i soldi. Da qualche giorno. Temporaneo.

Tiziana si addentrò nellautobus e si aggrappò forte. Era stata la sua prima moglie. Si erano lasciati ventanni prima, quando la loro figlia aveva dieci anni. Avevano preso strade diverse, si vedevano solo alle rare riunioni di famiglia. E ora, ecco: biblioteca, autobus, fine dicembre.

Tenetevi forte, disse al microfono, ma era rivolto a lei. La strada è scivolosa.

In realtà era solo bagnata, niente ghiaccio. Dirlo era più facile che parlare davvero.

La biblioteca comunale, dove Tiziana stava andando, era in fermento: la stagista universitaria stava srotolando vecchie decorazioni, altre ragazze infilavano brillantini su cartoncino. Dal soffitto pendevano stelle di carta.

Tiziana Lombardi, caporeparto prestiti, mise la borsa su una sedia e si tolse il cappotto.

Ah, Tiziana, meno male che sei arrivata, la chiamò la collega. Disastro col computer. Tutti restituiscono libri e lui bloccato.

Vedo cosa si può fare, rispose lei, passando dietro il banco.

Il monitor mostrava una schermata blu. Fece un paio di tentativi, poi riavviò tutto. Nellattesa, scorse la pila delle restituzioni: tra i volumi ce nera uno verde, dentro un foglietto bianco.

Questo che cosè? chiese.

Qualcuno lha riportato senza tessera sospirò la collega. Doveva correre, così mi sono segnata il nome su un foglietto. Ma è finite tra le cartacce.

Aprendo il libro, tra le pagine trovò una fotografia: un bambino di otto anni su una slitta, accanto a un uomo con il berretto, entrambi sorridenti e sullo sfondo neve alta oltre il ginocchio. Era una foto vecchia, i bordi un po rovinati.

Tiziana fissò attentamente il volto delluomo e un brivido le corse dentro. Quella risata le sembrava familiare, come il sorriso di Nicola nei tempi in cui rideva ancora di cuore. Ma non poteva essere lui. Solo una somiglianza.

Chissà chi lha persa, sussurrò.

Magari non se nè accorto azzardò la collega. O lha lasciata apposta.

Tiziana rimise la foto al suo posto con cura e pose il libro a parte. Più tardi avrebbe passato al setaccio i suoi appunti per trovare quel nome. Dentro di sé sentiva che quella fotografia alla fine le fosse destinata. Si scosse. Era solo un caso.

Intanto, in paese tutti parlavano daltro: in un gruppo WhatsApp qualcuno scriveva che sullautobus 3 era stato dimenticato un sacchetto di regali: giochi da bambini, guanti di lana e un biglietto senza firma. Lautista, diceva la voce, aveva portato il sacchetto al parco e lo aveva dato a un ragazzino, che era poi il figlio della donna che laveva perso. La voce si spargeva, ognuno aggiungeva dettagli.

Quella notte Nicola Rinaldi lesse la storia sdraiato sul divano. Effettivamente nel pomeriggio aveva trovato il sacchetto: giochi, pupazzetti. Stava quasi lasciandolo in deposito, ma al parco un ragazzino infreddolito laveva intercettato.

Signore, aspettate Babbo Natale? gli aveva chiesto curioso.

E tu? rispose Nicola.

Il ragazzino fece spallucce.

Mamma dice che è indaffarato.

Nicola porse il sacchetto.

Tieni, consegnalo tu a mamma. E dille che si è trovato tutto.

Il ragazzino ringraziò, felice, e corse via. Solo la sera Nicola si rese conto che, forse, aveva dato via la cosa sbagliata. Ma la chat rassicurava: tutto era andato al posto giusto, il ragazzino era quello giusto. Sorrise, pensando Ragazzino giusto, autista sbagliato. Dormì meglio del solito quella notte.

Il giorno dopo, al negozio passò luomo del maglione. Era basso, con il vecchio giubbotto e un sacchetto in mano.

