Cambio tranquillo
Il pullman si fermò di colpo e la gente si affrettò verso luscita, urtando le maniglie con le borse. Mi lasciai trascinare anchio, scendendo per ultimo. Il ginocchio si fece sentire sulla gradinata, affondando nello spesso tappeto di ghiaccio smussato di febbraio. Laria umida aveva il tipico odore del nord Italia: fumo di camini, terra bagnata, e, in lontananza, laroma resinoso dei pini in fondo al viale alberato.
Davanti a me si ergeva il massiccio edificio della casa di cura, con le file regolari di finestre annerite dal tempo. Una vecchia insegna scolorita con la scritta Casa di Cura San Bartolomeo e lo stemma del Comune di Trento, sotto. Intorno: pini bassi lungo il vialetto, aiuole di cemento vuote, alcuni ospiti con le valigie come me.
Allora? Impegnativa, prenotazione, documento, disse bruscamente la donna alla reception, senza alzare gli occhi.
Le allungai la cartellina di plastica. Dietro di me qualcuno trascinava rumorosamente il trolley. Nellaria, un misto di carta, detersivo e profumo dozzinale.
Quanto dura il soggiorno? chiese lei, sfogliando velocaemente i documenti.
Due settimane.
Bene. Terzo padiglione, secondo piano, stanza duecentosei. Domani visita dal medico, studio sette. Mensa secondo orario, i ticket sono nella cartella. Avanti il prossimo.
Mi restituì la cartella: dentro cerano i ticket e una card magnetica. Mi feci da parte per lasciar passare, sentendo ancora una voce ronzare in testa: Due settimane. Due settimane senza cucinare minestroni, senza correggere compiti, senza accendere il portatile a mezzanotte.
Trascinai a fatica la valigia fino al terzo padiglione. Le ruote si impuntavano ogni pochi metri, rischiando di portare il trolley dritto nel cumulo di neve. Latrio sapeva di verza bollita e disinfettante. Alla parete, una bacheca con avvisi: orari delle terapie, locandina di un vecchio concerto di fisarmonica, volantino di un gruppo di camminata nordica.
Lascensore cigolava talmente che decisi di andare a piedi. Il corridoio del secondo piano era lungo e claustrofobico; le luci ronzavano. Sulle porte, targhette coi numeri; su alcune, disegni colorati di bambini: un sole, una casetta, un abete.
Alla duecentosei bussai per forma e spinsi la porta.
Due letti di ferro con copriletti grigi, un comodino fra i due, sotto la finestra un tavolino coperto da una cerata a quadri. Su un letto cera già la pigiama, impilata ordinatamente, una borsa sulla sedia. Dal bagno il rumore dellacqua.
Avanti, avanti pure, disse una voce femminile allegra. Arrivo subito.
Posai la valigia vicino al letto libero, osservando fuori dalla finestra: il bosco, i fiocchi di neve che scendevano rarefatti sul vetro. Il termosifone borbottava piano.
Dal bagno uscì una donna bassina, sulla cinquantina, lasciugamano a turbante sulla testa. Viso tondo, occhi scuri e vivaci.
La mia nuova compagna di stanza? sorrise. Io sono Tiziana.
Luca, risposi. In realtà ero ancora poco abituato a presentarmi, sembrava quasi un incontro casuale su un treno. Mentre parlava, Tiziana iniziò a sistemare delle medicine in blister sullo scaffale.
Quanto ti trattieni? domandò.
Due settimane.
Perfetto. Io tre. È la terza volta che vengo qua, disse, con una certa fierezza. Allinizio sembra triste: casa di cura, anziani, malinconia. Poi invece Routine, aria buona, terapie E nessuno che ti stressa.
Annuii incerto, tirando fuori dalla valigia tuta, calzini pesanti, accappatoiocose fuori luogo per la mia vita di prima, fatta di agenda piena, lavoro senza orari, poco spazio per prendere fiato.
Quale il tuo problema? insistette Tiziana.
Ortopedia e sistema nervoso. Schiena, ginocchio
Ce ne sono tanti qui messi così. Io per il cuore. Ma anche i nervi, ovvio, sospirò. Marito, figli, scuola. Sempre tutto addosso.
