Cedi, sei la più grande
Lho presa io per prima! la voce indignata di Caterina risuonò per la cucina.
Non è vero, lho presa io! Era dalla mia parte del tavolo!
Massimo afferrava la tavoletta di cioccolato con la testardaggine degna di cause più nobili. Caterina non mollava il suo lato della carta, e la carta dorata cominciava già a strapparsi sotto la forza delle quattro mani.
Io rimasi immobile davanti ai fornelli, dove il bollitore iniziava a fischiare. Un classico litigio tra bambini, come ce nerano stati tanti. Ma qualcosa, stavolta, mi fece restare a guardare invece di intervenire.
Basta così! Silenzio! La voce di Giorgio risuonò dalluscio. Senza chiedere nulla, senza sapere. Caterina, lascia subito a tuo fratello.
Ma è il mio cioccolato! Lho comprato con i miei soldi!
È più piccolo. Devi cedere tu.
Tre parole. Solo tre, ma vidi cambiare lo sguardo di mia figlia. La rabbia lasciò posto a qualcosa di amaro, antico. Caterina lasciò andare la tavoletta, la cioccolata restò tra le mani di Massimo.
Si voltò senza una parola, le spalle abbassate come per un peso invisibile. Dodici anni, ma la camminata era quella duna vecchina. Seguii con lo sguardo la sua schiena magra e la maglietta larga fino a quando non sparì dietro langolo.
Ecco, di nuovo un dramma per niente, Giorgio si inginocchiò accanto a Massimo, gli sconvolse i capelli con affetto. Non preoccuparti, lo sai come sono fatte le femmine: fanno una tragedia anche per una cavolata.
Massimo stava già scartando la cioccolata, sorridendo al padre. Otto anni, fossette sulle guance, ben viziato e certo del suo diritto.
Spensi il bollitore. Le mani andarono avanti da sole, a versare lacqua nelle tazze. Ma la mente tornava agli inizi, a quel giorno di tre anni prima, quando avevo pensato che Giorgio sarebbe stato uno splendido patrigno per Caterina
Ci conoscemmo a scuola. Giorgio mi era sembrato perfetto: un padre attento, cresciuto da solo il suo Massimo dopo la separazione. Parlammo, ci scambiammo i numeri, poi uscite, poi mi innamorai della sua affidabilità, di come sapeva esser dolce con Massimo. Ero certa fosse luomo giusto, uno che capiva cosa vuol dire essere genitore.
Mi affezionai sinceramente a Massimo. Gli preparavo le crêpes la domenica, lo aiutavo nei compiti, medicavo sbucciature. Volevo essere per lui una vera famiglia, e mi illudevo di riuscirci.
E Caterina, cosa otteneva?
Prima raccontava a ruota libera di scuola, amiche, nuovi cartoni. Ora monosillabi. Sì. No. Boh. Non so. La stanza divenuta rifugio, la porta che si chiudeva appena finita la cena.
Davo la colpa alladolescenza. Gli ormoni, ladattamento alla nuova famiglia, qualsiasi cosa pur di non vedere la realtà.
Dopo la scena della cioccolata decisi di osservare meglio.
E vidi finalmente quello che sempre avevo preferito ignorare.
Torta a fine cena. Giorgio la tagliava sempre lui, e il pezzo più grande quello con la rosa di zucchero lo dava a Massimo. A Caterina toccava sempre il più piccolo.
Televisione la sera. Massimo voleva il calcio, Caterina un documentario sugli artisti rinascimentali. Giorgio senza pensarci cambiava sullo sport.
Il computer. Massimo poteva giocarci per primo, e quanto voleva. Caterina solo dopo, quando lui si stufava.
Dettagli? Sì. Ma da questi dettagli si costruiva la vita di mia figlia.
Ad aprile fu il compleanno di Massimo. Nove anni: una tappa importante. Giorgio raggiante gli regalò una scatola enorme di Lego il castello dei suoi sogni da mesi.
Papà, è il regalo più bello della mia vita!
Io aggiunsi una bici blu, con le marce. Massimo strillava di gioia, mi abbracciava, giurava che sarebbe andato in villa ogni giorno. La tavola era piena di dolci, gli amici del bambino riempivano la casa di risate. Caterina aiutava a preparare, a sparecchiare, fece gli auguri al fratello. Pensai: ecco, forse la felicità di una famiglia.
Un mese dopo fu il turno di Caterina. Tredici anni
Preparai tutto con cura. Girai per negozi specializzati, chiesi consigli. Un set professionale di colori: quarantotto tinte in una valigetta di legno, pennelli di tutte le forme, e soprattutto: un vero cavalletto richiudibile. Caterina lo desiderava da anni.
Tavola imbandita, invitati, candeline. Caterina soffiò, poi le porsi subito i regali.
I suoi occhi si accesero e mi si strinse il cuore. Apriva piano la scatola dei colori, accarezzava i tubetti, studiava i pennelli, il legno del cavalletto. Non disse niente, ma la felicità le brillava in volto.
E questo è da parte mia, Giorgio le passò una scatolina.
Caterina scartò. Un puzzle. Notte stellata di Van Gogh, mille pezzi. Il cartellino da dieci euro a metà staccato.