È stata lei a chiamarmi ieri? chiese.

Sì, rispose Tiziana. Mi faccia vedere il maglione. La moglie dice che è corto, ma a lei andava bene?

Aprì il maglione, ci guardò: le maniche erano effettivamente corte.

Cambiamolo pure, disse. Ne abbiamo uno uguale ma più grande.

Mentre frugava tra le pile, luomo guardava attorno.

Fa caldo qui dentro, osservò. Lacqua calda cè?

Ieri lhanno tolta, spiegò lei. Ma abbiamo la caldaia nostra.

Fortunata, sospirò. Da noi la accendono e spengono da settimane. Mia moglie sbraita: Capodanno senza acqua calda non è Capodanno.

Trovò la taglia giusta e la porse alluomo. Lui sorrise e tirò fuori un foglietto piegato.

Vorrei lasciarle anche questo. Lavoro nellassistenza telefoni. Quando mi ha risposto ieri sentivo uneco forte. Poi ho visto: ha ancora un vecchio telefono. Se vuole le posso dire come cambiarlo spendendo poco.

Tiziana lesse: Maglificio al mercato. Telefono. Numero verificato. Leco cè.

Grazie, disse. Vedrò.

Quella sera rigirò il biglietto più volte tra le mani. Poi compose il numero del figlio e, senza lasciarsi il tempo di esitare, chiamò.

Pronto, mamma? rispose lui quasi subito.

Sono io, disse lei. Come va?

Seguì una pausa breve ma netta.

Bene, lavoro tanto. E tu?

Anche io, sorrise. Senti, il telefono mi fa stranissimo, dicono che dovrei cambiarlo. Tu hai un consiglio?

Il ragazzo si animò, diede spiegazioni, propose tariffe e modelli. Lei ascoltava, poneva domande, prendeva appunti. In un attimo, lui disse:

Mamma, forse ho esagerato laltro giorno, parlando dei soldi. Non ti offendere, ok?

Lei prese fiato.

Ho sbagliato anchio, rispose. Non solo tu.

Il terzo giorno, finalmente, le nuvole portarono la neve. Il cielo era di piombo al mattino, e a mezzogiorno i primi fiocchi cadevano su tetti, rami, e sulla scritta Mercato, dove la o non si accendeva più.

Alla fermata della biblioteca, la gente si stringeva nei cappotti. Lautobus ritardava e qualcuno già compilava una lamentela, ma ecco la sagoma gialla allangolo.

Finalmente! borbottò un signore con la coppola.

Nicola aprì, lasciò salire tutti. Tiziana si sedette vicina alla cabina.

Ciao, salutò, porgendogli il biglietto col sorriso accennato.

Salve, rispose lui, goffamente passando al lei.

Lautobus partì. La neve carezzava il parabrezza, i tergicristalli la scansavano svogliati.

Ho trovato una fotografia, disse Tiziana propendendosi avanti. In biblioteca. Un bimbo su una slitta e un uomo. Paiono scattate proprio qui in paese, con la neve alta così.

Eh, una volta le nevicate erano diverse, mormorò lui.

Sì. Forse qualcuno la vuole indietro. Devessere un bel ricordo.

Annì senza parole. Gli venne in mente una vecchia foto della figlia ancora bambina, quando erano andati dai suoi in montagna a Natale. Era da anni nel cassetto.

Se vuoi, posso mettere un avviso in biblioteca: Trovata foto. Magari qualcuno la richiede.

Fai bene, disse lui. Ogni tanto va ricordato alle persone che qualcosa gli apparteneva.

Lei gli rivolse uno sguardo dolce.

Come stai? domandò.

Sempre lavoro, rispose. E tu?

Anche io, sorrise. E adesso la neve: i bambini sono felici, noi pensiamo ai problemi.

