Il turno silenzioso
L’autobus si fermò di botto, e la gente iniziò a scendere, urtando i corrimano con le borse. Giulia uscì per ultima. Quando scese i gradini sul manto di neve pressata, il ginocchio le diede un leggero fastidio. Laria umida di febbraio le colpì il viso odorando di fumo della centrale termica e di qualcosa di fresco, che arrivava dalla striscia oscura del bosco di pini.
Davanti a lei si allungava il grande edificio del centro benessere, file di finestre uguali. Sulla facciata, uninsegna sbiadita con il nome della struttura; sotto, lo stemma della città. Intorno, il paesaggio di sempre: abeti bassi che costeggiavano il vialetto, aiuole di cemento vuote, qualche figura isolata con un trolley.
Richiesta, voucher di soggiorno, documento, disse la donna dietro lo sportello della reception senza alzare lo sguardo.
Giulia infila la cartellina di plastica nella fessura. Dentro si mescolavano odori di carta e profumo a basso costo. Dietro di lei qualcuno sbuffò rumorosamente, trascinando una valigia a rotelle sul pavimento.
Quanto dura il turno? domandò la receptionist, sfogliando veloce i fogli.
Due settimane.
Bene. Terzo padiglione, secondo piano, stanza duecentosei. Il medico la vede domani, ambulatorio sette. Il refettorio segue gli orari, i buoni pasto sono nella cartellina. Avanti il prossimo.
Le restituirono la cartella con dentro una tessera magnetica e una pila di ticket. Giulia si scostò per non intralciare la fila. Nella mente le batteva un pensiero: “Due settimane. Due settimane senza cucinare, senza verificare i compiti, senza aprire il portatile di notte”.
Trascinò la valigia verso il terzo padiglione. La ruota bloccava di continuo, minacciando di finire nel cumulo di neve. Nellandrone odorava di verza lessa e disinfettante. Appesa alla parete, una bacheca con fogli scoloriti: il programma delle terapie, il manifesto di un improvvisato concerto di fisarmonica, un annuncio per il gruppo di camminata nordica.
Lascensore funzionava, ma le porte si chiudevano con tale stridore che Giulia si tirò indietro. Decise che, in fondo, salire a piedi faceva bene. Trascinò la valigia per le scale. Al secondo piano, il corridoio sembrava un tunnel, le lampade sul soffitto ronzavano. Sulle porte targhette numerate, qua e là disegni di bambini: un sole, una casetta, un abete.
La duecentosei era alla metà del corridoio. Giulia bussò per scrupolo, poi aprì.
Dentro cerano due letti di ferro con copriletti grigi, tra loro un comodino, sotto la finestra un tavolo con la cerata a quadretti. Su uno dei letti era già pronta una pigiama piegata, una borsa sulla sedia. Dal bagno arrivava il rumore dellacqua.
Prego, entri pure, risuonò una voce femminile. Un attimo che arrivo.
Giulia appoggiò la valigia sul letto libero e si guardò intorno. La finestra dava sul bosco, gocce rare scivolavano sul vetro. Il termosifone sibilava piano.
Dal bagno uscì una donna bassa di una cinquantina danni, con lasciugamano annodato in testa. Viso rotondo, occhi scuri e vivaci.
Siamo compagne di stanza? chiese sorridendo. Mi chiamo Rosanna.
Giulia.
La stretta di mano fu impacciata, come tra sconosciuti in treno. Rosanna senza vergogna iniziò a sistemare le medicine in blister sullo scaffale nellarmadio.
Quanto si ferma? domandò.
Due settimane.
Perfetto. Io sto qui tre. È la terza volta che vengo, disse con un pizzico dorgoglio. Ci si abitua, sa? Allinizio pensi: centro benessere, anziani, tedio. Ma poi Ritmo, aria, terapie. E nessuno che ti stressa.
Giulia annuì, incerta su cosa dire. Dal trolley tirò fuori pantaloni da ginnastica, calzettoni, accappatoio. Tutto le sembrava estraneo, come appartenesse a una vita diversa, una dove aveva tempo per sonnellini e passeggiate pomeridiane.
Lei per che disturbi è qui? insistette Rosanna.
Ortopedia e sistema nervoso. Mal di schiena, ginocchio Giulia fece un gesto vago.
Ce ne sono tanti così, qui. Io per il cuore. E i nervi, ovvio. Marito, figli, lavoro tutto sulle mie spalle.
Giulia annuì ancora. Di suo marito non voleva parlare. Era sparito da due anni, lasciando solo il bonifico dellassegno e qualche telefonata saltuaria al figlio.