Annuii, senza aggiungere sul mio divorziomarito ormai giusto un bonifico di mantenimento e qualche telefonata saltuario al figlio.
Andiamo in mensa insieme per cena? propose Tiziana. Meglio stare vicini, qui cè sempre folla.
Va bene.
La fila per la mensa era lunga. Lampadari bassi, tavoloni da quattro. Infermiere in camice giravano coi vassoi, odore di pesce stufato e succo di frutta cotta.
Ci sedemmo. Arrivarono anche altri due ospiti: Adriano, alto, coi capelli dargento in giacca sportiva, e una donna rotonda dal rossetto sgargiante, Paola.
Possiamo? chiese Adriano. Si sta meglio in compagnia. Io sono Adriano, lei Paola.
Luca, mi presentai. Tiziana.
Ecco, siamo già un gruppo! si rallegrò Paola. Io vengo ogni anno: prima con la tessera del sindacato, adesso pago di tasca mia. A casa non si riposa: nipoti, orto, vicini
Di dove siete? mi chiese Adriano.
Di Verona.
Ooh, la città dellamore! rise lui. Io di Mantova. Siamo in tanti qui, dopo cena ci trovi in sala a giocare a scopa.
Sorrisi educatamente. I giochi di carte non erano il mio forte. Ma il pensiero di sedermi senza fretta, a nulla fare, mi sembrava stranamente piacevole.
Il menu era semplice: orzotto con pesce, insalata di barbabietole, una tazza di succo caldo. Mi accorsi che mangiavo lentamente, non più di fretta tra una telefonata del capo e un sms della prof del figlio.
Dopo cena, Tiziana mi convinse a fare due passi fino al bosco.
Prendiamo almeno un po di aria fresca, siamo qui apposta.
Percorremmo lentamente il viale. Il bosco era scuro, la neve smossa portava un silenzio particolare. Le lampade gialle illuminavano la via. In lontananza risate, porte sbattute.
Che lavoro fai? mi chiese.
Contabile. In una ditta di forniture.
Ruolo di responsabilità scosse la testa lei. Io prof di lettere, ormai da venticinque anni. Forse sarà il momento di lasciare… Non so, comunque la casa di cura è il mio salvagente.
Pensai che anche a me mancava da tempo un salvagente. Per anni avevo solo navigato a vista: bilanci, scadenze, riunioni di classe, liste infinite di compiti. La casa di cura sembrava una stazione di sosta, fastidiosa perché non ne conoscevo il valore.
Quella notte faticai a dormire. La compagna di stanza russava piano, qualcuno dava colpi di tosse dietro il muro, porte sbattute in fondo al corridoio. Rimasi a fissare il soffitto, in attesa di quellansia abituale: chiamare mio figlio, controllare la mail, avvisare il capo. Il cellulare brillava sul comodinoguardai lora, entrai su WhatsApp poi lo girai a faccia in giù.
La mattina dopo, fila dal medico. Gente in tuta con la cartella clinica in mano. In tv uno spazio sui giardinieri che spiegavano come curare le ortensie. Odore di caffè dalla macchinetta mischiato a quello di disinfettante.
Ha il ticket o è per appuntamento? mi chiese una signora col berretto di lana.
Con ticket, mostrai il foglio. Allora è dopo di mequi passano sempre avanti!
Lei subito iniziò a raccontare dei suoi problemi di pressione. Ascoltai distrattamente, fissando la porta dello studio. Mi sembrava incredibile essere lì, tra discorsi di pillole e diagnosi. Nella mia testa restava il rumore del lavoro, ormai lontano.
Il dottore era secco, con gli occhiali. Sfogliò rapido la cartella.
Problemi?
Schiena, ginocchio. Sono sempre stanco. Dormo male.
Annuisce e annota.
Le prescrivo fisioterapia, piscina, massaggio schiena, e qualche trattamento ai macchinari. E riposo. Dorma prima delle undici, passeggiate, e poca tecnologia.
Sorrisi, amaro.
Facile a dirsi
Qui è più facile che fuori, rispose lui. Ne approfitti.