Gli invitati rimasero in silenzio. Zia Silvia abbassò lo sguardo. La nonna Elena strinse le labbra nervosa.
Il colore sparì dal viso di Caterina. Le si spense lo sguardo, come una luce. Guardò il patrigno, poi me. Uno sguardo lungo, adulto, insostenibile.
Voi volete più bene a lui che a me.
Cade il silenzio.
Cate, ma che dici, Giorgio si passò una mano sul collo. Ho avuto una settimana terribile, non sono riuscito a scegliere meglio. Ma anche i puzzle vanno benissimo, allenano la pazienza. Dai, non alzare un caso, su.
Massimo si rigirava in piedi vicino al padre e alla sorella. Capiva che cera qualcosa che non andava, ma non sapeva cosa fare.
Io guardavo mio marito come fosse un estraneo. Tre anni. Tre anni di rinunce, di piccole ingiustizie, di indifferenza. E io a scusare sempre. È stanco. Non lha fatto apposta. Massimo è più piccolo. Caterina deve essere più matura.
Ma Caterina era una bambina. Mia figlia. E io, io lavevo tradita.
Si alzò da tavola. Lenta, con una dignità che non apparteneva ad una ragazzina di tredici anni. Andò in camera, chiuse piano la porta.
Gli invitati si affrettarono ai saluti. Zia Silvia borbottando qualcosa su un impegno urgente. Elena si fermò un attimo in corridoio, mi strinse la mano e disse solo: «Pensaci».
Giorgio brontolò tutta la sera.
Ecco la gratitudine! Lho nutrita, vestita, dato un tetto. E lei: Preferite lui a me! Viziata! Ai miei tempi, per ste scene, volava la cinghia.
Io, in silenzio, sparecchiavo.
Quasi a mezzanotte, quando ormai russava davanti alla TV, andai da Caterina. Bussai.
Era seduta a letto, abbracciata alle ginocchia. Davanti, lalbum da disegno aperto. Paesaggi ad acquerello, ritratti a matita, studi a olio: talento in ogni tratto.
Mamma scusami, la voce rotta di Caterina. Non volevo rovinare la festa.
Mi sedetti accanto, labbracciai stretta stretta.
No, sei tu che mi devi scusare.
Restammo così a lungo, finché non finirono le lacrime. Poi mi mossi.
Feci tutto in silenzio, rapida, senza pensare. Documenti, qualche vestito, i soldi sulla mia carta. Il portatile di Caterina. Tutti i suoi materiali da disegno.
Giorgio dormiva senza sospettare nulla.
Allalba svegliai Caterina.
Vestiti. Andiamo via. Andiamo dalla nonna.
Caterina sgranò gli occhi assonnata, ma poi nei suoi occhi si accese qualcosa. Speranza?
Dopo venti minuti eravamo già fuori dal portone. Le borse pesanti sulle spalle. Il sole di maggio che si affacciava timido tra i tetti.
Il telefono iniziò a squillare dopo le nove. Giorgio. Sempre Giorgio. E ancora Giorgio. Guardavo il display, ma non rispondevo mai.
Messaggi a raffica: Dove siete?, Alina, è ridicolo!, Voglio chiarimenti!, Scusa, ho esagerato, possiamo parlarne?
Elena ci accolse con calore. Un abbraccio a sua nipote, uno a me. Nessuna domanda. Ci guidò in cucina, il bollitore già sul fuoco.
Settimana lenta, nella casa di nonna. Caterina dormiva molto, disegnava molto, parlava poco. Una sera la trovai in cucina che fissava una tazza di tè freddo, le spalle scosse.
Mamma, è colpa mia, vero? Te ne sei andata per colpa mia. Ho rovinato tutto
Mi sedetti davanti a lei.
No. Mi ascolti? No.
Ma se non avessi fatto quella scena al mio compleanno
Hai detto la verità. Solo una verità che io non volevo vedere.
Caterina mi guardò con gli occhi gonfi.
Per me non cè nessuno più importante di te, le presi le mani. La tua felicità viene prima di tutto. Non il matrimonio, non cosa pensa la gente, non la paura di stare da sola. Solo tu, capisci?
Caterina annuì e scoppiò di nuovo in lacrime, ma di sollievo questa volta.
Il divorzio arrivò presto. Giorgio non capì mai perché ero partita. E questo fu la conferma: avevo fatto bene.
Dopo un mese, Caterina si iscrisse a un corso di pittura al centro culturale. La maestra, una severa signora coi capelli bianchi e odore di trementina, vide i suoi disegni e disse: «Hai un dono. Cosa rara oggi».
Io trovai lavoro come contabile in una piccola azienda vicino a casa di mamma. Lo stipendio bastava.
Alla sera cenavamo insieme, tutte e tre: nonna, madre e figlia. Elena raccontava storie della giovinezza, Caterina mostrava i nuovi disegni e io ridevo come non facevo da anni.
Un giorno Caterina tornò a casa trafelata.
Mamma, hanno scelto il mio quadro per la mostra cittadina! La mia natura morta con le arance!
La strinsi così forte che quasi cademmo.
La vera famiglia si costruisce sullamore. Uguale, sincero, senza condizioni. E finalmente lho capito.