Sorrisero entrambi. In fondo allautobus, qualcuno proclamava che avevano ancora tolto lacqua calda. È la volta buona di temprare il fisico!, gridò un altro.

In biblioteca, il telefono squillò. Tiziana rispose.

Biblioteca di San Giovanni, dica.

Buonasera, voce di donna trepidante. Ieri ho restituito un libro, ma credo di aver perso una fotografia. Mio marito e mio figlio. Sapete nulla?

Tiziana sorrise, anche se la donna non poteva vederla.

Abbiamo trovato tutto. Venga pure.

Grazie, davvero, la donna parve tirare il fiato. Ho rivoltato la casa. È lunica dove stanno insieme. Mio marito è mancato lanno scorso.

Quando arrivò, era minuta, con un cappotto scuro e una sciarpa rossa. Afferò la foto con cura infinita.

Credevo fosse finita, di averli persi ancora, mormorò.

A volte qualcosa ritorna, disse Tiziana. Anche se sembra impossibile.

La donna annuì, asciugando gli occhi. Lasciò sul banco una scatola di cioccolatini.

Buone feste. Mi ha regalato il Natale.

Tiziana la guardò andar via pensando a tutte le coincidenze. Se non fosse rimasta di più il giorno prima, se non avesse spostato quel libro, la foto sarebbe forse sparita. Ma era rimasta.

Alla sera del quarto giorno, la città sembrava unaltra. La neve aveva coperto ogni cosa. I venditori del mercato sistemavano le cassette delle arance direttamente sulla neve. Le luminarie, anche se traballanti, finalmente davano un senso di festa.

Tiziana tornava dal lavoro, stringendo tra le mani la borsa della spesa. Dentro, una scatola di piselli tintinnò. Si fermò al chiosco delle focacce, ne comprò una al cavolo e la morsicò ancora calda, sulla strada. Le scaldò il cuore.

Il telefono suonò ancora. Numero sconosciuto, ma stesso prefisso del giorno prima.

Pronto?

Buonasera, voce femminile titubante. Forse ho sbagliato… Mi hanno dato il suo numero, cercavo il falegname per le finestre. Invece…

Sono una commessa, rispose Tiziana, divertita. Alla maglieria.

Oh! Allora ho confuso le cifre. Mi avevano detto che lavorava bene, e con la mamma che vive sola qui soffio vorrei cambiarle i serramenti, almeno come regalo, dato che non potrò tornare a Capodanno…

Tiziana la sentì subito vicina, la voce attraversata da stanchezza e un po di colpa.

Guardi, le disse piano. Meglio essere sincere. I regali sono belli, ma la voce lo è di più.

Davvero?

Sì. Forse ci starà male, ma se non glielo dice, sarà peggio: la farà aspettare invano.

Laltra tacque, poi sussurrò:

Grazie, anche se non avevo motivo di chiamarla, lei… Beh, stasera la chiamo. E troverò pure un vetraio.

Chiusero la chiamata. Tiziana ripose il telefono con un piccolo sorriso. Forse anche suo figlio aveva paura di dire le cose vere. Forse quella telefonata era un segno che il peso non era solo sulle sue spalle.

Quella sera in biblioteca saltò il wi-fi. Lettori imbronciati, ma molti restarono sulle loro sedie a sfogliare libri di carta. Tiziana camminava tra gli scaffali, cercando volumi per chi lo chiedeva.

Allentrata vide lannuncio che aveva appeso: Trovata una fotografia. Bambino su slitta e uomo. Venite a chiederla. Sotto, qualcuno aveva aggiunto: Sullautobus 3 è stato ritrovato un sacchetto con regali. Tutto restituito grazie allautista.

Sorrise. Firmato: Amministratore gruppo paese.

Ormai è una bacheca dei miracoli rise la collega. Presto leggeremo: Ho trovato lamore, lo restituisco con ricompensa.

O: Ho perso la speranza, qualcuno lha vista?, aggiunse Tiziana.