Andiamo insieme a cena? propose Rosanna. Così ci spalleggiamo, lì cè sempre tanta confusione.
Andiamo.
A cena la fila era lunga. Il refettorio basso, lampadari pendenti, tavoli da quattro. In sala giravano donne con i camici bianchi, portando i vassoi con rumore. Odore di pesce lesso e composta.
Giulia e Rosanna si sedettero ad un tavolo libero. Si aggiunsero due persone quasi subito: un uomo alto con i capelli bianchi e felpa sportiva, e una donna robusta dal rossetto sgargiante.
Possiamo? chiese luomo. A stare in due si chiacchiera poco. Io sono Sergio. Lei è Nina.
Giulia, si presentò. Rosanna.
Bene, ecco la compagnia, disse allegra Nina. Io vengo ogni anno. Prima con la convenzione sindacale, ora me la pago da sola. A casa non si riposa mai: nipoti, lorto, i vicini.
Da dove viene? domandò Sergio a Giulia.
Da Arezzo.
Ah, la Toscana, rise lui. Io da Pavia. Siamo in tanti, qui. Fece cenno alle sue spalle. Domani li conosce, se vuole. Di sera ci troviamo nellatrio a giocare a scopa.
Giulia sorrise per cortesia. Scopa non la interessava molto, ma lidea di sedersi senza fretta nellatrio le parve stranamente piacevole.
Il cibo era semplice, senza pretese: orzo con pesce, insalata di barbabietola, composta di frutta secca. Giulia si accorse che mangiava con calma, senza inghiottire di fretta come a casa, tra una telefonata della capa e un messaggio della professoressa di suo figlio.
Dopo cena Rosanna propose una passeggiata fino al bosco.
Bisogna respirare questaria, già che siamo qui.
Uscirono sul vialetto. Il bosco era a due passi, tra i tronchi pochi mucchi di neve molle. Le lampadine lungo il viale illuminavano cerchi gialli sul sentiero. In lontananza qualche risata, porte che sbattevano.
Lei lavora? chiese Rosanna.
Sì, contabile. In una ditta commerciale.
Responsabilità, insomma, scosse la testa Rosanna. Io sono insegnante ditaliano da venticinque anni. Credo sia arrivato il momento di lasciò la frase incompiuta, con un gesto. Il centro benessere è il mio salvagente.
Giulia pensò che anche lei non aveva un vero salvagente da tempo. Stava solo a galla fra scadenze, riunioni di genitori, liste infinite di cose da fare. Il soggiorno lì sembrava una pausa, ma una pausa goffa, come marinare scuola.
La notte faticò a dormire. Rosanna respirava piano, dietro la parete qualcuno russava, altrove sbatteva una porta. Giulia guardò il soffitto ed avvertì quel solito senso dansia: chiamare suo figlio, controllare le mail, scrivere alla capa. Il telefono sul comodino illuminava il buio, lo prese, guardò lora, aprì e richiuse i messaggi. Poi lo capovolse.
Al mattino iniziò con la coda dal dottore. Nel corridoio del primo padiglione la gente in accappatoio, tuta o pigiama, con la cartella in mano. Alla parete, la TV trasmetteva una rubrica di giardinaggio. Odore di caffè e di disinfettante.
Segue il numero di prenotazione o la fila libera? domandò una signora col cappello di lana, seduta accanto.
Ho il ticket, mostrò Giulia.
Allora dopo di me. Qui cè sempre chi vuole saltare la fila.
Poi la donna iniziò subito a raccontare i suoi problemi di pressione alla vicina. Giulia ascoltava distrattamente, fissando la porta chiusa dellambulatorio. Le sembrava strano stare lì, tra persone che parlavano solo di medicine ed esami. Le parole di lavoro del giorno prima le suonavano ancora in testa, ma si facevano già lontane.
Il medico era un uomo asciutto con gli occhiali, che scorse la scheda in fretta, domandandole le cose di rito.
Lamentele?
Schiena, ginocchio. Mi stanco subito. Dormo male.
Annuii segnando sulla scheda.
Facciamo ginnastica dolce, piscina, massaggi lombari, fisioterapia. E rispetto degli orari. Dorma entro le undici, cammini, meno telefono.
Giulia sorrise.
Questa è la parte più difficile.
Qui è più facile che a casa, ribatté lui. Ne approfitti.