Il programma delle terapie mi ordinò le giornate. Al mattino la fisioterapia: esercizi con bastoni e palloni in una palestra con enormi finestre. Poi piscina, piccola, piastrelle azzurre, acqua fresca e odore di cloro. Dopo pranzo, il massaggio: uninfermiera minuta ma fortissima scioglieva la schiena, e io restavo lì, a oltranza, senza far nulla.
Le file ai macchinari divennero occasione di nuove conoscenze. Tiziana si era già inserita con i veterani: Paola, unaltra signora con orecchini colorati, e Adriano.
Adriano era riservato, ma si ritrovava sempre nei dintorni. In palestra era alle mie spalle, in piscina nuotava nella corsia accanto, spesso sedeva al nostro tavolo.
Hai un buon stile mi disse una volta uscendo dallacqua. Non annaspi mai.
Da bambino facevo corso di nuoto, risposi, asciugandomi i capelli. Poi non ho avuto tempo.
Il non ho tempo è una scusa, disse lui sornione. Dopo linfarto ho capito che è tutta una sciocchezza. Il tempo si trova.
Non seppi cosa dire. Notai sotto laccappatoio la linea di una cicatrice.
È stato spaventoso? domandai.
Sì. Poi impari. Capisci che non sei eterno. Fai delle scelteper cosa spendi i tuoi giorni.
Quelle parole mi restarono impresse. Ricordai quando, lanno scorso, con la febbre, risposi comunque alle mail di lavoro. Nessuno si offrì di aiutarmi. Nemmeno io ci pensai.
La sera il salotto del terzo padiglione si riempiva. Qualcuno guardava la tv, altri giocavano a carte. Su un tavolino un bollitore, scatole di té, biscotti fatti in casa. Lodore zuccherino addolciva laria.
Allinizio tiravo dritto per leggere da solo. Un giorno Tiziana mi tirò per il braccio.
Dai, ti presento al gruppo. Basta chiudersi!
Ci sedemmo vicino alla tv. Adriano mescolava un mazzo di carte.
Scopone? propose.
Non sono granché, ammettei.
Imparerai! intervenne Paola.
Le carte scivolavano, le risate erano leggere, le regole semplici. Mi rilassai, piacevolmente colpito dal fatto che nessuno si arrabbiasse per uno sbaglio. Al massimo restavi a guardare, con le carte in mano.
Le conversazioni erano leggere: il tempo, la zuppa della mensa, la fisioterapista più brava. Talvolta, però, una parola diversa.
Ricordo che quando i figli erano piccoli, pensavo: cresceranno e finalmente avrò tempo per me, rifletté Paola. Sono cresciuti, e mi cercano sempre: babysitter, soldi… Ma come fai a dire di no ai tuoi figli?
Perché non provi a dirlo? suggerii sottovoce.
Mi guardò come se fossi pazzo.
Non si fa, sono sangue del mio sangue. Sono madre.
Pensai a quando mio figlio, prima della partenza, mi chiese: E chi mi fa da mangiare se tu parti? E io, stanca morta, cucinai invece di ordinare una pizza.
Si può essere madri e anche stancarsi, dissi. Si può anche dirlo.
Non ce lha insegnato nessuno, intervenne Tiziana. Ci hanno insegnato a resistere.
Restammo un attimo in silenzio, ognuno a pensare ai propri doveri.
I giorni iniziarono a scorrere uguali. Sveglia, ginnastica, terapie, camminata al bosco, chiacchiere di sera. In questo cerchio, trovai piccoli spazi miei: la ginnastica del mattino, la piacevole stanchezza in piscina, la sensazione calda del massaggio.
E iniziai ad attendere con piacere i brevi dialoghi con Adriano. Non era invadente, non faceva domande superflue. Bastava anche stare zitti vicino a un tè, guardando la foresta scura fuori dal vetro.
Tu di cosa hai paura? mi chiese un giorno.
Domanda semplice, mi spiazzò. La risposta schietta, bloccata dalla gola, venne fuori da sola.
Ho paura che tutto resti così: lavoro, casa, bilanci, lezioni, elenchi E basta. Poi arriva la pensione, e non hai più forza di cambiare.
Lui annuì.
E tu cosa vorresti cambiare?
Non so più neanche cosa voglio io. Tutti chiedono sempre qualcosa da me.