Risero insieme, senza amarezza.

Il quinto giorno, 30 dicembre, la città viveva lansia dei preparativi. Al mercato si sgomitava per il pollo e la maionese in promozione. In piazza montavano il palco per il concerto, microfoni in prova, dalle casse: Uno, due, tre….

Nicola portò il bus al capolinea, fece scendere tutti e passò dalla centrale a prendere il nuovo orario. In corridoio odore di caffè e fumo. Lorologio segnava dieci minuti di ritardo.

Nico, lo chiamò il giovane turnista. Cercava te una signora, dalla biblioteca. Mi ha lasciato un biglietto.

Lo raccolse: Nicola, se puoi, passa in biblioteca. Tiziana. Sotto, un numero di telefono.

Si perse a fissare quel pezzetto di carta come contenesse altro. Poi lo mise nel taschino e uscì. I suoi passi scricchiolavano sulla neve.

Invece di tornare al bus, si diresse alla biblioteca. Dieci minuti a piedi. Tutto il tragitto pensando a cosa dire; alla fine non trovò nulla di speciale.

Dentro cera caldo e silenzio. Una grande albero di Natale con le decorazioni di cartapesta e vecchie palline di vetro. Su una, il colore era screpolato.

Buonasera, salutò la ragazza allingresso. Da chi doveva andare?

Da Tiziana Lombardi. Mi aspetta.

Lo accompagnarono al prestito. Tiziana, seduta tra le schede, si alzò appena lo vide.

Sei venuto. Pensavo non saresti arrivato.

Ho preso il nuovo orario, quasi a scusarsi. Il tempo è poco.

Meglio non sprecarlo allora, sorrise lei. Ho trovato una cosa. Non solo la foto.

Prese da un cassettino una vecchia busta. Sopra, il suo nome, cognome, lindirizzo di ventanni prima.

Era tra i libri disse una lettera mai spedita. Ho pensato che ora te la devo dare. Solo da dare, niente discussioni.

Nicola sentì tremare le mani.

Sicura?

Sì. Lì cè quello che non ho mai detto. Ora è tardi per parole nuove, ma forse non per lasciar andare.

Rimasero in silenzio qualche istante. Un fruscio di pagine girate in fondo.

Anche io ho taciuto tanto, mormorò lui. Ma scrivere non so.

Basta ogni tanto passare di qua, propose Tiziana. Il 3 passa proprio davanti.

Annuì. Dentro, una sensazione strana: come se qualcuno avesse spostato i mobili di una stanza dove viveva da anni, e allimprovviso fosse più grande.

Intanto, al mercato, Tiziana Bernardi guardava la folla con la lista della spesa per domani in mano. Suo figlio aveva promesso di passare per pranzo il 31. Lo avevano deciso al telefono, dopo lennesimo discorso su tariffe e cellulari.

Solo che resto poco, aveva detto lui. Ho il turno luno. Ma vengo.

Vieni, aveva sorriso lei. Farò linsalata russa, come piace a te.

Guardando la gente correre, pensava che un tempo queste cose sembravano ovvie. Ora, quasi un regalo.

Al banco si fermò una donna con la sciarpa rossa, la stessa che aveva ritirato la foto in biblioteca, anche se Tiziana non la riconobbe.

Ha calzettoni da uomo ben caldi? domandò.

Sì, per chi?

Mio figlio. Questanno festeggia il Capodanno lontano, per lavoro. Voglio che abbia almeno i piedi caldi.

Scelsero, pagarono, parole semplici. La donna se ne andò col sacchetto, dove tempo prima era finito il famoso maglione a rombi.

La sera del 30 dicembre la città era bloccata dal traffico. Le auto avanzavano lente tra i riflessi dei fari. In piazza la fiera vendeva tè caldo, crepes, salsicce arrostite. Sul palco, luci e microfoni.