Le giornate si ordinarono con il programma fisso. Al mattino ginnastica, in una sala con grandi finestre e listruttore che mostrava esercizi con bastoni e palle. Poi piscina piccola, piastrelle azzurre, acqua fresca e cloro che pizzica. Dopo pranzo il massaggio: linfermiera bassa e robusta le scioglieva la schiena e Giulia aveva la sensazione di non dover fare nulla, finalmente.
Le code alle attrezzature erano occasioni di dialogo. Gente che si conosceva come in treno, raccontava. Rosanna si era immedesimata nel gruppo dei veterani: Nina, unaltra donna con orecchini colorati, Sergio.
Sergio restava distaccato, ma cera sempre. Dietro Giulia in ginnastica, in corsia accanto in piscina, a tavola spesso si sedeva con loro.
Nuota bene, disse una mattina, uscendo dallacqua assieme a lei. Non si affanna mai.
Da bambina facevo nuoto, rispose asciugando i capelli. Poi non ho più avuto tempo.
Non avere tempo non è una malattia, disse. Dopo linfarto ho capito che il non ho tempo è una scusa. Il tempo si trova.
Giulia non sapeva che rispondere. Guardò la cicatrice che si intravedeva sotto la sua tuta.
Ha avuto paura? chiese.
Sì, fu sincero. Poi ci si abitua allidea di non essere eterni. E si comincia a scegliere come passare le giornate.
Quelle parole la segnarono. Si ricordò di quando, lanno prima, aveva fatto la contabile pure con la febbre alta, rispondendo alle mail, gestendo per altri i soldi. Nessuno le aveva mai detto di riposarsi. Nemmeno lei laveva pensato.
Di sera nellatrio del terzo padiglione si ritrovavano. Cera chi guardava la TV, chi la scopa o la briscola, chi faceva il caffè solubile o tagliava la torta fatta in casa e offerta da una signora.
Giulia di solito passava oltre, rintanandosi in stanza con il libro. Ma un giorno Rosanna la prese di peso.
Vieni, ti faccio conoscere la compagnia. Altrimenti ti fossilizzi.
Si sedettero al tavolino vicino alla TV. Sergio era già lì, mescolando le carte.
Un giro a scopa? propose.
Sono negata, ammise Giulia.
Si impara, qui imparano tutti, la incitò Nina.
Le carte scivolavano sul tavolo, risate, piccole discussioni. Giulia sbagliava ma non importava: nessuna ansia da prestazione, il massimo era restare con delle carte in mano.
Si parlava di cose semplici: del tempo, del refettorio, di come il massaggio migliore lo facesse linfermiera del nove. Ma a volte il tono cambiava.
Ci pensa? disse un giorno Nina, guardando assorta le carte. Quando i figli erano piccoli sognavo: cresceranno, vivrò meglio. E invece hanno bisogno anche adesso. Nipoti, soldi. E non puoi mica dire: basta, sono stanca.
Perché no? domandò Giulia piano.
Nina la fissò sorpresa.
Perché? Sono i miei. Sono madre.
Giulia ricordò come il figlio, prima della partenza, avesse chiesto: E chi cucina ora? E lei, anche stanchissima, si era messa ai fornelli, pur potendo ordinare una pizza.
Si può essere madri e stanche, disse. E dirlo.
Nessuno ce lha mai insegnato, aggiunse Rosanna. Siamo cresciute ad ingoiare.
Tutte tacquero. Dal tavolo accanto risate su una barzelletta, la cantante in TV con labito sbrilluccicante reggeva una nota.
Le giornate scorrevano uguali, ma in quel ciclo Giulia trovava piccoli momenti attesi.
Attendeva la ginnastica mattutina, il risveglio dei muscoli. La piscina, dove tuffarsi e restare qualche secondo in silenzio ovattato. Il massaggio, dopo il quale la schiena pulsava calda.
Aspettava anche le conversazioni con Sergio. Mai invadente, mai troppe domande. Si poteva stare insieme a bere tè nei bicchieri di plastica, davanti al bosco al buio. Si parlava anche del niente: in gioventù correva in moto nella sua Pavia, ora temeva guidare troppo lontano.
Di cosa ha paura lei? chiese un giorno Sergio.
Era una domanda semplice, ma Giulia esitò. Avrebbe voluto dire dellaltezza o dei serpenti, ma sarebbe stata una bugia.
Paura che tutto resti così, si sorprese a dire. Lavoro, casa, scadenze, lezioni, liste. Fino alla pensione. E poi…
Tacque.
E poi non ci sarà più energia per cambiare, concluse lui. Capisco.
Restarono in silenzio.
E cosa vorrebbe cambiare? domandò lui.