Sembrò capirmi perfettamente.
La cosa bella qui è che ogni giorno è ugualee da questa monotonia, riconosci ciò che è tuo e ciò che non lo è.
Aveva ragione. Qui le decisioni non dipendevano da me. Gli orari erano imposti, il letto rifatto, il cibo servito. Mi concessi di stare tutto un pomeriggio a guardare la neve, senza sentirmi in colpa.
Al settimo giorno mio figlio mi telefonò.
Mamma, dovè il caricabatterie del tablet?
Nella seconda mensola della scrivania, a destra. Come va?
Normale. Domani papà mi prende. Tu quando torni?
Tra una settimana.
È lunga si sentì che ci restava male.
Devo finire il ciclo di cure. Mi serve.
Mi sorpresi della mia calma. Nessuna scusa, nessuna promessa.
Va bene Non annoiarti.
Mi ritrovai a lungo a fissare il telefono. Provavo ansia, ma anche sollievo: stavo imparando ad essere anche me stesso, non solo padre.
La sera, alla festa di accoglienza per i nuovi. La saletta piena, biscotti, un bollitore e musica da una cassa bluetooth. Laddetta tentava di animare i giochi, nessuno la seguiva tanto. Volevano solo parlare.
Sedetti in disparte a sentire racconti di case in montagna, divorzi, nipotiun gruppo provvisorio accomunato solo dalla pausa dalla vita normale.
A un certo punto, Adriano si sedette vicino.
Domani torno a casa, disse a bassa voce.
Lo sapevo, ma rimasi sorpreso. Ogni turno qui aveva un inizio e una fine.
Così presto?
Dieci giorni. Sono volati. Mi aspetta il cane, la vicina lha nutrito.
Capisco, dissi, senza altro.
Ci fu una breve pausa.
Non sparire eh. Non lasciare che il lavoro si riprenda tutto. Tieniti qualcosa per te.
Ci proverò, risposi.
Mi guardò come per imprimere quel momento. Poi si perse nella tv, dove trasmettevano un vecchio film in bianco e nero.
Lindomani lo vidi in uscita, con la valigia e il solito abbigliamento sportivo.
Auguri, eh, mi disse. In bocca al lupo.
Anche a te.
Ci stringemmo la mano. La sua era calda e asciutta. Avrei voluto chiedere il numero, ma non lho fatto. Nemmeno lui. Era giusto così. Queste cose devono restare tra queste mura.
Quando il pullman partì, mi misi alla finestra a seguire i suoi ultimi passi fino al cancello. Poi solo due solchi nella neve.
Lultima settimana fu diversa. In sala si continuava a chiacchierare, ma io preferivo leggere. Aprii finalmente il romanzo rimandato mille volte. Spesso mi perdevo nei pensieri, ma non mi disturbava. Ero libero.
Un giorno Tiziana tornò agitata dal cardiologo.
Dice di non stressarmi come se bastasse un interruttore!
Magari inizi un po per volta, suggerii. Lascia qualcosa agli altri
E chi? I figli
Si fermò e sorrise amaramente.
Sembro mio marito. Diceva sempre: Chi se non io? Poi ha avuto lictus e magicamente tutto è andato avanti.
Forse anche senza di te potrebbe succedere ribattei piano.
Mi fissò.
Sei diventato saggio qui, disse. O solo hai dormito molto.
Scrollai le spalle.
Sono solo stanco. Voglio cambiare.
Detto a voce alta, sembrò più reale.
Lultimo giorno passeggiai da spettatore nei miei ricordi. Entraì in palestra, guardai il nuovo gruppo, diedi unocchiata alla piscina. Passai dalla massaggiatrice a ringraziare.
Torna eh, la sua schiena risponde bene.
Vedremo
In camera, preparai la valigia: accappatoio, tuta, costume. Rimanevano solo il libro e il caricabatterie. Tiziana girava la sua tessera tra le mani.
Non volevo andare via, confessò. Qui sembra tutto più facile.
È facile perché non dura, replicai. Se vivessimo qui tutto lanno, troveremmo nuovi motivi per stressarci.
Forse Se torni chiamami, lasciandomi il suo cellulare, Io sono di casa.
Salvai il numero.
Ci sentiamo.