Alla fermata del mercato arrivarono insieme in tre: Nicola Rinaldi con lautobus, Tiziana con la busta di arance, Tiziana Bernardi con i piselli che tintinnavano.

Il biglietto… disse Nicola.

Tiziana allungò il denaro sorridendo, Tiziana Bernardi pagò distrattamente, poi alzò lo sguardo.

Ma lei è il conducente che ha trovato quel pacco di regali? Hanno raccontato tutto nella chat del paese.

Può darsi, rispose. Un ragazzino…

Il mio nipote! intervenne laltra Tiziana. Beh, non proprio: il figlio della vicina che tengo spesso. Diceva che era successo un miracolo.

Nicola fece spallucce.

Solo il pacco che è tornato indietro, tutto qua.

Non sempre succede, notò Tiziana Bernardi. A volte, quando qualcosa va via, non torna.

Tacquero. Sul fondo del bus si chiacchierava di fuochi artificiali. In radio partì una canzone natalizia familiare.

E lei, Tiziana guardò la commessa per caso ha detto al telefono a una ragazza che è meglio dire la verità a sua madre per Capodanno?

Non capisco… fu presa in contropiede.

Una mia conoscente ieri mi ha raccontato che ha chiamato una signora del negozio, per sbaglio, e che quella le ha consigliato di essere sincera. Mi è rimasta la voce…

Tiziana Bernardi rise, scuotendo il capo.

Il mondo è piccolo… non sapevo che qualcuno mi ascoltasse davvero.

A volte una parola cambia tutto, notò Nicola.

Arrivarono in piazza quasi in silenzio, ma tutti sentivano una strana trama invisibile cucire assieme i gesti. Nessuna magia. Solo scelte minute che diventano una catena.

La notte del 31 dicembre la città brillava. La neve scintillava sotto i lampioni, dalle finestre usciva una luce calda. In piazza la gente si radunava attorno allalbero, i bambini correvano tra i piedi dei grandi che fotografavano con i cellulari.

Tiziana Bernardi apparecchiava la tavola: odore di insalata russa e pollo arrosto, mandarini sul davanzale. Le undici meno dieci. Il figlio prometteva di arrivare alle ventidue ma era in ritardo.

Guardò il telefono e chiamò.

Mamma, rispose tra rumore di clacson. Sto arrivando, cè fila. Sta tranquilla.

Non mi preoccupo, disse mentendo, il cuore in gola. Ti aspetto.

Arrivo, promesso.

Sorrise, mise su lacqua. In anticamera, le sue pantofole erano già pronte.

Nicola quella sera era in cucina, guardando fuori. La moglie sistemava pastiglie nel contenitore settimanale. In tv il discorso goffo del sindaco.

Non sei in servizio? chiese lei.

No, domani mattina.

Estrasse dal taschino la busta regalatagli da Tiziana, strappò il bordo, lesse le prime righe. Cerano scuse, rimpianti, unammissione di stanchezza e insicurezza. Rilesse e rimise tutto nel cassetto.

Cosera? chiese la moglie.

Una vecchia lettera rispose arrivata in tempo.

Versò il tè, tagliò la torta. Sul telefono lampeggiava un messaggio della figlia: Papà, buon anno! Accendi la tv a mezzanotte: sono in sala, ti faccio ciao.

Sorrise: Certo. Aspetto.

Tiziana Lombardi aspettava il nuovo anno da sola, in casa di fronte alla scuola. In tavola mandarini, uninsalata, una fetta di salame. La tv accesa per compagnia. Sul davanzale, la copia della foto trovata, che la donna aveva lasciato per ricordo. Loriginale era andato via, la copia tra i libri.

Guardò i volti della foto, la mise vicino a quella della figlia piccola in berretto di lana: in tutte la neve era alta così.

Alle 23:55 suonò il telefono.

Mamma! la voce della figlia. Ce lho fatta! È una baraonda qui, ma volevo sentirti. Buon anno!

Anche a te. Non hai freddo?