Non lo so, davvero. Non ricordo nemmeno più cosa voglio io. Sempre qualcun altro che vuole qualcosa da me.
Lui annuì, come se fosse la cosa più ovvia.
Qui la cosa bella è avere giornate tutte uguali: nel monotono capisci che cosa è tuo, che cosa imposto dagli altri.
Giulia pensò che era vero. Lì doveva solo accettare una routine: pasti, letto rifatto, corridoi familiari. Si concesse il lusso di non far nulla, senza sentirsi in colpa. Fuori il mondo proseguiva, la neve cadeva lenta sugli alberi.
Al settimo giorno la chiamò il figlio.
Mamma, dovè il caricabatterie del tablet? chiese, senza nemmeno salutarla.
Nel cassetto a destra, rispose. Tutto OK?
Sì, domani mi viene a prendere papà. Quando torni tu?
Tra una settimana.
È tanto
Ho bisogno di questa cura.
Le fece strano quanto fosse serena la sua risposta. Niente scuse.
Va bene Non annoiarti.
Dopo la telefonata rimase seduta a lungo, il telefono in mano. Sentiva insieme ansia e sollievo. Finalmente poteva essere anche persona, non solo madre.
Quella sera in atrio organizzarono una festa dei nuovi. Tè, biscotti, musica. Lanimatrice proponeva dei giochi, ma a tutti interessava chiacchierare.
Giulia rimase in disparte con la tazza, in ascolto di storie di case di campagna, divorzi, nipotini. Si percepiva parte di una strana comunità temporanea, unita solo dallessere usciti dal solito ritmo.
A un certo punto Sergio le sedette accanto.
Domani finisce il mio turno, disse piano.
Giulia si irrigidì, sapeva che tutti lì avevano la propria data di partenza.
Già?
Dieci giorni. Volati. Devo tornare, ho un cane a casa, la vicina lo nutre.
Capisco, rispose, senza altro da aggiungere.
Rimasero in silenzio.
Non sparisca là fuori. Cioè non dia tutto al lavoro. Un pezzetto se lo tenga.
Ci proverò, disse.
Lui annuì, la guardò con attenzione come a memorizzare qualcosa, poi tornò a fissare il televisore dove passava un vecchio film.
Il giorno dopo, dopo pranzo, lo vide alluscita con la valigia. Indossava la solita tuta, questa volta con sopra il giubbotto.
Arrivederci, disse. In bocca al lupo.
Anche a lei.
Si strinsero la mano. La sua era calda e asciutta. Per un attimo Giulia avrebbe voluto chiedere di scambiarsi il numero, ma tacque. E lui pure. Era giusto così: che restasse lì, come parte di quel turno.
Quando il pullman si allontanò, Giulia lo seguì dal vetro fino a che il bus sparì allangolo, lasciando solo i segni delle gomme sulla neve.
La settimana restante scorse diversa. Le serate in atrio continuarono, ma Giulia preferiva sedere vicino alla finestra con un romanzo lasciato indietro da anni. Leggeva spesso la stessa pagina più volte. Ma non si dava colpa: aveva tempo.
Un giorno Rosanna tornò dal cardiologo agitata.
Mi ha detto di non agitarmi tanto, protestava. Come se fosse un interruttore: click, e sono calma.
Provi almeno a non prendersi tutto a cuore a scuola, in casa, suggerì Giulia.
E chi, se non me? rispose istintivamente Rosanna. I figli
Si fermò, poi sorrise amaramente.
Sembro mio marito. Diceva sempre Se non lo faccio io, chi? Poi gli è venuto lictus, e senza di lui la vita è andata avanti comunque.
Magari anche senza di lei funzionerebbe, disse quieta Giulia.
Rosanna la guardò fisso.
In queste due settimane sei diventata saggia, disse. O forse solo meno stanca.
Giulia sorrise.
Voglio solo provare a vivere diversamente.
A voce alta suonava vero, finalmente.
Lultimo giorno passeggiò per i corridoi del centro benessere come in un museo della propria breve vita alternativa. Entrò nella sala ginnastica, guardò la piscina dalloblò, ringraziò linfermiera dei massaggi.
Torni ancora, le disse. La sua schiena risponde bene.
Vedremo, rispose Giulia.
In stanza mise via accappatoio, pantaloni, costume. Sul comodino restavano solo il caricatore e il libro. Rosanna, seduta sul letto, rigirava il voucher.
Peccato partire. Qui sembra tutto più semplice.
Qui lo è, ma è solo perché non è per sempre. Vivendoci un anno troveresti cose per cui nervosirsi.