Il pullman per Verona partiva dopo pranzo. In mensa, a salutarci, darono crêpes con ricotta. Sedetti accanto al gruppo di sempre; Paola già raccontava del viaggio dai nipoti, Tiziana classificava esiti degli esami, fuori la neve si scioglieva.
Alla fermata, dieci persone; qualcuno faceva le foto, altri fumavano nervosamente. Io con la valigia, gli occhi al cielo grigio. Dentro, nessuna euforia, nessuna tristezza. Solo la serenità della fine.
Sedetti vicino al finestrino. Mentre la casa di cura scompariva, pensai che forse sarei tornato. Anche se no, quelle due settimane si sarebbero sedimentate nella memoria, come la parentesi in cui mi sono concesso di essere solo una persona.
Il viaggio per Verona durò qualche ora. Mi accolse la solita pioggia, traffico e urla nellaria. Sotto casa, auto parcheggiate di traverso, gente col telefonino, musica alta dal primo piano.
Salii, aprii la porta. Lodore di polvere e pane riscaldatomio figlio evidentemente aveva usato il microonde. Ingresso caotico: scarpe ovunque, giacca sulla sedia.
Papà sei tornato! gridò il ragazzo dalla sua camera.
Saltò fuori con le cuffie, il telefono in mano. Mi abbracciò in modo un po goffo.
Comè andata? chiese.
Tutto bene, dissi. Ho riposato.
Hai portato quella calamita per la collezione?
Nella borsa, sorrisi.
Andai in cucina, misi a bollire lacqua. In lavello alcune stoviglie, briciole sul tavolo. Un tempo avrei borbottato, avrei iniziato subito a pulire. Ora decisi che potevo aspettare.
Sul tavolo il telefono vibrò. Un messaggio dalla titolare: Come va? Domani torni? Cè arretrato
Guardai lo schermo, poi lo girai. Prima, avrei cancellato metà risposta per non disturbare. Ora scrissi: Salve, domani torno come previsto. Ma dovremmo rivedere le mansioni. Non posso più fermarmi oltre lorario né portare lavoro a casa.
Rilesi. Premetti invio senza esitare.
Mio figlio sbirciò dalla soglia.
Domani torni tardi? Devo andare da Marco
Domani torno in orario, dissi. E ceniamo insieme. Ma alcune cose da oggi dovrai farle tu. Non sono fatto dacciaio.
Alzò un sopracciglio.
In che senso?
Nel senso che sei grande abbastanza per lavare i piatti e cucinare ogni tanto. Non posso pensarci solo io.
Fece una smorfia, ma non replicò. Richiuse la porta. Sospirai, ma invece del solito senso di colpa, sentii di aver fissato un limite.
Il bollitore fischiò. Mi preparai una tazza di té; dalla finestra, le luci dei lampioni nella notte, un cane che correva sotto la pioggia. Mi tornò alla mente la frase di Adriano: Scegli a cosa dedicare i tuoi giorni.
Feci un sorso caldo, pensando che nessun miracolo è avvenuto. Ginocchio e schiena facevano ancora male, il lavoro era sempre là. Ma qualcosa dentro si era mosso. Sentivo più nitidamente il mio corpo, la mia stanchezza, il mio diritto a non essere sempre solo dovere.
Aprii il cassetto. Tirai fuori la cartella del soggiorno, la poggiai accanto al taccuino. Domani, nella pausa pranzo, sarei andato in ufficio personale a chiedere ferie per luglio. Non per andare da parenti o fare favori, soltanto per me.
Mio figlio si affacciò ancora.
Domani mangiamo tortellini?
Va bene, risposi. Ma li cucini tu. Ti insegno io.
Si lasciò sfuggire un sorriso.
Sorrisi anchio. Non era cambiato il mondo, ma dentro di me cera ora un piccolo spazio tutto mio. E iniziava da cose semplici: un no a lavoro extra, una richiesta di aiuto, una passeggiata senza scopo dopo lufficio.
Finito il té, spensi la luce e andai in camera. Domani sarebbe stato un giorno normale, ma in quel giorno avrei tenuto uno spazio per me. E questo, ormai lo avevo capito, fa la differenza nella vita.