No, qui è una festa. Ti mando i video poi. Tu resisti: aspetta la mezzanotte!

Aspetto, promesso.

Parlarono di tutto e di niente. Dopo, Tiziana si avvicinò alla finestra: in piazza la gente rideva e lanciava petardi, si sentivano urla e brindisi.

In quegli stessi minuti, là sotto arrivarono altri: Tiziana Bernardi con il figlio che era riuscito a passare prima della mezzanotte, Nicola con la moglie finalmente convinta a uscire per respirare, la donna col foulard rosso e suo figlio con la peluche ritrovata, la dispatcher con la commessa del chiosco, la ragazza della telefonata sbagliata che, onesta, aveva chiamato la madre rinunciando a tornare ma regalandole nuovi infissi.

Erano tutti mescolati, senza conoscersi, ma legati da fili invisibili. Sul palco il presentatore urlava, ma nessuno ascoltava: tutti fissavano lorologio sulla torre.

Un minuto prima di mezzanotte, dalla folla passò un uomo con giubbotto scuro e berretto di lana. Andava calmo, guardando attorno come se cercasse qualcuno. Un ragazzino gli passò accanto, era quello del regalo ritrovato. Luomo gli sorrise, fece un cenno; lui ricambiò e corse dalla mamma.

Sotto lalbero, luomo fissò la stella in cima, poi riprese a camminare, perdersi tra la folla. Nessuno ci fece caso, avrà pensato che fosse un passante. Il suo volto, forse, non fu riconosciuto.

La mezzanotte arrivò: si scoppiò, ci si abbracciò, si stappò lo spumante. La neve cadeva lenta, delicata sulle giacche, sui capelli, sui guanti.

Tiziana Bernardi sorrise, il figlio la circondò con un braccio.

Buon anno, mamma, sussurrò.

Buon anno, rispose lei, con la gola stretta dalla commozione.

Nicola Rinaldi guardava il palco, la moglie appoggiata più forte che mai al suo braccio.

Meno male che siamo venuti, disse lei. Era tanto che non stavamo così in mezzo alla gente.

Hai ragione, annuì.

Tiziana Lombardi a casa sentiva le urla dalla piazza, il tintinnio dei bicchieri dai vicini, risate sotto casa. Sollevò il bicchiere dacqua e, sola, sussurrò:

Buon anno.

Sulla mensola le foto riflettevano la luce delle luminarie. Fuori la neve cadeva sempre più fitta.

In quel piccolo paese, dove una settimana prima non cera né neve, né acqua calda, né vera fede nei miracoli, tutti si addormentarono stanchi ma tranquilli. Niente imprese eroiche: nessuno aveva vinto alla lotteria, nessuno era guarito di colpo, nessun mago era comparso dal nulla.

Qualcuno però recuperò una foto, qualcuno restituì un pacco, qualcuno compose il numero sbagliato e disse ciò che contava. Qualcuno consegnò una vecchia lettera. Qualcuno mantenne una promessa. Piccole svolte, invisibili, si intrecciarono in un disegno che non si può vedere, ma si sente.

La neve cadde tutta la notte. Il primo gennaio, in cortile, i bambini slittavano, i genitori spalavano, gli autobus già sfrecciavano. Il maglificio era silenzioso, ma la vetrina era illuminata. In biblioteca, pile di libri nuovi odoravano ancora dinchiostro.

Il paese si svegliava un giorno più vecchio, ma con la sensazione che il mondo, almeno per un momento, gli avesse dedicato attenzione. Forse nessuno muoveva davvero i fili nascosti. Oppure, chissà, a muoverli, siamo proprio noi, senza accorgercene.

Io, quel primo gennaio, ho pensato che basta una piccolissima gentilezza, unattenzione, per sentirsi meno soli. E che anche quando il miracolo sembra impossibile, il miracolo in realtà siamo noi e la nostra capacità di ricucire e ricominciare.

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La nuora scomoda