Probabile, concordò Rosanna. Se torni, chiama. Le diede un foglietto. Io sono affezionata a questo posto.
Giulia salvò il numero nel cellulare.
Ci sentiamo, promesso.
Il pullman per Arezzo partiva dopo pranzo. Al refettorio, come saluto, servirono crespelle e panna. Giulia seduta al solito tavolo, mangiava piano bevendo tè. Nina descriveva i programmi coi nipoti, Rosanna si confrontava su esami medici. Fuori la neve scioglieva, lacqua cadeva dai tetti.
Alla fermata, saranno stati dieci. Qualcuno si scattava una foto davanti alledificio, altri fumavano nervosi. Giulia con la sua valigia, lo sguardo alto sul cielo grigio. Dentro sentiva solo quiete: non felicità, non malinconia, ma pacato accettare.
Sul bus scelse il finestrino. Il centro benessere sfumava: padiglioni, sentieri, bosco. Pensò che poteva anche tornarci un giorno. Ma comunque, quelle due settimane sarebbero rimaste lì, una piccola vita in cui aveva potuto essere anche altro oltre che madre e contabile.
Il viaggio verso Arezzo durò qualche ora. La città la accolse con neve e confusione: auto parcheggiate storte, gente al telefono, musica dai bar.
Giulia salì al suo piano, aprì la porta. Laria odorava di polvere e qualcosa di dolce il figlio aveva scaldato sicuramente dei cornetti in microonde. Ingresso, scarpe sparse, giacca appesa male.
Mamma, sei tornata! gridò il figlio dalla stanza.
Comparve in corridoio, auricolari e cellulare, labbracciò impacciato, da adolescente.
E comera? chiese.
Bene rispose, poi aggiunse: Sono stata bene. Mi sono riposata.
Hai portato il solito magnete?
È nella borsa, sorrise.
Andò in cucina, mise su il bollitore. Qualche piatto sporco nel lavello, briciole sul tavolo. Prima avrebbe rimproverato. Ora pensò solo che avrebbe sistemato più tardi.
Il cellulare vibrò. La capa: “Come va? Domani rientri? Abbiamo accumulato”
Giulia lesse, pose il telefono a faccia in giù. Poi lo riprese, e scrisse: Buongiorno. Torno domani, come previsto. Ma vorrei discutere una diversa suddivisione dei compiti. Non potrò più fermarmi la sera o portarmi lavoro a casa.
Rilesse il messaggio. Un tempo lavrebbe addolcito. Stavolta inviò senza esitazioni.
Il figlio si affacciò.
Domani torni tardi? Devo andare da un amico
Domani torno allora di cena disse. Ceneremo insieme. Ma dora in poi certe faccende di casa toccano anche a te. Non sono fatta dacciaio.
Lui spalancò le sopracciglia.
Cioè?
Vuol dire che sei abbastanza grande per lavare i piatti e cucinarti qualcosa ogni tanto. Non farò più tutto da sola.
Fece una smorfia, ma non replicò. Tornò in camera sbattendo la porta. Giulia sospirò, ma non sentiva la solita colpa. Sentiva solo daver segnato un confine.
Il bollitore fischiò. Si versò una tazza di tè e si sedette. Fuori, un lampione fioco, un cane correva sul vialetto. Pensò a Sergio e alle sue parole sul tempo.
Fece un sorso. Non era successo un miracolo: la schiena faceva ancora male, il lavoro non era sparito. Ma qualcosa dentro di lei si era spostato. Sentiva il corpo, la stanchezza, e il diritto a fermarsi più chiaramente di prima.
Aprì il cassetto, prese la cartellina della prenotazione e la poggiò accanto allagenda. Domani nella pausa pranzo avrebbe chiesto le ferie. Non per andare dai parenti a dare una mano, ma solo per sé stessa.
Il figlio guardò fuori dalla stanza.
Mamma, domani facciamo i tortellini? chiese.
Va bene, rispose. Ma li cucini tu. Ti insegno.
Sbuffò, ma negli occhi brillò una curiosità.
Giulia sorrise. La vita non era cambiata radicalmente, ma ora cera un piccolo spazio che era proprio suo. E quello spazio cominciava dalle cose semplici: dire no al lavoro extra, chiedere aiuto in casa, passeggiare dopo il lavoro solo per sé.
Finì il tè, spense la luce della cucina e andò in camera. Domani sarebbe stata una giornata normale, ma dentro di lei cera già posto per sé stessa. E lidea la scaldava di una piccola, quieta felicità.







